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| Tommaso Campanella Poesie IntraText CT - Lettura del testo |
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77 Canzone seconda del medesimo tema. Quante prende dolcezze e meraviglie l'anima, uscendo dal gravante e cieco nostro terreno speco! Snella per tutto il mondo e lieta vola, riconosce l'essenze, e vede seco gli ordini santi e l'eroica famiglia, che la guida e consiglia, e come il Primo Amor tutti consola, e quanti mila n'ha una stella sola. Questo, ch'or temi di lasciar, albergo tanto odierai, che, se: - Di ferro e vetro per non sentir ferètro né scurità né doglia, - Dio dicesse - tel renderò, ed in lui torna; - a tal metro, crucciata, del voler voltando il tergo: - In pianto mi sommergo - risponderesti; salvo se 'l rendesse tutto celeste, qual Cristo s'elesse. Mirando 'l mondo e le delizie sacre e quanti onor a Dio fan gli almi spirti, comincerai stupirti come egli miri pur la nostra terra picciola, nera, brutta e, più vo' dirti, dove ha tante biastemme orrende ed acre, che par che si dissacre; dove sta l'odio, la morte e la guerra, e l'ignoranza troppo più l'afferra. Vedrai pugnar contro la terra il cielo e 'l caldo bianco e la freddezza oscura, e che d'essi natura, per trastullo de' superi, ne forma vento, acqua, pianta, metal, pietra dura; del ciel scordarsi il caldo, e contra 'l gelo vestirsi terren velo, e come a suo' bisogni lo conforma; e che doglia e piacer gli enti trasforma. Possanza, Senno, Amor da Dio vedrai participar il tutto ed ogni parte; ed usar la Prima Arte Necessitade, Fato ed Armonia, per cui tanta comedia orna e comparte, a Dio rappresentando giuochi gai; e divin fiati e rai (che son l'anime umane) a' corpi invia per far le scene con più leggiadria. Fia aperto il dubbio, che torce ogn'ingegno: perché i più savi e buoni han più flagelli, e fortuna i più felli? Ché Dio a que' die' le parti ardue del gioco, per trarli a maggior ben da' lordi avelli; e del suo mal goder lascia chi è degno. E n'ho visto pur segno, più indotti e schiavi e impuri amar non poco l'error, la prigionia e l'infame loco. Il giuoco della cieca per noi fassi: ride natura, gli angeli e 'l gran Sire, vedendo comparire della primera idea modi infiniti, premiando a chi più ben sa fare e dire. Se i nostri affanni son divini spassi, perché vincer ti lassi? Miriamo i spettator, vinciam le liti contra prìncipi finti, stravestiti. Il carcere, che 'n tre morti mi tieni con timor falso di morir, dispreggio. Vanne al suolo, tuo seggio, ch'io voglio a chi m'è più simile andarmi. - Né tu se' quel che prima ebbi io, ma peggio, che sempr'esali, e rifatto altro vieni da quel che prandi e ceni: onde lo spirto tuo nuovo ognor parmi. Or perché temo in tutto io di sbrigarmi?
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