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| Tommaso Campanella Poesie IntraText CT - Lettura del testo |
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31 Del sommo bene metafisico. L'essere è il sommo ben, che mai non manca, e di nulla ha bisogno, e nulla pave. Amanlo tutti sempre; e' sol se stesso, perché non ha maggior né più soave. S'egli è infinito, noi di morte affranca, ché fuor non ha, né dentro a lui framesso puote il niente star. Né dunque alcuna cosa s'annulla, ma si cangia spesso. Lo spazio immenso all'esser d'ogni cosa è base in lui nascosa, che solo in sé riposa, da cui, per cui e in cui son tutte in una; e da cui lontanissima è ciascuna da infinito finita; e perché incinta e cinta, è vicinissima anche, stante in lui viva e per lui, s'è per noi estinta, come pioggia nel mar mai non mancante. Come lo spazio tutti enti penètra, locando, e d'essi insieme è penetrato; così Dio gli enti interna, e 'l spazio, e passa, non come luogo, né come locato, ma in modo preeminente; donde impetra lo spazio d'esser luogo, e 'l corpo massa, e l'agenti virtù d'esser attive, e gli composti in cui l'idea trappassa E perch'egli è, ogni ente è per seguela, qual splendor per candela; ma si occulta e rivela in varie fogge, in cui sempre si vive, come atomi nell'aria. In fiamme vive spiace a' legni mutarsi, e d'esser vampe godan poscia, ch'amor, virtute e senso dell'esser proprio han tutte le sue stampe, per quanto è d'uopo, dall'Autor immenso. L'uom fu bambino, embrione, seme e sangue, pane, erba ed altre cose, in cui godeva d'esser quel ch'era, e gli spiacea mutarsi in quel ch'è mo: e quel ch'ora gli aggreva, di farsi in fuoco, in terra, in topo, in angue, poi piaceralli; e crederà bearsi in quel che fia, ché in tutti enti riluce la idea divina, e pel dimenticarsi. Dunque nullo ama quel che amar gli pare: altro patire o fare, che 'l suo esser sa dare. Ch'un sia due, osta il tutto; e chi esser duce vuole, è, in quanto è simile, o produce imago, onde tal si ama; e non è, in quanto guastarsi in quel ch'è duca abborre, ed anco v'è quell'altro, talch'egli è un altro tanto; e 'l savio è tutti, ancor di morte franco. Non fece gli enti per vivere in loro, qual padre in figli o maestro ne' scolari; né per far mostra altrui delle sue pompe, ch'altri non vi era, e gli architetti rari non mostran a una polce un gran lavoro, né cerca onor chi in sé non si corrompe. Or chi dirà perché, se 'l Senno Eterno di tanto arcano il velame non rompe? S'e' fu sempre, il niente non fu mai; e tutti enti son rai del Primo, in cui trovai mondi, virtuti e idee, nel suo interno fatti e rifatti in più fogge ab aeterno, nuove agli enti rifatti, a' fatti antiche; figure ed ombre di sacre esistenze, chi nella Prima son una ed amiche, quantunque abbian tra lor varie apparenze. Se 'l fuoco fosse infinito, la terra non vi sarìa, o cosa confine e strana. Se Dio è infinito ben, non si può dire che vi sia morte o male o Stigia tana, se non per ben di chi e' per meglio serra. Rispetto è, non essenza, il mal, se mire dolce al capro, a noi amara la ginestra Se ta' rispetti averan da finire, il caos sol d'ogni gioia poi s'imbeve, come ferro riceve il fuoco, e 'l freddo neve. E questo è bello alla virtù maestra, com è bel che 'l distingua la sua destra. Che maraviglia s'alcuno s'ammazzi? Lo guida il Fato con occulto incanto per la gran vita, ove enno i mali e i pazzi semitoni e metafore al suo canto. L'alme, in sepolcri portatili ed adri chiuse, dubbie di morte fa ignoranza d'esser futuro e del passato obblio. Così più galeotti, per sconfidanza di miglior vita, e 'n prigion servi e ladri contentarsi, che uscir odian, vidi io. Or l'alma, che nel corpo opaca alberga, se stessa ignora, e l'altre vite, e Dio; onde per buchi stretti affaccia, e spia che cosa essa alma sia, come ivi e perché stia. Regge ella il corpo e nutre, e con sua verga guida; né sa in che modo il quieti e l'erga, ch'e' non traspare; ed essa è breve luce. Così chi opera al buio, sé non vede né l'opra sua; onde al balcon l'adduce, e mira in altri, argomenta e rivede. Se di piante e di bruti e gli uman spirti formano al buio ospizi tanto adorni, e gli reggon con arte a loro ignota, è forza che tu, Dio, che in lor soggiorni, gli guidi, e gli enti sien, per obbedirti, come penna a scrittor, ch'è cieca, e nota; o come è il corpo all'alma, e l'alme all'Ente Primo, senza di cui non si fa iota. Esser, poter, saper, amar, far, sono passioni in noi e dono, ed azioni in Dio buono, che, amandose e sentendose, ama e sente tutte cose, che 'n lui son conoscente. Gode di lor comedia, ché la festa fan dentro a lui; e da lor gioia non prende; ma e', gioiendo, a lor la dona, e presta senso ed amor, mentr'e' s'ama e s'intende. Ma noi, finiti, anzi in prigion, prendiamo di fuor, da chi ci batte le pareti, ov'entra per vie strette, il saper corto e falso, onde voi, falsi amor, nasceti. Quinci aer, terra e sol morti stimiamo, chi han libera il sentir, non, qual noi, morto; e però amiam chi in carcere ci serba, e chi ci rende al Cielo odiamo a torto. Burle, onde 'l Fato i nostri e i solar fuochi ritiene in stretti luochi, quanto è uopo a' suoi giuochi. Mai non si muore: godi, alma superba! l'obblio d'antica ti fa sempr'acerba. Oh, felice colui, che sciolto e puro senso ha, per giudicar di tutte vite! Che, unito a Dio, per tutto va sicuro, senza temer di morte né di Dite. Canzon, riconosciamo contra gli empi l'Autor dell'Universo, confessando belle, buone e felici l'opre sue tutte, in quanto [ed] a lui sono ed al tutto parti, rispetti e frutto sì giusto, ch'un sol atomo mutando, girìa in scompiglio. E sempre fia chi fue; dal che farsi contento, più che non sa volere, ogn'ente io sento: come tutti direm con stupor, quando di Lete aperto fia il gran sacramento.
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