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II
Quando
aprirono l'uscio della stanza, urtarono in un gruppo di persone che stavan
tutte origliando, servitori e cameriere, e confuso con loro l'agente della
casa, signor Rotigno. - Il figlio del signor conte, giovinetto di vent'anni,
che in casa era chiamato don Alberico, passeggiava innanzi e indietro per
quell'antisala, tristo in volto, ma vestito con attillatura soverchia, e che
certo contrastava e colla gravezza della circostanza e col suo volto medesimo. Ma
più di quella medesima attillatura, ciò che facea meraviglia era la
preoccupazione ch'esso aveva del proprio aspetto, fermandosi di tanto in tanto
a contemplare sè stesso nei due specchioni che dall'alto al basso ornavano due
pareti della sala.
Quando
i tre medici uscirono, il signor Rotigno tenne loro dietro.
-
E così? come si mette, dottore? chiese al Gallaroli.
-
Male, male assai.
-
Tanto male, soggiunse il dottor Moscati, che, per ogni buon conto, sarebbe
opportuno mandare pel prete.
Don
Alberico, che, intento a guardar l'effetto d'un neo applicato per la prima
volta in quella mattina dal parrucchiere all'angolo del suo occhio destro, non
s'era accorto dei tre consulenti ch'erano usciti in quel punto, fu scosso a
quella parola prete, e si volse e domandò:
-
Come dunque hanno trovato il conte mio padre?..
-
Fatevi coraggio, don Alberico, ma non a caso ha detto il dottor Moscati... che
c'è bisogno del prete.
Quando
i medici si trovaron soli sotto all'atrio del Palazzo:
-
Ora ci spiegherete, dottore, disse Patrini a Moscati, quel che avete voluto
intendere quando avete parlato della causa della malattia...
Il
dottor Moscati crollò allora la testa, e rispose:
-
Mi accorgo che nel libro della vita si legge meglio quanti più anni si hanno; e
siccome io sono ancora più vecchio di voi altri due, così mi sono accorto di
ciò che voi non avete intraveduto. Tuttavia, caro dottor Gallaroli, voi che
siete della famiglia, avevate l'obbligo di accorgervi di qualche cosa. Quando
mi avete detto, che il malore scoppiò subito dopo l'annuncio della cattura del
lacchè, ho tosto compreso da che tutto deriva.
Il
dottor Gallaroli e Patrini tornarono a guardare in faccia al dottor Moscati con
quell'atto di chi non comprende nulla.
E
il Moscati:
-
Va benissimo che i preparati anatomici e le lezioni di chirurgia pratica e
quelle di medicina non ci devan lasciare il tempo di pensare alle cose di
questo mondo. Ma il sole e la luna si vedono, come il freddo e il caldo si
sentono anche senza volerlo, perchè sono essi medesimi che si fan vedere e
sentire. E così è del fatto presente. Non sapete dunque quel che si dice in
tutta Milano, che cioè il lacchè Suardi deve aver trafugato un testamento per
insinuazione del... sì, signori, del conte?
-
Che? cosa dite?
-
Oibò!!...
-
Oibò? perchè oibò? vediamo. L'accusa per cui il lacchè Suardi è ora al Capitano
di giustizia, è precisamente ch'esso abbia rubate delle carte preziose al
marchese defunto, tra le quali un testamento, e un testamento a favore d'un suo
figlio naturale. Questo testamento a danno di chi era? Del conte. La scomparsa
di questo testamento a vantaggio di chi era? Del conte. Il lacchè a trafugare
delle carte cosa poteva guadagnare per sè? Niente. Qualcuno dunque lo dee avere
istigato. Chi dunque? Colui solo che ci ha interesse. E chi può essere questo
colui? Il conte. Vi parrebbe ancora di sbagliare a credere che non può essere
che il conte?... Suvvia dunque... già io non vado dall'illustrissimo signor
capitano a ripetere queste parole, che del resto sono in bocca a tutta Milano.
Nè io voglio dire in giudizio che la causa per cui l'anguilla di Comacchio si
fermò sullo stomaco del signor conte, fu l'annuncio improvviso della cattura
del lacchè, nel punto precisamente che i fluidi gastrici lavoravano a manipolare
il suo chilo. Fate che domani il lacchè possa escire innocente o dichiarato
tale dal Senato... e allora vi accorgerete che siamo ancora in tempo a salvare
la vita del signor conte; perchè tolta la causa permanente che non gli lascia
aver tregua, è salvo. Son morti degli uomini sul colpo per un eccesso di paura,
di collera, d'affanno. È dunque già molto che il conte sia ancor vivo...
perchè, colleghi miei carissimi, il caso è serio; e se il lacchè dà fuori il
nome del conte, vedete che scandalo, che onta, che vitupero!! Ma torniamo
all'Ospedale il quale in certi casi è più allegro del Capitano di giustizia e
del Senato, e spesso un forcipe fa meno paura d'un articolo delle istituzioni
criminali.
Dicendo
questo, aprì lo sportello della sua carrozza, traendoselo dietro a richiudersi
romorosamente. Gli altri fecero lo stesso, e i cavalli si mossero con trotto
dignitoso e scientifico.
Entrati
nella stanza da letto del conte F..., la regola generale vorrebbe che ne
facessimo la descrizione esatta, minuta, circostanziata, come si usava una
volta dai romanzieri che facevano l'esercizio comandati dal generale Walter
Scott, o meglio, come si pratica negli inventarj e negli atti di consegna. Noi
però lasceremo una tale descrizione a chi vuol fare uno studio di stile, e
collocare a loro posto le parole registrate nel dizionario domestico del chiaro
professor Carena; e d'altra parte lasceremo ai pittori la libertà di
volteggiare con tutta la loro fantasia per rinvenire una degna cornice al
signor conte F..., per sua disgrazia gravemente ammalato, tanto gravemente che
il dottor Gallaroli ebbe e scrollare più volte la testa, e in fine a trovare la
necessità di domandare un consulto per togliersi dalle spalle l'intera responsabilità
della troppo possibil morte dell'illustrissimo suo cliente. Venuto al letto del
quale, il dottor Moscati, che ci vedeva poco e allora non ci vedeva punto
perchè la stanza era fatta quasi buja dalle persiane semichiuse e dalle tendine
di seta verde, ordinò sgarbatamente alla vecchia cameriera, che stava al
capezzale, di aprire e di lasciar entrar nella stanza tutta la luce che era
disponibile.
I
tre dottori gettarono allora un'occhiata acuta e profonda sulla faccia
dell'ammalato, che la teneva sprofondata nel cuscino sovrapposto ad altri
quattro, tutti messi a merletti e a trine; ma i merletti e le trine facean
parere più cruda l'antitesi di quella faccia ossuta, gialla, solcata,
distrutta.
I
tre medici, a questa prima esplorazione, si guardarono senza far motto, ma si
compresero; tanto che il Gallaroli, il dottor della cura:
-
Eppure, disse, non è decombente che da otto giorni.
Il
Moscati, vecchio cinico, bisbetico e senza prudenza, crollò la testa e passò a
toccare il polso dell'ammalato; atto che fu susseguito da un'altra scrollata di
testa.
-
Che un tale stato, soggiunse poi, possa essere la conseguenza di una
replezione, lo credo, perchè lo dite voi; se foste un medico novizio vi direi
che quello di toccar polsi non è il vostro mestiere. Cosa m'avete detto ch'egli
abbia mangiato?...
-
Anguilla di Comacchio, professore; un suo cibo prediletto. Ma egli è solito di
mangiarne a dismisura, per quanto io ne lo abbia tante e tante volte
sconsigliato. Tutti i venerdì, per sua degnazione, io pranzo qui... e tutti i
venerdì mi è toccato dirgli: badi che è troppo, e le farà male; e quel che
previdi è avvenuto. Onde, che questo sia un caso gravissimo di replezione, non
è possibile negarlo, professore. Prima di pranzo il conte stava bene, non è
vero, conte?
Il
conte accennò di sì, e, facendo cenno al dottore che gli si accostasse,
soggiunse a voce bassa:
-
Tant'è vero che ho mangiato troppo, perchè credevo di poter mangiare.
-
Stia zitto, signor conte... Ma tornando a noi, egli stava bene prima di pranzo,
e continuò a star bene anche dopo; anzi vi dirò che, quando il cameriere che
portava lo sciampagna, entrò a dar la notizia che ci fece strabiliar tutti, che
il lacchè Galantino, catturato a Venezia e fatto viaggiare sotto buona scorta,
era stato consegnato un momento prima al Capitano di giustizia, il conte stava
tanto bene che, a questa notizia, balzò in piedi e disse: Sono assai contento
di questo; da quella canaglia Dio sa che sarà per saltar fuori adesso che è
nelle mani della giustizia... Io poi ho uno speciale interesse perchè parli e
sia fatto parlare... - e qui bevve due o tre bicchieri di sciampagna l'uno dopo
l'altro, e si cacciò poscia a motteggiare e a ridere in modo tale che non è del
suo temperamento... Figuratevi, professore, quanto il conte stesse bene... Se
non che egli uscì, e alcuni momenti dopo... qui, questa donna entrò in sala
tutta scalmanata a dirmi: Venga un po' là, dottore, che il signor conte sta
male, male assai, e par che gli manchi il respiro e voglia morire. Io accorsi.
Era gettato a stramazzone sulla poltrona, fuggita la pupilla, fuggito il polso.
Come vedono, signori professori, non era il caso di una cacciata di sangue. Gli
feci dunque servire una limonata acidissima e tepida, dopo la quale, quando si
riebbe, lo feci porre a letto, e sebbene la giornata fosse calda per sè,
provvidi a farlo ristorare con panni caldi; e così attesi il beneficio del
sonno e delle dodici ore della notte.
-
Ben pensato, ben provveduto. Non c'era a far altro...
Così
diceva il professore Patrini.
-
Tutto va bene, soggiungeva il Moscati, ma il giorno dopo, come lo avete trovato
il giorno dopo?
-
Peggio che mai. Era bensì tornato in sè stesso, ma accusava dolore profondo
alla testa, dolore insopportabile allo stomaco. Il polso era duro e inerte...
Passammo a' purganti... non se ne ottenne nulla. Ed ora sono scorsi otto
giorni, e quasi son venuto in sospetto che l'impedimento sia meccanico. In
tanti anni di cura non mi è mai capitato un caso tanto ribelle alla scienza...
chè tutto quello che essa può consigliare fu amministrato. Cosa ne pensa il
professore Moscati?
-
Penso che bisognerebbe conoscere la causa per cui l'anguilla di Comacchio gli
ostruì il ventricolo.
-
La causa è il cibo medesimo mangiato, anzi divorato in eccesso.
-
Va bene... ma questa causa essendo conosciuta, non dovrebb'essere poi tanto
intrattabile alla mano risoluta della scienza. Secondo il mio parere, quando
gli effetti sono permanenti, e non si modificano nè in più nè in meno sotto al
lavoro medico, è indizio che la causa è ignota; ora il nostro studio
dovrebb'essere di rintracciar questa causa, per conoscere s'ella sia di tal
natura da esser poi governata colla medicina.
Il
dottor Gallaroli e il chirurgo Patrini si guardarono in faccia come se non
avessero ben afferrato il concetto del professore Moscati.
Ma
a questo punto l'ammalato, con voce fonda e intercalata da riposi asmatici, e
tuttavia piena di fremito e d'ira:
-
Che cosa dunque si conchiude? disse, posso guarire o no? Di che natura è questa
malattia?
-
Il dottor Gallaroli non ha sbagliato, rispose Moscati. La cura a cui ha
sottoposta la signoria vostra illustrissima era l'unica e ragionevole. Ma se il
corpo del signor conte non risponde ai trattamenti medici, i medici non possono
fare miracoli. Tuttavia speri; e qui tornò a tastargli il polso.
-
La febbre è feroce, soggiunse. Il dottor Gallaroli non può che continuare
nell'intrapresa cura. D'impedimenti meccanici non credo che sia nemmeno a
parlare. Che ne dice il professor Patrini?
-
Non c'è sintomo di sorta che accusi un tale impedimento; onde in questo caso
non c'è altro che attenersi ad una cura d'aspettativa.
Qui
il dottor Gallaroli scrisse una ricetta, toccò anch'esso un'altra volta il
polso dell'ammalato, lo tasteggiò alle regioni dello stomaco, poi conchiuse:
-
Tornerò sul finire della giornata. E partì insieme coi due medici consulenti.
Quando
aprirono l'uscio della stanza, urtarono in un gruppo di persone che stavan
tutte origliando, servitori e cameriere, e confuso con loro l'agente della
casa, signor Rotigno. - Il figlio del signor conte, giovinetto di vent'anni,
che in casa era chiamato don Alberico, passeggiava innanzi e indietro per
quell'antisala, tristo in volto, ma vestito con attillatura soverchia, e che
certo contrastava e colla gravezza della circostanza e col suo volto medesimo.
Ma più di quella medesima attillatura, ciò che facea meraviglia era la
preoccupazione ch'esso aveva del proprio aspetto, fermandosi di tanto in tanto
a contemplare sè stesso nei due specchioni che dall'alto al basso ornavano due
pareti della sala.
Quando
i tre medici uscirono, il signor Rotigno tenne loro dietro.
-
E così? come si mette, dottore? chiese al Gallaroli.
-
Male, male assai.
-
Tanto male, soggiunse il dottor Moscati, che, per ogni buon conto, sarebbe
opportuno mandare pel prete.
Don
Alberico, che, intento a guardar l'effetto d'un neo applicato per la prima
volta in quella mattina dal parrucchiere all'angolo del suo occhio destro, non
s'era accorto dei tre consulenti ch'erano usciti in quel punto, fu scosso a
quella parola prete, e si volse e domandò:
-
Come dunque hanno trovato il conte mio padre?..
-
Fatevi coraggio, don Alberico, ma non a caso ha detto il dottor Moscati... che
c'è bisogno del prete.
Quando
i medici si trovaron soli sotto all'atrio del Palazzo:
-
Ora ci spiegherete, dottore, disse Patrini a Moscati, quel che avete voluto
intendere quando avete parlato della causa della malattia...
Il
dottor Moscati crollò allora la testa, e rispose:
-
Mi accorgo che nel libro della vita si legge meglio quanti più anni si hanno; e
siccome io sono ancora più vecchio di voi altri due, così mi sono accorto di
ciò che voi non avete intraveduto. Tuttavia, caro dottor Gallaroli, voi che
siete della famiglia, avevate l'obbligo di accorgervi di qualche cosa. Quando
mi avete detto, che il malore scoppiò subito dopo l'annuncio della cattura del
lacchè, ho tosto compreso da che tutto deriva.
Il
dottor Gallaroli e Patrini tornarono a guardare in faccia al dottor Moscati con
quell'atto di chi non comprende nulla.
E
il Moscati:
-
Va benissimo che i preparati anatomici e le lezioni di chirurgia pratica e
quelle di medicina non ci devan lasciare il tempo di pensare alle cose di
questo mondo. Ma il sole e la luna si vedono, come il freddo e il caldo si sentono
anche senza volerlo, perchè sono essi medesimi che si fan vedere e sentire. E
così è del fatto presente. Non sapete dunque quel che si dice in tutta Milano,
che cioè il lacchè Suardi deve aver trafugato un testamento per insinuazione
del... sì, signori, del conte?
-
Che? cosa dite?
-
Oibò!!...
-
Oibò? perchè oibò? vediamo. L'accusa per cui il lacchè Suardi è ora al Capitano
di giustizia, è precisamente ch'esso abbia rubate delle carte preziose al
marchese defunto, tra le quali un testamento, e un testamento a favore d'un suo
figlio naturale. Questo testamento a danno di chi era? Del conte. La scomparsa
di questo testamento a vantaggio di chi era? Del conte. Il lacchè a trafugare
delle carte cosa poteva guadagnare per sè? Niente. Qualcuno dunque lo dee avere
istigato. Chi dunque? Colui solo che ci ha interesse. E chi può essere questo
colui? Il conte. Vi parrebbe ancora di sbagliare a credere che non può essere
che il conte?... Suvvia dunque... già io non vado dall'illustrissimo signor
capitano a ripetere queste parole, che del resto sono in bocca a tutta Milano.
Nè io voglio dire in giudizio che la causa per cui l'anguilla di Comacchio si
fermò sullo stomaco del signor conte, fu l'annuncio improvviso della cattura
del lacchè, nel punto precisamente che i fluidi gastrici lavoravano a
manipolare il suo chilo. Fate che domani il lacchè possa escire innocente o
dichiarato tale dal Senato... e allora vi accorgerete che siamo ancora in tempo
a salvare la vita del signor conte; perchè tolta la causa permanente che non
gli lascia aver tregua, è salvo. Son morti degli uomini sul colpo per un
eccesso di paura, di collera, d'affanno. È dunque già molto che il conte sia
ancor vivo... perchè, colleghi miei carissimi, il caso è serio; e se il lacchè
dà fuori il nome del conte, vedete che scandalo, che onta, che vitupero!! Ma
torniamo all'Ospedale il quale in certi casi è più allegro del Capitano di
giustizia e del Senato, e spesso un forcipe fa meno paura d'un articolo delle
istituzioni criminali.
Dicendo
questo, aprì lo sportello della sua carrozza, traendoselo dietro a richiudersi
romorosamente. Gli altri fecero lo stesso, e i cavalli si mossero con trotto
dignitoso e scientifico.
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