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Noi non abbiamo novità da dire.
La propaganda non è, e non può
essere, che la ripetizione continua, instancabile di quei principii, che
debbono servirci di guida nella condotta che dobbiamo seguire nelle varie
contingenze della vita.
Ripeteremo dunque, con parole
più o meno differenti, ma con fondo costante, il nostro vecchio programma
socialista-anarchico-rivoluzionario.
* * *
Noi crediamo che la più gran
parte dei mali che affliggono gli uomini dipende dalla cattiva organizzazione
sociale; e che gli uomini, volendo e sapendo, possono distruggerli.
La società attuale è il
risultato delle lotte secolari che gli uomini han combattuto tra di loro. Non
comprendendo i vantaggi che potevano venire a tutti dalla cooperazione e dalla
solidarietà, vedendo in ogni altro uomo (salvo al massimo i più vicini per
vincoli di sangue) un concorrente ed un nemico, han cercato di accaparrare,
ciascun per sé, la più grande quantità di godimenti possibili, senza curarsi
degli interessi degli altri.
Data la lotta, naturalmente i
più forti, o i più fortunati, dovevano vincere, ed in vario modo sottoporre ed
opprimere i vinti.
Fino a che l'uomo non fu capace
di produrre di più di quello che bastava strettamente al suo mantenimento, i
vincitori non potevano che fugare o massacrare i vinti ed impossessarsi degli alimenti
da essi raccolti.
Poi, quando con la scoperta
della pastorizia e dell'agricoltura un uomo potette produrre più di ciò che gli
occorreva per vivere, i vincitori trovarono più conveniente ridurre i vinti in
schiavitù e farli lavorare per loro.
Più tardi, i vincitori si
avvisarono che era più comodo, più produttivo e più sicuro sfruttare il lavoro
altrui con un altro sistema: ritenere per sé la proprietà esclusiva della terra
e di tutti i mezzi di lavoro, e lasciar nominalmente liberi gli spogliati, i quali
poi, non avendo mezzi di vivere, erano costretti a ricorrere ai proprietari ed
a lavorare per conto loro, ai patti che essi volevano.
Così, man mano, attraverso tutta
una rete complicatissima di lotte di ogni specie, invasioni, guerre,
ribellioni, repressioni, concessioni strappate, associazioni di vinti unitisi
per la difesa, e di vincitori unitisi per l'offesa, si è giunti allo stato
attuale della società, in cui alcuni detengono ereditariamente la terra e tutta
la ricchezza sociale, mentre la grande massa degli uomini, diseredata di tutto,
è sfruttata ed oppressa dai pochi proprietari.
Da questo dipende lo stato di
miseria in cui si trovano generalmente i lavoratori, e tutti i mali che dalla
miseria derivano: ignoranza, delitti, prostituzione, deperimento fisico,
abbiezione morale, morte prematura. Da questo, la costituzione di una classe
speciale (il governo), la quale, fornita di mezzi materiali di repressione, ha
missione di legalizzare e difendere i proprietari contro le rivendicazioni dei
proletari; e poi si serve della forza che ha, per creare a sé stessa dei
privilegi e sottomettere, se può, alla supremazia anche la stessa classe
proprietaria. Da questo, la costituzione di un'altra classe speciale (il
clero), la quale con una serie di favole sulla volontà di Dio, sulla vita
futura, ecc. cerca d'indurre gli oppressi a sopportare docilmente l'oppressore,
ed al pari del governo, oltre di fare gli interessi dei proprietari, fa anche i
suoi propri. Da questo, la formazione di una scienza officiale che è, in tutto
ciò che può servire agli interessi dei dominatori, la negazione della scienza
vera. Da questo, lo spirito patriottico, gli odii di razza, le guerre e le paci
armate, più disastrose delle guerre stesse. Da questo, l'amore trasformato in
turpe mercato. Da ciò l'odio più o meno larvato, la rivalità, il sospetto fra
tutti gli uomini, l'incertezza e la paura per tutti.
Tale stato di cose noi vogliamo
radicalmente cambiare. E poiché tutti questi mali derivano dalla ricerca del
benessere fatta da ciascuno per conto suo e contro tutti, noi vogliamo
rimediarvi sostituendo all'odio l'amore, alla concorrenza la solidarietà, alla
ricerca esclusiva del proprio benessere la cooperazione ed all'imposizione la
libertà, alla menzogna religiosa e pseudoscientifica la verità.
Dunque:
1. Abolizione della proprietà
privata della terra, delle materie prime e degli strumenti di lavoro, perché
nessuno abbia il mezzo di vivere sfruttando il lavoro altrui, e tutti avendo
garantiti i mezzi per produrre e vivere, siano veramente indipendenti e possano
associarsi agli altri liberamente, per l'interesse comune e conformemente alle
proprie simpatie.
2. Abolizione del governo e di
ogni potere che faccia la legge e la imponga agli altri: quindi abolizione di
monarchie, repubbliche, parlamenti, eserciti, polizie, magistratura, ed ogni
qualsiasi istituzione dotata di mezzi coercitivi.
3. Organizzazione della vita
sociale per opera di libere associazioni e federazioni di produttori e di
consumatori, fatte e modificate secondo la volontà dei componenti, guidati
dalla scienza e dall'esperienza e liberi da ogni imposizione che non derivi
dalle necessità naturali, a cui ognuno, vinto dal sentimento stesso della
necessità ineluttabile, volontariamente si sottomette.
4. Garentiti i mezzi di vita, di
sviluppo, di benessere ai fanciulli, ed a tutti coloro che sono impotenti a
provvedere a loro stessi.
5. Guerra alle religioni ed a
tutte le menzogne, anche se si nascondono sotto il manto della scienza.
Istruzione scientifica per tutti e fino ai suoi gradi più elevati.
6. Guerra al patriottismo.
Abolizione delle frontiere; fratellanza fra tutti i popoli.
7. Ricostruzione della famiglia,
in quel modo che risulterà dalla pratica dell'amore libero da ogni vincolo
legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso.
Questo il nostro ideale.
* * *
Abbiamo esposto a sommi capi
qual è lo scopo che vogliamo raggiungere, quale l'ideale pel quale lottiamo.
Ma non basta desiderare una cosa:
se si vuole ottenerla davvero bisogna impiegare i mezzi adatti al suo
conseguimento. E questi mezzi non sono arbitrari, ma derivano, necessariamente,
dal fine cui si mira e dalle circostanze nelle quali si lotta; giacché,
ingannandosi sulla scelta dei mezzi, non si raggiungerebbe il fine propostosi,
ma un altro, magari opposto, che sarebbe conseguenza naturale, necessaria, dei
mezzi adoperati. Chi si mette in cammino e sbaglia strada, non va dove vuole,
ma dove lo porta la strada percorsa.
Occorre, dunque, dire quali sono
i mezzi che, secondo noi, conducono allo scopo prefissoci, e che noi intendiamo
adoperare.
Il nostro ideale non è di quelli
il cui conseguimento dipende dall'individuo considerato isolatamente. Si tratta
di cambiare il modo di vivere in società, di stabilire tra gli uomini rapporti
di amore e solidarietà, di conseguire la pienezza dello sviluppo materiale,
morale e intellettuale, non per un individuo solo, non per i membri di una data
classe o di un dato partito, ma per tutti quanti gli esseri umani, — e questo
non è cosa che si possa imporre colla forza, ma deve sorgere dalla coscienza
illuminata di ciascuno ed attuarsi mediante il libero consentimento di tutti.
Nostro primo compito quindi deve
esser quello di persuader la gente.
Bisogna che noi richiamiamo
l'attenzione degli uomini sui mali che soffrono e sulla possibilità di
distruggerli. Bisogna che suscitiamo in ciascuno la simpatia pei mali altrui ed
il desiderio vivo del bene di tutti.
A chi-ha fame e freddo noi
mostreremo come sarebbe possibile, e facile, assicurare a tutti la
soddisfazione dei bisogni materiali. A chi è oppresso e vilipeso, noi diremo
come si può vivere felicemente in una società di liberi e di uguali, a chi è
tormentato dall'odio e dal rancore noi additeremo la via per raggiungere,
amando i propri simili, la pace e la gioia del cuore.
E quando saremo riusciti a far
nascere nell'animo degli uomini il sentimento di ribellione contro i mali
ingiusti ed inevitabili di cui si soffre nella società presente, ed a far comprendere
quali sono le cause di questi mali e come dipenda dalla volontà umana
l'eliminarli; quando avremo ispirato il desiderio vivo, prepotente, di
trasformare la società per il bene di tutti, allora i convinti per impulso
proprio e per la spinta di coloro che li han preceduti nella convinzione, si
uniranno e vorranno, e potranno attuare i comuni ideali.
Sarebbe — lo abbiam già detto —
assurdo ed in contradizione col nostro scopo il voler imporre la libertà,
l'amore fra gli uomini, lo sviluppo integrale di tutte le facoltà umane per
mezzo della forza. Bisogna dunque contare sulla libera volontà degli altri, e
la sola cosa che possiamo fare è quella di provocare il formarsi ed il
manifestarsi di detta volontà. Ma sarebbe però egualmente assurdo e contrario
al nostro scopo l'ammettere che coloro i quali non la pensano come noi
c'impediscano di attuare la nostra volontà, sempre che essa non leda il loro
diritto ad una libertà eguale alla nostra.
Libertà, dunque, per tutti di
propagare ed esperimentare le proprie idee, senza altro limite che quello che
risulta naturalmente dall'eguale libertà di tutti.
* * *
Ma a questo si oppongono — e si
oppongono colla forza brutale — coloro che sono i beneficiari degli attuali
privilegi e dominano e regolano tutta la vita sociale presente.
Essi hanno in mano tutti i mezzi
di produzione, e quindi sopprimono, non solo la possibilità di esperimentare
nuovi modi di convivenza sociale, non solo il diritto dei lavoratori di vivere
liberamente col proprio lavoro, ma anche lo stesso diritto all'esistenza, ed
obbligano chi non è proprietario a lasciarsi sfruttare ed opprimere se non
vuole morire di fame.
Essi hanno polizie,
magistrature, eserciti, creati appositamente per difendere i loro privilegi; e
perseguitano, incarcerano, massacrano coloro che oggi tengono sottoposti.
Lasciando da parte l'esperienza
storica (la quale dimostra che mai una classe privilegiata si è spogliata, in
tutto o in parte, dei suoi privilegi, e mai un governo ha abbandonato il potere
se non vi è stato obbligato dalla forza), bastano i fatti contemporanei per
convincere chiunque che la borghesia ed i governi intendono impiegare la forza
materiale per difendersi, non solo contro l'espropriazione totale, ma anche
contro le più piccole pretese popolari, e son pronti sempre alle più atroci
persecuzioni, ai più sanguinosi massacri.
Al popolo che vuole emanciparsi
non resta altra via che quella di opporre la forza alla forza.
* * *
Risulta da quanto abbiam detto
che noi dobbiamo lavorare per risvegliare negli oppressi il desiderio vivo di
una radicale trasformazione sociale, e persuaderli che, unendosi, essi hanno la
forza di vincere; dobbiamo propagare il nostro ideale e preparare le forze
morali e materiali necessarie a vincere le forze nemiche, e ad organizzare la
nuova società. E quando avrem la forza sufficiente, dobbiamo, profittando delle
circostanze favorevoli che si producono o creandole noi stessi, fare la
rivoluzione sociale, abbattendo, colla forza, il governo; espropriando, colla
forza, il governo; espropriando, colla forza, i proprietari; mettendo in comune
i mezzi di vita e di produzione: ed impedendo che nuovi governi vengano a
imporre la loro volontà e ad ostacolare la riorganizzazione sociale fatta
direttamente dagli interessati.
* * *
Tutto questo però è meno
semplice di quello che potrebbe a prima giunta parere.
Noi abbiamo da fare cogli uomini
quali sono nell'attuale società, in condizioni morali e materiali
disgraziatissime; e ci inganneremmo pensando che basta la propaganda per elevarli
a quel grado di sviluppo intellettuale e morale che è necessario alla
attuazione dei nostri ideali.
Tra l'uomo e l'ambiente sociale
vi è un'azione reciproca. Gli uomini fanno la società come essa è, e la società
fa gli uomini come essi sono e da ciò risulta una specie di circolo vizioso:
per trasformare la società bisogna trasformare gli uomini, e per trasformare
gli uomini bisogna trasformare la società.
La miseria abbrutisce l'uomo e
per distruggere la miseria bisogna che gli uomini abbiano coscienza e volontà.
La schiavitù educa gli uomini ad essere schiavi, e per liberarsi dalla
schiavitù v'è bisogno di uomini aspiranti a libertà. L'ignoranza fa sì che gli
uomini non conoscano le cause dei loro mali e non sappiano rimediarvi, e per
distruggere l'ignoranza bisogna che gli uomini abbiano il tempo ed il modo
d'istruirsi.
Il governo abitua la gente a
subìre la legge ed a credere che la legge sia necessaria alla società: e per
abolire il governo bisogna che gli uomini siano persuasi della sua inutilità e
del suo danno.
Come uscire da questo circolo
vizioso?
Fortunatamente la società
attuale non è stata formata dalla volontà illuminata di una classe dominante
che abbia potuto ridurre tutti i dominati a strumenti passivi ed incoscienti
dei suoi interessi. Essa è il risultato di mille lotte intestine, di mille
fattori naturali ed umani agenti casualmente senza criteri direttivi; e quindi
non vi sono divisioni nette né tra gli individui né tra le classi.
Infinite sono le varietà di
condizioni materiali; infiniti i gradi di sviluppo morale ed intellettuale; e
non sempre — diremmo quasi molto raramente — il posto che uno occupa in società
corrisponde alle sue aspirazioni. Spesso alcuni cadono in condizioni inferiori
a quelle a cui sono abituati, ed altri per circostanze eccezionalmente
favorevoli, riescono ad elevarsi a condizioni superiori a quelle in cui sono
nati. Una parte notevole del proletariato è già arrivata ad uscire dallo stato
di miseria assoluta, abbrutente, o non ha mai potuto esservi ridotta; nessun
lavoratore, o quasi nessuno, si trova nello stato d'incoscienza completa, di
completa acquiescenza alle condizioni che gli fanno i padroni. E le stesse
istituzioni, quali sono state prodotte dalla storia, contengono delle
contradizioni organiche che sono come dei germi di morte, i quali sviluppandosi
producono la dissoluzione dell'istituzione e la necessità della trasformazione.
Da ciò la possibilità del progresso; — ma non la possibilità di portare, per
mezzo della propaganda, tutti gli uomini al livello necessario perché vogliano
e facciano l'anarchia, senza un'anteriore graduale trasformazione
dell'ambiente.
Il progresso deve camminare
contemporaneamente, parallelamente negli individui e nell'ambiente. Dobbiamo
profittare di tutti i mezzi, di tutte le possibilità, di tutte le occasioni che
ci lascia l'ambiente attuale, per agire sugli uomini e sviluppare la loro
coscienza ed i loro desideri; dobbiamo utilizzare tutti i progressi avvenuti
nella coscienza degli uomini per indurli a reclamare ed imporre quelle maggiori
trasformazioni sociali che sono possibili e che meglio servono ad aprir la via
a progressi ulteriori.
Noi non dobbiamo aspettare di
poter fare l'anarchia, ed intanto limitarci alla semplice propaganda. Se
facessimo così, presto avremmo esaurito il campo; avremmo convertiti, cioè,
tutti quelli che nell'ambiente attuale sono suscettibili di comprendere ed
accettare le nostre idee, e la nostra ulteriore propaganda resterebbe sterile,
o se delle trasformazioni d'ambiente elevassero nuovi strati popolari alla
possibilità di ricevere idee nuove, ciò avverrebbe senza l'opera nostra, forse
contro l'opera nostra, e quindi con pregiudizio delle nostre idee.
Noi dobbiamo cercare che il
popolo, nella sua totalità o nelle sue varie frazioni, pretenda, imponga,
prenda da sé, tutti i miglioramenti, tutte le libertà che desidera, mano mano
che giunge a desiderarle ed ha la forza d'imporle: e, propagando sempre tutto
intero il nostro programma e lottando sempre per la sua attuazione integrale,
dobbiamo spingere il popolo a pretendere ed imporre sempre di più, fino a che
non ha raggiunto l'emancipazione completa.
* * *
L'oppressione che più
direttamente preme sui lavoratori, e che è la causa principale di tutte le
soggezioni morali e materiali cui i lavoratori sottostanno, è l'oppressione
economica, vale a dire lo sfruttamento che i padroni ed i commercianti
esercitano su di loro, grazie all'accaparramento di tutti i grandi mezzi di
produzione e di scambi.
Per sopprimere radicalmente e
senza pericolo di ritorno questa oppressione, occorre che il popolo tutto sia
convinto del diritto che esso ha all'uso dei mezzi di produzione, e che attui
questo suo diritto primordiale espropriando i detentori del suolo e di tutte le
ricchezze sociali e mettendo quello e queste a disposizione di tutti.
Ma si può ora stesso metter mano
a questa espropriazione? Si può oggi passare direttamente, senza gradi
intermedi, dall'inferno in cui si trova ora il proletariato, al paradiso della
proprietà comune?
La prova che il popolo non è ancora
capace di espropriare i proprietari sta nel fatto che non li espropria.
Che cosa bisogna fare nel mentre
che arrivi il giorno dell'espropriazione?
Compito nostro è quello di
preparare il popolo, moralmente e materialmente, a questa necessaria espropriazione;
e di tentarla e ritentarla, ogni volta che una scossa rivoluzionaria ce ne
presenta l'occasione, fino al trionfo definitivo. Ma in che modo possiamo
preparare il popolo? In che modo preparare le condizioni che rendono possibile,
non solo il fatto materiale dell'espropriazione, ma l'utilizzazione, a
vantaggio di tutti, della ricchezza comune?
Abbiamo detto antecedentemente
che la sola propaganda, parlata o scritta, è impotente a conquistare alle
nostre idee tutta quanta la grande massa popolare. Occorre una educazione
pratica, la quale sia a volta a volta causa ed effetto di una graduale
trasformazione dell'ambiente. Occorre che a mano a mano che si sviluppano nei
lavoratori il senso di ribellione contro le ingiuste ed inutili sofferenze di
cui son vittime, ed il desiderio di migliorare le loro condizioni, essi, uniti
e solidali tra loro, lottino per il conseguimento di quel che desideriamo.
E noi, e come anarchici e come
lavoratori, dobbiamo provocarli ed incoraggiarli alla lotta e lottare con loro.
Ma sono possibili, in regime
capitalistico, questi miglioramenti? Sono essi utili, dal punto di vista della
futura emancipazione integrale dei lavoratori?
Qualunque siano i risultati
pratici della lotta per i miglioramenti immediati, l'utilità principale sta
nella lotta stessa. Con essa gli operai imparano ad occuparsi dei loro
interessi di classe, imparano che il padrone ha interessi opposti ai loro e che
essi non possono migliorare le loro condizioni, ed anche meno emanciparsi, se
non unendosi e diventando più forti dei padroni. Se riescono ad ottenere quello
che vogliono, staranno meglio: guadagneranno di più, lavoreranno meno, avranno
più tempo e più forza per riflettere alle cose che loro interessano, e
sentiranno subito desideri maggiori, bisogni maggiori. Se non riescono, saran
condotti a studiare le cause dell'insuccesso ed a riconoscere la necessità di
maggiore unione, di maggiore energia, e comprenderanno infine che a vincere
sicuramente e definitivamente occorre distruggere il capitalismo. La causa della
rivoluzione, la causa dell'elevamento morale del lavoratore e della sua
emancipazione non possono che guadagnare dal fatto che i lavoratori si uniscono
e lottano per i loro interessi.
Ma, ancora una volta, è
possibile che i lavoratori riescano nell'attuale stato di cose, a migliorare
realmente le loro condizioni?
Ciò dipende dal concorso di una
infinità di circostanze.
Malgrado ciò che dicono alcuni,
non esiste una legge naturale (legge dei salari), la quale determina la parte
che va al lavoratore sul prodotto del suo lavoro; o se legge si vuol formulare,
essa non potrebbe essere che questa: il salario non può scendere normalmente al
disotto di quel tanto che è necessario alla vita, né può normalmente salire
tanto da non lasciare nessun profitto al padrone. E chiaro che nel primo caso
gli operai morrebbero e quindi non riscuoterebbero più salario, e nel secondo i
padroni cesserebbero dal far lavorare e quindi non pagherebbero più salari. Ma
tra questi due estremi impossibili vi sono una infinità di gradi, che vanno
dalle condizioni quasi animalesche di gran parte dei lavoratori agricoli fino a
quelle quasi decenti degli operai dei buoni mestieri nelle grandi città. Il
salario, la lunghezza della giornata e tutte le altre condizioni del lavoro
sono il risultato della lotta tra padroni e lavoranti, Quelli cercano di dare
ai lavoranti il meno che possono e di farli lavorare fino a esaurimento
completo; questi cercano, o dovrebbero cercare, di lavorare il meno e
guadagnare il più che possono. Dove i lavoratori si contentano di tutto, o,
anche essendo scontenti, non sanno opporre valida resistenza ai padroni, sono
presto ridotti a condizioni animalesche di vita; dove invece essi hanno un
concetto alquanto elevato del modo come dovrebbero vivere degli esseri umani, e
sanno unirsi e, mediante il rifiuto di lavoro e la minaccia latente o esplicita
di rivolta, imporre rispetto ai padroni, là essi sono trattati in modo
relativamente sopportabile. In modo che può dirsi che il salario, dentro certi
limiti, è quello che l'operaio (non come individuo, s'intende, ma come classe)
pretende.
Lottando dunque, resistendo
contro i padroni, i lavoratori possono impedire, fino ad un certo punto, che le
loro condizioni peggiorino ed anche ottenere dei miglioramenti reali. E la storia
del movimento operaio ha già dimostrato questa verità.
Bisogna però non esagerarsi la
portata di questa lotta combattuta tra operai e padroni sul terreno
esclusivamente economico. I padroni posson cedere, e spesso cedono, innanzi
alle esigenze operaie energicamente espresse fino a quando non si tratti di
pretese troppo grosse; ma quando gli operai incominciassero (ed è urgente che
incomincino) a pretendere un tale trattamento che assorbirebbe tutto il
profitto dei padroni e riuscirebbe così ad un'espropriazione indiretta, è certo
che i padroni appellerebbero il governo a loro soccorso e cercherebbero di
costringere colla violenza gli operai a restare nella loro posizione di schiavi
salariati.
Ed anche prima, ben prima, che gli
operai potessero pretendere di ricevere in compenso del loro lavoro
l'equivalente di tutto ciò che han prodotto, la lotta economica diventa
impotente a continuare a produrre il miglioramento delle condizioni dei
lavoratori.
Gli operai producono tutto e
senza di loro non si può vivere: quindi sembrerebbe che rifiutando il lavoro
essi potessero imporre tutto ciò che vogliono. Ma l'unione di tutti i
lavoratori, anche di un sol mestiere, anche di un sol paese, è difficile ad
ottenere; ed all'unione degli operai si oppone l'unione dei padroni. Gli operai
vivono alla giornata e se non lavorano presto mancano di pane, mentre i padroni
dispongono, mediante il danaro, di tutti i prodotti già accumulati, e quindi
possono tranquillamente aspettare che la fame abbia ridotti a discrezione i
loro salariati. L'invenzione o l'introduzione di nuove macchine rende inutile
l'opera di un gran numero di operai ed accresce il grande esercito dei
disoccupati, che la fame costringe a vendersi a qualunque condizione.
L'immigrazione apporta subito nei paesi dove gli operai riescano a star meglio,
delle folle di lavoratori famelici che, volendo o no, offrono ai padroni il
modo di ribassare i salari. E tutti questi fatti, derivanti necessariamente dal
sistema capitalistico, riescono a controbilanciare il progresso della coscienza
e della solidarietà operaia: spesso camminano più rapidamente di questo
progresso e lo arrestano e lo distruggono. Presto dunque si presenta per gli
operai che intendono emanciparsi, o anche solo di migliorare seriamente le loro
condizioni, la necessità di difendersi contro il governo, la necessità di
attaccare il governo, il quale, legittimando il diritto di proprietà e
sostenendolo colla forza brutale, costituisce una barriera innanzi al
progresso, che bisogna abbattere colla forza se non si vuole restare
indefinitamente nello stato attuale e peggio.
Dalla lotta economica bisogna
passare alla lotta politica, cioè alla lotta contro il governo; ed invece di
opporre ai milioni dei capitalisti gli scarsi centesimi a stento accumulati
dagli operai bisogna opporre ai fucili ed ai cannoni, che difendono la
proprietà, quei mezzi migliori che il popolo potrà trovare per vincere la forza
con la forza.
* * *
Per lotta politica intendiamo la
lotta contro il governo. Governo è l'insieme di quegli individui che detengono
il potere, comunque acquistato, di far la legge ed imporla ai governati, cioè
al pubblico.
Conseguenza dello spirito di
dominio e della violenza con cui alcuni uomini si sono imposti agli altri, esso
è nello stesso tempo creatore e creatura del privilegio e suo difensore
naturale.
Erroneamente si dice che il
governo compie oggi la funzione di difensore del capitalismo, ma che abolito il
capitalismo esso diventerebbe rappresentante e gerente degli interessi generali.
Prima di tutto il capitalismo non si potrà distruggere se non quando i
lavoratori, cacciato il governo, prendano possesso della ricchezza sociale ed
organizzano la produzione ed il consumo, nell'interesse di tutti, da loro
stessi, senza aspettare l'opera di un governo, il quale, anche a volerlo non
sarebbe capace di farlo.
Ma v'è di più: se il capitalismo
fosse distrutto e si lasciasse sussistere un governo, questo, mediante la
concessione di ogni sorta di privilegi, lo creerebbe di nuovo, poiché non
potendo contentar tutti, avrebbe bisogno di una classe economicamente potente
che lo appoggi in cambio della protezione legale e materiale che ne riceve.
Per conseguenza, non si può
abolire il privilegio e stabilire solidamente e definitivamente la libertà e
l'eguaglianza sociale se non abolendo il governo — non questo o quel governo,
ma l'istituzione stessa del governo.
Però, in questo come in tutti i
fatti d'interesse generale, più che in qualunque altro occorre il consenso
della generalità; e perciò dobbiamo sforzarci di persuadere la gente che il
governo è inutile e dannoso, e che si può vivere meglio senza governo.
Ma, come abbiamo già ripetuto,
la sola propaganda è impotente a convincere tutti — e se noi volessimo
limitarci solo a predicare contro il governo, aspettando, altrimenti inerti, il
giorno in cui il pubblico sarà convinto della possibilità ed utilità di abolire
completamente ogni specie di governo, quel giorno non verrebbe mai.
Sempre predicando contro ogni
specie di governo, sempre reclamando la libertà integrale, noi dobbiamo
favorire tutte le lotte per le libertà parziali, convinti che nella lotta
s'impara a lottare, e che incominciando a gustare un po' di libertà si finisce
col volerla tutta. Noi dobbiamo essere sempre col popolo, e quando non
riusciamo a fargli pretender molto, cercare che almeno cominci a pretender
qualche cosa; e dobbiamo sforzarci perché apprenda, poco o molto che voglia, a
volerlo conquistare da sé, e tenga in odio ed in disprezzo chiunque sta o vuole
andare al governo.
Poiché il governo tiene oggi il
potere di regolare, mediante le leggi, la vita sociale ed allargare o
restringere la libertà dei cittadini, noi non potendo ancora strappargli questo
potere, dobbiamo cercare di diminuirglielo, e di obbligarlo a farne l'uso meno
dannoso possibile. Ma questo lo dobbiamo fare stando sempre fuori e contro il
governo, premendo su di lui mediante l'agitazione della piazza, minacciando di
prendere per forza quello che si reclama. Mai dobbiamo accettare una qualsiasi
funzione legislativa, sia essa generale o locale, poiché facendo così
diminuiremmo l'efficacia della nostra azione e tradiremmo l'avvenire della
nostra causa.
* * *
La lotta contro il governo si
risolve, in ultima analisi, in lotta fisica, materiale.
Il governo fa la legge. Esso
dunque deve avere una forza materiale (esercito e polizia) per imporre la
legge, poiché altrimenti non vi ubbidirebbe che chi vuole ed essa non sarebbe
più legge, ma una semplice proposta che ciascuno è libero di accettare e di
respingere. Ed i governi questa forza l'hanno e se ne servono per potere con
leggi fortificare il loro dominio e fare gli interessi delle classi
privilegiate, opprimendo e sfruttando i lavoratori.
Limite all'oppressione del
governo è la forza che il popolo si mostra capace di opporgli.
Vi può essere conflitto aperto o
latente, ma conflitto v'è sempre; poiché il governo non si arresta innanzi al
malcontento ed alla resistenza popolare se non quando sente il pericolo
dell'insurrezione.
Quando il popolo sottostà
docilmente alla legge, o la protesta è debole e platonica, il governo fa i
comodi suoi senza curarsi dei bisogni popolari; quando la protesta diventa
viva, insistente, minacciosa, il governo, secondo che è più o meno illuminato,
cede o reprime. Ma sempre si arriva all'insurrezione, perché se il governo non
cede, il popolo finisce col ribellarsi; e se il governo cede, il popolo
acquista fiducia in sé e pretende sempre di più, fino a che l'incompatibilità
tra la libertà e l'autorità diventa evidente e scoppia il conflitto violento.
È necessario dunque prepararsi
moralmente e materialmente perché allo scoppio della lotta violenta la vittoria
resti al popolo.
* * *
L'insurrezione vittoriosa è il
fatto più efficace per l'emancipazione popolare, poiché il popolo, scosso il
giogo, diventa libero di darsi quelle istituzioni che egli crede migliori, e la
distanza che passa tra la legge, sempre in ritardo, ed il grado di civiltà a
cui è arrivata la massa della popolazione, è varcata d'un salto. L'insurrezione
determina la rivoluzione, cioè il rapido attuarsi delle forze latenti
accumulate durante la precedente evoluzione.
Tutto sta in ciò che il popolo è
capace di volere.
Nelle insurrezioni passate il
popolo, inconscio delle ragioni vere dei suoi mali, ha voluto sempre molto poco,
e molto poco ha conseguito.
Che cosa vorrà nella prossima
insurrezione?
Ciò dipende in parte dalla
nostra propaganda e dall'energia che noi sapremo spiegare.
Noi dovremo spingere il popolo
ad espropriare i proprietari e mettere in comune la roba, ed organizzare la
vita sociale da sé stesso, mediante associazioni liberamente costituite, senza
aspettare gli ordini di nessuno e rifiutando di nominare o riconoscere
qualsiasi governo, qualsiasi corpo che pretenda al diritto di far la legge ed
imporre agli altri la sua volontà.
E se la massa del popolo non
risponderà all'appello nostro, noi dovremo — in nome del diritto che abbiamo di
esser liberi anche se gli altri vogliono restare schiavi e per l'efficacia
dell'esempio — attuare da noi quanto più potremo delle nostre idee, e non
riconoscere il nuovo governo, e mantener viva la resistenza, e far sì che i
comuni dove le nostre idee saranno simpaticamente accolte respingano ogni
ingerenza governativa e si ostinino a voler vivere a modo loro.
Noi dovremo, sopratutto, opporci
con tutti i mezzi alla ricostruzione della polizia e dell'esercito, e
profittare dell'occasione propizia per eccitare i lavoratori allo sciopero
generale con quelle maggiori pretese che a noi riesca d'indurli ad avere.
E comunque vadano le cose,
continuare sempre a lottare, senza un istante di interruzione, contro i
proprietari e contro i governanti, avendo sempre in vista l'emancipazione
completa, economica, politica, morale, di tutta quanta l'umanità.
* * *
Noi vogliamo dunque abolire radicalmente
la dominazione e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo; noi vogliamo che gli
uomini, affratellati da una solidarietà cosciente e voluta, cooperino tutti
volontariamente al benessere di tutti; noi vogliamo che la società sia
costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per
raggiungere il medesimo benessere possibile, il massimo possibile sviluppo
morale e materiale; noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza.
E per raggiungere questo scopo
supremo noi crediamo necessario che i mezzi di produzione siano a disposizione
di tutti, e che nessun uomo, o gruppo di uomini possa obbligare gli altri a
sottostare alla sua volontà, né esercitare la sua influenza altrimenti che con
la forza della ragione e dell'esempio.
Dunque: espropriazione dei
detentori del suolo e del capitale a vantaggio di tutti; ed abolizione del
governo.
Ed aspettando che questo si
possa fare: propaganda dell'ideale; organizzazione delle forze popolari; lotta
continua, pacifica o violenta secondo le circostanze, contro il governo e
contro i proprietari per conquistare quanto più si può di libertà e di
benessere per tutti.
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