a cura
di
Danilo Romei
La cantata di cui
diamo il testo è uno dei numerosi inediti della poesia per musica di Giulio
Rospigliosi. Di essa non sappiamo nulla: né in quali circostanze sia stata scritta,
né per quale destinazione. Ma, considerato il fatto che d’abitudine questi
prodotti scenico-musicali erano composti su commissione, è probabile che la
cantata abbia allietato qualche occasione festiva romana in un aristocratico
teatro di palazzo. Lo stile la dichiara affine alla produzione del periodo
“barberiniano”, anteriore alla partenza dell’autore per la nunziatura in Spagna
(1644), in seguito alla quale si verificò una svolta decisiva nella sua
attività di drammaturgo (della quale la cantata sembra non portare i segni).
Si tratta di una
cantata “profana”, ma solo per definizione di genere e per alcune inflessioni
di stile, perché in realtà l’esito dell’azione scenica non potrebbe essere più
“morale”, se non addirittura “sacro”. La materia è tratta – con adattamenti
significativi – da uno dei serbatoi narrativi prediletti dal Rospigliosi: la Gerusalemme
liberata, dalla quale derivava Erminia sul Giordano e l’episodio del
“teatro nel teatro” nella Comica del Cielo, così come il Palazzo
incantato derivava dall’Orlando furioso e l’azione principale dell’Egisto
dal Decameron. La storia è così familiare agli uomini del suo tempo che
l’autore può rompere ogni indugio e calarsi speditamente in medias res.
La scena si apre nel giardino incantato di Armida nelle Isole Fortunate, dove
la maga saracina tiene prigioniero Rinaldo, in verità più per forza d’amore che
d’incanto. Senza Rinaldo – è il decreto del Cielo – non si può prendere
Gerusalemme. Sono dunque spediti a liberarlo dalla sua dolce prigionia due
cavalieri cristiani, Carlo e Ubaldo, provvisti dal mago d’Ascalona di uno scudo
che ha la virtù di rompere gl’incanti. A questo punto si avvia l’azione.
Scontata,
scontatissima, la trama è ritessuta con ampia «licenza di fingere» (per
prendere in prestito uno dei cardini argomentativi dei Discorsi dell’arte
poetica del Tasso, che calza a pennello all’operare rospigliosiano),
ovverosia di riplasmare la materia in ragione delle nuove circostanze. Va da sé
che la trasmutazione di un testo narrativo in un testo rappresentativo (anche
se non necessariamente scenico) non può procedere per la via di una semplice
translitterazione. Qui non c’è una voce narrante (“fuori campo”, per così dire)
che dichiari e descriva: fatta eccezione per qualche parca didascalia, sono gli
attori stessi che devono parlare anche a nome dell’autore.
Così – per esempio –
il tenero colloquio amoroso in cui Carlo e Ubaldo sorprendono gli amanti, che
nella Liberata s’intravede appena tra le verzure in cui i due cavalieri
si sono infrattati e che sfuma in un’arte di languida e sensuosa suggestione
(arte in cui il Tasso eccelleva da maestro), qui si deve tradurre per forza in
un dialogato, anzi propriamente in un duetto, con la sua regolata alternanza
d’aria e di recitativo, di effusione patetico-melodica e di dialettica
concettosa. Che lo stemperarsi della suggestione tassiana in un parlato (e cantato) fin troppo loquace
non sia a vantaggio del rifacitore è quasi superfluo da dire.
Così – per esempio –
la ninfa procace che più con la sua ridente femminilità che con le sue nude
grazie tentava nella Liberata i tetragoni cavalieri e assurgeva a
vivissimo totem di un edonismo profano, qui veste i panni (più decenti e
dimessi) di una specie di servetta che prende a cuore le passioni della sua
signora e si prodiga per essa: ruolo, in verità, più da commedia borghese che
da diabolico inganno.
Ma il mutamento
capitale, quello che si converte nel perno ideologico attorno al quale ruota
l’azione, è il fallimento del rituale magico dello scudo. Nel Tasso, come tutti
ricorderanno, non appena Rinaldo si specchia nella lucida superficie dello
scudo percepisce con rossore l’onta del suo ozio effeminato e affretta la
partenza (salvo quel poco indugio che pietà gli detta). Nella cantata, invece, lo scudo non cancella
l’incanto d’Amore: rammemora soltanto le leggi dell’Onore, che il cavaliere ha
giurato d’osservare e che nel giardino di Armida ha dimenticato. Ne nasce un
conflitto («Onor mi sprona e mi tormenta Amore!») nel quale la nobile e severa
etica cavalleresca (pur essa valore mondano) non riesce ad avere la meglio
sulla potenza tenace degli affetti. Come un flebile eroe metastasiano, Rinaldo
resta «combattuto» fra due, incapace di risolvere il dialettico dilemma.
Soltanto la Fede – istanza superiore e sovrana – farà pendere risolutamente la
bilancia dal verso della partenza: «Ma in sì fiera procella / Lume di vera Fé
serva di stella. / L’alma, che in questo seno / L’eterno Dio spirò, / Fragil
esser ben può, ma non infida [...]». La virata ideologica è clamante. Non
perché rinsavito cavaliere, ma perché combattente di Cristo Rinaldo ripudia
l’Amore. E nel disegno della riscrittura come non vedere l’applicazione della
poetica barberiniana, che non bandiva il profano, ma lo voleva ossequiente a
una finalità devota?
Ciò detto, mi sembra
di dover aggiungere qualche parola. Quando leggo i versi della cantata
rospigliosiana non posso fare a meno di ricordare l’ingenerosa parodia che –
pur fra le opere rifiutate – di questo stesso episodio scrisse il Manzoni,
mettendo in ridicolo quelle che parevano a lui forzature inventive e
affettazioni stilistiche. Fra il Tasso e il Manzoni non potevano esserci
consonanze; al contrario, fra i classici italiani, il Tasso era probabilmente
quello più vicino al gusto e alla sensibilità del Rospigliosi. Miglior
interprete di lui difficilmente si sarebbe potuto trovare. E anche quando i
suoi versi, enfatizzando per comprensibili ragioni di scena, aggrevano il
sensuale incanto e la femminilità ferita di Armida o l’illanguidita mascolinità
del non più prode Rinaldo, il lettore avvertito non può non ammirare la ben
architettata progettazione del congegno scenico, che rende plausibili – proprio
in virtù della loro armonica contestualità – anche le cadenze più lontane dal
gusto dei moderni. E ancora maggiore, di certo, risulterebbe la suggestione del
testo completo in tutte le sue valenze, quale soltanto l’esecuzione musicale ci
può restituire. Allora la versificazione rospigliosiana acquisterebbe la sua
compiuta melodia, rivelerebbe appieno la sua scaltrita funzionalità. Perché in
questo, nel saper programmare fin dalla prima scaturigine del verso la sua
futura proiezione scenico-musicale, senza arrogarsi la narcisistica e
prevaricatrice compiacenza di un letterato-demiurgo, in questa sapiente umiltà
risiede il genio del Rospigliosi.
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