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La castità
Intimamente congiunta con la pietà, da cui deve ricevere consistenza e
splendore, è l'altra gemma fulgidissima del sacerdote
cattolico, la castità, alla cui perfetta e totale osservanza i chierici della
Chiesa Latina costituiti negli Ordini maggiori sono tenuti con obbligo sì grave
che, trasgredendolo, sarebbero rei anche di sacrilegio.
Che se tale legge non vincola in tutto il suo rigore i
chierici delle Chiese orientali, anche tra essi però il celibato ecclesiastico
è in onore e, in certi casi, specialmente per i supremi gradi gerarchici, è
requisito necessario ed obbligatorio.
Un certo nesso tra questa virtù e il ministero sacerdotale si scorge anche solo col lume della ragione: essendo che "
Dio è spirito " (Gv 4,24), appare
conveniente che chi si dedica e si consacra al servizio di lui, in qualche modo
" si spogli del corpo". Già gli antichi Romani avevano intravisto
questa convenienza; una loro legge così formulata:
" Agli dèi accostati castamente ", viene citata dal più grande dei
loro oratori, aggiungendovi questo commento: " La legge comanda di
accostarsi agli dèi castamente, cioè con l'anima casta, in cui sta ogni cosa;
non esclude però la castità del corpo, ma questo si deve intendere così, che,
essendo l'anima di molto superiore al corpo, se si deve conservare la purezza
del corpo, molto più si deve custodire quella dell'anima ". Nell'Antico
Testamento, ad Aronne e a' suoi figliuoli
fu comandato da Mosè in nome di Dio di non uscire dal
Tabernacolo e quindi di osservare la continenza nei sette giorni in cui si
compiva la loro consacrazione (cf Lv
8,33-35).
Ma al sacerdozio cristiano, tanto superiore
all'antico, conveniva una purezza molto maggiore. Infatti
la legge del celibato ecclesiastico, la cui prima traccia scritta (la quale
evidentemente suppone una prassi più antica) si riscontra in un canone del
Concilio di Elvira all'inizio del secolo IV, quando ancora fremeva la
persecuzione, non fa che dar forza di obbligazione a una certa, diremmo quasi,
morale esigenza, che sgorga dal Vangelo e dalla predicazione apostolica. L'alta
stima in cui il Divino Maestro mostrò di avere la castità, esaltandola come
cosa superiore alla comune capacità, il saperlo " fiore di Madre Vergine
" e fin dall'infanzia allevato nella famiglia verginale di Maria e Giuseppe, il vederlo prediligere le anime pure,
come i due Giovanni, il Battista e l'Evangelista; l'udire il grande Apostolo
Paolo, fedele interprete della legge evangelica e del pensiero di Cristo,
predicare i pregi inestimabili della verginità, specialmente in ordine ad un
più assiduo servizio di Dio: " Chi è senza moglie, ha sollecitudine delle
cose del Signore, del compiacere a Dio " (1 Cor 7,32); tutto questo
doveva quasi necessariamente far sì che i sacerdoti della Nuova Alleanza
sentissero il fascino celestiale di questa eletta
virtù, cercassero di essere nel numero di quelli " ai quali è stato concesso
di comprendere questa parola " (cf Mt 19,11), e se ne imponessero spontaneamente
l'osservanza, sancita poi ben presto da gravissima legge ecclesiastica in tutta
la Chiesa Latina: affinché - come asseriva alla fine del secolo IV il Concilio Cartaginese II - " anche noi osserviamo quello che gli
Apostoli hanno insegnato e la stessa antichità ha osservato ".
Né mancano testimonianze anche di illustri Padri
Orientali, che esaltano l'eccellenza del celibato cattolico e che mostrano
esservi stata allora, nei luoghi dove la disciplina era più severa, consonanza
anche su questo punto tra la Chiesa Latina e l'Orientale. Sant'Epifanio
alla fine dello stesso secolo IV attesta che il celibato già s'estendeva fino
ai suddiaconi: " Colui che ancora vive nel
matrimonio e attende ai figli, anche se sia marito di una sola donna, non viene
tuttavia ammesso (dalla Chiesa) all'ordine di diacono, di presbitero, di
vescovo o di suddiacono, ma colui soltanto che si sia separato dall'unica sua
consorte o ne sia rimasto vedovo; il che si fa specialmente in quei luoghi dove
i canoni ecclesiastici sono osservati con accuratezza ". Ma eloquente sopra tutti è in questa materia il Santo Diacono
di Edessa e Dottore della Chiesa universale Efrem
Siro, " chiamato meritamente cetra dello Spirito Santo ". Questi, in
un suo carme, rivolgendo la parola al Vescovo Abramo, suo amico: " Tu ben
rispondi al nome che porti, o Abramo - gli dice - perché tu pure sei stato
fatto padre di molti; ma poiché tu non hai una sposa, come Abramo ebbe Sara,
ecco che la tua greggia è la tua sposa. Educa i figli di lei
nella tua verità, diventino a te figli di spirito e figli della promessa
affinché sieno eredi nell'Eden. O frutto splendido
della castità, nel quale si è compiaciuto il sacerdozio... e il corno riboccante
del sacro olio ti unse, la mano sacerdotale si è
posata su di te e ti ha eletto, la Chiesa ti ha scelto e ti ha amato ". E
altrove: " Non basta al sacerdote ed al nome di lui
purificare l'anima e far monda la lingua e lavare le mani e rendere mondo l'intero
corpo, mentre offre il vivo Corpo (di Cristo), ma in ogni tempo egli deve
essere puro, perché è posto quale mediatore tra Dio ed il genere umano. Sia
lode a Colui che ha in tal guisa voluto mondi i suoi
ministri ". E San Giovanni Crisostomo afferma che " perciò chi
esercita il sacerdozio deve essere così puro come se fosse collocato nei cieli tra quelle Podestà ".
Del resto la stessa sublimità, o per usare la frase di Sant'Epifanio,
" l'incredibile onore e dignità " del sacerdozio cristiano, già brevemente
da Noi esposta, dimostra la somma convenienza del celibato e della legge che lo
impone ai ministri dell'altare: chi ha un officio in certo modo superiore a
quello dei purissimi spiriti " che stanno al cospetto di Dio " (cf Tb 12,15), non è forse giusto
che debba vivere quanto è possibile come un puro spirito? Chi tutto deve essere
" in quelle cose che sono del Signore " (Lc
2,49; 1 Cor 7,32), non è giusto che sia
interamente distaccato dalle cose terrene ed abbia sempre " la sua
conversazione ne' cieli "? (cf Fil 3,20). Chi deve essere assiduamente sollecito
della salute eterna delle anime e continuare verso di esse
l'opera del Redentore, non è forse giusto che si tenga libero dalle
preoccupazioni di una famiglia, che assorbirebbe gran parte della sua attività?
Ed è davvero spettacolo degno di commossa ammirazione quello, pur così
frequente nella Chiesa Cattolica, dei giovani Leviti, che prima di ricevere il
sacro Ordine del Suddiaconato, prima cioè di
consacrarsi interamente al servizio e al culto di Dio, liberamente rinunziano
alle gioie e alle soddisfazioni, che potrebbero onestamente concedersi in un
altro genere di vita! Diciamo " liberamente ", poiché, se dopo
l'ordinazione non saranno più liberi di contrarre
nozze terrene, all'ordinazione stessa però accedono non costretti da veruna
legge o persona, ma di propria e spontanea volontà.
Non intendiamo però, che quanto siamo venuti dicendo in commendazione
del celibato ecclesiastico, sia così interpretato come se volessimo in certo
modo biasimare e quasi redarguire la disciplina diversa, legittimamente ammessa
nella Chiesa Orientale; ma lo diciamo unicamente per esaltare nel Signore
quella verità che riteniamo una delle glorie più pure del sacerdozio cattolico
e Ci pare risponda meglio ai desideri del Cuore
Santissimo di Gesù e ai suoi disegni sulle anime
sacerdotali.
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