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Poggio Bracciolini
Facezie

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  • PREFAZIONE ALLE FACEZIE di POGGIO BRACCIOLINI Detto Poggio Fiorentino e da lui scritta
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PREFAZIONE ALLE FACEZIE di POGGIO BRACCIOLINI

Detto Poggio Fiorentino e da lui scritta

 

 

 

Che per la povertà dello stile gli invidiosi non devono condannare la raccolta

delle facezie

Io penso che saranno molti che daranno biasimo a questi discorsi, sia come cose

di niun conto ed indegne de la gravità dell'uomo, sia perché essi vi cercassero

maggiore eleganza nel dire e piú animato lo stile. Ma se io loro risponda di

aver letto che i nostri maggiori, uomini di grandissima prudenza e dottrina, di

giuochi, di facezie e di favole si dilettarono e non si ebbero biasimo ma lode,

credo che abbastanza avrò fatto per ricuperare la loro stima. Imperocché chi

vorrà credere che io abbia fatta cosa turpe imitandoli in questo, non ponendolo

nelle altre cose, e dando a le cure de lo scrivere quel tempo che gli altri

perdono ne le società e ne la conversazione, quando principalmente non sia

questo lavoro indecoroso e qualche piacere possa dare al lettore? Ed è cosa

onorevole ec necessaria anzi, ed ebbero per essa lode i filosofi, sollevare

l'animo nostro oppresso da molestie e da pensieri e trarlo alla gioia ed alla

allegria con qualche lieta ricreazione. Però ricercare l'alto stile ne le

piccole cose, o in queste che si hanno a esprimere con la parole propria e

faceta,o per riferire ciò che altri disse, sembra cosa di troppa noia. Poiché vi

son certe cose che non amano maggiore ornamento e vogliono invece esser dettate

quali vennero da chi parlando le disse

Ed alcuni forse penseranno che questa scusa che chieggo venga da mancanze di

ingegno: ed io stesso lo reputo. Ora coloro che sono di questo avviso ripiglino

queste favole, le presentino e le rivestano a loro grado, ed io li esorto a

farlo, ché la lingua latina in questa nostra età è fatta ricca anche ne le cose

leggiere; e l'esercizio di scrivere quelle cose gioverà sempre a la grande arte

del dettare. Io stesso volli fare la prova, se molte cose che si riputava non

potessero essere scritte in latino, potessero tuttavolta scriversi senza cader

nel vile; e non cercai in questo né l'eleganza, né l'ampiezza del dire, ma mi

contentai e mi contento che le mie istorie non sembrino malamente narrate.

Del resto, risparmino la lettura di queste conversazioni (è così che le voglio

chiamare) tutti coloro che sono troppo rigidi censori e critici troppo acerbi, e

come una volta fece Lucilio coi Cosentini e i Tarentini io amo che i miei

lettori siano d'animo lieto e sereno. Che se essi invece saran troppo incolti,

non ricuso lor di pensar come vogliono, purché non se la prendano con l'autore,

che solo per esercitar l'ingegno e sollevar lo spirito scrisse.

NOTA: La traduzione in lingua italiana che segue è quella di autore ignoto,

pubblicata dall'editore Sommaruga di Roma nel 1884; essa è stata preceduta da

numerose traduzioni cinquecentesche in volgare; nel 1923 l'Editore Formiggini,

ne "I Classici del ridere", ripubblicava le Facezie nella traduzione di

Cazzamini Mussi.

 




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