Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

IntraText CT - Lettura del testo

  • LIBRO PRIMO
    • CAPO SECONDO
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

CAPO SECONDO

Iddio nascoso e palese sotto il trasparente velo delle creature che il cuoprono e tutto insieme il rivelano.

 

Osservazione certissima è che di qualunque forma sia uno spiraglio o forame per cui il Sole tramandi alcun raggio della sua luce, dilungato che si è alquanto quel raggio, egli già più non rappresenta, colà dove batte, la figura dello spiraglio per cui trapassa, ma si trasforma in circolo e con esso descrive l'imagine del suo principio, ch'è il Sole, dal cui corpo deriva. E ciò, com'io diceva, è infallibile ad avvenire, comunque sia l'apertura dov'entra il raggio, o triangolare o quadrata o di qualunque altra figura eziandio se stranissima: ché egli sempre al medesimo modo s'incerchia e ritonda, spianando a poco a poco gli angoli e regolando le obliquità fin che a una cotal proporzionata distanza egli è girato tutto in sé stesso e divenuto circolo ben contornato. E vi sarà più volte avvenuto, non solo di porvi mente, ma come a novità peregrina maravigliarvene e, cercandone fra voi medesimo la cagione, trovarla, più che a prima vista non sembra, difficile a rinvenire. Qui non è luogo di renderla; e già l'hanno espressa in dimostrazione valentissimi matematici, avvegnaché non tutti fra loro pienamente in accordo. A me dunque non fa mestieri altro che riscontrare in questo maraviglioso lavoro del Sole quel che Iddio fa in tutte l'opere della sua mano, in quanto, per mezzo loro, di qualunque natura elle siano, ci rappresenta sé stesso, solis radio scriptum, per usar questa forma di Tertulliano in vece di chiaramente. Tutte le creature, e le sensibili e le pure spirituali e le miste, sono come spiragli per cui quello a noi invisibil sole Iddio, con imagine proporzionata alla piccolezza del nostro intendere, la grandezza del divino suo essere rappresenta. E come il teologo san Giovan Damasceno, mirando colà su le cime del monte Tabor uscir del volto a Cristo una sì eccessiva bellezza, che rassembrava il Sole, disse che la viva e mistica pietra di quella divina umanità perexiguam quandam rimam suae carnis aperuit, e di è licenza d'uscirne e mostrarsi a gli occhi de' suoi tre più cari discepoli un pochissimo di quell'infinito bello che dentro si nascondeva; similmente Iddio, a mostrarci di sé quanto eravam capevoli di vederne, tanti, per così dire, spiragli ha aperti, quante son le fatture dell'onnipotente sua mano. Ben sono elle, non niego, quanto alla virtù del rappresentare, cifere, non imagini; non effigie, ma ombre; e quanto alla grandezza, un nonnulla a paragon dell'immenso; ma pur così a noi bastano: nella maniera, disse il vescovo san Cirillo Alessandrino, che descrivendo in un piccol foglio i gran circoli delle sfere celesti, intendiamo che quel che ivi è figura d'un palmo, colasù è spazio, che a misurarlo co' milioni delle miglia quante ve ne ha bisogno, il pensier nostro, quantunque infaticabile, vi si stanca.

 

Sono adunque le creature imagini espressive di Dio, in quanto tutto il lor bello è una copia visibile di quella invisibil bellezza, tutto il lor buono è una partecipazione finita di quella infinita bontà ch'è in lui. Così, mentre in tal modo cel rappresentano com'è loro possibile, ancor che non dican vero elle non sono bugiarde: peroché a dimandarle di sé e di cui sono imagine, chiaramente rispondono, protestando, secondo il pontefice S. Gregorio, d'esserlo come l'orma del piè, che stampata nella polvere è figura e indicio di chi ve la impresse. Ma oh quanto è da lungi a ravvisarsi e a conoscere nel vestigio d'un piede segnato in terra la bellezza del volto, l'amenità del colore, la proporzion delle membra, la grazia del portamento, la buona attitudine, la snellezza, il garbo, e molto più le interne doti dell'anima di chi ve l'impresse! E tali, è vero, sono da dir che siano, quantunque bellissime e ottime e tutte insieme oltre numero, le creature: conciosiaché di quel quanto Dominator earum speciosior est chi può definire il vantaggio o mettere in proporzione la differenza? Come d'una stilla all'oceano, d'una scintilla al Sole, d'un atomo a tutto il mondo: se tutto il mondo in comparazione di Dio non è quanto un invisibile atomo, e gli sparisce d'avanti come lungi da lui quanto il tempo all'eterno, la misura all'immenso, il termine all'infinito. E nondimeno, coll'esser le creature a paragon di Dio un niente, pur elle sono assai, mentre coll'essere vestigia Creatoris, per haec, quae ab ipso sunt, sequendo, imus ad ipsum. Così egli in esse si truova, perché noi, sopra esse, che sono orme di lui e a lui portano, incaminandoci il troviamo: anzi esse medesime, come specchi in riflesso, lontano cel rappresentano e, per così dire, invisibile cel fan vedere. Non enim, disse S. Atanagi, invisibili sua natura abusus est Deus, ut illum homines ignorarent, sed ita rerum naturam instruxit, ut ipse, quamquam natura invisibilis, ex operibus suis agnosceretur. E ne reca in esempio quel Fidia scultore nominatissimo, le cui figure in marmo nella proporzione delle membra, nelle attitudini delle vite, nell'arie de' volti e in ciò che altro si può foggiare con lo scarpello ed esprimere col disegno, erano un miracolo a vedere; e fra le opere sue e quelle degli altri scultori v'avea quella differenza ch'è fra uomini vivi e statue morte: e se quegli non incidevano i propri nomi a piè delle loro statue, non si sapeva di cui mano elle fosser lavoro; dove quelle di Fidia, in solamente vederle, erano, all'eccellenza, riconosciute per sue ed egli in esse; onde anche Tertulliano, prima di S. Atanagi, avea detto che nel famoso Giove Olimpico, fattura di Fidia, Phidiae manus adorabantur.

 

Ma che le opere di Dio sian suoi vestigi, non solamente in quanto elle cel danno a conoscere come effetti la lor cagione o come fonti l'original principio ond'elle derivano, ma in maniera anche più espressiva a chi ne sa alquanto più de' volgari intendere il magistero: per dimostrarlo, raccordivi di quell'Aristippo, celebratissimo, tra' filosofi del suo tempo, a cui, sorta nell'Arcipelago una insuperabil tempesta che 'l gittò a rompere alle spiagge di Rodi, infranta la nave ed egli a gran pena campatosi dall'affogare, come prima mise il piè in sul lito, gli vennero osservate certe figure geometriche disegnate quivi nella rena da chi che si fosse. Ravvisolle, come intendente che n'era, e tutto in espressione di giubilo esclamò: "Vestigia hominum video"; indi, rivoltosi a' compagni del commune naufragio, ignudi, addolorati e piangenti, li confortò a sperar bene, già che la rea fortuna del mare gli avea gittati non a perdersi, ma a prender porto in un'isola fortunata, sì come d'uomini colti e savi, quali egli in quelle ingegnose figure, vestigie della lor mente ivi lasciate, li ravvisava; né l'ingannò il suo pensiero: sì splendidamente e com'era degno di tal ospite vi fu accolto, e per lui ben veduti e rimessi in miglior fortuna anche i compagni. Or chi ha in capo occhi da non veder solamente le superficie visibili anco a gli animali per dilettarsene il senso, ma da intendere l'artificio del lavoro così di tutto insieme il mondo come d'ogni particolare avvegnaché minima e poco in apparenza pregevole sua fattura, e la collocazion delle parti, non possibili a disporsi né con più bell'ordine per la vaghezza, né con più aggiustata situazione per l'utile; e in esse l'armonia delle superiori con le mezzane e di queste coll'infime; e le sempre mobili o sempre quiete, e le or mobili or quiete, quelle per l'intrinseca proprietà delle lor forme, queste per l'estrinseca impression degli agenti; e le smisurate e le piccolissime, quelle più riguardevoli per la gran mole, queste per lo più fin lavoro; e le perpetue vicende del succedersi le une cose alle altre, dando luogo il finir di queste al cominciar di quelle, e in tal guisa continuando sempre il medesimo, ma il medesimo sempre nuovo; e l'insolubile legamento e concordia fra nature non solamente dissimili, ma nemiche; e la concatenazione de' fini, a ciascuna specie il suo proprio, ma tutti a un sol commun termine rispondenti; e 'l ripartimento de' beni sì ben inteso che il bisogno non è punto men utile che l'abbondanza, facendosi necessaria la communicazion de' lontani, per dar gli uni quel che loro soverchia e cercar gli altri quel che lor manca; e finalmente, in tutto la varietà, l'unione, la grazia, la consonanza, l'ordine, l'efficacia, il decoro, la stabilità, la maestà, l'utile, la bellezza: chi così vede il mondo, chi così ne intende l'armonia del tutto e l'ufficio delle parti, ah, non può altrimenti che, come in mezzo a innumerabili maraviglie, anzi, a dir meglio con S. Giovanni Crisostomo, a tanti miracoli quanti individui non che nature, dovunque si volge non senta rapirsi coll'animo in giubilo per diletto e in estasi per istupore. E non può essere che tutto insieme con la mente non salga in Dio, a riconoscervi il dominio di quell'onnipotente volere che un sì gran mondo fe' uscir del nulla con solamente chiamarnelo fuori e, conservandolo, quasi continuo il riproduce, altrimenti nel suo primiero non essere ricadrebbe; e la bellezza di quelle invisibili idee onde sì belle copie si ritrassero e renderon visibili nella materia la maestria di quella sapientissima mano che tante e sì varie e sì artificiose e utili opere lavorò; e 'l rettissimo intendimento di quella non mai fallibile providenza che con sì aggiustato ordine le dispose; e l'immensità di quell'essere che tutto il mondo empie di sé, né il luogo il circoscrive né lo spazio il distende né il termine il misura; e la capacità di quella mente così tutta assistente al governo del tutto, che insieme tutta a qualunque sia menoma particella è intesa. Così vedute le opere di Dio, elle son linee e figure, per così dir, teometriche, delle quali il men ch'elle abbian di bello è quel che mostrano a gli occhi: l'incomparabile è per la mente, cioè la forza del dimostrar ch'elle fanno Iddio e quell'infinito ammirabile ch'è in lui. Non ch'elle cel diano a comprendere; ché più può una favilla chiudersi in seno il Sole, che mente creata adeguar coll'intendere tutto l'intelligibile ch'è in Dio. Neanco cel danno a vedere in lui stesso, ma come chi di su la punta a uno scoglio mira l'oceano, ancorché non ne vegga né il termine né il fondo, ma solo una superficie di quanto è l'orizzonte della sua corta veduta, nondimeno e assai ne vede, e vede in certo modo ancora quel che non vede, in quanto il conosce incomparabilmente maggiore di quel ch'egli può abbracciare con la veduta. Per un simil modo anche noi in questa superficie delle creature, che sono cosa di Dio, veggiamo ancor l'invisibil di lui, e ne arriviamo al profondo non coll'intelligenza, ma collo stupore, ch'è la sola giusta misura delle cose ch'eccedono ogni misura; e ciò fassi argomentando così: se la sensibile e grossa materia, al lavorarla egli, riceve dalle sue mani forme, miracoli di bellezza, qual bellezza debbe essere in lui, di perfezione infinitamente maggiore, e quella delle immateriali e nobilissime Idee della sua mente!

 

Vennero una volta, a miglior lume che mai per avanti, vedute a Michelangelo Bonaruoti le porte di San Giovan di Firenze, nelle quali il men che sia di pregevole è il pregio della materia, bronzo finissimo, ma per miracolo d'arte condottomorbido nelle figure di che elle sono istoriate e ne' fregi che l'ornano, che più non si potrebbe volere arrendevole e ubbidiente a figurarsi la cera. Quanto poi al lor disegno e al modello, basti dire mano di Giotto e d'Andrea Pisani. Ma le più da lui attentamente considerate furon quelle di Lorenzo Ghiberto, veramente degne della spesa, che quel valente maestro fe' loro intorno, di quaranta anni di studio e di fatica; ma ben ancor pagate, non dico solo in danaro da' Fiorentini, che largamente nel premiarono, ma in quel che avanza ogni prezzo: la lode che Michelagnolo glie ne diede e lo stupirne che fece, dicendo che quelle porte starebbono ottimamente al Paradiso; e fu assai che non aggiungesse che in entrarvi le anime de' beati si fermerebbono, come lui, a riguardarle con pari maraviglia e diletto. Questo ho io riferito in grazia d'un detto del Platon degli Ebrei, Filone dottissimo, che delle creature filosofa appunto come io diceva, mostrando il lor bello metterci dentro a Dio e darcene a conghietturare il bellissimo delle forme esemplari della sua sapienza. Cum intelligibilis mundi cognitio, dice egli, contingat nobis per sensibilem, hic illius porta dicitur.

 

Or vada a piangere non l'altrui, com'egli era uso di fare, ma la sua propria stoltizia Eraclito, a cui parve che Iddio, per gelosia di maestà e non si render vile col farsi noto, cercasse abissi dove nascondersi e tenebre con che ammantarsi, nulla di sé mostrando nella superficie per non dar segno con che poter giungere a trovarlo nel fondo. Solo, diceva egli, a gli acutissimi ingegni, e perciò rarissimi, a gli uomini che specolando si fan tutto spirito e tutto mente dopo un continuo struggersi l'anima in pensieri e la vita su' libri filosofando, Iddio s'approssima, e a gli occhi loro, vegghianti le lunghe e fredde notti, un po' poco si manifesta. Misero: a che stancarsi in vano, aggrappandosi a mani e piedi e struggendosi in sudore al salir su le cime all'erta inaccessibile d'un'altissima rupe, per niun altro effetto che di poter vedere il Sole, come altronde non fosse visibile che d'in su le punte de' monti, s'egli da sé presentandosi a ogni luogo discende fin giù in fondo alle valli e quivi, con quanti raggi di luce ha in volto, a noi e a sé fa lume perché il veggiamo? Èvvi per avventura luogo ove Iddio non si manifesti e ci si dia a conoscere, se non v'è luogo dove non si truovi stampato un carattere della sua sapienza, che il pr èdica, impresso un vestigio della sua grandezza, che il rappresenta, tirata una linea dell'infinito suo essere, che il dimostra? Certedisse ben Vittorinototum hoc quod mundus est regnum est veritatis et lucis: e tante son le lumiere che ne mettono in chiaro la verità, quante le creature, in cui tutte risplende Iddio; e se ne prenda, non dico solo alcuna d'isquisitissimo lavorio, ma la più semplice e alla nostra apparenza meno artificiosa: anco in lei, se ben si consideri, troverassi onde vedere Iddio e ammirarlo. Come degli specchi, così i finissimi e che hanno intorno cornici intarsiate di gemme e messe a fregi d'oro, come gli schietti e di niuna ornatura, al far veder di riflesso ciò che lor si presenta servono ugualmente. Qual più lieve opera, di quante ne lavora il Sole, che l'iride ch'egli tutto insieme disegna e dipinge su una nuvola rugiadosa? Bene in ciò dimostrandosi alla pruova quale il Bonaruoti dicea dover essere un perfetto maestro nell'arte del disegno, cioè avente il compasso negli occhi: e ve l'ha il Solefattamente che senza altro che guardare una nuvola vi contorna e dipinge con più colori quel perfettissimo circolo e al vederlovago e al considerarloprodigioso, che mille volte più per lo stupor della mente che per lo piacer degli occhi gli si confà il nome appropriatogli dalla maraviglia. Fallo il Sole: ma chi glie ne infuse l'arte? Chi gli di è i pennelli de' raggi? Chi gli stempera que' bei colori che han su le punte, e come sa condurli ugualissimi e sfumarli e unirli? Chi gli appunta il centro per tirarvi intorno que' circoli sempre ugualmente distanti un semidiametro di quarantacinque gradi? Chi gli spiana e pulisce e mette in postura acconcia d'avanti il quadro di quella nuvola in cui lavora? Protesta Iddio ch'egli è desso il maestro del Sole: egli in lui, che vogliam dire, o per lui, il facitor di quell'opera, tal che in vederla vuol che vi si riconosca dentro e la giustamente dovuta lode si dia all'invisibil sua mano. Così il valentissimo dipintor Giotto, che fu l'Apelle de' suoi tempi, richiesto di dare alcun saggio del suo sapere in quell'arte, onde veggendolo il pontefice Benedetto nono il condurrebbe ad alcuna grand'opera in san Pietro di Roma, egli, preso il pennello e fermando il gomito su la tavola, tirò sopra un semplice foglio bianco null'altro che una linea in cerchio, ma senza centro, sì perfettamente ritondo che altri con le seste in mano più a misura nol girerebbe: e tanto fu di vantaggio a far conoscere di che perizia egli fosse. Quanto più poi dell'opere che il lavorarle non è che di maestro consumato nell'arte? E di queste, quantunque a Dio ogni cosa possibile ad essere è ugualmente agevole a lavorare (nella maniera che il Sole niente più fatica intorno alle miniere de' metalli e delle gioie durissime che ad un tenero e semplice fiorellino) quante in numero ve ne ha in questo grande universo e, quanto al considerarne l'artificio, le proprietà e gli effetti, maravigliose? Il sanno i nostri ingegni che in tanti secoli che vi studiano intorno così poco ne han finalmente compreso. A quel tanto di più che ci rimane ad intenderne, a dir vero, ne abbiamo inteso poco più di niente. E se v'ha di quegli (e troppi ve ne ha; ché de' pazzi n'è fertile così ben la terra de' savi come ogni altra) a cui, per qualche lampo di verità che ha lor dimostrato il perché o il come di alcun effetto particolare, sembra aver veduto e compreso quanto ha d'ammirabile la natura, egli son da mettere tra' forsennati, a una stessa catena che quel vanissimo Serse, quando, tirato un ponte di barche non più che da Abido a Sesto per passar sopra esso d'Asia in Europa, gittò un paio di ceppi d'oro in mare, come in quel pochissimo spazio di men d'un miglio già tutto l'avesse soggiogato e rendutolo schiavo. Non così chi veramente è savio: ma sicut tenebrae eius ita et lumen eius, in quanto egli utilmente si vale non meno dell'ignoranza che del sapere a conoscer Dio, delle cui opere, che non sono sforzi del suo braccio ma scherzi delle sue dita, se l'intenderne il maraviglioso e 'l bello sopravanza di tanto l'umana capacità, quale e quanto de' essere quell'ammirabile e quel bello ch'è in lui? Egli per farcisi ora vedere convien che si ricuopra il volto, come Mosè troppo eccessivamente luminoso ex consortio sermonis Domini, e mostrarcisi per tal modo che, pur veggendolo, nol veggiamo: e ciò fa sotto il velo delle creature, che col medesimo ricoprirlo e cel nascondono e cel rivelano. Così l'imperador della Cina certe pochissime volte che s'affaccia in publico e a vedersi, tante e sì dense e lunghe son le fila di perle e di preziosissime gioie che dal sommo della fronte gli cadono in su 'l volto, che null'altro di lui appare: e pur se ne adora da' popoli la presenza, e quel maestoso muoversi e quel vivo scintillar delle gemme si ha per altrettanto che sue guardature e suoi cenni. E di Dio ben disse il pontefice san Gregorio che dum facturae suae decus foris proponit, quasi quibusdam se nutibus nobis innuit. Vero è che come l'occhio sensibile non è atto a vedere altro che il velo delle sensibili creature che sotto si nascondono Iddio, conviene adoperar quello della mente; e non basta aprirlo, se non gli vien di sopra un lume che gli assottigli la vista, tal che penetri dentro il sensibile e il velo opaco gli renda trasparente e apparente Iddio sotto esso. Così anche il Trismegisto ne avvisa il suo discepolo Tazio e l'esorta a chieder per ciò lume da Dio, già che a vedere il Sole pur ci bisogna il lume del Sole. Sic enim Deum tantum percipere poteris, si vel unus dumtaxat illius radius, intelligentiae tuae benigne refulserit. Sola siquidem intellectio latens latentia perspicit. Itaque si mentis oculis inspexeris, ille tibi, crede mihi, patebit Deus, sane totius expers invidiae, per singulas mundi particulas ubique splendens. Atque adeo se notum praestat, ut non intelligere modo, sed manibus etiam ipsis, ut ita dixerim, liceat attrectare. Nam undique nostris oculis eius obversatur seseque obicit et inculcat imago. Quando beati in cielo avrem l'anima fuor del loto di questa carne mortale, e l'occhio della mente, libero e netto dalle terrene imagini per cui sole ella ora vede secondo quel che i materiali e grossi canali de' sensi gl'inviano, sarà rischiarato e pieno, quanto glie ne cape, d'un cotal lume, che basta dirne che questo per cui ora veggiamo non è degno di paragonarglisi pur come ombra, allora, revelata facie gloriam Domini speculantes, videbimus eum sicuti est.

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License