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CAPO QUARTO
Il mondo fantastico, lavorio del caso, fatto
d'atomi svaporati dal cervello a Democrito.
Se v'è a cui piaccia per suo diletto veder
rinnovata la confusion delle lingue che disunì i giganti male accordati colà
nel campo di Senaar alla fabrica della gran torre e per tutta la terra li
dissipò, legga quel che della prima edificazione del mondo insegnarono i
maestri dell'antichità, cio è, come S. Agostino li chiama, gli architetti e i
fabbri della Babilonia madre della confusione e commun patria degli errori; e
intenderà quanto di sotto al vero sia quel detto di Seneca: facilius inter
philosophos quam inter horologia conveniet: volendo dir d'amendue che non
mai; conciosia che, per molto che gli oriuoli dissuonino in fra loro, non però
mai avverrà che l'un mostri l'ora del mezzodì mentre l'altro segna la mezza
notte, o questo il tramontar del Sole mentre quello l'aurora. Ma i valenti
filosofi di nulla men che tanto disvariano in fra loro, facendo nascere il
mondo l'un dall'acqua, l'altro dal fuoco; l'uno dall'ordine, l'altro dal caos;
questi dalla proporzione de' numeri, quegli dalla confusione dell'infinito;
altri dall'eternità, altri dal tempo; chi fabricato ad arte, chi nato per sé
medesimo alla ventura. E non è da maravigliare: percioché una sola e diritta
come un raggio di luce è la via del vero, infinite e contrarie son quelle che
uscendone menano al falso. Ma di quanti ve ne ha trasviati, niuno a me pare che
andasse più alla cieca del cieco Democrito; ed io vel vo' condurre a mano qua
inanzi e farvelo udir cantare la sua opinione alla male accordata lira del suo Diacosmo
– com'egli nominò il libro in cui descrisse la formazione del mondo e n'ebbe in
ricompensa cinquecento talenti e statua in bronzo – sì perché contraposta alla
costui dissonante l'aggiustatissima armonia delle divine Scritture più vi
diletti, anzi ancor quella di tutto il mondo musico e cantore delle lodi di Dio
che il fabricò; e sì ancora per una tale intramessa di ricreazione quale il
santo e dottissimo vescovo Sidonio Apollinare finge essersi fatta nella
solennità del coronar Giove monarca del mondo: che nel meglio de' riverenti
ossequi con che tutti gli altri dei il riconoscevano re,
hos inter Chiron, ad plectra sonantia cantans,
flexit inepta sui membra facetus equi.
Semivir
audiri meruit, meruitque placere,
quamvis
hinnitum, dum canit ille, daret.
E tale appunto ci sia Democrito, alicuius
sapientiae animal, per così definirlo con Tertulliano. Sempre ridente, ma
non tanto al vedere le altrui pazzie quanto al riveder le sue proprie
spremutesi dal cervello: con avverar di sé quel che fu detto delle uve, che, annegandole
nel mosto, elle il beono sì che vino suo inebriantur. Perciò, come
ubbriaco di sé medesimo, sì profuso e continuo nel ridere che i suoi medesimi
cittadini, giudicatolo pazzo, condussero a gran prezzo Ippocrate a curarlo; e
questi venne ben fornito del più nero elleboro d'Anticira, benché in udirlo
ragionare desiderasse che tutti i savi fossero come quel pazzo. Ma come una
nave ben corredata e di gran vela, s'ella va, dice S. Agostino, lungi dal porto
e in alto mare s'ingolfa né a niun certo termine s'indirizza, quanto ha più
felice il vento tanto l'andar più infelice peroché tutto è trasviamento e
fallo, così l'ingegno in Democrito e lo studio, sino a centonove anni, quanti
ne visse, ed a finibus veritatis exul, missa per inane magnum mente, evanuit
in cogitationibus suis. Costui dunque, entro le tenebre de' sepolcri
dov'era uso di chiudersi a studiare, apertosi uno spiraglio a ricevervi alcun
raggio della naturale filosofia, s'abbattè di vedere, come chi dentro a una
camera tutta buia fa entrare per un piccol foro alcun raggio di sole, e vede in
esso bollire una densa moltitudine d'atomi, fior di sottilissima polvere che si
lieva in aria, e volano all'incerta. Tal parve a lui essere l'universal
principio di tutto il mondo, e 'l particolare di quanto per nuovo producimento
si genera: cioè uno spazio infinito e tutto pien di niente che l'empìa, ma non
per tanto tutto pien d' atomi, cio è indivisibili, i quali fanno un perpetuo
ondeggiare, bollire, aggirarsi, correre, non possiam dire su e giù perché l'immenso
non ha centro né termine, ma direm qua e là, con un andar senza ordine alla
pazza e a spazi, quanto imaginar non si può, lontanissimi. Chiamianlo uno
sterminato caos: ma, a dir bene secondo lui, non di semi che siano di piccol
corpo e di gran virtù, ma d'impartibili particelle onde comporsi tutte le cose
possibili a formare; e solo allora si formano, quando per fortuito abbattimento
se ne accozzano insieme tante e di tal natura quante e quali convien che siano
a comporre alcun determinato lavoro. Non altrimenti dunque essersi prodotto il
mondo, senza architetto senza ingegnere altro che il Caso, che portò ad
accoppiarsi atomi in numero sufficienti e in qualità convenevoli a formarsene
questi cieli, questi elementi e i centomila altri corpi che sono in essi, così
semplici come composti. Tal è in brievi parole il sugo della filosofia di
Democrito; che mi fa sovvenire quel che tanto era in bocca a Diogene allora
che, veggendo i filosofi governar le città e dar leggi alle republiche,
esclamava non esservi al mondo né più sacra né più divina cosa dell'uomo; poi,
veggendone altri perdersi dietro a sciocchissime fantasie, gridava al doppio
più forte: "Mento e mi disdico: la più vana, la più trista e pazza cosa
del mondo è l'uomo". Ma non è ancor tempo d'adirarsi contro a Democrito e
convien prima udir sue ragioni, poi, meritandolo, condannarlo.
Domandatelo dunque com'esser può che una
disordinata e turbatissima turba d'infiniti atomi, sparsi per uno spazio
immenso, confusi que' d'una natura – cioè, secondo lui, figura – con quegli
d'un'altra, ma l'un dall'altro lontano per avventura i milioni di miglia,
s'affrontino ad accozzarsi a tanti insieme che formino un mondo intero, nella
mole sì vasto, nell'ordine sì distinto, nella bellezza sì ornato, in tanta
diversità di nature sì unito, in tanta varietà di mutazioni sì regolato. In
quanto i secoli sin ora trascorsi raccordano, èvvi memoria che mai nascesse
dalle viscere d'una rupe una statua, o fuor d'una sassosa montagna pullulasse
un palagio, senza scultore che effigiasse l'una, senza architetto né artefici
che lavorassero l'altro, ma per ispontanea fecondità della natura? E pur più
disposti a formarsene una statua e un palagio sono i sassi e i marmi, che ne
son la materia e solo abbisognano del lavoro, che gli atomi permischiati
d'infinite figure ancor fra loro contrarie. E tragga qua inanzi Bleso, o più
tosto in lui M. Tullio, e dica: "Chi mai crederà che un milion di
caratteri possa gittarsi e spargere in terra senza niun'arte né ordine tante volte,
che in fine, una d'esse, s'affrontino a cader fra loro sì ordinati che formino
gli Annali di Roma compilati da Ennio, e il Caso operi a caso ciò che
quegli con sì grande avvedimento e tanti anni di fatica e di studio lavoro? Or
chi dice il mondo esser nato da un cotal casualissimo accoppiamento d'atomi, non
intelligo cur non idem putet, si innumerabiles unius et viginti formae
litterarum, vel aureae vel quales libet aliquo coniciantur, posse ex bis in
terram excussis Annales Ennii, ut deinceps legi possint, effici; quod nescio an
ne in uno quidem versu possit tantum valere fortuna".
A questa opposizione Democrito, fatta in prima
una gran risata, così, per mio avviso, risponderà: "Poniam che i caratteri
onde gli Annali d'Ennio son composti tutti insieme si contino a un
milione: permischiateli, e fatene un come caos. Essi in quel loro disordine pur
sono abili a potersi riordinare in tante varie guise quanti sono i diversi
accozzamenti che d'un milion d'individui possono farsi. È vero, e' son tanti
che questo e più altri fogli non ne capirebbono i numeri, né v'è mente umana
che adeguatamente li comprendesse". Or siegua egli: "Di cotali
accozzamenti che son possibili a farsi, ve ne avrà innumerabili di niun senso
in una lingua, e ve ne avrà moltissimi che formeranno (ciò che par maraviglia,
ed è vero) quale un poema, e quale alcuna istoria o romanzo o altro simile
componimento, o in parte o tutto. Or non si faran tutti i possibili
accoppiamenti di que' caratteri, che un d'essi finalmente non sian gli Annali
di Ennio: peroché anch'egli era un de' possibili; e come non l'era se l'era
in fatto? Posto ciò come indubitato, eccovi la medesima operazione negli atomi.
Delle diverse loro unioni le diverse nature si formano; gli atomi sono per
numero infiniti, e nell'infinito ogni finita specie di numero e di combinazioni
è compresa: dunque ancor la presente del mondo. Or se gittando voi mille volte
al dì quel milion di caratteri componenti gli Annali d'Ennio, sì che le
loro combinazioni vi riescano ogni volta diverse, percioché elle per molte che
siano sono in numero definito, verrà, quando che sia, un dì nel quale vi verran
formati d'essi i sopradetti Annali; che maraviglia è, che si siano
accoppiati gli atomi che bisognavano a fare il mondo, se fin dall'eternità si
van continuamente accozzando, ora in simili, ora in diverse maniere?".
Così risposto, Democrito ride. E maggiormente v'incalza, se fingiam ch'egli
sappia di quel favoloso non men che famoso anello di Pirro re (già che lo
scrittore ne dice solo: Fama est, et habuisse traditur) nella cui
pietra, ch'era un pezzolin d'agata, si vedeva espresso e distinto, non per
magisterio d'arte ma puramente a caso, Apollo con la sua cetera in mano in
mezzo alle nove Muse: non arte, sed sponte naturae, ita discurrentibus
maculis, ut Musis quoque singulis sua redderentur insignia. E gran mercé a
chi ne scrisse il primo, che non ci obligò a credere che anche s'udisse in
quella petruzza Apollo sonante la cetera, e le Muse le lor vivole e flauti e
pifferi e tromboni: che sarebbe un bel miracolo, ed io sarei anche più disposto
a credere che un sasso fosse musico, che dipintore. Ma dianlo a Democrito per
indubitato. Egli dunque in prima si riderà di quello sponte naturae,
quasi dall'ingegno di lei provenisse quell'opera che tutta era fattura del
caso. Poi, tuttavia ridendo, soggiungerà: "Sien cento o più, se più vi
piace che siano, quelle diverse macchie che formavan nell'agata Apollo, le nove
Muse, e la cetera a lui e l'insegne proprie a queste: determinato è il numero
delle combinazioni che se ne posson fare. Or quante se ne saran fatte in altre
pietre, ma non in tutto a disegno? Eccole accoppiate in questa, al suo luogo
ciascuna, senza altro mistero che del riuscire a caso quella disposizione così
ordinata, ché anch'ella era una delle comprese nel numero di quante ne posson
far cento macchie diversamente accozzate. E ciò non è miracolo, avvegnaché il
paia sol perché è cosa rara: e rara ad avvenire convien che sia una tal
determinata combinazione, sola fra mille milioni d'altre possibili a farsene;
dentro alle quali ella si perde, più che una stilla d'acqua nel mare".
Né vi crediate non che sbigottire, ma dar punto
che pensare a Democrito, traendo per conseguente del suo principio che per
quell'immenso spazio del vacuo converrà dire che volino altro che atomi:
peroché, accoppiandosene quanti bisognano a comporre o una parte o tutto intero
un corpo di che che sia, ogni cosa de' esser pieno di montagne svolazzanti qua
e là, di selve, di mari, di stelle; e di gambe e teste e occhi e code d'animali,
e d'animali interi e di cotali fantasie, formate e informi, regolari e
mostruose, una infinità. Appunto il diceste, ripiglia egli; così convien che
sia, e così è: il giura per la luce degli occhi suoi accecati, e soggiunge che
nel suo vacuo i mondi sono infiniti: e mondi esser quelle che a noi paiono
stelle. Né la veduta nostra aver termine in cui finisca, ma perdersi
nell'immenso, com'ella si perde mirando nel mare, della cui acqua, dov'egli è
assai cupo, vede un non so quanto, ma non ne arriva al fondo. Que' mondi poi,
chi ne può disegnare le figure, divisar le parti, descrivere le strane cose che
gli empiono? Imaginate tutto il possibile, e vi può esser tutto. Così a lui ne
pare; e in così parergli dà l'essere ad infiniti mondi: poiché non hanno altro
essere fuor di quello che dal suo pazzo imaginarli ricevono; e dov'egli niega a
Dio l'aver potuto fabricarne pure un solo,
ipse
ferox, unoque tegi non passus Olympo,
immensum per inane volat finemque perosus
parturit
innumeros angusto pectore mundos.
Alessandro Magno gliel crede e ne piange a
cald'occhi; Democrito e di lui che il crede e di chi nol crede ugualmente si
ride: e tornandosi a chiudere in un sepolcro, dà luogo a Luciano di difender
per vera istoria, la sua Vera historia. Vero quel gruppo di vento che ne portò
la nave con una velata fino alla Luna, vere le strane bestie di più nature, e
alate, che vi trovò; e gli eserciti del re Endimione in punto di marciar contro
di Fetonte imperador del Sole; vera la città delle Lucerne, che vide fra le Pleiadi
e le Iadi; verissima la balena che l'ingoiò, grande millecinquecento stadi, che
son centottantasette miglia e mezzo, e le selve e i monti che vi trovò nelle
viscere, e il mar di latte, e le rupi di cacio, e che so io? peroché tutto è
possibile a formarsi, come anch'essa una delle infinite combinazioni degli
atomi. E qui mi sovviene in buon luogo di quel che Plinio riferisce aver letto
in non so qual de' molti libri dello stesso Democrito, d'alcuni rami di palme
fatti per incantesimo di tal virtù, che in toccarne altrui il rendevano, di
soverchiamente loquace, parco nel ragionare. Utinam, siegue egli con un
giustissimo desiderio, eo ramo contactus esset Democritus, quoniam ita
loquacitates immodicas promisit inhiberi. Ma egli, anzi che mai tacer vivo,
continuò a parlare ancor dopo morte: peroché ebbe numerosissima scuola e lasciò
seguaci tenacissimi delle sue opinioni, cio è eredi delle sue frenesie; e, quel
ch'è più da ammirare, non gli mancano anche oggidì ammiratori: quali appunto
gli ebbe colui, raccordato da Massimo Tirio e ancor da me altrove, che, fattosi
per lungo e continuato esercizio così destro in gittar per mezzo la cruna d'un
ago ad uno ad uno gran numero di minutissime granella che mai non isvariava
dall'imbroccar quel piccolo forellino, tanti ammiratori trovò di quella sua
infelice destrezza, che corse quanto ha dalla Grecia fino a Babilonia e quivi
si fermò a rendere ammirata di lui quella gran metropoli dell'Oriente: nec
se deteriorem ob eam collimationem existimabat, quam Achilles ipse ob fraxinum
ex Pelio. E non vi mancan cervelli tondi e in capo un poco aguzzi, quale
appunto è il paleo, che basta il filo di una quantunque debile e mal tirata
speculazione ad avvolgerli e aggirarli. Ma per farli così rotare in circuitu
qual è l'andare degli empi, meglio starebbe la ferza che più anticamente
usavasi col paleo: conciosia che, di Democritisti, divengano facilmente
ateisti. Non truovan luogo alla providenza, dove tutto recano al caso; non alla
potenza, dove tutto si forma d'atomi fortuitamente accozzati; non a Dio
nell'immensità del vacuo, che pur non è altrove che ne' lor capi. Ma di questi
ragioneremo in miglior luogo. Qui ragion vuole che soggiungiamo alcuna cosa
valevole a dimostrare l'ipotesi di Democrito incredibile e dannata eziandio dal
semplice giudicio della natura. E qual esser vi può, fra quanti esser ne
possano, testimonio o per dignità più autorevole o per rettitudine più
incorrotto o per ischiettezza più veritiero, e inteso in ogni lingua e senza
niuna eccezione universalmente accettato, che il testimonio della natura? E
questa dove più semplice ivi più dessa e per ciò più infallibile al giudicar
del vero, più irrepugnabile al riprovar del falso. Certamente, il padre della
romana eloquenza, per quanti a gran numero ne esaminasse, niun ne trovò più
efficace a convincere d'inescusabile vaneggiamento coloro che questo ammirabile
lavorio del mondo tutto ingegno finissimo nell'invenzione, tutto arte
consideratissima nel componimento e per ciò sol degno magisterio della mente e
fattura della mano di Dio, attribuiscono al caso, senza disegno per machinare,
senza perizia per dar buon essere a niun lavoro richiedente intelligenza ed
arte. E udiam lui medesimo nella coltissima sua lingua materna, colà dove,
ragionando per bocca altrui, cita i Democritisti al giudicio della natura,
eziandio ne' barbari. Qui igitur convenit signum aut tabulam pictam cum
aspexeris, scire adhibitam esse artem; cumque procul cursum navigii videris,
non dubitare quin id ratione atque arte moveatur, aut cum solarium vel
descriptum aut ex acqua contemplare, intelligere declarari horas arte, non
casu: mundum autem, qui et has ipsas artes et earum artifices et cuncta
complectitur, consilii et rationis esse expertem putare? Quod si in Scythiam
aut in Britanniam sphaeram aliquis tulerit hanc, quam nuper familiaris noster
effecit Posidonius, cuius singulae conversiones idem efficiunt in Sole et in
Luna, et in quinque stellis errantibus, quod efficitur in caelo singulis diebus
et noctibus, quis in illa barbarie dubitet quin ea sphaera sit profecta
ratione? Hi autem dubitant de mundo ex quo et oriuntur et fiunt omnia, casu ne
ipse sit effectus, aut necessitate aliqua, an ratione ac mente divina, et
Archimedem arbitrantur plus valuisse in imitandis sphaerae conversionibus, quam
naturam in efficiendis: praesertim, cum multis partibus sint illa perfecta,
quam haec simulata sollertius. Or vi si aggiunga per maggior peso quella
insuperabil ragion di Crisippo (parla il medesimo Cicerone) non però trovata da
lui, avvegnaché filosofo d'acutissimo ingegno, ma dettatagli dalla natura
stessa, che lui con essa armò suo campione e difensore. Se v'è, dice egli, nel
mondo fattura, cui né lo studio, né la potenza, né l'arte e l'industria umana
possa, ingegnandosi e lavorando, operare, chiaro è che quegli da cui ella
provenne era artefice, in sapere e in potere, assai più che uomo. Ma i cieli,
il Sole e gli altri pianeti e stelle, cosa immortale nella materia,
ordinatissima nel movimento e d'incomparabile artificio nel lavoro, e gli
elementi, e in essi le tante e fra lor sì varie e tutte ammirabili opere della
natura, non v'è fra noi artefice a cui riesca possibile imitarne il lavoro, per
non dire comprenderne il magistero: est igitur id, quo illa conficiuntur,
homine melius. Id autem, quid potius dixerim, quam Deum? Or io, de' quattro
artificiosi componimenti nominati da Tullio – il quadro, la nave, l'oriuolo a
sole e la sfera imitante il regolato muoversi delle celesti – vo' prendermi a
considerare alquanto distesamente quel che prima degli altri mi viene offerto.
E chi vide mai o chi in udirlosi raccontare
crederebbe un sì incredibil miracolo? Un cieco a nativitate, e per necessario
conseguente privo delle spezie proprie di tutti i colori, oltre a ciò affatto
ignorante dell'arte del disegnare, anzi senza in capo niuna idea che
scontrafatta e mostruosa non sia, in somma cieco e pazzo, messogli in mano un
fascetto di pennelli e inanzi ben cento colori, e semplici e diversamente rotti
e permischiati in mezze tinte, saperli adoperare, e sopra una gran tela
dipingere la famosa battaglia fra Alessandro Magno e 'l re Dario, con tanta
perfezion nel disegno, proprietà nel colorito, distinzione negli abiti e nelle
arie de' volti, e giudicio nell'istoriarla, e dilicatezza e forza e finimento,
che vi sembri, non che vederne muovere le figure, ma udirne il tumulto e le
grida. E vi si truovino dentro tutte insieme unite, e ciascuna d'esse in tutta
perfezione, quelle diverse parti che son divise fra molti, i primi e i maggior
maestri dell'arte, come dote singolarmente lor propria: cioè il disegnare di
Michelagnolo, il dipignere del Correggio, il colorire di Tiziano, l'istoriare
di Raffaello e la grazia del Parmegiano. Voglianci aggiungere che vi sia quanto
può fare e il naturale e la maniera? Quello misurato con l'imitazione del vero,
questa caricata con la libertà del capriccio; ma né il vero senza invenzione,
né il capriccioso senza naturalezza. Di più, che un tal lavoro freschissimo,
cio è tolto or ora di sotto al pennello, abbia nondimeno quella non so qual
pelle che il tempo dà alle pitture, in cui smorza e mortifica una troppa
vivacità che offende chi ha gli occhi in ciò dilicati: e per conseguente
addolcisce l'opera e l'uguaglia, e le dà unione e verità. Or quanto al lavorare
de' corpi, vi si vegga il diverso muover dell'armi, de' cavalli, de' carri; e i
primi scontri, e a poco a poco la mischia, e l'ordinata confusione di due sì
numerosi eserciti azzuffati; e gli accorrenti in soccorso a ringrossare i
pochi, a redimer gli attorniati, a rintegrare i rotti; il rimettere della
battaglia: il sostenere, il piegare, il volgere, l'abbandonarsi degli uni e il
premere e incalzare degli altri; e quello avviluppamento de' vincitori co'
vinti, sì malagevole a confondere e divisare: tutto in diverse parti, e ogni
parte a suo luogo. Quivi le facce infocate e spaventevoli degli uccisori; gli
atteggiamenti di timore e di mercé dimandata, o gli sforzi alla difesa, de'
feriti; il pallidore de' moribondi, la giacitura e il gittamento de' morti; e i
fuggenti in iscorci e lontananze ben digradate a ragione di prospettiva. In
somma ella non paia ma sia la vittoria d'Alessandro e la sconfitta di Dario.
Anzi, a dir meglio, io non vo' ch'ella sia impastata di colori, dipinta a mano
libera e con botte distese, ma tutta a punta di pennello: lavoro in tal
professione il più malagevole ch'esser possa, e per ciò anche un de' bei pregi
del nostro secolo che ne ha maestri d'impareggiabile eccellenza. Così meglio si
corrisponderanno, al paragonarli, il mondo di Democrito, composto di punti
indivisibili d'ogni materia, e un quadro lavorato d'atomi invisibili d'ogni
colore. Or chi una tal dipintura vedesse, crederebbela egli opera d'un cieco
nato, e tutto insieme pazzo? No, se anch'egli non è cieco e pazzo: e potreste
giurarglielo, ch'egli non vi darà fede. Or così appunto vuol Democrito che si
creda essere il mondo: fattura del caso, cieco a nativitate e senza idea di
niuna cosa né arte di lavorarla. Solo ha la materia: e quale? Celebratissima è
la perizia degli antichi scultori d'Egitto. In pruova dell'esser miracolosi
nell'arte, mandavasi fino a quaranta di loro, abitanti in diversi luoghi, un
rustico pezzo di marmo, e in disegno quel che ne dovean formare; ed era un
particolar membro, o parte d'una statua: a chi l'un de' piedi, a chi il fuso
della gamba, a chi mezzo un braccio, o una punta di spalla, o il collo, o il.
capo: in somma una quarantesima parte d'una statua, con a ciascuno in disegno
quel pochissimo atteggiamento, quella piegatura, quel risalto, che dovea
esprimere la sua parte. Lavorato che tutti aveano il lor pezzo, l'inviavano al
re; e con solo accozzarli insieme e commetterli l'uno all'altro ne riusciva una
statua così ben misurata e unita com'ella fosse da principio scolpita tutta
intera, di poi smembrata, e ora ricommessine i pezzi. Grand'opera, come ognun
vede: e sì grande, che forse vi bisogna tanta fatica a crederla come a farla.
Tal è, secondo il filosofar di Democrito e de' suoi seguaci, il compor che si è
fatto del mondo. Ma io non vo' ragionare di tutta insieme questa troppa gran
machina: prendiamone un animal solo, e sia Democrito stesso, già ch'egli è de'
maggiori che mai mettesse i piedi in terra. Quante ossa gli compongono il
corpo? quanti nervi, quante arterie e vene, quanti muscoli, quanti legamenti e
fibre, quante cartilagini e pelli e tonache e veli, quanto diversi umori, e in
che peso e misura? Ne vedremo alcuna cosa colà dov'io tratterò del corpo umano.
Or queste tutte parti, che tra le simili e d'altra natura montano a qualche
migliaio, svolazzavano per l'immenso suo vacuo, lontane intra loro Iddio sa
quanto, e tramischiate a membra e pezzi d'altre nature stranissime e
innumerabili. Il caso, senza nulla saper quel che si facesse, portolle ad
accozzarsi insieme non solamente tutte, ma ciascuna per ordine al suo propriissimo
luogo: come a dire, dell'occhio l'umore acqueo, il cristallino, il vitreo,
tutti tre trasparenti, più e men rari e densi e in quantità differenti, e
ciascun figurato come sol si doveva, ad effetto d'unir con la refrazione de'
raggi il lume e le specie de' colori che poi capovolte si dipingono colà in
fondo all'occhio nella retina, e quivi l'atto del vedere, come per suo proprio
strumento, si esprime. Oltre a gli umori, le tonache che gl'involgono e
d'attorno doppie li chiudono: e la coroide, una d'esse, bucata quanto è quel
piccol cerchietto in mezzo all'occhio che chiamiamo pupilla, e ciò per dare il
passo aperto all'entrar dell'imagini vicarie degli oggetti. Poi quattro
muscoli, per lo cui ministero l'occhio s'alza e s'abbassa, si volge a destra e
a sinistra. Finalmente il suo nervo, che s'origina dal cervello e ne trae e
porta in bastevole copia gli spiriti in servigio della veduta. Or l'occhio,
opera di sì eccellente lavoro, e in cui la matematica e la notomia truovano
tanto d'ingegno e sapere che chi ne comprende il magistero non ha bisogno che
per altro gli si dimostri evidente esservi nella natura un principio
d'altissimo intendimento e sommamente provido nell'operare, non è, al credere
di costui, lavoro ad arte, ma tutto alla ventura. Ne vagavan le parti nell'ogni
cosa e nel nulla del vacuo; scontraronsi, unironsi, e Democrito ebbe gli occhi
e così tutte l'altre membra che compongono un corpo. Altrettanto si dica delle
innumerabili specie degli animali, degli uccelli, de' pesci; e similmente degli
alberi e dell'erbe e de' fiori, e de' misti senz'anima, e de' corpi semplici,
da gli elementi sino alle stelle: e così di tutto intero il mondo. Chi così
discorre ha niun principio di discorso? Il mostra la trasformazione che
Epicuro, anch'egli della medesima scuola, fece di sé in un di que' sozzi
animali che han l'anima in luogo di sale, per non inverminire ancor vivi; il
mostra Lucrezio, Epicuri de grege porcus, e molto più chi di sé medesimo
il disse.
Ma io ho consentito a Democrito ben assai più di
quello ch'egli presume: concedendogli che nell'infinito suo vacuo volin le
parti che dipoi adunatesi formano i composti: ed egli altro non vi suppone che
atomi sfarinati in polvere almeno fisicamente indivisibile. Or udite quel che
de' loro accozzamenti parrà incredibile a chi non sa; ma come egli è evidente a
dimostrare, così indubitabile a credersi. Se voi mi date sol dieci fiori
diversi, io ve li posso disporre in tre milioni seicentoventottomila e
ottocento maniere di ghirlande, sì fattamente svariate che l'una non avrà la
medesima collocazione de' fiori che l'altra: peroché in tante guise appunto
dieci qualunque cose possono diversamente insieme accoppiarsi: il che si sa per
l'arte de' numeri, e il praticarlo è brieve opera e facile. Or mi dicano i
Democritisti: quanti son gli atomi che bisognano a comporre il corpo d'un uomo?
A dire un niente, sian cento mila. Se il mondo fosse cento volte maggiore
ch'egli non è, non vi capirebbono i libri in cui tutte fossero divisate le
diverse combinazioni che se ne posson fare. Quinci ite salendo. Quanti atomi a
comporre il gran corpo d'una montagna? Quanti a quel di tutta la terra e degli
altri elementi, e di tutte le stelle e de' cieli e del mondo? Èvvi mente, fuor
che la sola di Dio d'un infinito comprendere, che ne distingua il numero e ne
conti i diversi accozzamenti possibili a farsene? E il caso di Democrito,
ancorché non abbia capo, tutti gli ha in mente: e il mestier suo, per fin
dall'eternità, non è altro che andar facendo questo giuoco o lavoro che sia,
d'accozzare atomi in tante or simili or diverse maniere, che alla fine indovini
quella combinazione che gli dà fatto il mondo; e tanti glie ne vengon fatti,
che più non si potrebbe, se non che quel medesimo caso che li compose gli
scompone or l'uno or l'altro e li ritorna in atomi: come gli stampatori i
caratteri delle lor forme. Sempre però i mondi sono infiniti e sempre in moto,
vaganti qua e là per lo vacuo: con un gran miracolo, pare a me, se non si
scontrano e non si cozzano insieme, massimamente que' di vetro, ché ancor
d'essi conviene, secondo lui, che ve ne abbia infiniti.
Quanto fin ora ho detto non è stato altro che
sporre l'opinion di Democrito, parendomi che solo a farla parlare si scuopra
qual veramente ella è, una pazza. Or chi vuole, più strettamente argomentando,
far esalare del capo a' Democritisti il gran vacuo e soffiarne i tanti atomi di
che l'han pieno, gl'interroghi, e vedrà che la loro è una fantastica ipotesi,
che nulla pruova e tutto suppone: onde poi non è da maravigliare che ne
facciano provenir quello che da princìpi gratuitamente assunti è necessario che
siegua. Sentite. Perché gli atomi l'un con l'altro s'accozzino è necessario che
si muovano. Essi dicon: si muovono. Pregateli, così Iddio li salvi, a dirvi
onde han cotal principio di muoversi ancor gli atomi delle nature immobili: ab
intrinseco dalla forma, o ab estrinseco dall'agente? Se egli voglion
dir vero risponderan così: onde che s'abbiano il moto, l'hanno; altrimenti, se
stessono fermi, la nostra opinione non procederebbe un passo più avanti. Il
supponiam come vero da credersi; non l'esponiam come dubbioso a provarsi.
Poiché dunque, sol perché il volete, si muovono, muovansi. Come di poi,
incontrandosi, così strettamente s'uniscono? Hanno per avventura uncini con che
scambievolmente s'aggrappino? Han vischio o pece con che in solo toccarsi
s'attacchino? Sì, dicono: o questo, o un non so che somigliante; altrimenti, se
non si uniscono, non compongono; se non compongono, la nostra opinione è bell'e
dissipata: dunque ci è mestieri suppor che si uniscano; faccianlo poi o come le
grappole per uncini, o per vischio come le panie, o per che che altro ha
dell'attaccaticcio e del tegnente: peroché l'esser solo triangolari, quadrati,
ritondi e d'ogni altra regolare o irregolar figura, come certi li formano, non
basta a far altro composto che qual è una massa di, rena, in cui, se si
toccano, non però si collegano le granella. Muovansi dunque e s'uniscano, sol
perciò che il volete. Or per cui ingegno se ne congiungono tanti e non più, e
di questa specie e non d'altre, e in tal figura e non diversa, e con sì giusto
ordine e tanta e sì ben intesa proporzione che formano un uomo, opera di sì
eccellente lavoro che non può farsi meglio a lavorarlo con isquisitissimo
avvedimento? La risposta è in pronto: tutta è fattura del caso; che non ha
ombra di senno, e fa uomini di tanto senno quanto non n'ebbe Democrito e chi
gli crede; non ha arte, e lavora sì che più non può far tutto l'ingegno e
l'industria dell'arte in cui che si truovi; e dispone e accorda in un
perfettissimo tutto parti di natura, in qualità e in sustanza tanto fra lor
diverse e contrarie, che non sono miracoli se non perciò che sono continui a
vedere. Ed io fermamente il credo, e ne son sì persuaso che il vorrei far
vedere a chi non è disposto a crederlo fuor che a' suoi medesimi occhi.
Recatemi qua il mortaio d'Anassarco, traetene fuori quel generoso filosofo, e
messovi un Democritista pestatelo vivo vivo, fino a ridurlo in atomi: già che a
lui altresì come al suo Democrito ben si confá il detto di Seneca: Te quoque
atomi et micae tuae forte ac temere conglobaverunt. Or non sarà egli
miracolo a vedere, se vedrete quegli atomi sfarinati di nuovo muoversi e
bollicare, ricongiungersi e simili e diversi, tutti a' lor luoghi, e
riformarsene quel di prima? Con che anco intenderete esser vera la favola della
Fenice, che rinasce dalle sue medesime polveri. Ma in udir ciò i Democritisti
se ne van come i loro atomi, chi qua e chi là, tutti lontano. Savi come il loro
maestro, che non fidandosi punto del caso che dovesse riunirne le ceneri,
lasciò, morendo, che gl'imbalsamassero il corpo: affin che se mai l'anima sua
vagabonda per lo vacuo s'abbattesse in lui, trovato l'antico albergo tuttavia
intero, rientrasse ad abitarvi.
Or quanto più da uomini non che da savi
farebbono, giudicando per quel medesimo onde s'argomentano d'attribuire il mondo
a fattura del caso non poter egli esser altro che opera di perfettissimo
intendimento? Percioché, come sarebbe egli altrimenti di quello che è,
supponendolo lavorato da una mente a disegno, concatenando parti fra loro per
natura estremamente contrarie, con disordine sì unite, con discordia sì
concordi, e tutte insieme operanti a un sol fine, e ciascuna d'esse, eziandio
le minime, d'un sì artificioso lavoro e si conveniente al particolar suo bene e
al ben commune sì acconcio? Se questo è operare a caso, qual sarà l'operare a
disegno? Così dunque v'è fra le menti degli uomini onde poter discernere, per
li diversi loro dettati, le savie dalle pazze, e nell'opere della mano onde
distinguere le lavorate insensatamente o con finezza d'ingegno e regola d'arte;
e dal mondo, fattura di sì gran magistero e senno, non potrà intendersi s'egli
sia o no lavorato con senno? Gli atomi, per conchiudere con Lattanzio e dire a
Democrito quel ch'egli al suo discepolo Epicuro, si sensu carent, nec coire
tam disposite possunt, quia non potest quicquam rationale perficere nisi ratio,
quam multis coargui haec vanitas potest! Sed properat oratio. Hic est ille
(Epicurus) qui genus humanum ingenio superavit et omnes extinxit stellas,
exortus uti aetherius Sol. Quos equidem versus nunquam sine risu legere
possum. Non enim de Socrate aut Platone hoc saltem dicebat, qui velut reges
habentur philosophorum, sed de homine quo sano et vigente nullus aeger ineptius
deliravit.
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