|
CAPO QUINTO
L'armonia del mondo, di parti per natural
discordia dissonanti accordate in natural concordia e consonanza.
Chi non sa geometria non entri. Così stava, a gran
caratteri, scritto in fronte alla porta dell'Academia di Platone: e ciò
singolarmente in grazia delle proporzioni, ch'eran la chiave mastra sotto cui
stavano e per cui sola s'aprivano da quel gran maestro de' savi i tesori della
naturale, della civile e della morale filosofia. Or chi può andar con la
memoria tant'oltre, che si raccordi d'aver trovata la medesima legge scritta su
la porta del mondo al primo entrar che vi fece nascendo? Ma ella pur v'è: né se
ne doveva altramente. Conciosia che, essendo una così degna e gran parte
dell'artificio e della vaghezza di questo ammirabile universo il buon ordine
delle sue parti, non conveniva che chi tanto maestrevolmente l'architettò fosse
fraudato della lode dovutagli, esponendo un così ben inteso lavoro ad occhi non
intendenti dell'artificioso e del vago che ha una ben misurata collocazione di
tante parti accordate l'una con l'altra e tutte insieme rispondentisi in
bellissima proporzione. Perciò provedimento di Dio fu quello che men
propriamente suol darsi alla natura, d'organizzarci l'anima in una tal poco da
noi intesa maniera, che come a' sensi la qualità de gli oggetti che loro per la
medesima cagion si confanno apporta diletto e il contrario li tormenta, così a
lei la proporzione e l'ordine, qual si dee ad ogni cosa il suo, va mirabilmente
a gusto, e la deformità e disordine delle medesime altrettanto l'offendono.
Quindi sant'Agostino: Iniqua – dice – dimensio partium facere ipsi
aspectui velut quandam videtur iniuriam. Ed è vero: ché quale, eziandio se
incoltissimo alpigiano, non si risentirà tutto in vedere la porta d'alcun
palagio storpia di tutte le membra e come un mostro d'architettura, senza
legamento le parti, senza regola l'ordine, senza proporzion le misure, le basi
e i zoccoli disuguali, le colonne mal fusate e zoppe, i capitelli sformatamente
grossi, l'architrave torto e pendente, gli stipiti non paralleli, gli angoli
del vano obliqui, o l'arco non rispondente al centro? Dunque egli ha, senza
studio, l'anima, per così dire, modellata a cotali giuste e proporzionate
misure che, come il ben misurato e ben disposto le piacerebbe, così lo
scontrafatto e di mala attitudine la scontenta. Né altra è la cagion del piacer
tanto la bellezza de' volti e de' corpi, e dell'abominarne la deformità come un
peccato mortale della natura.
Vero è che chi bellezza del mondo non osserva
altro che quel proporzionato che ne mostra a gli occhi il semplice material
delle parti in buon ordine situato, non ne trae più diletto che da una
bell'arpa chi sol ne considera la disposizion delle corde e non ne sente la
musica. E vaglia a dire il vero, o entriate nel tempio della cristiana
filosofia a udirvi i Padri maestri della Chiesa, molti de' quali trattarono
questo argomento con incomparabile eloquenza, o nella scuola de' Platonici,
soli savi al discorrere, fra l'altre sette de' filosofi deliranti, sopra la
sapienza di Dio nell'architettura e la providenza nel governo del mondo: non
troverete a che più sogliano assomigliare quest'ordinatissimo accoppiamento di
tante e sì fra loro diverse nature in un tutto maravigliosamente accordate, che
a uno strumento di musica, di cui il men bello che sia a vedere è, come io
diceva dell'arpa, la disposizion delle corde, che a poco a poco, con una certa
egualità disuguale scorciano e in grosso e in lungo, fra i due termini estremi
del massimo grave e del minimo acuto. Il sommamente dilettevole è udirne la
rispondenza de' suoni eziandio fra le lontanissime di luogo, ma vicinissime, in
quanto contemperate a proporzione di numeri armonici con che insieme si
uniscono. E tal è il mondo: in quo – dice Sinesio – partes insunt
partibus affines et aliae repugnantes, conspirante ad universi concordiam mutuo
earum divortio. Ut lyra, contrariorum et consentientium sonorum constitutum
modulamen est. Così Iddio il compose, così l'accordò, e il tiene in mano e
continuo il ricerca e ne fa udire la musica. E ciò è sì manifesto, che il
grande Atanagi il di è a considerare come un de' migliori argomenti della
natura in pruova non solo dell'esservi Iddio e dell'assistere al governo del
mondo, ancorché altro che sol dall'opere non si vegga, ma del non esservene più
che un solo. Facciam, dic'egli, che v'avvenga d'udire, o in tempo di notte buia
o di lontano tanto che nol veggiate, un valentissimo sonator d'arpa, che dopo
una brieve ricercata, ch'è l'esame dell'accordatura, dia nelle più vaghe e
artificiose sonate ch'egli sappia, d'ogni tuono e d'ogni modo le proprie, e dorico
grave e lidio guerriero e frigio mesto, or semplici, or intrecciati con quel
maraviglioso dialogizzare che sembrano far le corde, e interrogarsi e
rispondersi le acute e le gravi, or con botte lente e poche, or
velocissimamente sminuite quasi tutte insieme: come fosser due cori di musici
che si corron dietro, seguendosi su le medesime note, e pur sempre lontane
alcuno spazio misuratissimo, sì come spazio di consonanza. In somma (per non
dir qui ogni cosa, già che altrove la musica ci si tornerà a far sentire in
bocca di S. Agostino) quanto sa trar d'un'arpa, d'una cetera, d'una lira, d'un
liuto il più valente maestro che ve ne sia, con quella commozion d'animo e
d'affetti o d'allegrezza o d'ira o d'una dolce malinconia che sogliono
cagionare: sarete voi così povero o, per meglio dire, affatto privo di
giudicio, che non veggendo il sonatore per la scurità della notte che vel
nasconde, crediate quelle corde muoversi da sé medesime, da sé medesime
accordarsi? o non un solo, ma molti essere i sonatori che in uno stesso
strumento, chi qua e chi là, e nondimeno sì accordatamente le tocchino? Or quemadmodum
musicus, dice il grande Atanagi, ita quoque Dei sapientia, rerum
universitatem ut lyram tenens et aeria terrenis copulans et caelestia aeriis
universaque cum singulis coaptans, unum mundum mundique unum ordinem recte et
congruenter absolvit. Et si quis e longinquo citharam audiat ex multis et
diversis nervis compositam, et ex iis concentus harmoniam admiretur, plane
intelliget non a se ipsa citharam moveri, aut a pluribus pulsari, sed unum esse
musicum, qui uniuscuiusque nervi vocem ex arte ad concentum harmoniae misceat,
etiamsi illum non contueatur: ita quoque ex consona ubique et concinna mundi
dispositione etc.
Or vi par egli più da stupire l'ignoranza o da
esecrar l'ardimento d'alcuni, come solo a sé stessi parevano, soprasavi, ma
finissimi mentecatti, i quali, dove levandosi coll'ingegno su le punte de'
piedi neanche arriverebbono a toccar il vero del perché abbiano nelle mani l'un
dito più lungo dell'altro, nondimeno, come fosser giganti di sì sublime
intelletto che tutto il mondo lor sotto a' piedi appena fosse base sufficiente
ad alzarli un palmo, si son messi come del pari a tu per tu con Dio, disputando
del più acutamente vedere, non dico le nottole coll'aquile, ma i ciechi col
sole e i pazzi con la sapienza: e presi in mano archipenzoli, squadre e
compassi, han preteso provargli non aver egli data al mondo quella giusta
proporzione, quel natural legamento, quel perfetto ordine che si conveniva, ed
essi ben avrebbon saputo. Così, o delirasse da pazzo o bestemmiasse da empio o
l'uno e l'altro, osò dire sopra il componimento delle sfere celesti e 'l
regolatissimo andar de' pianeti, quell'insensato re matematico, D. Alfonso, da
me altrove raccordato. Ma quanto bene stava il dargli a mordere, in vece di
Dio, quel pan di pece con che il fioritissimo Pisida ne' suoi giambici inchiavò
i denti e chiuse la puzzolente bocca a Porfirio, dicendo mestiere a lui
confaccente essere non misurar le rivoluzioni de' cieli come astronomo, ma come
scarafaggio voltar pallottole di bovina, e tutto adoperare lo studio e
l'ingegno in dar loro quel moto onde solo riescano perfettamente ritonde, tal
che di poi s'aggirino senza errore. Quanto più da filosofo e da cristiano parlò
de' cieli un idolatro e poeta:
Nec quicquam in tanta magis est mirabile mole
quam
ratio et certis quod legibus omnia parent.
Nusquam
turba nocet. Nihil illis partibus errat.
E se null'altro vi fosse per cui conoscere Iddio
e ammirarne la sapienza, basterebbe a ciò il solo affissarsi a veder le giuste
e ben osservate leggi d'unione e di pace con che egli ha collegata una tanta
moltitudine di nature quante ve ne ha dal centro della terra fino al sommo de'
cieli: e ciò col più stretto e nondimeno coi più soave nodo che sia,
imparentando, per così dire, le une con le altre e facendo che il ben
particolar di ciascuna dipenda dal bene universale di tutte: né v'ha republica,
eziandio se ideale e platonica, o con più diversi stati o più perfettamente
accordata. Miro enim modo– dice il Crisologo – sic ex disiunctis
partibus iunxit compagem mundi, ut nec commistio discreta confunderet, nec
discretio rerum scinderet unitatem.
E che altro bisognò a quella saggia Assiotea
raccordata da Temistio che avvenirsi nella istituzion delle leggi compresa in
dodici dialoghi da Platone, per farla incontanente gittar da sé lontano non
solamente l'ago, il fuso e l'arcolaio, ma per fin l'abito feminile, e tal
vestita qual era d'animo e d'ingegno maschile, venir d'Arcadia, d'ond'ella era
natia, fino ad Atene in Attica, sol per quivi vedere e, se il cielo la degnasse
di tanto, darsi discepola a Platone?
Ma egli è necessario farsi un poco più da vicino
a veder tutto insieme l'unione e il buon ordine delle parti che rendono sì
artificioso il componimento del mondo. E per intendimento di quella raccorderò
Cassiodoro, ammirante l'industria e l'arte d'un valente architetto in
commettere i marmi d'un edificio, sì che, essendo mischi e ciascun di loro
diversamente venati, egli pur gli ordinò sì che non parean diversi pezzi ma un
solo, non congiunti ma nati: tanto ben entrava il fine d'una macchia nel
principio dell'altra con inganno dell'occhio, che non vi sapea discernere le
giunture. E similmente Seneca, che de' colori dell'iride, non taglienti ma
insensibilmente sfumati onde l'un passa nell'altro né può vedersene il come o
il dove: Videmus, disse, in eo (arcu) aliquid flammei aliquid lutei,
aliquid caerulei, et alia in picturae modum subtilibus lineis ducta, ut ait poeta:
ut an dissimiles colores sint scire non possis, nisi cum primis extrema
contuleris. Nam commissura decipit usque adeo mira arte naturae, quod a
simillimis coepit, in dissimilia desinit. Or mirate come ciò ben si avvera
negli elementi. Potevano sortir vena più differente terra, aria, acqua e fuoco?
E nondimeno, come ben si collegano l'uno all'altro! E ciò non per violenza
d'imperio, ma per inclinazion di natura. Peroché la terra e l'acqua
s'abbraccian col freddo, qualità ad amendue commune in differente grado, e
l'acqua e l'aria con l'umido, e l'aria e 'l fuoco col caldo, e il fuoco e la
terra col secco: e vi par vederli prendersi per mano, e far tutti quattro un
cerchio che, senza torre a' contrari la nimistà necessaria alla natura niente
men che la loro amicizia, indissolubilmente li lega. Con che eccovi negli
elementi espresso quel che Platone accennò nel Timeo, che Iddio
nell'operar suo continuo geometrizza: cioè con le mezzane proporzionali unisce
e lega in fra loro gli estremi. Vinculorum autem, dice egli nel medesimo
libro, id est aptissinium atque pulcherrimum quod ex se et ex iis quae
adstringit quam maxime unum efficit. Hoc autem proportio ratioque alternae
comparationis maxime assequitur.
Sagliamo ora più alto, a veder come i cieli si
colleghino infra loro e con gli elementi. La Luna cieca ha bisogno del Sole che
le dia il lume: ma per rifletterlo e versarlo negli elementi, temperando in tal
guisa l'umidità e il calore, sue proprie doti, ch'ella serve a lievitar qua giù
quello che il cuocerlo e stagionarlo è ufficio del Sole: e non parlo ora
d'altro, serbandomi il dirne in più conveniente luogo. E 'l Sole anch'egli,
perché ubbidisce da suddito al rapimento, come dicono, dell'ottava sfera? E
perché tutto insieme il contrasta, tornando addietro per suo proprio movimento?
Perché va obliquo e si torce dall'equatore verso l'un polo sei mesi, verso
l'altro altrettanti, se non per servire alla terra, misurarle il tempo
distinguendole i giorni e gli anni, come la Luna i mesi, e avvicendar le
stagioni: valendosi a quegli dell'ombra medesima che la terra gitta e quasi la
metà vi s'involge, e questo facendo coll'obliquità delle guardature e per
conseguente col più o men forte riflettere de' suoi raggi? Non vo' dir per ora
(ché soverchio m'allungherei) degli altri cinque pianeti, la lor collocazione e
i lor ministeri: e come anch'essi, mossi e moventi, e ricevano e diano; e il
privato lor bene, come parti d'un tutto e membri che compongono un sol corpo,
per lor medesimo bene rifondano nel comune.
Tragga ora qua inanzi se v'ha chi del saper suo
tanto presuma e, considerate ad una ad una tutte le parti del mondo, additi
qual di loro, tolta di dove ora è e trasportata altrove, ivi stesse in più
conveniente luogo, quanto all'ordine ch'ella dee comporre o a gli effetti che
ne debbono provenire. San Gregorio Nisseno (se pur egli è l'autor di
quell'opera, e non anzi Nemesio filosofo cristiano) Quid recenseam,
dice, res quasque ab orbis architecto Deo creatas earumque proportionem et
harmoniam et situm et ordinem et usum quem unaquaeque affert universo? et ita
omnia esse constituta demonstrem, ut aliter recte se habere non possint, atque
nunc habent, neque accessionem accipere? Ma questa non è una di quelle
verità tanto in apparenza oscure che a chiarirla abbia mestieri che vi si
adoperi un sole di sapienza: sarà di vantaggio una lucerna, qual fu il puro
natural lume con che Galeno andò spiando a membro a membro e tutta descrivendo
la fabrica del corpo umano, architettato all'idea del più bell'ordine e stile
che esser possa. Udianlo ragionare due parole di questo piccol mondo ch'è
l'uomo, e tutto insieme del grande che ora abbiam fra le mani. Egli dunque,
azzuffatosi con Epicuro, come già Ercole con Anteo, afferra nella gola quel
fangoso e laido figliuol della terra, traente tutta la forza del suo filosofare
dal cadimento del caso, secondo lui artefice di tutte le cose; e sì forte lo
stringe che gli dà cento anni di tempo a rispondere: perciò tutti gli spenda in
cercare qual delle mille parti del corpo umano sia, non dico fuor di luogo e
mal posta o sconcatenata, ma non sì propria di dove è che meglio stesse
altrove; non così ben tirata a disegno che le si possa dare altra proporzione,
altra forma che, avendola, mostruosamente non ci disformi: overo, in quanto
ella è istrumento ufficiale dell'anima, non lavorata si acconcia al fine delle
animali e delle vitali sue operazioni, che rimanga come diversamente e meglio
organizzarla. Sentite e, senza che i dragoni vi lecchin gli orecchi o abbiate
il mago Tianeo per interprete, intenderete il parlar d'una bestia. Epicuro,
rinunziati i cento anni, si offerisce a rispondere immantenente: cioè che
l'uomo, senza tante frascherie di proporzione e d'inutile convenienza di parti,
dovrebbe essere non altro che gola e ventre e quanto di più s'adopera a
dilettare il senso: che di piacer siam nati, dice egli, perché intendiamo che
altro non vuol essere il nostro vivere che di piaceri: come l'acqua del
ruscello non corre amara, se dolce s'origina dalla fonte. Mal per questo sozzo
animale ch'egli non nascesse in que' primi secoli, quando gli uomini non
pascevano altro che ghiande; anzi, mal ch'egli non fosse contemporaneo di
Galeno e gli cadesse nelle mani e sotto i ferri: ché in farne l'anotomia, come
soleva delle scimie e de' porci, l'avrebbe costretto a confessare quel che non
v'era altra via da neanche farglielo intendere. Or ecco come quel valent'uomo
tutto altramente discorre del maraviglioso ordine delle parti che compongon la
fabrica de' nostri corpi, la quale mentr'egli descrive confessa parergli di
comporre un sacro inno in lode della sapienza di Dio, e soggiunge: "Èvvi
nel corpo umano parte come più bassa così anco più dispregievole d'un calcagno?
Or dove starebbe egli meglio, o situato per l'ordine o trasportato per l'uso,
che dove egli è? In nessun luogo – e cercateli tutti – niente più di quel che
stesse bene il fondamento d'una casa, o nella sala, se esser potesse, o sopra
il tetto: perch'ella, oltre che si renderebbe disconcia e incommoda,
rovinerebbe". Poi lieva gli occhi al cielo e dimanda: "Èvvi in tutto
il mondo cosa né più utile né più degna del Sole? Or così non si può allogare
in noi altrove un calcagno che bene stia, come neanche il Sole, che tutta la
natura non si sconcerti e guasti. Hovvelo a dimostrare? Innalzatelo fino alle stelle:
la terra, mancatole il calor vitale e spenta con esso in lei ogni virtù da
produrre, si rimane un cadavero. Abbassatelo fino al ciel della Luna: eccovi
all'eccessivo ardore secchi i fiumi, bogliente il mare, tutti i monti
Mongibelli e Vesuvi, tutta la terra una sterile massa di cenere, un'Arabia
diserta. Fatelo nel cotidiano e nell'annovale suo corso il doppio più veloce,
onde l'anno si compia in sei mesi e 'l dì e la notte insieme in sol dodici ore;
né le biade né i frutti avranno alle stagioni lo spazio lor necessario per
maturare. Sia all'opposto il doppio più lento: le ricolte, tarde quanto se ora
le avessimo solo a ogni ventiquattro mesi, già non basteranno a sustentarci,
Chi poi è alcuna poca cosa intendente delle varie posizion della sfera, comprenderà
per sé stesso l'orribile sconcio che per necessario conseguente verrebbe alla
natura, se l'eclittica, o via del Sole, torcesse più che non fa lungi
dall'equinoziale o anco il segasse ad angoli retti, tal ch'egli, correndola,
arrivasse fino a' poli del mondo".
Ben so io che la natura poteva star senza alcune
vaghezze di più diletto che utile: come a dire, ancorché tutti i marmi fossero
schietti, e non, come tanti ne abbiamo, sì variamente dipinti a macchie o a
schizzi o venati, potremmo altrettanto bene valercene a fabricare; e simile
d'altre mille più tosto delicie per diletto che rimedi per bisogno. Ma il
torleci (per non dir della stima in che Iddio ha mostrato d'averci, fornendoci
a sì gran dovizia oltre al bisogno) non sarebbe ciò un torgli altrettanti
testimoni della sua magnificenza? E avrebbe a chiamarsi vinto in grandezza
d'animo da Alessandro, che a Perillo povero cavaliere, chiedentegli alcuna poca
dote con che onestamente allogare un buon numero di figliuole, donò cinquanta
talenti d'oro; e ritirando quegli la mano con dire che anche sol dieci eran
troppo: "Se a te – ripigliò quel magnanimo – i miei cinquanta son troppo,
a me i tuoi dieci sarebbon poco: perché tu ricevi come povero ed io dono come
re". Per ciò, come solea dir Favorino, si ex Platonis oratione verbum
aliquod demas, de elegantia detraxeris, si ex Lysia, de sententia, così è
del mondo: qualunque cosa voi ne togliate, egli o si guasta o è men bello.
Fin qui ho discorso dell'ordine e del buon
legamento dato da Dio alle parti che compongono il mondo; né ho fuor che solo
accennato quel che raddoppia il pregio all'opera e la gloria all'artefice, cioè
la discordia delle medesime parti maravigliosamente accordata. Aemula enim
inter se conditione universitas ista modulata est, disse Tertulliano. Il
che com'è impossibile ad avvenire per casuale abbattimento che renda fra loro
amiche al solo scontrarsi nature ab intrinseco odiantisi e mortalmente
nemiche, e ne disponga le operazioni sì che tutte concordi s'uniscano e tutte
mirino e battano al medesimo fine del mantenimento dell'uomo, così ragion ebbe
S. Giovan Damasceno di tenerlo in quel conto che una dimostrazione convincente
esservi una mente d'altissima sapienza, e questa in un supremo monarca avente
assoluto dominio sopra ogni cosa: che è quanto dire, esservi Iddio. E prima del
Damasceno, al non men dotto che santo senatore Boezio la divina Filosofia,
entratagli in carcere a farlo in apparenza suo discepolo, in verità maestro
anche de' più saputi: Mundus hic, gli disse, ex tam diversis contrariisque
partibus in unam formam minime convenisset nisi unus esset qui tam diversa
coniungeret. Coniuncta vero naturarum ipsa diversitas invicem discors
dissociaretur ac divelleretur, nisi unus esset qui quod nexuit contineret. Non
tam vero certus naturae ordo procederet nec tam dispositos motus locis,
temporibus, efficientia, spatiis, qualitatibus explicaret nisi unus esset qui
has mutationum varietates manens ipse disponeret. Fra gli architetti è
celebre per ingegno Buschetto il Greco, che disegnò il duomo di Pisa a cinque
navate, con tale avvedimento che vi trovasse luogo una gran montagna di marmi
già posti in uso di altri edifici e da' Pisani fin d'oltre mare portati:
spoglie di guerra tolte a' nemici di colà a forza d'animo e d'arme, in che allora
fiorivano al pari de' più possenti d'Italia. Eran, questi, colonne d'ogni
statura, grossezza e vena, cornici a differente intaglio, capitelli d'ogni
ordine, e similmente i piedestalli, i zoccoli, i dadi, gli stipiti, gli
architravi: tutte membra d'architettura, ma di diversi corpi smembrati. Egli
dunque, con solamente ordinarle per arte, ne formò un nuovo corpo, così bene
organizzato che non pareva aver fatto servire il disegno alla materia, ma
questa essergli nata nelle miniere o lavorata altrove quale appunto si
conveniva alle misure e all'ordine del suo modello. Tutta lode del suo sapere,
ond'egli meritò di salire in pregio d'uomo che d'un caos sapesse architettare
un mondo: come da certi fu detto di quel per ciò grande Iddio, qui mundum
formavit tantum ordine, nulla re addita vel detracta. Ma nell'edificio del
Greco, finalmente, non v'era altro che diversità di parti più o men grandi, e
foggiate questa a uno stile e quella a un altro. Non si nimicavano né avean
princìpi di qualità estremamente contrarie e sempre in atto di distruggersi
l'una l'altra. Di cotali nature sì, che è fabricato questo ugualmente bello e
maestoso tempio di Dio, il mondo: Dei enim templum est, disse Filone, mundus
hic universus, cuius sacrarium caelum, in tota rerum natura praestantissimum,
donaria vero sidera, sacerdotes et aeditui Potestates angelicae. Or può
egli vedervisi maggior concordia nel tutto, maggior discordia delle parti?
E quanto alla concordia: dallo squotersi e
guizzar che fa tutta una lunga e sottile asta, tanto sol ch'ella, eziandio se
leggermente, si batta da un de' suoi capi, Massimo Tirio trasse onde spiegar
con ingegno il poco che fa mestieri a muovere la mente e metterla in gran
discorsi, secondo i princìpi di Platone, della cui scuola il Tirio era filosofo.
Ed io nel grande arsenale di Vinegia mi son provato ad appressare l'orecchio al
piè d'un rozzo e giù disteso albero da galeazza, di lunghissimo fusto e grosso
a dismisura; e battendosene colà lontanissimo il capo opposto col solo tocco
d'un'unghia, sentirne il suono, insensibile ad ogni altro eziandio se ben
vicino alla percossa: e ciò per lo triemito di quel gran corpo che tutto a un
sì leggier colpo dibattesi e ondeggia. E che ciò sia, e non sol perché il suono
serpeggiando coll'increspamento dell'aria più unito si porti o più molle si
strisci per sopra la superficie dell'albero, vedesi manifesto dal non seguire
il medesimo effetto in due tronchi, avvegnaché più corti, distesi a lungo, e
diritti l'uno in capo all'altro, vicini tanto che sol non si tocchino: peroché
così il tremore non si continua, né per lo toccamento si communica dall'uno
all'altro; e il suono che dal tremor si cagiona o per lui si diffonde resta e
muore a piè del primo tronco. Che dunque una sì lieve impressione scommuova e
faccia ondeggiar le parti d'un tutto, sì che l'una slogata l'altra a lei vicina
e continua sluoghi e sospinga; se questo è il tremare, ancorché ammirabile, pur
non è malagevole a intendersi in un corpo (lasciamo stare l'altre condizioni,
ché non fa mestieri apportarle) continuato e di parti, per la simil natura e
collocazione, abili a similmente patire. Ma che in un aggregamento di tante e
sì fra loro non che diverse ma in tutto contrarie e nimiche nature quante ne ha
tutto il mondo, sia tanta non solo concatenazione, ma, se il consente il vero,
continuazione, al certo unità, che le lontanissime quanto è il ciel dalla terra
propaghino la virtù de' lor moti, sì che queste infime parti ne ricevano
l'impressione e si risentano come fanno; questo a' maggiori savi dell'antichità
è riuscito impossibile ad accordare se non con una gran discordanza dal vero:
cioè ponendo in corpo al mondo un'anima informante, e di quell'eccellenza che
la divisano massimamente i Platonici, la quale abbia in sé unito tutto il fra
sé disunito e operi eziandio in distantissime parti: nella maniera che in noi,
se l'anima comanda nel capo, il piè comandato di muoversi eseguisce, senza
spedirglisi un corriere che passi per tutto il corpo a portargliene l'ordine.
Or quanto alla discordia delle parti che compongono quest'universo, eccone
altre fisse e immobili come fossero morte, altre vivacissime, la cui quiete è
il già mai non quietare. Alcune leggieri e volanti, altre ponderose e gravi:
queste per loro natural principio moventisi sempre all'ingiù, quelle tutto in
opposto; e certe, avvegnaché smisurate di corpo, pur né leggieri né gravi; per
ciò né all'un termine né all'altro inchinate, ma intorno a un centro, mobile
anch'egli in cerchio, volgersi e girare – e che girare? – sopra diversi poli e
a un medesimo tempo incontro a termini sì estremamente contrari come il sono
l'oriente e l'occidente. Ve ne ha delle fuse e liquide, e delle dure e sode;
delle sterili e delle feconde, delle lucide e delle scure; e calde e fredde in
eccesso, e in eccesso umide e secche. In somma, a dire brieve, tota huius
mundi concordia ex discordibus constat.
E nature sì implacabilmente nemiche non si
contrastano elle? Sì: e questa è la maraviglia, che il lor privato contrasto
sia la pace del publico. Non si distruggono insieme, per cagione
dell'equilibrio, cioè dell'aver le forze contrapesate, essendo l'una al
resistere sì gagliarda come l'altra al contrastare. E in tanto, dal continuo
azzuffarsi e permischiar che fanno le contrarie lor qualità, ne nasce il
producimento de' misti, ne' quali, rintuzzato il soverchio di quelle che di
troppo eccedevano, e così ridotte a convenevole mezzanità, mirabilmente
s'accordano. Così,
dum certant, plus pacis habent.
Segreti son veramente questi, alla poca veduta
de' nostri ingegni, non penetrabili sino al fondo: ma tanto anche palesi che vi
s'intende una virtù che non può esser cosa fuor che di Dio, per cui senza
mezzano, senza paciale, disse il Boccadoro, l'acqua e 'l fuoco, l'aria e la
terra, gli elementi e i cieli si legano in un bel tutto con indissolubile
amistà. Che se in un villanzuolo, dal solo ben compor ch'egli fece un fascio di
legne fu scoperto, da un savio che l'attese, ingegno abile a riuscir eccellente
filosofo, che dovrà dirsi di chi ha composte e unite in un sì bel mondo nature
di forme in nulla conformi e d'operazioni quasi in tutto contrarie?
|