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CAPO SETTIMO
La notomia del ventre d'un piccolissimo seme: a
trovarvi dentro tutto il corpo d'un grandissimo albero.
Ma dov'è un Erofilo, un Galeno, con sì minuti
ferri e con arte a notomizzare i corpi sì prodigiosa, che nel piccolissimo
seme, cioè nella parte appena centesima d'una ghianda, sappia farvi veder tutto
il corpo e discernere a un per uno tutti i membri d'una quercia che ivi dentro
si chiude? Se tutto l'albero è nel suo seme e quinci quasi ex occulto quodam
thesauro depromitur, egli è un gran miracolo a dire che un così smisurato
gigante quanto un abeto, un rovero, un castagno, una palma, un pino si
rannicchi e impiccolisca tanto che senza distruzion del tutto, senza confusion
delle parti, senza storpiamento delle membra tutto cappia e stia chiuso in quel
seme come un pulcin nell'uovo – ché così solea dire Empedocle, riferito da
Teofrasto – e come quel piccolissimo a poco a poco ingrandisca, quel confuso a
parte a parte si ordini, quel tutto somigliante si varii e prenda in un essere
forme d'essere tanto diverse, quell'invisibile apparisca e si colori e
distingua, quel debolissimo e tenero diventi una salda torre di legno che,
piantato su le più erte cime de' monti, contrasta alle furie de' venti e regge
a ogni tormento dell'aria. Che vi par egli di ciò? Credo che quel medesimo che
ad Agostino, eziandio se come lui consideriate il nascere di qualunque altra la
menoma pianticella: Vis unius grani cuiuslibet seminis, dice egli, magna
quaedam res est, horror est consideranti.
Quante varietà di forme, per natura, proprietà,
effetti e, dirò così, genio e talento, diverse ivi dentro si chiudono, o
permischiate o distinte che vogliam farle! La radice, che tanto teme e si
guarda che il ciel non la vegga, il sol non la tocchi, l'aria non l'offenda,
ben intendente di qual sia il suo ministerio tutta si ficca giù sotterra; e nel
suo nascere tenerissima, pur la trafora e penetra e vi si dirama e spande; e
tanti tronchi e rami e barbe gitta per tutto, che ella sembra un albero
capovolto e sepolto: e per ciò viva, perché sepolta; altrimenti, a
disotterrarla si muore. Quivi ella è in prima fondamento della fabrica che
sostiene, e ben rispondente ad essa: cioè per le alte, profondo; per le ampie,
diffuso; per le scosse da' turbini, ripartito e fermo da ogni lato onde che
tragga il vento: come gli alberi delle navi, che si tengono alle sarte le quali
a guisa di braccia da ogni intorno l'afferrano e 'l fermano. Oltre a ciò, la
radice è tutto insieme quello che negli animali la bocca, il ventre, e 'l
fegato. Succia l'alimento, il concuoce, il trasmuta in sugo, indifferente a
ricevere le diverse forme delle diverse parti che a sé il derivano. Peroché
ancor l'anima delle piante ha le sue proprie facultà, naturali e vitali,
distinte; quella da attrarre, da concuocere, da digestire, da trasmutare, da
aumentarsi; e la formatrice senza disegno, e non mai fuori d'ordine; e la
nutritiva senza separazion d'escrementi; e la generativa senza pregiudicio
della verginità.
Dalla radice, ecco una parte nata di lei, ma a
lei di talento affatto contrario, cioè il germoglio. E miracolo per cui istinto
egli intenda il suo bene, che è uscir della terra, venirsene all'aria, al sole,
al cielo aperto: sì fattamente che, se il seme cadde torto o rovescio, il
germoglio non s'allunga all'in giù, dove chi sa com'egli sappia che non
troverebbe uscita e perderebbesi, ma incontanente si torce; e non veduto mai n
è inteso esservi questo mondo di sopra, il cerca; e tenerissimo come un bambino
che latta ha forza di pertugiar la terra, avvegnaché ricalcata e dura, fin che
ne spunti. Ma che dico io penetrare una crosta di terra, alla fine solubile
ancor che densa? Consideremus – disse il filosofo Seneca – quam
ingentem vim per occultum agant parvula admodum semina: et quorum exilitas in
commissura lapidum vix locum inveniat, in tantum convalescunt, ut ingentia saxa
distrahant et in momenta dissolvant scopulos rupesque radices minutissimae ac
tenuissimae.
Dal germoglio, a poco a poco ingrossando, ecco
il pedale e 'l tronco; di fusto alcuni dirittissimo e ben tirato uguale, se non
in quanto a proporzion del salire assottigliano e digradano con ragione; altri
di sì gran corpo che assai degli uomini, incatenate insieme le mani,
cerchiandoli, appena gli abbracciano. Poi in convenevole altezza lo spartimento
de' rami, e da' maggiori i minori e altri da questi spuntando e sempre
diminuendosi con una tal arte in apparenza senza arte, che quel fortuito, quel
negletto, quell'incolto non può essere né più maestoso, né più vago a vedere. E
se avrete osservata una vecchia e gran quercia gittar quelle sue braccia e
dividere e multiplicare e compartire i rami, tal ch'ella fa da sé sola una
selva pensile in aria, avrete ammirato in quell'orrido una bellezza, in quel
negletto un'arte sì ben intesa che quel che sembra gittato a caso non si
potrebbe ordinar meglio con regola di disegno. Poi sovente intorno al piè una
numerosa figliolanza di polloncelli e verghette che mettono per loro stesse, e
consolan la madre che in esse decrepita ringiovenisce e mezza morta rinasce.
Or che si ha a dire della ruvida e scagliosa
corteccia che tutto l'albero veste, anzi arma e difende, quanto dura, e pur ben
assettatagli in dosso? Della tenera e sottil buccia che glie la unisce al
corpo? Della polpa e, dirò così, carne legnosa che il compone? Delle
innumerabili vene e fibre e nervetti che tutto il corrono per lo lungo? Della
midolla sugosa e morbida, e per ciò chiusagli più a dentro?
Che de' colori, a ogni parte il suo proprio? Quid
foliorum describam diversitates? quemadmodum alia rotunda, alia longiora, alia
flexibilia, alia rigidiora sint, alia nullis facile ventis labentia, alia quae
levi motu decutiantur aurarum? Non è egli degna di maraviglia la varietà
che han nelle foglie i cipressi, gli abeti, i pini, le palme, i platani, gli
olmi, le querce, tutti i fruttiferi, tutti i salvatichi? Oltre alla bellezza e
all'ombra per nostro diletto e refrigerio, quanto acconciamente formate
all'utile delle lor frutte! Basta per tutti raccordarne sol due estremamente
opposte. Le pine durissime e, per così dirle, sassose non abbisognavan di
foglie che le difendessero dalla gragnuola: eccole lor come fila sottili e da
piè, per bellezza, annodate in un pennacchio; al contrario i fichi, teneri e
dilicati, hanno a proteggerli tante targhe, non meno ampie che dure, quante
foglie a coprirli. Ma de' frutti stessi la copia, la varietà, le figure, i
colori, le scorze, i picciuoli, le granella, le polpe, i sapori richiederebbon
da per sé soli un libro.
Ma sian per tutti le uve, già che elle e la lor
madre, la vite, furon degnate da' santi Padri di particolar considerazione
oltre ad ogni'altra pianta e frutto. E primieramente, quis non miretur ex
acini vinacio vitem usque in arboris summum cacumen prorumpere, quam velut
quodam amplexu fovet et quibusdam brachiis ligat et circumdat lacertis,
pampinis vestit, sertis uvarum coronat? Ella, percioché ad acconciarsi come
altri vuole, o in pergole o in pancate, o ne' terreni asciutti bassa o negli
umidi alzata lungi dal soverchio umore, dovea esser non rigida ma flessibile e
per ciò non possente a reggersi per sé medesima in piedi, supplisce ciò
coll'industria, et claviculis quasi manibusciò che tocca afferra, e con
essi per sé stessa s'aggrappa e rampica su per gli altissimi tronchi e fino
alle cime degli arbori: innocente però e per dar ella il suo, non per toglier
l'altrui come l'ellere ingrate, che fan radice de' rami e smungono e diseccan
la pianta a cui s'attorcigliano. Poco graziosa a vedere, nol niego, è la vite
nel tronco: e va non solo mal vestita, ma stracciata, per la corteccia che le
cade da dosso sdrucita in liste; ma ciò ella non cura più che de' posticci
ornamenti le fonti che sboccano in mezzo alle piazze reali fra statue e conche
finissime di materia e di lavoro. Il bello della vite è dove ella gitta e
spande i tralci, o scapigliati con una certa maestosa incoltezza, o intrecciati
e disposti comunque il voglia la mano a cui ella tutta arrendevole ubbidisce.
Ma de' suoi regolatissimi pampani vuole udirsi filosofar S. Ambrogio: doceat
nos pampinus naturae gratiam, et divinae sapientiae interna mysteria. Videmus
enim ita scissum atque divisum, ut trium foliorum speciem videatur ostendere. Ea autem ratio videtur servata naturae, ut et solem facilius admittat et
umbram obtexat. Denique procerius media pars eius extenditur et in ipsa
summitate tenuatur, ut plus pulchritudinis quam tegumenti praeferat. Et enim
bravii speciem videtur effingere, significans quod uva inter pendentes ceteros
fructus habeat principatum, cui tacito quodam iudicio naturae, sed evidenti
indicio, innascitur species et praerogativa victoriae . A dir
poi del suo frutto, ecco l'innumerabile lor varietà, quanta niun'altra specie
d'arbori ne produce; e l'artificio del grappolo nello spargimento così ben
inteso che il raspo fa de' suoi ramicelli, e a questo gli acini attaccati con
la bocca, come bambini alla poppa: e da vero succian tanto che con esser sempre
pieni non sono mai sazi, se non quando da sé stessi ne cadono come già
ubbriachi. Le lor figure poi diversissime, come altresì le grandezze e i colori
e i sapori, di che tanto si è scritto e tanto più ne rimane, non è fatica da
intraprendere il divisarli. Sol mi ristringo a dir col gentilissimo Pisida,
scrittore d'oltre a mille anni addietro: Quis, dum aspicit pulchrum racemum,
non stupens miretur humorem igneum ligno iniditum?
Ma questa non è tutta la maraviglia ch'io ne
concepisco. Che virtù è quella per cui la vite trae da un contrario l'altro ch'egli
non ha, mentre dell'acqua ch'ella bee con la radice fa un licor tutto fuoco? Or
l'arte da formare un tal corpo qual ella è, anzi il corpo stesso con le sue
parti invisibilmente distinte sta egli tutto in un di que' granelli degli acini
che seminato la genera? Stavvi quell'ingegnosa anima che di poi tutto grande
l'informa? Dobbiam veramente dire, con S. Agostino, in ipso grano
invisibiliter erant omnia simul quae per tempora in arborem surgerent? Se
ciò è, chi continuo fa che un sì gran miracolo si operi senza miracolo convien
dire ch'egli abbia una più che miracolosa virtù: per cui, stupendone con più
ragione che Seneca quello di che il disse, debba esclamarsi: Mehercle, magni
artificis est clausisse totum in exiguo.
Ma se l'albero non è in verità nel suo seme,
comunque vi possa dentro capire impiccolito, ecco nuovo e maggior miracolo:
come non v'essendo pur n'esca e si componga quello di che non si truovan le
parti; e se il corpo non v'è, neanche l'anima, per conseguente: ché forma
ignuda non viene a lavorarsi ella con le sue mani la materia a cui de' unirsi,
ma la richiede già organizzata, almeno nelle membra più necessarie, e in
determinato grado di qualità a lei convenienti disposta.
Mentre così vo meco medesimo dubitando, odo una
voce, anzi un grido, come di chi rimette in istrada un pellegrino, cui di su la
cima d'un monte vede andar giù per la valle trasviato e sempre più
avviluppandosi per sentieri da non mai uscirne. Il grido viene dalle scuole de'
filosofanti; e mentre io, vinto dalla proposta difficultà me le rendo, e
inchino e umilio la mia ignoranza alla sapienza di Dio, dicendo con quel savio
intenditore del proprio non intendere (che pur è intendere assai): Libenter
fateor me nescire quod nescio, me l'insegnano essi, e dicono l'albero esser
tutto nel seme. Come ciò? Virtualiter. E non più? Se sol tanto sa dirne
la filosofia, ella sa dirne quanto chi non sa né dir né tacere. Peroché questa
in verità è una di quelle voci che somigliano il famoso velo dipinto da
Parrasio, che gabba fino i maestri dell'arte, credendo esservi sotto quel che a
volerlo scoprire si truova essere un artificioso niente: cioè, qui, un vocabolo
che contien la risposta (e fosse tanto), come il seme l'albero, virtualmente.
Ancor quelle rupicum et barbarorum (animae), come disse Tertulliano, quibus
alimenta sapientiae desunt, sine academiis et porticibus Atticis, ieiunantes a
philosophia, sapran dire altrettanto: ché non v'è ingegno sì stupido che da
sé non intenda un sì artificioso lavoro non potersi operare senza una cagione
di virtù sufficiente al bisogno: ma questo è un principio sì universale, che il
medesimo, invariato a mille differenti effetti de' quali non sappiamo in
particolare il perché, indifferentemente si accommoda. Né più disse
quell'altro, ragionando della presente materia de' semi: naturae miraculo e
tam parvo gigni arbores. Quid simile origini suae habent malorum pyrorumque
semina? His principiis respuentem secures materiem nasci, indomita ponderibus
immensis prela, arbores velis, turribus murisque impellendis arietes. Haec est
naturae vis, haec potentia.
Ma vuolsi almeno udire se nulla sopra ciò ha di
nuovo il grande Agostino, che in materia quanto più difficile tanto più degna
dell'impareggiabil suo ingegno, che che si dica non potrà essere altro che
sommamente ingegnoso. Egli dunque ne' semi osserva, come cagion primaria de'
loro producimenti, certi che chiama efficacissimi numeri, accozzati in ciascun
seme i suoi propri; e per la diversa proporzione e, per così dire, armonia che
tra sé fanno, da ogni altro accozzamento diversi; possenti poi, col muoversi al
simpatico movimento delle cause universali, a tirare in opera sequaces
potentias, ex illis perfectis operibus Dei a quibus in die septima requievit. Così
egli filosofa in più luoghi della natura de' semi all'ordinario suo stile
platonico, divisando nelle corrispondenze de' numeri fra loro contemperati la
diversa efficacia delle virtù formatrici della materia patibile, e nella
intelligibile armonia, che da tutte insieme le loro proporzioni resulta, la
determinata specie d'ogni composto. Né va in ciò guari diverso dall'autore
della Divina Sapienza secondo gli Egizi, o egli sia Aristotele, come si studia
di provare chi dal greco originale il traslatò, o chi che altro di quegli
antichi che riconosce ne' semi rationes ad intellectum pertinentes, le
quali come non possono operare così neanche apparire se non in materia
sensibile, in cui sola suas actiones edunt et miras facultates ostendunt.
Nella maniera che i puri numeri armonici non risuonano altro che
all'intelletto, né si rendon sensibili all'orecchio se non col suono, né il
suono si genera né si propaga se non per lo triemito del corpo sonoro e per le
misurate ondazioni che l'invian per l'aria o, come altri vorrebbe, vel portano.
E sì come certissimo è quel che insegnaron Platone e Proclo, non perciò avere
infallibile verità un problema aritmetico o geometrico perch'egli riesce a
pruova nella tal determinata materia sensibile, conciosia che le verità e
l'essenze sian necessarie, immutabili ed eterne per loro medesime, e le
possenti a operare nella quantità discreta o continua, di cui sono proprietà o
passioni, dimostrano il lor vero ne' numeri e nelle figure considerate
astrattamente in loro stesse, dove sempre son vere e per cui vere anco
appariscono fatte sensibili nella materia; così avverrà de' numeri
intellettuali, che diversamente ordinati producono le diverse proporzioni con
che fra lor si rispondono le qualità feconde ne' semi, e sono le immediate
cagioni de' vari producimenti che ne consieguono per necessità di natura,
costretta a operare secondo il determinato principio di tutte insieme quelle
parziali virtù diverse, ma collegate, e in proporzione da far riuscire un tutto
differente in ispecie da qualunque altro: cotali numeri, dico, dovranno essere
anch'essi considerabili in loro medesimi come essenze, al pari dell'altre,
immutabili ed eterne. Ma se con tutto ciò noi torniamo a rimetterci nella
material mistura delle sì varie forme che in uno appena visibil granello
s'adunano, l'ingegno si confonde in quell'indistinto dov'elle hanno il lor
ordine; e s'accieca, cercandovi quella virtù che avviva e muove e accorda i
numeri all'operazione delle facoltà traenti tutte un medesimo umore, che poi
tutte diversamente lavorano la lor parte, ma congiuntamente in ordine al tutto
in cui tengono l'occhio, come gli statuari nel modello, ancorché elle nol
veggano fuor che in idea. Ma che fo io, stancandovi dietro a buone guide sì, ma
per sentieri tanto impacciati e angusti che neanch'essi, per di sottile ingegno
che siano, vi possono penetrare? Più savio consiglio è dilettarsi, ammirando
quel che veramente è un miracolo, ma nol pare se non solo a chi ben l'intende:
e ben l'intende sol chi conosce non potersi da noi, per qualunque sforzo di
mente, intendere. Quindi avverrà il sollevarsi dalla natura a Dio, di cui ella è
discepola ubbidiente, ma come un cieco a dipingere, da sé non bastevole a nulla
se non in quanto egli le tiene la mano e glie la conduce: onde sue veramente sono
le opere di lei, e a lui, come dovuta, ne torna l'ammirazione e la lode: anzi
per avventura maggiore che s'egli operasse da per sé solo. Che Michelagnolo
Bonaruoti sapesse far d'un sasso una statua che non avea bisogno d'anima per
parer viva, alle tante che il dimostravano già più non v'era chi o ne dubitasse
o ne stupisse. Ben fu nuovo il far ch'egli seppe maestro di scoltura uno che
mai non n'era stato discepolo: e fu allora che, messo un rozzo scarpellino a
lavorar co' suoi ferri un marmo e dicendogli: "Taglia qui, e qui spiana, e
scarna costì, e tanto profonda, e tanto alza", mostrandoglí il dove e il
come, gli fe' trovar nata, si può dir, fra le mani la mezza statua d'un
Termine; cui mirando lo scarpellino, sembrava egli veramente un Termine e una statua:
tanto fuor di sé per la maraviglia che fin di sé medesimo si dimenticò, e disse
ch'egli, se nol vedesse, mai non avrebbe creduto di saper tanto. Ma del saper
suo s'avvide quando, mancatagli l'intelligenza che gli assisteva al muovere
della, mano, si trovò di non saper fare del medesimo marmo e co' medesimi
scarpelli altro che schegge. Or così è la natura con Dio, e Iddio con lei: se
non che, di più, ella senza lui non è nulla, ed egli in lei è ogni cosa; e per
tornare a quel di che parlavamo, Ipse facit, siegue a dire S. Agostino, ut
numeros suos explicent semina et a quibusdam latentibus atque invisibilibus
involucris in formas visibiles huius quod aspicimus decoris evolvant.
Mi resta ora per ultimo ad attener la promessa
poc'anzi fatta d'una fruttuosa istruzione, di che fra assai delle altre può
esser questo, più che non sembra, misterioso operar di Dio nella formazione de'
semi e nella riformazione degli alberi che da essi rinascono. Grandi, non ha
dubbio, e sublimissime sono le cose che dalla prima e infallibile Verità,
Iddio, per bocca della Fede sua segretaria delle cifere a noi senza lei non
intelligibili, ci si propongono a credere. E avvegnaché ad umiliar loro il
nostro nobile sì, ma povero e superbo intelletto, sia di vantaggio l'autorità del
proponente non possibile ad errare come Sapienza né ad ingannarci come Verità,
egli nondimeno, senza in nulla diminuirci il merito della fede, pur ci ha
voluto in gran maniera agevolar la credenza ancor delle più sublimi materie con
darci a vedere nella natura stessa cose un non so che somiglianti a quelle,
maravigliosissime e procedenti da cagion naturale, a noi impenetrabili, ma da
non potersi negare al testimonío de' nostri occhi, che ne hanno evidente
l'effetto. Così (come da' marinai suol dirsi delle barchette che van sicure)
egli ci guida con un remo in terra e l'altro in acqua, aiutando l'intelletto
col senso e movendoci verso le cose che non veggiamo, coll'aiuto di quelle che
tocchiamo con mano.
Così egli ha fatto con la resurrezione de'
morti, per dire ora solamente di questo a che la materia mi s'acconcia. Il
dover ella essere, e il crederla come certissima a venire, si può dire che sia
il sostegno della Religione nostra: sì fattamente che l'Apostolo ebbe a dire: Si
mortui non resurgent, neque Christus resurrexit. Quod si Christus non
resurrexit, vana est fides vestra. Ma quanto vi si contorca e divincoli
l'umano intelletto, ripugnante a persuadersi che i corpi nostri, altri
svaporati in fumo e risoluti in un pugno di cenere dalle fiamme, altri sotto
nuova anima formati in sustanza di lioni, d'orsi, d'avoltoi, di pesci a' quali
divengono esca e, per comprenderne tutti i modi in un solo, divorati e consunti
da quella che Tertulliano chiamò gola de' tempi, sallo la chiesa, poiché fin
dal suo primo nascere il provò: tanti ebbe, parte impugnatori e parte derisori
di questa verità paruta loro vanità. Filosofi di gran nome, ma sol di nome
filosofi, peroché misuravano quel che Iddio può fare con sol quello che può far
la natura, com'ella fosse l'ogni cosa possibile e, tolta lei, tolto il tutto.
Ma gran mercé alla loro ignoranza, già che le dobbiamo gli altrettanti tesori
di sapienza quanti sono gli scritti che sopra ciò publicarono Atenagora,
Tertulliano, Minuzio Felice, il martire san Zenone, S. Ambrogio, il dottissimo
Enea Gazeo e tanti altri, i quali, veggendo da ogni lato assalita questa
importante piazza alle frontiere della Fede cristiana, la misero ben in
fortezza, aggiustando, come buoni maestri dell'arte, lo stile della difesa a
quello dell'offesa che i nemici le facevano: per ciò, con filosofi da filosofo
ne ragionarono. E ne avea dato loro esempio l'Apostolo, adoperando il
corrompersi e 'l riformarsi de' semi come un magistero della natura sì
convincente che, udite come ne parla a maniera di chi non tanto insegna quanto
rinfaccia a gl'increduli l'inescusabile loro ignoranza: Dicet aliquis:
Quomodo resurgunt mortui? Insipiens, tu quod semnas
non vivificatur nisi prius moriatur. Sic erit et resurrectio mortuorum. Seminatur in
corruptione, surget in incorruptione; col rimanente appresso. S'alza qui Tertulliano
e, data una diligente ricercata coll'occhio a tutto questo grand'ordine della
natura e vedutovi nulla disfarsi che anco non si rifaccia, con un perpetuo
risorgere dal cadere, ritornare dal dipartirsi, riardere dallo spegnersi,
rinascere dal morire (e va egli a parte a parte mostrandolo), in fine pronunzia
che non solamente, terrae de caelo disciplina est, exhibere eadem quae
absumpta sunt semina, nec prius exhibere quam absumpta, ma che totus hic ordo
revolubilis rerum testatio est resurrectionis mortuorum. Operibus eam
praescripsit Deus antequam litteris, viribus praedicans antequani vocibus.
Praemisit tibi naturam magistram, submissurus et prophetiam, quo facilius
credas prophetiae, discipulus naturae; quo statim admittas cum audieris quod
ubique iam videris, nec dubites Deum carnis etiam resuscitatorem, quem omnium
noris restitutorem. Quante parole tanto oro, di che tutto quel libro De
Resurrectione carnis è una vena continua, cavata dal capo di quell'ardente
e non ancora furioso africano, con quel suo pesante stilo di ferro, ottimo a
spezzar montagne e diroccarle sopra i Marcioni, i Valentini, gli Ermogeni e
quanti allora v'avea nemici e impugnatori del vero: giudei, eretici e idolatri,
che tutti combatté, tutti vinse; ma che pro dell'infelice, se in fine poi
anch'egli, accecato come Sansone, per una femina che gli cacciò di capo lo
Spirito Santo per introdurvi quel di Montano, perdé sé stesso, e seco tutte le
sue vittorie rimasero vinte? Udiam dunque non meno efficacemente e con più
dolcezza ragionar di ciò quel soavissimo Ambrogio, a cui, bambino in culla,
l'api portarono in bocca il mele. Ahi – dice egli – pusillanimi, e per ciò
miscredenti! Vedete cadere in terra il granello d'un acino e sorgere una vite:
per quanto vi limiate il cervello per assottigliarvelo non ne intendete il
come, e ne stupite come a miracolo di natura e di Dio che opera in lei; e il
cuor non vi suggerisce, perché il diciate a voi stesso: an de reparandis
arboribus divina est providentia, de hominibus nulla cura? Et qui ea quae ad
usus hominum dedit perire non passus est, hominem perire patietur quem ad
imaginem sui fecit? E anch'egli, come Tertulliano, annoverate in fede e
recate in testimonio le continue successioni del morire e del rinascer che
fanno le medesime cose, non tanto per continuazion della specie quanto per
consolazione de' nostri individui, che gittati dalla morte a imputridir
sotterra ivi stiam come semi che aspettano il lor nascimento, conchiude: Et
tu ergo seminaris ut cetera: quid miraris si resurgis ut cetera? Sed illa
credis, quia vides: ista non credis, quia non vides? Ma sentite una
convincente risposta da due grand'uomini che trattarono questo medesimo
argomento: san Pier Crisologo e prima di lui Minuzio Felice, in quel suo
bellissimo Ottavio. Truovasi – dicono amendue – chi per impazienza esca sì
fattamente di cervello che creda il grano gittato in terra e sepoltovi esser
del tutto morto né mai doverne risorgere a miglior vita, perché nol vede di bel
mezzo al verno levarsi alto col gambo, e spigato e granito e incerato chiamare
i mietitori al taglio? Ogni cosa ha la sua stagione. Dal seminare al mietere il
cielo de' dar tante volte al giorno che il Sole si rialzi e torni a ravvivare
la mezzo morta natura; e fallo di primavera, nel qual tempo muovono tutte le
piante prima assiderate e le prima secche s'infiorano: or così, expectandum
nobis etiam corporis ver est. In tanto riverdiscono le campagne e i
seminati per lo crescere d'ogni dì, e più alto si lievano e spigano e granano,
fin che maturi ingiallino e sian perfetti. Altrettanto è di noi: cum ver
Dominici adventus arriserit, corporum nostrorum matura tunc viriditas vitalem
resurget in messem. Così avete a intendere i misteri della fede da'
magisteri della natura; così a filosofare de' semi, ut te, homo, triticum
non tam doceat manducare quam sapere.
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