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| Daniello Bartoli La ricreazione del Savio IntraText CT - Lettura del testo |
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Il Sole gran limosiniere di Dio.
Del Sole, e non dee tacersi, e non può mai dirsi tanto che non sia poco più che tacerne. Tutte le corone di lode che gli si mettono in capo, al troppo da cinger che hanno troppo anguste, poco abbracciano, nulla stringono, e da loro stesse ne cadono: e premutevi, come già le ghirlande alle tempia di Scipione il maggiore, a forza si rompono: tal che, come a quel gran capitano di Roma, così a questo gran re del mondo può dirsi da vero quel che Licinio Varo da giuoco: Noli mirari si corona non convenit: caput enim magnum est.
I savi antichi il chiamarono occhio di Giove, imaginando ch'egli per lui vedesse ogni cosa: e parea lor dire assai; ma che pro dell'esser egli occhio a vedere, se non è altresì mano da provedere a ogni cosa? Più saggio dunque l'antichissimo Filolao, per dimostrare il Sole esser cuore della natura e fucina del calore e degli spiriti vitali e, per così dire, anco animali ond'ella tutto opera, il collocò in mezzo al mondo, immobile, e ogni cosa movente in cerchio attorno di sé: come tutte necessitose di lui, e niuna a lui bisognevole: la quale è una verità fondata sopra un errore, come una bella statua, ma che posa in falso: peroché falso è che il Sole posi: quello, della cui gagliardia nel corso Iddio si gloria, somigliandolo a un gigante che tutto esulta per giubilo, mentre a que' suoi gran passi sormonta il cielo e misura il tempo, e giuntone al sommo del suo viaggio sul circolo meridiano, indi, ove compie una carriera, un'altra con la primiera velocità e gagliardia ne ricomincia. Quello, a cui comandato da Giosu è "Ne movearis", stetit in medio caeli, et non festinavit occumbere. Quello, che in pegno di sicurezza ad Ezechia infermo, retro rediit, et addidit regi vitam. Quello che, secondo il sistema non di Salomone astronomo, ma di Dio che gli movea la mano a descriverlo, oritur et occidit: non per ingannevole apparenza, ma come chi veramente, ad locum suum revertitur ibique renascens gyrat per meridiem et flectitur ad aquilonem, lustrans universa in circuitu; pergit spiritus et in circulos suos revertitur. Mal grado (stetti per dire) che se ne abbiano que' moderni a cui non cale far Dio bugiardo per far Copernico veritiere. Che se testi delle divine Scritture sì chiaramente espressi ricevono interpretazione contradittoria e per ciò affatto distruttiva del detto, che riman più di sicuro allo scritto verbo di Dio, tanto sol che interpretandolo gli si usi la metà della violenza che qui, dove sì diffinitamente pronunzia? Se la Terra, in guisa di turbine, senza mai cambiar luogo tutta intorno a sé medesima si convolge, o tanto lungi dal centro dell'universo s'aggira in un ampissimo cerchio e descrive, movendosi annovalmente, l'eclittica, perché ragionandone Iddio attribuisce al Sole quel ch'è di lei? Chi vel costrinse? E perché non ne tacque, anzi che favellarne in maniera che, credendosi quel che suonano le sue parole, si creda tutto dissonante dal vero? O usa egli in ciò d'un altro vocabolario, incognito alla sua Chiesa, in cui 'aggirarsi il Sole' significhi star fermo, 'star ferma la Terra' significhi aggirarsi? E non dovrà qui farsi sentire il vescovo S. Ilario? Che per simil cagione, avvegnaché in differente materia, così parla: Aut forte qui verbum est significationem verbi ignoravit? et qui veritas est loqui vera nescivit? et qui sapientia est in stultiloquio erravit? et qui virtus est in ea fuit infirmitate, ut non posset eloqui quae vellet antelligi? Ben è vero del Sole quel rimanente attribuitogli da Filolao, dell'essere egli il cuore e, si può dire, il tutto della natura, come più avanti dimostreremo; e se pazzia di vanità fu quella del re Demetrio, il farsi un manto con sopravi dipinto di prezioso ricamo a seta, ad oro e perle e gemme tutto per ordine il mondo, dal ciel supremo fino all'ultimo elemento – opera, quanto da abbellire per lo miracoloso lavoro tanto da disformare per la mostruosa arroganza chi se ne adornasse (tal che niun de' Re macedoni succeduti nella corona a Demetrio mai s'ardì a tanto di ricoprirsene) – già non è punto sconvenevole al Sole il dire di lui che il bel manto d'oro filato de' raggi della natia luce che il veste ha in sé tutto il mondo, non vanamente rappresentato in imagine, ma veramente compreso in effetto, traendo egli ogni suo bene da lui, come il corpo dal cuore.
Ciò sol di passaggio accennato. Se mai per alcuno si di è lode al Sole che ne adeguasse il merito, altra non fu che quella con che il teologo san Gregorio Nazianzeno il sublimò sì, che più alto non si potrebbe, ravvisando in lui, quanto una morta materia ne può esser capevole, espressa al vivo la più natural effigie con che Iddio si rappresenti; essendo, dice egli, fra le cose sensibili il Sole quel che fra le intelligibili è Iddio: in perfezion d'essere senza niun pari; senza niun simile in bellezza; tutto in sé stesso, ma sì che, senza uscir di sé, della sua virtù ogni cosa riempie; fonte di luce e di calore, che figuran l'intendere e l'amare; obbietto da fare altrui beato veggendolo, e dator del lume senza cui vano sarebbe il presumere di vederlo; universal principio da cui ogni cosa ha vita e spirito, vigore e moto; non bisognoso di niuno, e ognun di lui; profusissimo nel donare, ma senza mai perder nulla di quanto dà, o scemarglisi e impoverire: e così tutto inteso al particolar bene d'ogni erbuccia, d'ogni piccolissimo verme, come all'universale di tutto insieme il mondo. Ah! ben fu sciocco, e per ciò giustamente deriso, chi che si fosse colui che per trecento pezzi d'oro si comperò la lucerna di Epitetto, imaginando ch'ella al suo lume gli scoprirebbe i tesori della più occulta filosofia, come a quel grande ingegno. Ma non l'è già chi ben sa usare questa gran lucerna del mondo, il Sole, a veder Dio, a cui egli col suo lume fa lume quanto più durevole e chiaro di quel che già alla famosa Minerva d'Atene la lucerna d'oro che Callimaco lavorò, capevole d'olio bastante ad arderle inanzi un anno intero: peroché il Sole mostra Dio alla mente, che è l'occhio dell'anima, meglio di quel che le cose lucide e colorate faccia a quegli del corpo. E se così avesse imparato a mirarlo Anassagora, in quel lungo durar che faceva con lo sguardo affissato nel Sole e l'anima in estasi per maraviglia, egli sarebbe un'aquila tra' filosofi, dove fermandosi nel solo bel materiale di quel pianeta non passò la condizione di nottola, rimanendosi con la mente al buio della verità; onde fu il rispondere a chi il dimandò per che fare egli fosse nato: "A null'altro, disse, che a riguardare il Sole". Quam vocem, soggiunge Lattanzio, admirantur omnes ac philosopho dignam iudicant. Et ego hunc puto non invenientem quid responderet effudisse hoc passim ne taceret. Or io, che in quest'opera m'ho proposto il ragionar delle creature solo in quanto elle son testimoni di Dio e a lui come sue orme ci scorgono, mi ristringerò a dir del Sole sol quanto mi si confà all'argomento: anzi in questo medesimo tanto meno, quanto le opere con che egli dà a conoscer Dio non son meno sensibili che il suo calore, o men palesi che la sua luce. E primieramente, quanto di ben ci dà il Sole, tutto il riceve da Dio, per darcelo come suo Gran Limosiniere: e la beneficenza, che il fa tutto esser d'altrui, è il principal suo pregio e da raccordarsi sopra ogni altro.
Dello stampar che i prìncipi fanno nelle monete l'imagine de' lor volti parlò vagamente il re Teodorico per bocca di Cassiodoro suo segretario e sua lingua; e a chi punto il volesse, ne sovverrebbono a dire altri non meno ingegnosi misteri. Ma quello a me par bellissimo (e l'accennò il medesimo altrove), che così i prìncipi mostrano d'essere tutto il ben de' lor sudditi, e sustentarli e arricchirli e procacciarne, quasi in persona, ogni commodo particolare, intervenendo a ciò che comprano e vendono, e dando a ogni cosa il valore, in quanto il metallo non è utile a contrattare se non coniato dal principe. Per ciò egli: O magna inventa prudentium, dice, o laudabilia instituta maiorum! Ut imago principum subiectos videretur pascere per commercium, quorum consilia invigilare non desinunt pro salute cunctorum. Or così fa Iddio nel Sole, in cui per ciò io diceva aver egli improntata l'effigie sua qual ve l'ho in poche linee disegnata. Il danaro, Potentia, come disse il Filosofo, è ogni cosa, per ciò che chi ne ha, ha quanto aver si può per danaro, cioè ogni cosa. E ogni cosa è il Sole, percioché qual ve n'è ch'egli non ce la dia? Togliete il Sole del mondo: il mondo, toltogli il cuore e morta in lui la natura, si rimane un cadavero. Avrete in più occasioni ammirato l'insuperabil valor delle machine per lo cui ministero non che ordinari pesi ma saldezze di marmi, qual è la gran guglia a San Pietro che tutto è un sol corpo, con piccola levatura a qualunque altezza si portano. Mercé della virtù motrice tante volte multiplicata e concorrente in uno, quanti vi sono argani e taglie in opera: o, per più propriamente dire, quanto è l'andar de' canapi che lavoran per machina: sì fattamente che i lor moti grandissimi, con poca forza, aventi proporzion d'eccesso al piccolissimo del mobile con molto peso, ne vincono la resistenza. Or tale appunto è l'operare di Dio nel governo del mondo, disse il platonico Tirio. Sue machine sono i prìncipi, che per suo volere si reggono: egli loro dà il primo moto, per cui questi muovono i lor ministri, ed essi di grado in grado i subordinati, fin che si vien a' semplici esecutori, che son mossi e non muovono. Così le cose dell'universal governo del mondo, per virtù compartite ma procedenti da un solo primo movitore non mosso, soavemente ed efficacemente si reggono. Tanto avvien nel civile; ma nell'ordine naturale, che ha un non so che simile al perfettamente monarchico, il supremo, onde tutte le machine prendon la forza dell'operare ed egli intra il medesimo ordine da niuno l'accatta, è il Sole: ben anche in ciò rappresentante (come poco fa diceva il Teologo) nelle cose sensibili quel che Iddio è nelle intelligibili; e tutto da lui sì fattamente dipende e nell'essere e nell'operare, che, lui tolto del mondo, tutte l'altre nature si rimarrebbono a guisa di taglie e d'argani, senza moto, cioè senza l'anima per cui sola son machine vive e operanti. Per mano dunque del Sole Iddio tutto ci sumministra; e se il Giove degli antichi, come raccorda Lattanzio, per testimonianza d'Euemero e d'Ennio, lasciò in una colonna d'oro, stampato alla memoria de' secoli avvenire, i giovamenti con che avea migliorato il mondo, onde anche sortì il nome di Giove, hallo Iddio fatto in quella gran colonna d'oro, il Sole, sì come Pindaro il chiama. Egli, al tramontar che fa in occidente, non ha mai da rivolgersi indietro e dir, tutto in sembiante doglioso, la parola di Tito, amore e delicie del genere umano, allora che recordatus super caenam quod eo die nihil cuiquam praestitisset, memorabilem illam meritoque laudatam vocem edidit: amici, diem perdidi: perciò che il Sole non dà un passo, che continuamente benefico tutto il mondo non riempia di beni. E ne gode indifferentemente ognuno: ché non entra egli solo ne' gran palagi, senza degnar le capanne e i rustici abituri. I mendichi, gl'ignudi – dice san Giovanni Crisostomo – per la metà dell'anno si veston di tela d'oro, cioè de' raggi del Sole, che non li lascia aver bisogno d'altro vestito in riparo dal freddo. E vadano i superbi re della Persia a caminare al lume d'un non so qual po' di fuoco, caduto, credevano, giù dal cielo, loro avanti portato dovunque andassero e con preziosi legni nutrito da' sacerdoti dicentigli: Ede, ignis Domine. Non è egli vero che ad ogni poverissimo viandante tutto il Sole, senza richiederne l'alimento per sustentarsi, porta finanzi la fiaccola e fa lume? Ed oh, s'egli avesse anima intelligente, secondo il falso imaginare d'una sì gran parte eziandio de' più savi filosofi dell'antichità, continua in lui sarebbe la beatitudine che quel Timoteo ateniese, appresso Ebano, confessò aver goduta una sola volta, e in quanto caminò cento passi: allora che entrando a far mostra di sé e dar pruova del valor suo ne' giuochi olimpici, quel gran teatro dov'era accolto il fiore di tutta la Grecia rivoltò gli occhi in lui e curiosamente mirollo. Da quel punto egli non credé potersi morir d'eccessiva allegrezza, altrimenti quello era l'ultimo dì di sua vita; e se nol fu, ciò fu perché un beato non può morire: e l'era egli tanto in quell'ora, che glie ne durava il giubilo dopo tanti anni, e il solo raccordarsene gli bastava a rifarsi poco men d'allora beato. Or non dà passo il Sole ch'egli non salga sopra un nuovo orizzonte e di colà non vegga la metà della terra, e tutta in lei la natura, mettere in esso gli occhi e a sé vegnente accoglierlo, ammirandone la maestà, lodandone la bellezza, ricevendone il risuscitare al suo lume, il rinvigorire al suo caldo, il tutta mettersi in opera all'impression del suo moto.
Ma quanto a ciò in particolare, ben merita d'esser qui udito il filosofo e oratore, l'uno e l'altro eccellente, Temistio. Come noi, dice egli, a voce di banditore facciam le generali chiamate del popolo nelle piazze, ne' teatri, nel tempio, a promulgar gli editti del publico reggimento, non altrimenti il Sole, salendo a tutti visibile e, mostrandosi ora in un segno or in un altro de' dodici per cui nell'annoval suo periodo si rivolge, tutte a sé chiama le nazioni del mondo, sian colte sian barbare, e di qualunque istranio clima, e in un raccolte, e qua e là disperse per l'isole dell'oceano in esilio della terra; e in voce intesa in ogni lingua denunzia ciò che ordina il tempo, ciò che l'opportunità richiede, ciò che dispon la natura. Agricoltori, dice, ora son da trar fuori gli aratri e i vomeri, gli erpici e le marre; or è da fendere, da rivolgere, da solcare utilmente la terra. Gittate le sementí, sarchiatele già in erba, rinnettatele; mano alla falce e mietete. E voi costà, solleciti alle piantagioni degli alberi, alla coltivazion delle viti: potare, rimettere, propagginare; via gl'inutil sermenti, via i pampani ombreggianti; già son maturi i frutti, già le uve biondeggiano: ricoglietele, vendemmiate. Marinai, ah per avarizia del danaro prodighi della vita, dove ora co' legni in corso e la vita in precipizio? Ricoglietevi dentro a' porti: ammainate, traete vostre navi in terra a rimetterle, a rimpalmarle. Non vi truovino in alto mare queste furiose stelle che meco insieme si lievano, né quest'altre che, nascendo io, mi tramontano in faccia: elle son troppo ree, e orribili le fortune de' venti che mettono in aria, e insuperabili le tempeste con che tutto dal fondo isconvolgono il mare: non ne campereste per saldezza di nave, per industria d'arte, per valor di animo e di braccia, per alte grida e voti in vano sparte all'aria. Non v'alletti il sereno ingannevole, né vi tragga a fidarvene il tranquillo che vi lusinga. Non è pace questa, è tradimento. Dormono le tempeste, mentre in silenzio si lavorano i turbini; al primo fischio di questi quelle si svegliano, e subito il mare alle stelle, e voi giù al profondo. In tanto dian lor volte i cieli, e mia cura sarà da altro Segno avvisarvi, quando a' porti sia utile il riaprirsi e a voi sicuro il rimettervi alla vela. Io non do oracoli, di qua su, scuri né ambigui. Pastori al trar le gregge a pascere, pellegrini a mettervi in camino, attendetemi. Chi sol mi vede e m'osserva in oriente qual nasco e quale in occidente tramonto, nuvoloso e torbido, o placido e sereno, mi sente profetizzar veritiero qual de' aspettarsi il dì presente e l'avvenire. Così egli; e sallo perché il fa; e fallo perché tutta seco si muove, e tutte da lui riceve le diverse impressioni con che si altera, la natura; come bene il significaron que' savi della famosa Ierapoli che il figuravano avente un'asta d'oro in mano e sopravi la vittoria in piè su la punta. Quella additava i suoi raggi, questa diceva cuncta summitti huius sideris potestati. Per lo qual medesimo fine il ritraevano ancora con molte braccia e molte mani, come quello che in tutto si mesce e tutto opera. Né mai avviene ch'egli salga su l'orizzonte, che tutta in vederlo la natura di quell'emisfero, com'io diceva, non si risenta: tal che quindi prese il Morale a ravvisar nel Sole il principe, dicendo al suo Nerone non ancor trasformato in quella gran bestia che poi divenne; Nostros motus pauci sentiunt. Prodire nobis et recedere et mutare habitum sine sensu publico licet. Tibi non magis quam Soli latere contingit. Prodire te putas? Oriris.
Suo dunque è il bellissimo ordine delle stagioni: ch'egli le fa col passar dall'uno all'altro quarto della sua eclittica, che è la ruota al cui moto il teatro di questa inferior natura cambia apparenza e scena, e gli uomini abito e personaggio: di primavera tutta fiori e allegrezza; poi di state fervida e faticante; indi d'autunno dilettevole in un medesimo e ubertoso; finalmente, di verno, pigro, orrido, e ozioso. E non per tanto necessaria così l'una come l'altra, tutte con la lor propria dote; nel rimanente diverse, in questo simili: che con la varietà rendono la natura più dilettevole, altrimenti il continuo, qual che si sia, con sempre il medesimo sazia ed annoia. Eccole di mano del Nazianzeno effigiate in piccolo, ma di bellissima invenzione. Quadam veluti in chorea (dice egli) partim se invicem complectuntur, partim a se discedunt. Alterum amicitiae, alterum ordinis. Partim inter se paulum miscentur, ac vicinitate sua tantum non nobis imponunt. Non si passa in un dì dalla state al verno, né da questo a quella: ché gl'immediati estremi la natura non li soffera senza grandemente patirne: ma vi s'intramezzan la primavera e l'autunno, che, partecipando degli estremi loro a lato, tanto soavemente quanto insensibilmente dall'uno all'altro ci portano. Troppo anche più intolerabile ci riuscirebbe se in un medesimo mese avessimo tutto insieme a mietere i grani e spagliarli e riporli; e coglier da tutti gli arbori, e alla montagna e al piano, le tanto diverse maniere di frutti che vi si producono; e al medesimo tempo vendemmiare e intendere a gli ulivi, con quanta servitù e fatica richieggono il vino e l'olio che ne traiamo. Male stagioni così fra loro spartite dal ben inteso andamento del Sole similmente a noi spartono le fatiche: e le Grazie, come dicevan gli antichi, da lui ci vengono in compagnia delle Ore, cioè fatte a suo tempo, e per ciò il doppio preziose.
Oltre alla varietà e al bell'ordine delle stagioni v'ha in che altro ammirare la discretezza del Sole, e in lui di Dio che glie la diede e n'è degnamente lodato da' Padri Basilio, Nazianzeno, Crisostomo, Teodoreto, Ambrogio ed altri, de' quali eccone in ristretto il meglio. La notte e 'l dì non sono fra lor diversi fuor che nel colore del volto: quella è mora e questo è bianco, ma belli amendue sì, che nel giudicarne v'ha parti: e a chi piace più l'uno a chi più l'altra: come gli Etiopi, al contrario di noi, dipingon l'arcagnolo san Michele di fattezze e color fino moro e di capel corto, nerissimo e ricciuto, e sotto a' suoi piedi Lucifero, bianco e vermiglio e in lunga zazzera e bionda. Trattone dunque il colore, in che solo discordano, il dì e la notte son sì d'accordo che la natura non ha altri due gemelli che fra lor tanto convengano. Amendue al medesimo movimento del cielo superiore si muovono col medesimo passo del Sole, e ad occidente veloce e ad oriente tardo caminano. Dove il dì mette inanzi il piede, la notte il ritira, e dove questa s'allunga, questo altrettanto s'accorcia; e se han diversi emisperi e van l'uno all'altro in contrario, questa non è contrarietà, è accordo e, se può dirsi, amore: seguitandosi sempre l'un l'altro, già che non possono essere insieme. Similmente nemici paiono d'operazioni e d'ufficio, e sono in ciò sì strettamente congiunti che l'un senza l'altra non profitterebbe a nulla. Il dì ha per sue proprie le opere e la fatica, la notte l'ozio e la quiete. Ma si fatica per riposare e si riposa per faticare; così l'un serve scambievolmente all'altro e amendue al terzo, del viver nostro, che va continuo girandosi in questa ruota dell'avvicendare i contrari. Né è storsione o furto quel che si van continuamente facendo la notte e 'l dì, con torsi l'uno all'altro le ore, diminuendosi e ricrescendo. Anzi, questo altresì è effetto d'amicizia: darsi del suo o, per più vero dire, dar di sé medesimo. La state ha mestieri di molte ore, per maturar co' lunghi giri del Sole le biade, le uve, i frutti: la notte glie le presta; e dico presta, non dona, che però il dì glie le va rendendo, come appunto le ricevette, a minuto a minuto, fin che nel pieno del verno, quando non v'è che fare nella natura, egli fa la notte sì grande, com'ella fe' lui grande la state. Ed è ben considerato quel di Crisostomo: che due volte l'anno, ne' due punti dell'equinozio, saldan fra loro i conti e pareggiano le partite, pesando l'autunno su la libbra le dodici ore e simile la primavera le altrettante con che la notte e 'l dì si fanno, sino all'ultimo indívisibile, uguali.
Havvi altro che scrivere delle maraviglie di questi due legittimi figliuoli del Sole, eredi ciascuno d'una metà del mondo e sempre ugualmente in opera di giovarlo? Udite. Potea parere il giorno troppo più onorato con le opere della mano di che la notte è priva, se a questa non si davano, in iscambio di quelle, le opere dell'ingegno. Il dì dunque ha le fatiche, la notte i pensieri: e, convenienti all'uno e all'altro, quello lo strepito, questa il silenzio. E vagliami per ciò raccordare una savia legge che Licurgo lasciò indispensabile a gli Spartani: che gli efori, cioè il maestrato della republica non s'adunasse a giudicar delle cose publiche e gravi entro edifici dove la vaghezza dell'architettura e delle statue con lo svagar degli occhi distraesse il pensiero, tanto meno inteso ad uno quanto in molti oggetti diviso: ma in certo luogo aperto e ignudo si raccogliessero, dove null'altro di riguardevole loro apparisse inanzi che quel solo di che venivano a consigliare. Or questo fa a noi la notte, col tirar sopra mezza la terra il velo delle sue tenebre e torcene di veduta le cose, che, apparendoci, tanto in sé men raccolta quanto a riguardarle diffusa ci renderebbon la mente. Così tutta in un s'affissa: e miracolo a dire le belle e grandi opere che da questa ingegnosa madre delle scienze e de' più savi consigli provengono; ma l'argomento, a degnamente trattarlo, è troppo più ampio di quel che alle angustie prefissemi si convenga; e sarebbe oltre numero la moltitudine di quegli che, come Scopelliano nella più fina greca eloquenza così essi in diverse arti e scienze fatti nelle tenebre della notte Soli del mondo, esclamerebbono come lui: O nox, tu dumtaxat plurimum divinae es particeps sapientiae.
E già per ultimo a sé mi richiama il Sole, considerato non, come fin ora, solo all'operare, ma con esso il ministerio della Luna, la quale però, com'è un riverbero di lui e conoscente d'esserlo, haustum omnem lucis illo regerit, unde accepit: e così da lui riconosce quel che senza esso in vano faticherebbe per operarlo. Or queste due sì, che son le due vere isole, Argira e Crise, quella tutta argento e questa tutta oro, che i buoni antichi credettero essere alle foci del fiume Indo: percioché indi si cavano i tesori di tutti i beni onde la terra è abbondante. Il re e la reina di quel grande imperio della Cina, a quel che se ne conta nell'ambasceria d'ubbidienza che i re di Bungo ed Arima e 'l signor d'Omura, giapponesi, inviarono alla Santa Sede di Roma, escono per miracolo una volta l'anno in publico e, con quella solennità che mai in altro tempo simile non si vide, stendono maestosamente la mano e toccano, il re un aratro, la reina una pianta di gelsi: il che fatto, si tornano a chiudere ne' lor palagi e si fanno invisibili. Ma ciò, per poco che sia, pur è tanto che incredibilmente può a rinnovare in tutti la diligenza nella coltura de' campi, per lo toccare che il re fece l'aratolo, e nello studio delle sete per la pianta del gelso toccata dalla reina: e per l'uno e per l'altro quell'ampissimo regno è per avventura il più fertile e ricco del mondo. Or fanno egli solo altrettanto il Sole e la Luna, e non anzi, senza punto scemare della maestà, allungano fin qua giù tante lor braccia e mani quanti da sé mandano raggi, e con essi invisibilmente lavorano ciò che sopra e dentro la terra e nell'aria e per tutto il mare, fin giù al fondo, così ne' viventi come ne' misti senz'anima, si produce? Per ciò anche la Luna fa ogni mese le sue proprie quattro stagioni, proporzionate a quelle che il Sole compie in un anno: dal nascere, poiché ha dato volta per tutto il primo quarto, la primavera; indi, fino all'empirsi posta rimpetto al Sole, la state; poi, a poco a poco scemando, l'autunno; e dietrogli il verno, fin che del tutto si vuota di luce e di calore, quanto a quel che ne vede e sente la terra. E rispondenti ad esse sono le alterazioni e i producimentí che ne sieguono nella natura. E ben savio e necessario provedimento di Dio fu che le fredde notti e lunghissime nella vernata non rimanessero senza questo secondo Sole, per non solamente consolarne le tenebre, come parla S. Agostino, ma riscaldarla fredda e con nuovi spiriti ravvivar la mezzo morta natura. Che direm poi della cura, veramente ammirabile, sopra gli uomini e le fiere, divisa fra il Sole e la Luna, avvertita da David e ottimamente considerata dal Nazianzeno? Cio è, che la Luna mette animo nelle fiere, ond'elle ardiscono d'uscir de' loro covili e cacciando per le foreste proveder di che vivere a sé e a gli ancor teneri lor figliuoli: e intanto, accioché non s'abbattan negli uomini e li divorino, quanto d'ardire dà alle fiere la notte, tanto a noi di timore infonde e quinci di sicurezza, per lo metterci che facciamo come in fortezza e in difesa, chiudendoci nelle città tutti insieme, e ciascun nella propria casa. Ma nato il Sole, le sorti si cambiano tutto in contrario: le fiere divengono timorose e gli uomini arditi: quelle si rintanano e noi, liberi dallo scontrarle, usciamo. Se ciò non fosse, misera la nostra vita: ché chi potrebbe ricacciar nelle selve e dentro le più cupe caverne de' monti gli orsi, i lupi, le tigri, i lioni, se a prender di loro anche un solo al dì chiaro tanto vi bisogna e d'uomini e d'armi, e sovente anco di sangue? Ma senza noi in ciò punto affaticarci, col primo affacciarsi del Sole in oriente, le fiere, o sia per non vederlo o per non esser da lui vedute, si tornano a nascondere ne' lor covili: e allora, exibit homo ad opus suum. Anzi, a dir vero, i lupi, gli orsi, i lioni sono la meno scelerata e dannosa parte de' malfattori dalla cui implacabil fierezza la salutifera luce del Sol nascente ci libera: conciosa che né tutti infestino ogni paese, e dove pur sieno, quantunque esser possano in numero molti e in forza insuperabili, le mura delle città e delle case, senza noi stare in guardia, ce ne assicurano. Non così un'altra, il dì tutta con noi dimentica, la notte tutta contro di noi selvaggia e nocevolissima generazione di fiere, tanto peggiori quanto meno al sembiante si ravvisano per nemiche, ed hanno, tutto insieme unite all'opprimerci, l'astuzia delle timorose e la violenza delle ardite. Ma anch'elle, dice il Boccadoro, in sol vederle il Sole, le caccia: ché, come i raggi suoi fossero saette d'oro infocato, non ne sofferan le punte che lor mette negli occhi, e cercano, via dal publico, nascondigli e tane ove inchiudersi, fatte innocenti perché su gli occhi del Sole non osano esser colpevoli. Orientibus Solis radiis – dice egli – et tenebrae fugantur, et ferae latitant foveisque conduntur, et latrones recedunt et homicidae ad antra suffugiunt et amoventur pyratae et sepulchrorum violatores fugantur et adulteri et fures et domorum perfossores, deprehensi a Sole et redarguti, periclitantes abeunt seseque alicubi procul occultant. Lascio l'ammirabile signoria che in parte il Sole, e più di lui in ciò possente la Luna, esercita sopra le vive correnti del mare, in quello inesplicabil raccogliersi che vi fan l'acque in loro stesse e poi disciorsi e rispandere sopra i liti: il qual flusso e riflusso, nel mettersi, pende dal toccar che la Luna fa, nell'intero corso d'un giorno, i due punti dell'orizzonte, e nel crescere e scemare si contempera col salire della medesima fino al sommo del cielo sul circolo meridiano e discendere fino all'opposto nell'inferior emispero, tutto insieme traendo a ondeggiar con l'acque in continua perplessità i nostri ingegni: sì fattamente, che misera e diserta la naturale filosofia, se chi di noi non comprende né il perché né il come di questa incomprensibile agitazion del mare dovesse gittarvisi disperato ad annegare, come è fama o, per meglio dire, favola, che Aristotele si gittasse nel famoso Euripo d'Eubea, il moto delle cui correnti, sette volte al dì contrarie, gli aggirasse il cervello. Lascio l'universale e correttissimo oriuolo che il Sole e la Luna compongono, organizzato di tante ruote volgentisi sopra diversi fusi e centri e poli, quanti que' due pianeti han circoli e spere congegnate con occultissimo legamento le une sì strettamente con le altre, che mai non falliscono in accordarsi a mostrar misurato con giustissimi spazi il tempo, diviso dall'uno in giorni ed anni, dall'altra in settimane e mesi. Finalmente lascio il bel magistero della moral disciplina di che ci sono esemplare, col regolatissimo andar che fanno, il Sole con imperio, la Luna con suggezione, considerati dal Pisida e dopo lui dal teologo san Giovan Damasceno, e sol vi fo udir Platone, che vi torna in memoria perciò averci Iddio addirizzati, ut spectandis admirandisque caelestium corporum motibus, anima nostra amplecti condocefacta decorum et ordinem, odium conciperet incompositorum et vagorum motuum levitatemque ac temeritatem casui fidentem fugeret, tamquam omnis vitii et erroris originem.
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