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CAPO UNDECIMO
Iddio massimo ancor nelle minime sue fatture.
Tre se ne mostrano: e prima la portatile e viva abitazion delle chiocciole.
A dar testimonianza di Dio e di qual sia
l'universal sua providenza abbiam prodotto il Sole, cioè delle superiori nature
la più utile e la più illustre. Or della medesima providenza, eziandio intorno
alle minime cose particolari di questa inferior parte degli elementi, è da
prodursene alcuna che ne deponga: e sian né più né meno di tre, e, per più
forza dell'argomento, le più dispregevoli, sì come quelle che ci stan sotto a'
piedi e, nulla curandone, le calpestiamo. Tertulliano a me le presenta, ed io a
voi, variandone quel solo pochissimo che vedrete. E la forza della
testimonianza ch'elle danno di Dio consiste in dimostrare che se nature, per lo
quasi niun pro di che elle ci sono, avute da noi in niun conto sì come cose
gittate per empitura o almeno per sopra più di quel che ci era bisogno,
nondimeno elle son lavorate con tanta finezza e magisterio d'arte e con un sì
ammirabile avvedimento provedute da Dio, che si avrà a dire delle grandi? Che
di tutto il mondo? E che di noi, per cui soli mantener con diletto il mondo ha
quel nobile e grand'essere che veggiamo? Tertulliano dunque, afferratosi
coll'apostata Marcione, barbaro di nascimento, peggio parlante che mutolo, e
cieco d'anima fin d'allora che, spento il lume della Fede che aveva, perdé di
veduta Iddio – anzi, come ubbriaco a cui si doppiano le lucerne, due ne
imaginò, l'un de' quali stolto e maligno produsse in dispetto di noi queste
infime e vili nature – il costringe a rispondere: Unus omnino de sepibus
flosculus, non dico de pratis, una cuiuslibet maris conchula, non dico de
Rubro, una tetraonis pennula, taceo de pavo, sordidum artificem pronuntiabit
tibi Creatorem? Elle han, fra loro, grado di preminenza queste tre specie
di nature; e secondo esso per ordine ne parlerò. I morti nicchi delle
conchiglie, a' quali noi sustituiremo i gusci delle chiocciole; i sol vivi e
rustichi fiorellini delle siepi; e in luogo de' tetraoni, i menomi animalucci
aventi anima, con le lor facoltà, le lor passioni, i lor sensi. Ma prima di
condurvi inanzi le chiocciole, mi convien fare come quel savio dipintore Teorie
raccordato da Eliano, che non prima svelò l'imagine d'un soldato in arme,
esposta a un gran popolo curiosissimo di vederla, che da un pieno coro di
musici facesse udire una sonata in istile guerriero, come di sfidar due
eserciti a battaglia; per cui, poi che vide gli spettatori aver conceputo un
non so che di spiriti marziali, ritrasse la cortine dal quadro, e v'apparì il
soldato in sì fiero atto d'uscire addosso al nemico, che, come il descrive
l'istorico, sembrava avere il lampo negli occhi e 'l fulmine nella destra:
tanto appariva terribile con lo sguardo e formidabile con la spada; corrente
poi di foga, e in un portamento di vita quale appunto sta bene ad un portato
per impeto di furore. Tal era il soldato di Teone, per cui mostrare egli prima
dispose gli animi de' riguardanti con quella sonata invitantegli a un vero
spettacolo di battaglia. Ahi dunque infelice giudicio che noi diam delle cose,
dispregiandone le più ammirabili e ammirandone le men degne! La novità, non
l'eccellenza ch'elle hanno, è quella che ci trae a considerarle. Stiamo in
mezzo a' miracoli (ché un mondo di miracoli è il mondo) ma noi, incallitivi gli
occhi al continuo vederli, non ce ne sentiam muovere né pur tanto che li
degniamo d'un atto d'ammirazione quanto è un'alzata di ciglio. Il vide, e se ne
dolse fin colà l'Orator romano, a quel poco barlume che la natural filosofia
dava ad un idolatro, dicendo per bocca di Bleso: Assiduitate cotidiana et
consuetudine oculorum assuescunt animi, neque admirantur neque requirunt
rationes earum rerum, quas semper vident. Perinde quasi novitas magis quam
magnitudo rerum debeat ad exquirendas causas excitare. Ma più altamente,
com'era degno di lui, il divin Agostino: "I lavori" dice "della
natura, anzi di Dio, ch'è il maestro in cui ella ha l'intendimento di che per
sé medesima affatto manca, cum fiunt continuato quasi quodam fluvio
labentium manentiumque rerum ex occulto in promptum atque ex prompto in
occultum usitato itinere transeuntium, naturalia dicuntur; cum vero admonendis
hominibus inusitata mutabilitate ingeruntur, magnalia nominantur".
Risuscita Cristo alcuni pochi morti; se ne fa un maravigliare da farsene
maraviglia chi più sa: percioché, quanto maggior miracolo è nascere ogni dì
tanti uomini, a chi ne considera il come e il di che si formano i lor corpi,
che non rifarsi in un cadavero le qualità distruttegli e tornar l'anima ad
informarlo. Ma chi se ne maraviglia? Coll'inaspettato multiplico di cinque pani
sazia cinquemila famelici, e degli avanzi se n'empiono dodici gran canestri; ne
va per tutto la fama e maraviglioso è il dire che se ne fa. Maius miraculum est gubernatio totius mundi, quam saturatio quinque millium
hominum de quinque panibus; et tamen hoc nemo miratur. Illud mirantur homines
non quia maius est, sed quia rarum est. Trasforma l'acqua in
ottimo vino colà nelle povere nozze di Cana: quis non miretur? Cum hoc annis
omnibus Deus in vitibus faciat non v'è chi se ne maravigli. Se un
alchimista, per magistero dell'arte, sapesse estrarre sia da che si vuole un
licore di così strana virtù che, gittandone una stilla sopra un pizzico di ferro
assottigliato in polvere con la lima, incontanente se ne organizzasse da sé
medesimo un oriuolo a ruota, con tutti dentro i suo' ingegni, come i lavorati a
mano e 'l suon dell'ore a suo tempo, e di fuori la saetta e i numeri da
mostrarle, èvvi chi mai si potesse indurre a crederlo altro che a' suoi propri
occhi, e chi, veggendolo, non gli paresse vedere il maggior miracolo che far si
possa senza miracolo? Or se ben si considera quel che appena v'è chi mai degni
di neanche mirarlo, non sono egli lavoro incomparabilmente più artificioso le
rane, che dal cader la state nell'arida polvere giù dalle nuvole una gocciola
d'acqua incontarente si formano? Dicami chi veramente il sa, come si truovano
in quella tutta simile massa di polvere materie e forme fra loro tanto per
natura diverse; anzi, perché non vi si truovano antecedentemente, come sì tosto
e per cui ministero s'impastano: dura e secchissima per le ossicelle, liquida
per gli umori, sugosa e morbida per la carne, tenace per li nervi, traforata
per le arterie e le vene in tanti rami disperse; e per lo cuore e 'l fegato
calda, e fredda per lo cervello, e trasparente per gli occhi, e così d'ogni
altra parte di quell'ammirabile corpicciuolo. Poi, da chi s'organizzano e
compongono e stampano in figura conveniente alla specie. Quella bocca
squarciata, quegli occhi sporti e ritondi e sempre attoniti, quelle braccia
snodate per raccorlersi al petto e distenderle: come altresì le cosce e le
gambe lunghe oltre modo, ma non punto oltre al bisogno del lanciarsi a saltellare,
ch'è il proprio lor muoversi; e quelle diterelle delle mani, lavoro sì dilicato
e sì ben compartito. Poi, per tacer degli altri, gli organi della voce, e di
tal voce in che sola elle cantano, e non ne sanno né possono esprimer altra; e
la perizia del notare, in che nascon maestre, altro che il famoso Delio degli
antichi. Di quest'opera tanto maravigliosa, a chi è mai avvenuto di
maravigliarsene? E pure il farlo si converrebbe, per debito almeno della
filosofia contemplatrice delle opere della natura. Ma ella, più superba che
saggia, pare a me che faccia come quell'Aristide raccordato da Eliano, che,
morso da una velenosa bestiuola, si moriva di rabbia sol perché moriva con
disonore; cioè non isbranato da un lione o schiacciato da un elefante, ma sol
punto da un sì vile e appena visibile animaluccio. Così ella: tal è il tormento
che le dà al cervello e il torla di cervello che fa il così fatto nascere d'una
ranocchia, che in vece d'ammirare quel che non arriva ad intendere, ne dice
cose da ammirarsi come le dica: provandosi a trovarne il perché e il come
eziandio colasù nel concavo della Luna e, senza avvedersene, nelle Idee di
Platone, ponente, secondo il falso creder d'alcuni, le nature astratte, come a
dir delle rane una rana universale; a cui chi non vuole che la sua paia dessa
dà titolo di vagabonda, e vuol ch'ella sia una di quelle che non sono ninna di
quelle che possono additarsi. Or se un cotal miracolo si operasse solo, direm
così, nel gran Cataio o in qualche isola del mare Atlantico, dieci mila miglia
lontano, noi, credendolo all'istorico, overo iti colà veggendolo, ben da vero
l'ammireremmo. Si fa sotto i nostri piedi, e senza pur mettervi gli occhi il
calpestiamo e passiam oltre. Così è, dice S. Agostino, la calcina viva:
nell'olio non si risente, a sopranfondervi acqua infuria e prende fuoco. Hoc
miraculum, si de alaquo Indico lapide legeremus sive audiremus, et in nostrum
experimentum venire non posset, profecto aut mendacium putaremus, aut granditer
miraremur. Quarum vero rerum ante oculos nostros quotidiana documenta
versantur, non genere minus mirabili, sed ipsa assiduitate vilescunt, ita ut ex
ipsa India, quae remotissima est pars orbis a nobis, desierimus nonnulla
mirari, quae ad nos potuerunt miranda perduci. Non si beva del mare ogni
mattina il Sole? Ma che l'imperadore Adriano si levasse egli una volta del
letto per vederlo nascere, chi può giurarlo, eziandio sol per lo cappari di
Zenone? Ben v'assicura Sparziano che, per vederlo quando ancora non appariva al
piano, quel monarca, con tutto il peso dell'imperial maestà addosso, inerpicò
fin su le cime del monte Casio. Tanto fa l'esserci non altro che nuovo quel che
non è punto più maraviglioso che il continuamente usato. Così siam privi del
gran diletto che fa quella dolcissima estasi in che la maraviglia rapisce
l'anima al contemplare. Così, percioché verissimo è che virtutis divinae
miracula obstupuisse, dixisse est, non diamo a Dio per l'eccellenti sue
opere quella lode che da creature d'intendimento gli è dovuta. E, finalmente,
così ci rimaniamo ignoranti del più degno di risapersi. Maxime enim (come
fa dir Platone a Socrate) philosophi haec affectio est, quae admiratio
dicitur: neque enim aliud praeter hoc est philosophiae principium. Or io
potrò, senza esserne ragionevolmente deriso, trar la cortina di sopra il quadro
e darvi a considerare i gusci delle chiocciole, che adoperandovi intorno quella
che Filostrato chiamò mente degli occhi, elle non vi parran cosa indegna
d'esser veduta: anzi una delle più ammirabili della natura e da trarne alcun
profittevole conoscimento della sapienza di Dio. Ma a far ciò bene e tosto,
bisognerebbe ch'io ne potessi fare una mostra e sporvene qui inanzi le migliaia
che io ne ho vedute, colte in diversi mari e con grande studio raunate da'
curiosi di così fatti miracoli della natura: opera altrettanto lodevole e da
savio, come da pazzo fu quella di Gaio Caligola imperadore, allora che, fintosi
di passar coll'esercito oltre mare al conquisto della Gran Bretagna, giuntovi,
non so dove, al lito, accampossi e mise tutte in armi e in bella ordinanza le
legioni: indi fe' dar nelle trombe e ne' tamburi col segno della battaglia, la
qual fu avventarsi i soldati in atto minaccevole e, colpeggiando all'aria
contra il mare, raccogliere di su la spiaggia, che n'era piena, ciascuno
d'essi, un pugno di chiocciole e conchiglie; con le quali spoglie, vittorioso e
trionfante l'esercito, si tornò: e a fin che ne' secoli avvenire non perisse la
memoria d'un così memorabil fatto, se gl'istorici per invidia il tacessero, mandò
Caligola erger quivi medesimo dove seguì la sanguinosa battaglia un'altissima
torre, appesivi per avventura intorno que' gloriosi trofei delle chiocciole
tolte con mano armata al mare. Così sterile di cervello rendeva il capo a gli
imperadori di Roma quell'infelice alloro che il coronava. Quanto più saviamente
i barbari d'Occidente ne appendean lunghe filze alle porte delle lor case,
perché scosse dal vento, cozzandosi, facessero una cotale armonia a' loro
orecchi, perché altra non ne aveano, più che soave. Ma in opera di quello a che
veramente elle nascono, non le usa se non chi in esse vuole altrui dimostrare
quanto ingegnosi siano gli scherzi della natura: anzi, a dir meglio, quanto si
mostri grande Iddio ancor nelle minime cose. Or quelle che in sì gran
moltitudine io ho vedute, elle eran tutte fra lor differenti; e tutte d'un sì
vario e vago e ben inteso lavoro, che io con ragione dispero che né la memoria
universale che me n'è rimasa, né la facultà dello scrivere bastino a
dimostrarvi, delle mille parti dell'ammirabile loro artificio e bellezza, pure
una sola. E primieramente ne ho vedute col microscopio delle intere e
formatissime in un granello di rena: non so se natevi dentro come in miniera o
pur solo incassatevi. Che occhio di perspicace veduta, che acuti strumenti, che
mani ingegnose, che materia ubbidiente, che sottili e dilicate madri e forme, e
che perizia d'arte bisognarono a condur sì minuto, e nondimeno perfettissimo,
un lavoro niente maggior d'un punto, com'è una chiocciola possibile a chiudersi
tutta in un grano di rena? E ben abbia chi trovò il primo a usar quella
gocciola di cristallo che ne' microscopi fa apparir grandi non tanto in mole
come in eccellenza cose, alla debolezza de' nostri occhi, invisibili e più
stupende che le grandissime che veggiamo. Chi, prima di questo, sapeva che que'
ragni che non s'intanano come vili né fanno, come gli altri, il mestiere di
filarsi le viscere e tesserne lacci e reti con che uccellare, insidiatori e
neghittosi, ma cacciatori scoperti escono a predare, e qua e là saltabeccando e
correndo in traccia delle mosche, trovatele, loro addosso con un furtivo e
prestissimo lancio s'avventano, e le assannano e fermano dibattenti indarno
l'ali e i piè nulla giovevoli allo scampo; questi dico, chi, prima di considerarli
col microscopio, sapeva ch'egli avessero in capo, quanti io ne ho più volte
contati, chi sei e chi otto vivacissimi occhi? I due maggiori in fronte, gli
altri più addietro ripartiti, sì che paiono far loro al capo una corona
d'occhi; che oh quanto meglio starebbe a' prìncipi che non quella di gioie per
cui non si veggono dopo le spalle! E se ne discernono le pupille e i lor
cerchielli attorno, cosa in tutto ammirabile. La quale a' ciechi
nell'intelletto è una evidente dimostrazione della estrema providenza di Dio,
che quella sì dispregevole bestiuola, tutta orrida come un porco spino e d'un
ceffo orribile come un demonio, perché non le manchi onde sustentarsi, ha
proveduta di tanti occhi e sì acconciamente disposti che, voltandosi ella in
disparte o di fianco o da tergo, in sembiante di non veder la mosca né
attenderla per assalirla, pur la vede e la prende di mira, e sopra lei, sicura
di lui il cui spaventoso ceffo non vede, gettandosi improviso, l'afferra e
addenta con due lunghe e mobili sanne che gli escono della bocca, e godesi a
gran diletto quella sua cacciagione, frutto d'industria e di valore, e per ciò
il doppio più saporita. Havvi di molte e possentissime ragioni specolative onde
convincere i negatori dell'universal providenza: ed io alcuna, in luogo più
convenevole, ne apporterò; ma non meno che all'intelletto i sottili argomenti,
la dimostrano a gli occhi le stupende opere d'essa, tanto più efficaci a
convincere quanto più vili sono le cose al cui provedimento s'adopera. Così da'
suoi medesimi ingrati figliuoli accusato in giudicio Sofocle, scrittor di
tragedie maestosissimo, come già per la decrepita età rimbambito e mezzo scemo
non fosse abile all'amministrazion della casa, il valente uomo, comparito,
altra aringa in sua difesa non fece che recitare una parte dell'Edipo Coloneo,
che appunto allora gli stava sotto la penna. Poi disse, sentenziassero ora i
giudici se quello era lavoro da uomo a cui per l'età fosse svanito il cervello;
e altro non bisognò a rimandarlo non che assoluto, ma coronato di pregiatissime
lodi. Tantum enim sapientiae – dice di lui san Girolamo – in aetate
iam fracta specimen dedit, ut severitatem tribunalis in theatri favorem
verteret. Bestie d'uomini, che figliuoli non meritan nominarsi, gli affatto
o anche sol mezzo atei, che o niegan Dio o l'accusan d'improvido; veggano i
savi stimatori delle cose: sono egli queste che vo contando opere d'artefice
senza senno o senza avvedimento di providenza?
Ben disse sant'Agostino – ed è verità, non
ischerzo – che quella stessa mano che diede la rotondità al mondo e al Sole la
diede anco a' pomi e all'occhio; e pur ciò non è nulla rispetto al provedere di
quanto lor si conviene per mantenersi eziandio con diletto e difendersi da'
contrari, così le menomissime creature come le grandissime. E mirate se ciò non
è vero nelle chiocciole, di cui parlo. Havvi animale più di questo esposto alle
ingiurie? Cieco, se ben ci vide Aristotele, e disarmato e pigrissimo; tal che,
dove Iddio diede a' più timidi per difesa la snellezza delle gambe e la fuga in
un velocissimo corso, questi meschini mancavano e dell'armi con che resistere e
del moto con che fuggir da' pesci, che ne sarebbono avidissimi e continuo in
caccia. Or come ha egli proveduto alla lor vita, e con che nuovo e ingegnoso
riparo sicuratili da' nemici? A ciascun d'essi ha data una come fortezza
portatile, con tante ritirate sempre più e più dentro, quanti sono i giri in
che que' durissimi loro gusci s'avvolgono: e dove ben al fondo si stringano,
non v'è ago né branca di pesce o di granchio che giungano a stanarli. E né pur
questo è tutto il maraviglioso. Quella loro fortezza è animata e viva, perché,
come le ossa in noi, così ella intorno ad essi cresce tutta insieme e sempre
serba il disegno della figura. Né a ciò solamente serve l'essere co' lor corpi
ad esse un poco incarnate, ma altresì a non poterne uscir del tutto, ma solo
affacciarsi e sporgere: altrimenti, all'imperfetta virtù per muoversi ch'elle
hanno, non vi si saprebbon rimettere e aggiustare come avanti; o potendolo, intanto,
come lentissime diverrebbono esca de' pesci, così tosto prese come vedute:
talché quella che ad altri animali sarebbe infelicità a questi è ventura. E ben
v'alluse quell'Anassila appresso Ateneo, che d'un gelosissimo delle cose sue
"Cochleis" disse "tu es diffidentior, quae quia nemini
credunt, circumferunt domum". Or dimandi degli uomini, per ischerno,
quello spartano che, passando a piè d'una città tutto intorno fasciata
d'altissime mura: "Che femine" disse egli "abitan costà
dentro?", parendogli il forte riparo sol convenirsi a' deboli e il ben
difeso a' timidi e non possenti a fare, come di sé vantavano gli Spartani,
muraglia viva de' loro petti intorno alla patria; la qual per ciò era aperta e
senza muro. Così ne ha Iddio, convenientemente alla lor debolezza e alla sua
providenza, circondate le chiocciole. Né vi facciate a imaginare che mai,
bramose d'andarsene fuori vagando, sentano pena di quell'essere, come a noi
pare, condannate a perpetuo carcere. Niuna cosa ha per natura desiderio
ripugnante e contrario a quello senza che non potrebbesi conservare. E ciò è sì
vero che, dovendo No è con la piccola sua famiglia e la grande degli animali
star chiusi un anno entro l'arca, fino a finito il diluvio e tornata la terra
in essere d'abitarsi, Iddio loro infuse fuor d'ordine un particolare amore a
quella solitudine, a quelle angustie, a quella oscurità, a quel carcere, a
quella per altro intolerabile compagnia. Così Vittor di Marsiglia, nel suo
poetico Genesirappresenta No è al primo riveder che fe' il mondo, ammiratissimo
del non esser morto in quella stretta arca, in quel tenebroso sepolcro di vivi,
egli e le tante anime che vi chiudeva; e doveanlo,
nisi Rector Olympi
depositos, hominum auxilio donoque carentes
sustinuisset, eo quo condidit omnia nutu.
Ille animas longae perituras carcere noctis
affectu lucis spolians, virtute replevet;
ille, ut tam segnem possent perferre quietem,
infudit pigri placidum torpores amorem.
Siegue qui ora al lor utile il lor bello: dove
io mi do vinto; ché forse, non che da me che son povero d'eloquenza, ma da
qualunque altro ne sia a gran dovizia fornito, non è il poter bastevolmente
descrivere ciò che han di maraviglioso le chiocciole ne' lor gusci: la
bizzarria delle invenzioni, la varietà degli avvolgimenti, la vaghezza degli
ornamenti, la disposizion de' colori, le capricciose forme, la medesima e in
tante maniere diversificata materia e il maestrevole suo lavoro. Quante ne ho
io vedute! Ancorché migliaia, non per tanto un nulla rispetto alle innumerabili
che ve ne sono: e quante più vedute ne avessi, tanto men saprei dirne, per
quello a che i nostri ingegni soggiacciono, d'impoverire nella troppa
abbondanza e co' più nobili argomenti divenir mutoli per lo stupore. E non s'è
egli mostrato sommamente ammirabile Iddio nel variare in cento e più diverse
maniere il circolarsi e ravvolgersi d'una chiocciola in sé stessa? Puossi dir
cosa più eguale, più determinata e più semplice, e pur nelle mani sue divenuta
capevole di sì grand'arte? Alcune si girano con volute, campate l'una fuori
dell'altra appunto come se si attorcigliassero intorno a un fuso: e procedendo
in lungo assottigliano e fino in punta digradano con ragione. Altre,
all'opposto, tutte in loro stesse ritornano; e dicami Archimede, che sì
ingegnosamente ne scrisse: chi insegna loro a condurre una linea in ispira, sì
perfettamente che in nulla non ismisuri? Dicammi gli architetti, che tanto
penano a disegnar con regola le volute, e pur non mai altro che false, mentre,
per più non sapere, le compongono d'alcuna parte di circolo, e circolo elle non
sono, avvegnaché circolari: chi ne ha infusa la regola alle chiocciole, nate
maestre in un'arte di cui essi ancor non si veggono buoni discepoli? Di queste
poi, quelle che chiaman veneree, e le in parte lor somiglianti, nulla mostran
di fuori come s'attorcano, ma, ricoverte d'un nicchio che parte s'inarca e
parte spiana, quivi entro s'avviluppano sì che punto non pare. Altre, da un
grosso capo tutto incoronato o di merli o di pennacchini o d'una cresta che
serpeggia intorno, van giù a poco a poco mancando fino a stringersi come un
paleo. Altre covano alquanto, e sembra che portino cupolette e capannucci l'un
sopra l'altro. Ve ne ha delle schiacciate, delle ritonde, delle increspate,
delle distese e aperte, delle tutte in loro medesime aggomitolate. Ma in
qualunque foggia diverse o, come sogliam dire, cavate di fantasia, tutte con
decoro, con avvenenza, con garbo, tal che di mille che ne avrete davanti non
saprete qual sia la più ingegnosamente foggiata: e dico anche, se pur è da dirsi,
le lavorate ad opera strapazzata, ché quel medesimo in che sembrano incolte è
negligenza ad arte, per far vedere una deformità con grazia, una rozzezza con
maestà, un mostro, ma di bellezza. Non ne passiamo le bocche senza farne almen
sentire una parola, peroché anch'elle hanno una particolar grazia, e le
squarciate e le chiuse e le più o meno aperte. Chi sa il perché di quelle che
in un lungo canaletto la sporgono due e tre volte tanto com'è tutto il lor
corpo? Chi di quelle che gittano da ambe le labbra certe a guisa di branche,
lunghe e serpeggianti come fossero polpi, se non che le hanno impetrite e
immobili? Chi di quelle grandissime che giù riversano il labbro come i mastini,
poi il ripiegano e 'l tornano alquanto in su, con una bizzarria che ha il suo
bello, e non sa dirsene il perché? Chi di quelle a cui spuntano i denti su 'l
labbro ben lunghi e ben sodi, ma innocenti, sì come sol per ornarsene, non per
ferire? Chi in ciò non ravvisa né leggiadria né maestà né vaghezza, neanche la
ravviserà nella informe bocca d'una spelonca, d'architettura rustica naturale:
e pure, quegli sregolati accozzamenti delle pietre che così rozzamente
l'inarcano, fanno il più delle volte un lavoro sì bello a gli occhi
degl'intendenti, che dilettano niente meno di qualunque sia porta di bellissimo
ordine. E chi volesse o spianarne i risalti, o rimetterne le pendenze, o
costringerne tutte le parti a misura, o ingentilirne la rusticità con intagli,
quanto le desse dell'artificioso tanto le torrebbe del bello: ché gli archipenzoli,
le squadre, i compassi non sono strumenti che servano al capriccio, quando
lavora senz'arte, senza regola e senza disegno, e pur con arte, con regola e
con disegno.
Nel rimanente poi del corpo pare che altresì fra
le chiocciole vi sian le nobili e le plebeie, le rustiche e le gentili. Altre
crostute e scagliose, che sembrano avere indosso un ghiazzerino di pietra;
altre ricciute e nodose, che per tutto gittano e sproni e spine; altre lisce e
invetriate d'un sottilissimo lustro. Certe maggiori sembrano lavorate a
scarpelli, così ben ne fingono i colpi con le intaccature e co' fregi: al
contrario del bellissimo nautlio, in cui, puossi vedere né più dilicatamente né
più egualmente condotta quella sottilissima e durissima sua corteccia,
impastata d'argento e di perle? Fattura come d'altra mano così d'altra finezza
che quella delle tanto famose due urne lavorate a gara e consagrate in un
tempio da due vasai, l'un discepolo l'altro maestro, certantibus uter
tenuiorem terram duceret. Ma chi sa dirmi a che far dentro il nautlio que'
tanti suoli e volte che tutto dall'un capo all'altro con bellissimo ordine il
tramezzano? Chi abita in quelle camere? Anzi, perch'elle non han porta
all'entrar né all'uscire, chi nasce prigione in quelle carceri? Se alcuno è,
conviene che sia spirito invisibile: perché io ho cerche almen quaranta di
quelle prigioncelle d'un medesimo nautlio, partito con una sottilissima sega in
due uguali metà, né m'è avvenuto di trovarvi altro che l'ammirabile proporzion
delle stanze, e in ciascuna d'esse un oscuro carcere al mio ingegno, non
sapendo io vedere a che fine e per cui uso elle siano fabricate. Or finiamo con
solamente accennare la varietà de' colori e la vaghezza degli ornamenti onde le
chiocciole son sì belle. Eccovene in prima le vestite d'uno schietto drappo:
argentine, bianche, lattate, grigie, nericanti, morate, purpuree, gialle,
bronzine, dorate, scarlattine, vermiglie. Poi, le addogate con lunghe strisce e
liste di più colori a divisa: e quali se ne vergano per lo lungo, quali per lo
traverso; alcune diritto, altre più vagamente a onda. Ma certe, in vero
maravigliose, lavorate a modo d'intarsiatura, con minuzzoli di più colori
bizzarramente ordinati; o d'un musaico di scacchi, l'un bianco e l'altro nero,
quanto alla figura formatissimi e alle giunture non isfumati punto, ma con una
division tagliente, come appunto fossero alabastro e paragone strettamente
commessi. Le più sono dipinte a capriccio, o granite, gocciolate, moscate;
altre qua e là tocche con certe leggerissime leccature di minio, di cinabro,
d'oro, di verdazzurro, di lacca: altre pezzate con macchie più risentite e
grandi; altre o grandinate di piastrelli o sparse di rotelle o minutissimo
punteggiate; altre corse di vene come i marmi, con un artificio senz'arte; o
spruzzate di sangue in mezzo ad altri colori, che le fan parere diaspri. Ma la
varietà e la bellezza degli ornamenti, e le mirabili lor partiture, non si può
divisar tutta in brieve, né dirsene a lungo, perché noi non abbiam tanti
vocaboli quanti esse hanno abbigliamenti per arredarsi e ben parere. Lascio le
messe a scavature e risalti, scanalate, grinzute, rugose. Che direm di quelle a
cui su le giunture delle volute spiana una cornice di maraviglioso intaglio? Di
quelle a cui, fra due corsi di spine delicatissime o fra due creste che alzano
un po' poco, si distende un fregio di strane sì, ma graziose figure, o una che
sembra intrecciatura di più catene? Di quelle che tutte son filze di perle e di
gemme, l'una presso all'altra e in loro stesse rivolte, o a luogo a luogo
tempestate a gocciole di cotali smalti che sembrano gioielletti? Di quelle che
per tutto il corpo son seminate di scudetti, rosette, borchie, bisantini, con
in mezzo, a chi un bottoncello che sopravanza, a chi un pennacchietto che ne
spunta con grazia? Una ve ne ha, indiana, tutta intessuta di sottilissimi
cordoncini, non solamente di più colori schietti, l'uno immediato all'altro, ma
di certi, a ogni tanti di questi, di due fila diverse, violato e bianco, attorcigliate
insieme; e miracolo che mai una volta fallisse il tornar sopra quel che dà
volta sotto, alternandosi fedelmente l'un colore e l'altro: come lavoro di mani
che aveano sopra una mente direttrice al muoversi con disegno e con arte.
Oh quanto è vero ancor delle chiocciole, poiché
ivi nascono, quel che sant'Ambrogeo disse: In scopulis quoque ipsis et
lapidibus reperit natura in quo delectaret. Chi mai chiamò un Vetruvio o un
Vignola per fabricare il tugurio a un mendico o la capanna a un rustico? Èvvi
nella natura animal più dispregevole o più informe d'una chiocciola? La
notomia, per quanto cerchi in quel corpo, non sa trovare né membra organizzate,
né parti in nulla dissimili: e d'ammirabile han sol questo, non aver niente
dell'animale e pur esserlo; e nondimeno Iddio le ha degnate d'un così ben
lavorato albergo, che i palagi de' re ne perdono in maestria e in bellezza.
Così ha egli spartite le grazie, dando alle chiocciole, come all'albero della
cannella, l'aver di prezioso solo la scorza; così a' pavoni le bellissime
penne, a' rosignuoli il soavissimo canto: ma a questi il vestito rustico, a
quegli il grido spiacevole. E di noi altresì, a ben considerarci, si avvera.
Chi più e chi meno, come meglio è paruto a quello che tutto fa e dispensa a
peso, a numero e a misura: ma né niuno ha ogni bene, ché ciò è sol de' Beati,
né niun di tutti è privo, ché ciò avvien sol ne' dannati. Quanti, come il
Socrate d'Alcibiade, nell'esteriore apparenza un Sileno per le deformi fattezze
e dispiacevole aria del volto, sotto quella maschera d'uomo selvaggio
nascondono un'anima angelica, una mente che sola più di mille altre nella
sublimità dell'ingegno partecipa del divino? Al contrario, quanti han tutto il
lor bello in faccia o tutto il lor buono in mostra: la nobiltà, l'avvenenza, la
leggiadria, il ricco abito, il titolo, il corteggio; splendori di fuori, e
dentro son legni marci.
Ma ritorniamo all'argomento: ché un'opera tanto
ingegnosa non è da mettersi in disparte senza prima leggervi dentro almeno un
carattere della sapienza di Dio. Che se quel famoso Cleante poté render
preziosi i cocci delle pentole e i rottami dell'urne scrivendovi sopra di
propria mano segreti allora stimatissimi di naturale e morale filosofia, non
l'avrà Iddio saputo fare co' gusci delle lumache? Non già per uomini in tutto
materiali: essendo verissimo quel di Galeno: Attonitum facit idiotam
materia; artificem vero artificii magnitudo. Or udite. Fra alquante ragioni
che Plinio imaginò dell'esser la terra ne' primi secoli fertilissima, dove al
suo tempo ell'era tanto infeconda, una è il sentir che forse ella faceva che
degne mani eran quelle che s'adoperavano a coltivarla. Quaenam ergo,
dice egli, tantae ubertatis causa erat? Ipsorum tunc manibus imperatorum
colebantur agri, ut fas est credere, gaudente terra vomere laureato et
triumphali aratore. Così egli, tramischiando favole al vero, com'era uso,
né tutto istorico, né tutto poeta. Ma che la terra, senza aver più senso che
terra, nondimeno senta le qualità della mano che vi si adopera intorno, ciò è
vero sol nel maneggiarla Iddio e farne a suo talento miracoli di bellezza:
tanto più a lui di lode quanto la materia è da sé più lontana dall'ingegnoso
lavoro che ne riceve. Così quella ancor vergine terra, di cui Iddio impastò il
corpo ad Adamo, cioè la più artificiosa e bell'opera di tutto il mondo
visibile, toties honoratur, disse Tertulliano, quoties manus Dei
patitur, dum tangitur, dum decerpitur, dum deducitur, dum effingitur. Datum est
esse aliquid origine generosius, et demutatione felicius. Nam et aurum terra,
quia de terra, hactenus tamen terra; ex quo aurum, longe alia materia,
splendidior atque nobilior de absolutiori matrice. Così il lavorio delle
chiocciole, quanto è bello nell'opera, tutto è lode delle mani di Dio, e
quant'utile all'uso, è testimonio della sua providenza, avvedutissima in fornir
que' deboli animali d'una fortezza portatile che fosse loro quel che
sant'Ambrogio disse della ugualmente bella che forte torre di David: subsidio
pariter, et decori.
Con ciò avrete veduto com'esser possa
ricreazione d'uom savio andar, come Scipione e Lelio solevano, per le piagge
marine cogliendo chiocciole e conchiglie per farsene ricchi di bei pensieri,
meglio che il re di Congo delle piccole e semplici di Loanda, isoletta ch'è non
la miniera che gli dia sol la materia informe, ma la zecca che gli dà battute
le monete che sole si spendono nel suo regno.
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