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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO PRIMO
    • CAPO UNDECIMO
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CAPO UNDECIMO

 

Iddio massimo ancor nelle minime sue fatture. Tre se ne mostrano: e prima la portatile e viva abitazion delle chiocciole.

 

A dar testimonianza di Dio e di qual sia l'universal sua providenza abbiam prodotto il Sole, cioè delle superiori nature la più utile e la più illustre. Or della medesima providenza, eziandio intorno alle minime cose particolari di questa inferior parte degli elementi, è da prodursene alcuna che ne deponga: e sian né più né meno di tre, e, per più forza dell'argomento, le più dispregevoli, sì come quelle che ci stan sotto a' piedi e, nulla curandone, le calpestiamo. Tertulliano a me le presenta, ed io a voi, variandone quel solo pochissimo che vedrete. E la forza della testimonianza ch'elle danno di Dio consiste in dimostrare che se nature, per lo quasi niun pro di che elle ci sono, avute da noi in niun conto sì come cose gittate per empitura o almeno per sopra più di quel che ci era bisogno, nondimeno elle son lavorate con tanta finezza e magisterio d'arte e con un sì ammirabile avvedimento provedute da Dio, che si avrà a dire delle grandi? Che di tutto il mondo? E che di noi, per cui soli mantener con diletto il mondo ha quel nobile e grand'essere che veggiamo? Tertulliano dunque, afferratosi coll'apostata Marcione, barbaro di nascimento, peggio parlante che mutolo, e cieco d'anima fin d'allora che, spento il lume della Fede che aveva, perdé di veduta Iddio – anzi, come ubbriaco a cui si doppiano le lucerne, due ne imaginò, l'un de' quali stolto e maligno produsse in dispetto di noi queste infime e vili nature – il costringe a rispondere: Unus omnino de sepibus flosculus, non dico de pratis, una cuiuslibet maris conchula, non dico de Rubro, una tetraonis pennula, taceo de pavo, sordidum artificem pronuntiabit tibi Creatorem? Elle han, fra loro, grado di preminenza queste tre specie di nature; e secondo esso per ordine ne parlerò. I morti nicchi delle conchiglie, a' quali noi sustituiremo i gusci delle chiocciole; i sol vivi e rustichi fiorellini delle siepi; e in luogo de' tetraoni, i menomi animalucci aventi anima, con le lor facoltà, le lor passioni, i lor sensi. Ma prima di condurvi inanzi le chiocciole, mi convien fare come quel savio dipintore Teorie raccordato da Eliano, che non prima svelò l'imagine d'un soldato in arme, esposta a un gran popolo curiosissimo di vederla, che da un pieno coro di musici facesse udire una sonata in istile guerriero, come di sfidar due eserciti a battaglia; per cui, poi che vide gli spettatori aver conceputo un non so che di spiriti marziali, ritrasse la cortine dal quadro, e v'apparì il soldato in sì fiero atto d'uscire addosso al nemico, che, come il descrive l'istorico, sembrava avere il lampo negli occhi e 'l fulmine nella destra: tanto appariva terribile con lo sguardo e formidabile con la spada; corrente poi di foga, e in un portamento di vita quale appunto sta bene ad un portato per impeto di furore. Tal era il soldato di Teone, per cui mostrare egli prima dispose gli animi de' riguardanti con quella sonata invitantegli a un vero spettacolo di battaglia. Ahi dunque infelice giudicio che noi diam delle cose, dispregiandone le più ammirabili e ammirandone le men degne! La novità, non l'eccellenza ch'elle hanno, è quella che ci trae a considerarle. Stiamo in mezzo a' miracoli (ché un mondo di miracoli è il mondo) ma noi, incallitivi gli occhi al continuo vederli, non ce ne sentiam muovere né pur tanto che li degniamo d'un atto d'ammirazione quanto è un'alzata di ciglio. Il vide, e se ne dolse fin colà l'Orator romano, a quel poco barlume che la natural filosofia dava ad un idolatro, dicendo per bocca di Bleso: Assiduitate cotidiana et consuetudine oculorum assuescunt animi, neque admirantur neque requirunt rationes earum rerum, quas semper vident. Perinde quasi novitas magis quam magnitudo rerum debeat ad exquirendas causas excitare. Ma più altamente, com'era degno di lui, il divin Agostino: "I lavori" dice "della natura, anzi di Dio, ch'è il maestro in cui ella ha l'intendimento di che per sé medesima affatto manca, cum fiunt continuato quasi quodam fluvio labentium manentiumque rerum ex occulto in promptum atque ex prompto in occultum usitato itinere transeuntium, naturalia dicuntur; cum vero admonendis hominibus inusitata mutabilitate ingeruntur, magnalia nominantur". Risuscita Cristo alcuni pochi morti; se ne fa un maravigliare da farsene maraviglia chi più sa: percioché, quanto maggior miracolo è nascere ogni tanti uomini, a chi ne considera il come e il di che si formano i lor corpi, che non rifarsi in un cadavero le qualità distruttegli e tornar l'anima ad informarlo. Ma chi se ne maraviglia? Coll'inaspettato multiplico di cinque pani sazia cinquemila famelici, e degli avanzi se n'empiono dodici gran canestri; ne va per tutto la fama e maraviglioso è il dire che se ne fa. Maius miraculum est gubernatio totius mundi, quam saturatio quinque millium hominum de quinque panibus; et tamen hoc nemo miratur. Illud mirantur homines non quia maius est, sed quia rarum est. Trasforma l'acqua in ottimo vino colà nelle povere nozze di Cana: quis non miretur? Cum hoc annis omnibus Deus in vitibus faciat non v'è chi se ne maravigli. Se un alchimista, per magistero dell'arte, sapesse estrarre sia da che si vuole un licore di così strana virtù che, gittandone una stilla sopra un pizzico di ferro assottigliato in polvere con la lima, incontanente se ne organizzasse da sé medesimo un oriuolo a ruota, con tutti dentro i suo' ingegni, come i lavorati a mano e 'l suon dell'ore a suo tempo, e di fuori la saetta e i numeri da mostrarle, èvvi chi mai si potesse indurre a crederlo altro che a' suoi propri occhi, e chi, veggendolo, non gli paresse vedere il maggior miracolo che far si possa senza miracolo? Or se ben si considera quel che appena v'è chi mai degni di neanche mirarlo, non sono egli lavoro incomparabilmente più artificioso le rane, che dal cader la state nell'arida polvere giù dalle nuvole una gocciola d'acqua incontarente si formano? Dicami chi veramente il sa, come si truovano in quella tutta simile massa di polvere materie e forme fra loro tanto per natura diverse; anzi, perché non vi si truovano antecedentemente, come sì tosto e per cui ministero s'impastano: dura e secchissima per le ossicelle, liquida per gli umori, sugosa e morbida per la carne, tenace per li nervi, traforata per le arterie e le vene in tanti rami disperse; e per lo cuore e 'l fegato calda, e fredda per lo cervello, e trasparente per gli occhi, e così d'ogni altra parte di quell'ammirabile corpicciuolo. Poi, da chi s'organizzano e compongono e stampano in figura conveniente alla specie. Quella bocca squarciata, quegli occhi sporti e ritondi e sempre attoniti, quelle braccia snodate per raccorlersi al petto e distenderle: come altresì le cosce e le gambe lunghe oltre modo, ma non punto oltre al bisogno del lanciarsi a saltellare, ch'è il proprio lor muoversi; e quelle diterelle delle mani, lavorodilicato e sì ben compartito. Poi, per tacer degli altri, gli organi della voce, e di tal voce in che sola elle cantano, e non ne sanno né possono esprimer altra; e la perizia del notare, in che nascon maestre, altro che il famoso Delio degli antichi. Di quest'opera tanto maravigliosa, a chi è mai avvenuto di maravigliarsene? E pure il farlo si converrebbe, per debito almeno della filosofia contemplatrice delle opere della natura. Ma ella, più superba che saggia, pare a me che faccia come quell'Aristide raccordato da Eliano, che, morso da una velenosa bestiuola, si moriva di rabbia sol perché moriva con disonore; cioè non isbranato da un lione o schiacciato da un elefante, ma sol punto da un sì vile e appena visibile animaluccio. Così ella: tal è il tormento che le al cervello e il torla di cervello che fa il così fatto nascere d'una ranocchia, che in vece d'ammirare quel che non arriva ad intendere, ne dice cose da ammirarsi come le dica: provandosi a trovarne il perché e il come eziandio colasù nel concavo della Luna e, senza avvedersene, nelle Idee di Platone, ponente, secondo il falso creder d'alcuni, le nature astratte, come a dir delle rane una rana universale; a cui chi non vuole che la sua paia dessa titolo di vagabonda, e vuol ch'ella sia una di quelle che non sono ninna di quelle che possono additarsi. Or se un cotal miracolo si operasse solo, direm così, nel gran Cataio o in qualche isola del mare Atlantico, dieci mila miglia lontano, noi, credendolo all'istorico, overo iti colà veggendolo, ben da vero l'ammireremmo. Si fa sotto i nostri piedi, e senza pur mettervi gli occhi il calpestiamo e passiam oltre. Così è, dice S. Agostino, la calcina viva: nell'olio non si risente, a sopranfondervi acqua infuria e prende fuoco. Hoc miraculum, si de alaquo Indico lapide legeremus sive audiremus, et in nostrum experimentum venire non posset, profecto aut mendacium putaremus, aut granditer miraremur. Quarum vero rerum ante oculos nostros quotidiana documenta versantur, non genere minus mirabili, sed ipsa assiduitate vilescunt, ita ut ex ipsa India, quae remotissima est pars orbis a nobis, desierimus nonnulla mirari, quae ad nos potuerunt miranda perduci. Non si beva del mare ogni mattina il Sole? Ma che l'imperadore Adriano si levasse egli una volta del letto per vederlo nascere, chi può giurarlo, eziandio sol per lo cappari di Zenone? Ben v'assicura Sparziano che, per vederlo quando ancora non appariva al piano, quel monarca, con tutto il peso dell'imperial maestà addosso, inerpicò fin su le cime del monte Casio. Tanto fa l'esserci non altro che nuovo quel che non è punto più maraviglioso che il continuamente usato. Così siam privi del gran diletto che fa quella dolcissima estasi in che la maraviglia rapisce l'anima al contemplare. Così, percioché verissimo è che virtutis divinae miracula obstupuisse, dixisse est, non diamo a Dio per l'eccellenti sue opere quella lode che da creature d'intendimento gli è dovuta. E, finalmente, così ci rimaniamo ignoranti del più degno di risapersi. Maxime enim (come fa dir Platone a Socrate) philosophi haec affectio est, quae admiratio dicitur: neque enim aliud praeter hoc est philosophiae principium. Or io potrò, senza esserne ragionevolmente deriso, trar la cortina di sopra il quadro e darvi a considerare i gusci delle chiocciole, che adoperandovi intorno quella che Filostrato chiamò mente degli occhi, elle non vi parran cosa indegna d'esser veduta: anzi una delle più ammirabili della natura e da trarne alcun profittevole conoscimento della sapienza di Dio. Ma a far ciò bene e tosto, bisognerebbe ch'io ne potessi fare una mostra e sporvene qui inanzi le migliaia che io ne ho vedute, colte in diversi mari e con grande studio raunate da' curiosi di così fatti miracoli della natura: opera altrettanto lodevole e da savio, come da pazzo fu quella di Gaio Caligola imperadore, allora che, fintosi di passar coll'esercito oltre mare al conquisto della Gran Bretagna, giuntovi, non so dove, al lito, accampossi e mise tutte in armi e in bella ordinanza le legioni: indi fe' dar nelle trombe e ne' tamburi col segno della battaglia, la qual fu avventarsi i soldati in atto minaccevole e, colpeggiando all'aria contra il mare, raccogliere di su la spiaggia, che n'era piena, ciascuno d'essi, un pugno di chiocciole e conchiglie; con le quali spoglie, vittorioso e trionfante l'esercito, si tornò: e a fin che ne' secoli avvenire non perisse la memoria d'un così memorabil fatto, se gl'istorici per invidia il tacessero, mandò Caligola erger quivi medesimo dove seguì la sanguinosa battaglia un'altissima torre, appesivi per avventura intorno que' gloriosi trofei delle chiocciole tolte con mano armata al mare. Così sterile di cervello rendeva il capo a gli imperadori di Roma quell'infelice alloro che il coronava. Quanto più saviamente i barbari d'Occidente ne appendean lunghe filze alle porte delle lor case, perché scosse dal vento, cozzandosi, facessero una cotale armonia a' loro orecchi, perché altra non ne aveano, più che soave. Ma in opera di quello a che veramente elle nascono, non le usa se non chi in esse vuole altrui dimostrare quanto ingegnosi siano gli scherzi della natura: anzi, a dir meglio, quanto si mostri grande Iddio ancor nelle minime cose. Or quelle che in sì gran moltitudine io ho vedute, elle eran tutte fra lor differenti; e tutte d'un sì vario e vago e ben inteso lavoro, che io con ragione dispero che né la memoria universale che me n'è rimasa, né la facultà dello scrivere bastino a dimostrarvi, delle mille parti dell'ammirabile loro artificio e bellezza, pure una sola. E primieramente ne ho vedute col microscopio delle intere e formatissime in un granello di rena: non so se natevi dentro come in miniera o pur solo incassatevi. Che occhio di perspicace veduta, che acuti strumenti, che mani ingegnose, che materia ubbidiente, che sottili e dilicate madri e forme, e che perizia d'arte bisognarono a condurminuto, e nondimeno perfettissimo, un lavoro niente maggior d'un punto, com'è una chiocciola possibile a chiudersi tutta in un grano di rena? E ben abbia chi trovò il primo a usar quella gocciola di cristallo che ne' microscopi fa apparir grandi non tanto in mole come in eccellenza cose, alla debolezza de' nostri occhi, invisibili e più stupende che le grandissime che veggiamo. Chi, prima di questo, sapeva che que' ragni che non s'intanano come vili né fanno, come gli altri, il mestiere di filarsi le viscere e tesserne lacci e reti con che uccellare, insidiatori e neghittosi, ma cacciatori scoperti escono a predare, e qua e saltabeccando e correndo in traccia delle mosche, trovatele, loro addosso con un furtivo e prestissimo lancio s'avventano, e le assannano e fermano dibattenti indarno l'ali e i piè nulla giovevoli allo scampo; questi dico, chi, prima di considerarli col microscopio, sapeva ch'egli avessero in capo, quanti io ne ho più volte contati, chi sei e chi otto vivacissimi occhi? I due maggiori in fronte, gli altri più addietro ripartiti, sì che paiono far loro al capo una corona d'occhi; che oh quanto meglio starebbe a' prìncipi che non quella di gioie per cui non si veggono dopo le spalle! E se ne discernono le pupille e i lor cerchielli attorno, cosa in tutto ammirabile. La quale a' ciechi nell'intelletto è una evidente dimostrazione della estrema providenza di Dio, che quella sì dispregevole bestiuola, tutta orrida come un porco spino e d'un ceffo orribile come un demonio, perché non le manchi onde sustentarsi, ha proveduta di tanti occhi e sì acconciamente disposti che, voltandosi ella in disparte o di fianco o da tergo, in sembiante di non veder la moscaattenderla per assalirla, pur la vede e la prende di mira, e sopra lei, sicura di lui il cui spaventoso ceffo non vede, gettandosi improviso, l'afferra e addenta con due lunghe e mobili sanne che gli escono della bocca, e godesi a gran diletto quella sua cacciagione, frutto d'industria e di valore, e per ciò il doppio più saporita. Havvi di molte e possentissime ragioni specolative onde convincere i negatori dell'universal providenza: ed io alcuna, in luogo più convenevole, ne apporterò; ma non meno che all'intelletto i sottili argomenti, la dimostrano a gli occhi le stupende opere d'essa, tanto più efficaci a convincere quanto più vili sono le cose al cui provedimento s'adopera. Così da' suoi medesimi ingrati figliuoli accusato in giudicio Sofocle, scrittor di tragedie maestosissimo, come già per la decrepita età rimbambito e mezzo scemo non fosse abile all'amministrazion della casa, il valente uomo, comparito, altra aringa in sua difesa non fece che recitare una parte dell'Edipo Coloneo, che appunto allora gli stava sotto la penna. Poi disse, sentenziassero ora i giudici se quello era lavoro da uomo a cui per l'età fosse svanito il cervello; e altro non bisognò a rimandarlo non che assoluto, ma coronato di pregiatissime lodi. Tantum enim sapientiae – dice di lui san Girolamoin aetate iam fracta specimen dedit, ut severitatem tribunalis in theatri favorem verteret. Bestie d'uomini, che figliuoli non meritan nominarsi, gli affatto o anche sol mezzo atei, che o niegan Dio o l'accusan d'improvido; veggano i savi stimatori delle cose: sono egli queste che vo contando opere d'artefice senza senno o senza avvedimento di providenza?

 

Ben disse sant'Agostino – ed è verità, non ischerzo – che quella stessa mano che diede la rotondità al mondo e al Sole la diede anco a' pomi e all'occhio; e pur ciò non è nulla rispetto al provedere di quanto lor si conviene per mantenersi eziandio con diletto e difendersi da' contrari, così le menomissime creature come le grandissime. E mirate se ciò non è vero nelle chiocciole, di cui parlo. Havvi animale più di questo esposto alle ingiurie? Cieco, se ben ci vide Aristotele, e disarmato e pigrissimo; tal che, dove Iddio diede a' più timidi per difesa la snellezza delle gambe e la fuga in un velocissimo corso, questi meschini mancavano e dell'armi con che resistere e del moto con che fuggir da' pesci, che ne sarebbono avidissimi e continuo in caccia. Or come ha egli proveduto alla lor vita, e con che nuovo e ingegnoso riparo sicuratili da' nemici? A ciascun d'essi ha data una come fortezza portatile, con tante ritirate sempre più e più dentro, quanti sono i giri in che que' durissimi loro gusci s'avvolgono: e dove ben al fondo si stringano, non v'è agobranca di pesce o di granchio che giungano a stanarli. E né pur questo è tutto il maraviglioso. Quella loro fortezza è animata e viva, perché, come le ossa in noi, così ella intorno ad essi cresce tutta insieme e sempre serba il disegno della figura. Né a ciò solamente serve l'essere co' lor corpi ad esse un poco incarnate, ma altresì a non poterne uscir del tutto, ma solo affacciarsi e sporgere: altrimenti, all'imperfetta virtù per muoversi ch'elle hanno, non vi si saprebbon rimettere e aggiustare come avanti; o potendolo, intanto, come lentissime diverrebbono esca de' pesci, così tosto prese come vedute: talché quella che ad altri animali sarebbe infelicità a questi è ventura. E ben v'alluse quell'Anassila appresso Ateneo, che d'un gelosissimo delle cose sue "Cochleis" disse "tu es diffidentior, quae quia nemini credunt, circumferunt domum". Or dimandi degli uomini, per ischerno, quello spartano che, passando a piè d'una città tutto intorno fasciata d'altissime mura: "Che femine" disse egli "abitan costà dentro?", parendogli il forte riparo sol convenirsi a' deboli e il ben difeso a' timidi e non possenti a fare, come di sé vantavano gli Spartani, muraglia viva de' loro petti intorno alla patria; la qual per ciò era aperta e senza muro. Così ne ha Iddio, convenientemente alla lor debolezza e alla sua providenza, circondate le chiocciole. Né vi facciate a imaginare che mai, bramose d'andarsene fuori vagando, sentano pena di quell'essere, come a noi pare, condannate a perpetuo carcere. Niuna cosa ha per natura desiderio ripugnante e contrario a quello senza che non potrebbesi conservare. E ciò è sì vero che, dovendo No è con la piccola sua famiglia e la grande degli animali star chiusi un anno entro l'arca, fino a finito il diluvio e tornata la terra in essere d'abitarsi, Iddio loro infuse fuor d'ordine un particolare amore a quella solitudine, a quelle angustie, a quella oscurità, a quel carcere, a quella per altro intolerabile compagnia. Così Vittor di Marsiglia, nel suo poetico Genesirappresenta No è al primo riveder che fe' il mondo, ammiratissimo del non esser morto in quella stretta arca, in quel tenebroso sepolcro di vivi, egli e le tante anime che vi chiudeva; e doveanlo,

 

nisi Rector Olympi

depositos, hominum auxilio donoque carentes

sustinuisset, eo quo condidit omnia nutu.

Ille animas longae perituras carcere noctis

affectu lucis spolians, virtute replevet;

ille, ut tam segnem possent perferre quietem,

infudit pigri placidum torpores amorem.

 

Siegue qui ora al lor utile il lor bello: dove io mi do vinto; ché forse, non che da me che son povero d'eloquenza, ma da qualunque altro ne sia a gran dovizia fornito, non è il poter bastevolmente descrivere ciò che han di maraviglioso le chiocciole ne' lor gusci: la bizzarria delle invenzioni, la varietà degli avvolgimenti, la vaghezza degli ornamenti, la disposizion de' colori, le capricciose forme, la medesima e in tante maniere diversificata materia e il maestrevole suo lavoro. Quante ne ho io vedute! Ancorché migliaia, non per tanto un nulla rispetto alle innumerabili che ve ne sono: e quante più vedute ne avessi, tanto men saprei dirne, per quello a che i nostri ingegni soggiacciono, d'impoverire nella troppa abbondanza e co' più nobili argomenti divenir mutoli per lo stupore. E non s'è egli mostrato sommamente ammirabile Iddio nel variare in cento e più diverse maniere il circolarsi e ravvolgersi d'una chiocciola in sé stessa? Puossi dir cosa più eguale, più determinata e più semplice, e pur nelle mani sue divenuta capevole di sì grand'arte? Alcune si girano con volute, campate l'una fuori dell'altra appunto come se si attorcigliassero intorno a un fuso: e procedendo in lungo assottigliano e fino in punta digradano con ragione. Altre, all'opposto, tutte in loro stesse ritornano; e dicami Archimede, che sì ingegnosamente ne scrisse: chi insegna loro a condurre una linea in ispira, sì perfettamente che in nulla non ismisuri? Dicammi gli architetti, che tanto penano a disegnar con regola le volute, e pur non mai altro che false, mentre, per più non sapere, le compongono d'alcuna parte di circolo, e circolo elle non sono, avvegnaché circolari: chi ne ha infusa la regola alle chiocciole, nate maestre in un'arte di cui essi ancor non si veggono buoni discepoli? Di queste poi, quelle che chiaman veneree, e le in parte lor somiglianti, nulla mostran di fuori come s'attorcano, ma, ricoverte d'un nicchio che parte s'inarca e parte spiana, quivi entro s'avviluppano sì che punto non pare. Altre, da un grosso capo tutto incoronato o di merli o di pennacchini o d'una cresta che serpeggia intorno, van giù a poco a poco mancando fino a stringersi come un paleo. Altre covano alquanto, e sembra che portino cupolette e capannucci l'un sopra l'altro. Ve ne ha delle schiacciate, delle ritonde, delle increspate, delle distese e aperte, delle tutte in loro medesime aggomitolate. Ma in qualunque foggia diverse o, come sogliam dire, cavate di fantasia, tutte con decoro, con avvenenza, con garbo, tal che di mille che ne avrete davanti non saprete qual sia la più ingegnosamente foggiata: e dico anche, se pur è da dirsi, le lavorate ad opera strapazzata, ché quel medesimo in che sembrano incolte è negligenza ad arte, per far vedere una deformità con grazia, una rozzezza con maestà, un mostro, ma di bellezza. Non ne passiamo le bocche senza farne almen sentire una parola, peroché anch'elle hanno una particolar grazia, e le squarciate e le chiuse e le più o meno aperte. Chi sa il perché di quelle che in un lungo canaletto la sporgono due e tre volte tanto com'è tutto il lor corpo? Chi di quelle che gittano da ambe le labbra certe a guisa di branche, lunghe e serpeggianti come fossero polpi, se non che le hanno impetrite e immobili? Chi di quelle grandissime che giù riversano il labbro come i mastini, poi il ripiegano e 'l tornano alquanto in su, con una bizzarria che ha il suo bello, e non sa dirsene il perché? Chi di quelle a cui spuntano i denti su 'l labbro ben lunghi e ben sodi, ma innocenti, sì come sol per ornarsene, non per ferire? Chi in ciò non ravvisaleggiadriamaestàvaghezza, neanche la ravviserà nella informe bocca d'una spelonca, d'architettura rustica naturale: e pure, quegli sregolati accozzamenti delle pietre che così rozzamente l'inarcano, fanno il più delle volte un lavorobello a gli occhi degl'intendenti, che dilettano niente meno di qualunque sia porta di bellissimo ordine. E chi volesse o spianarne i risalti, o rimetterne le pendenze, o costringerne tutte le parti a misura, o ingentilirne la rusticità con intagli, quanto le desse dell'artificioso tanto le torrebbe del bello: ché gli archipenzoli, le squadre, i compassi non sono strumenti che servano al capriccio, quando lavora senz'arte, senza regola e senza disegno, e pur con arte, con regola e con disegno.

 

Nel rimanente poi del corpo pare che altresì fra le chiocciole vi sian le nobili e le plebeie, le rustiche e le gentili. Altre crostute e scagliose, che sembrano avere indosso un ghiazzerino di pietra; altre ricciute e nodose, che per tutto gittano e sproni e spine; altre lisce e invetriate d'un sottilissimo lustro. Certe maggiori sembrano lavorate a scarpelli, così ben ne fingono i colpi con le intaccature e co' fregi: al contrario del bellissimo nautlio, in cui, puossi vedere né più dilicatamente né più egualmente condotta quella sottilissima e durissima sua corteccia, impastata d'argento e di perle? Fattura come d'altra mano così d'altra finezza che quella delle tanto famose due urne lavorate a gara e consagrate in un tempio da due vasai, l'un discepolo l'altro maestro, certantibus uter tenuiorem terram duceret. Ma chi sa dirmi a che far dentro il nautlio que' tanti suoli e volte che tutto dall'un capo all'altro con bellissimo ordine il tramezzano? Chi abita in quelle camere? Anzi, perch'elle non han porta all'entrar né all'uscire, chi nasce prigione in quelle carceri? Se alcuno è, conviene che sia spirito invisibile: perché io ho cerche almen quaranta di quelle prigioncelle d'un medesimo nautlio, partito con una sottilissima sega in due uguali metà, né m'è avvenuto di trovarvi altro che l'ammirabile proporzion delle stanze, e in ciascuna d'esse un oscuro carcere al mio ingegno, non sapendo io vedere a che fine e per cui uso elle siano fabricate. Or finiamo con solamente accennare la varietà de' colori e la vaghezza degli ornamenti onde le chiocciole son sì belle. Eccovene in prima le vestite d'uno schietto drappo: argentine, bianche, lattate, grigie, nericanti, morate, purpuree, gialle, bronzine, dorate, scarlattine, vermiglie. Poi, le addogate con lunghe strisce e liste di più colori a divisa: e quali se ne vergano per lo lungo, quali per lo traverso; alcune diritto, altre più vagamente a onda. Ma certe, in vero maravigliose, lavorate a modo d'intarsiatura, con minuzzoli di più colori bizzarramente ordinati; o d'un musaico di scacchi, l'un bianco e l'altro nero, quanto alla figura formatissimi e alle giunture non isfumati punto, ma con una division tagliente, come appunto fossero alabastro e paragone strettamente commessi. Le più sono dipinte a capriccio, o granite, gocciolate, moscate; altre qua e tocche con certe leggerissime leccature di minio, di cinabro, d'oro, di verdazzurro, di lacca: altre pezzate con macchie più risentite e grandi; altre o grandinate di piastrelli o sparse di rotelle o minutissimo punteggiate; altre corse di vene come i marmi, con un artificio senz'arte; o spruzzate di sangue in mezzo ad altri colori, che le fan parere diaspri. Ma la varietà e la bellezza degli ornamenti, e le mirabili lor partiture, non si può divisar tutta in brieve, né dirsene a lungo, perché noi non abbiam tanti vocaboli quanti esse hanno abbigliamenti per arredarsi e ben parere. Lascio le messe a scavature e risalti, scanalate, grinzute, rugose. Che direm di quelle a cui su le giunture delle volute spiana una cornice di maraviglioso intaglio? Di quelle a cui, fra due corsi di spine delicatissime o fra due creste che alzano un po' poco, si distende un fregio di strane sì, ma graziose figure, o una che sembra intrecciatura di più catene? Di quelle che tutte son filze di perle e di gemme, l'una presso all'altra e in loro stesse rivolte, o a luogo a luogo tempestate a gocciole di cotali smalti che sembrano gioielletti? Di quelle che per tutto il corpo son seminate di scudetti, rosette, borchie, bisantini, con in mezzo, a chi un bottoncello che sopravanza, a chi un pennacchietto che ne spunta con grazia? Una ve ne ha, indiana, tutta intessuta di sottilissimi cordoncini, non solamente di più colori schietti, l'uno immediato all'altro, ma di certi, a ogni tanti di questi, di due fila diverse, violato e bianco, attorcigliate insieme; e miracolo che mai una volta fallisse il tornar sopra quel che volta sotto, alternandosi fedelmente l'un colore e l'altro: come lavoro di mani che aveano sopra una mente direttrice al muoversi con disegno e con arte.

 

Oh quanto è vero ancor delle chiocciole, poiché ivi nascono, quel che sant'Ambrogeo disse: In scopulis quoque ipsis et lapidibus reperit natura in quo delectaret. Chi mai chiamò un Vetruvio o un Vignola per fabricare il tugurio a un mendico o la capanna a un rustico? Èvvi nella natura animal più dispregevole o più informe d'una chiocciola? La notomia, per quanto cerchi in quel corpo, non sa trovaremembra organizzate, né parti in nulla dissimili: e d'ammirabile han sol questo, non aver niente dell'animale e pur esserlo; e nondimeno Iddio le ha degnate d'un così ben lavorato albergo, che i palagi de' re ne perdono in maestria e in bellezza. Così ha egli spartite le grazie, dando alle chiocciole, come all'albero della cannella, l'aver di prezioso solo la scorza; così a' pavoni le bellissime penne, a' rosignuoli il soavissimo canto: ma a questi il vestito rustico, a quegli il grido spiacevole. E di noi altresì, a ben considerarci, si avvera. Chi più e chi meno, come meglio è paruto a quello che tutto fa e dispensa a peso, a numero e a misura: ma né niuno ha ogni bene, ché ciò è sol de' Beati, né niun di tutti è privo, ché ciò avvien sol ne' dannati. Quanti, come il Socrate d'Alcibiade, nell'esteriore apparenza un Sileno per le deformi fattezze e dispiacevole aria del volto, sotto quella maschera d'uomo selvaggio nascondono un'anima angelica, una mente che sola più di mille altre nella sublimità dell'ingegno partecipa del divino? Al contrario, quanti han tutto il lor bello in faccia o tutto il lor buono in mostra: la nobiltà, l'avvenenza, la leggiadria, il ricco abito, il titolo, il corteggio; splendori di fuori, e dentro son legni marci.

 

Ma ritorniamo all'argomento: ché un'opera tanto ingegnosa non è da mettersi in disparte senza prima leggervi dentro almeno un carattere della sapienza di Dio. Che se quel famoso Cleante poté render preziosi i cocci delle pentole e i rottami dell'urne scrivendovi sopra di propria mano segreti allora stimatissimi di naturale e morale filosofia, non l'avrà Iddio saputo fare co' gusci delle lumache? Non già per uomini in tutto materiali: essendo verissimo quel di Galeno: Attonitum facit idiotam materia; artificem vero artificii magnitudo. Or udite. Fra alquante ragioni che Plinio imaginò dell'esser la terra ne' primi secoli fertilissima, dove al suo tempo ell'era tanto infeconda, una è il sentir che forse ella faceva che degne mani eran quelle che s'adoperavano a coltivarla. Quaenam ergo, dice egli, tantae ubertatis causa erat? Ipsorum tunc manibus imperatorum colebantur agri, ut fas est credere, gaudente terra vomere laureato et triumphali aratore. Così egli, tramischiando favole al vero, com'era uso, né tutto istorico, né tutto poeta. Ma che la terra, senza aver più senso che terra, nondimeno senta le qualità della mano che vi si adopera intorno, ciò è vero sol nel maneggiarla Iddio e farne a suo talento miracoli di bellezza: tanto più a lui di lode quanto la materia è da sé più lontana dall'ingegnoso lavoro che ne riceve. Così quella ancor vergine terra, di cui Iddio impastò il corpo ad Adamo, cioè la più artificiosa e bell'opera di tutto il mondo visibile, toties honoratur, disse Tertulliano, quoties manus Dei patitur, dum tangitur, dum decerpitur, dum deducitur, dum effingitur. Datum est esse aliquid origine generosius, et demutatione felicius. Nam et aurum terra, quia de terra, hactenus tamen terra; ex quo aurum, longe alia materia, splendidior atque nobilior de absolutiori matrice. Così il lavorio delle chiocciole, quanto è bello nell'opera, tutto è lode delle mani di Dio, e quant'utile all'uso, è testimonio della sua providenza, avvedutissima in fornir que' deboli animali d'una fortezza portatile che fosse loro quel che sant'Ambrogio disse della ugualmente bella che forte torre di David: subsidio pariter, et decori.

 

Con ciò avrete veduto com'esser possa ricreazione d'uom savio andar, come Scipione e Lelio solevano, per le piagge marine cogliendo chiocciole e conchiglie per farsene ricchi di bei pensieri, meglio che il re di Congo delle piccole e semplici di Loanda, isoletta ch'è non la miniera che gli dia sol la materia informe, ma la zecca che gli battute le monete che sole si spendono nel suo regno.

 




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