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CAPO DUODECIMO
Il più povero in tutta la plebe de' fiori
vestito più riccamente di Salomone nel suo ammanto reale.
Succedono ora con ordine a' morti gusci delle
chiocciole i fiori vivi e belli non meno d'anima che di corpo: presentati da
Tertulliano a dare anch'essi testimonianza di Dio. Egli un sol ne coglie, e
questo anche il più semplice delle siepi, e nondimeno, di qualunque specie egli
sia, opera di così eccellente lavoro, che in presentarlo a Marcione, come
appressasse una rosa a uno scarafaggio, l'uccide traendogli il cervello di
capo, anzi tornandoglielo come a quello che l'avea perduto fin d'allora che,
apostata dalla Fede, negò Iddio essere autore di cotali semplicità e minuzie
della natura: nelle quali, però, eziandio quegli antichi e mezzo ciechi
filosofi videro e confessarono che quanto men di materia nella quantità della
mole, tanto più vi cape d'ingegno nella qualità del lavoro; se già non fosse
più da ammirare un gran sasso informe che una piccola statua divinamente
formata. Or io alquanto più largo mi stenderò, non fermandomi sopra un sol
fiore, ma scorrendo per quel che universalmente è ammirabile in tutti. Né ciò
perché veramente un solo non bastasse al bisogno, eziandio se fra tutti il men
vago in apparenza e il meno studiato per arte; essendo verissimo il detto di
san Basilio: Profecto unum faenum, unaque herba, mentem tuam ad eas artis
rationes perspiciendas, ex qua prodiit, occupare universam potest; ma
perché il metterne in mostra un solo sarebbe oltraggio di tutti: come se tutti
nel pregio del lavoro, ch'è il lor più bello, non fossero quel ch'è ciascuno. E
di qui appunto incominciando il ragionarne, grande ingiuria si è fatta a tutto
il commune de' fiori col dar nome di maraviglie solo a certi di loro, i quali,
a ben considerarli, non han di maraviglioso altro che l'esser fiori, perché
ogni fiore da sé è una maraviglia. E così va dove l'abbondanza genera noia e 'l
continuo infastidisce: più onorata è, come poco fa io diceva, la novità che il
merito delle cose, e 'l prezioso nostro, se ne abbiamo dovizia, ci si fa vile,
e 'l vile altrui, se è raro, ci divien prezioso. L'incenso, che noi qui
adopriamo ne' più santi usi e parcamente, a grani o a pizzichi, colà nel regno
di Fartas, dove tutto è bosco che ne lagrima dalle cortecce, serve a impeciar
le navi e calefatarle: e dà luogo alla pece nostra, in quanto cosa straniera,
d'usarvisi per incenso ne' sacrifici. Per fin delle medicine scrisse colui fra
le centomila pazzie degli uomini ancor questa come una delle più solenni: il
non pregiarle dalla virtù che hanno, ma dalla patria ove nascono; non dal pro
che ci arrecano, ma dal clima onde vengono. Se portano un nome barbaro, l'adoriamo
come un misterio; se vagliono, a comperarle, tesori, si crede che facciano, in
risanare, miracoli; e intanto calpestiamo come erbacce inutili quel che ci
nasce negli orti e pregiam quello che ne' loro orti calpestano gl'Indiani: gran
cosa stimandola sol perché è pellegrina, o gran virtù presumendone sol perché
ci viene d'un altro mondo. Così è. Arabia atque India medendo aestimatur,
ulcerique parvo medicina a Rubro mari imputatur, cum remedia vera quotidie
pauperrimus quisque cenet. Nam si ex horto petantur aut herba vel frutex
quaeratur, nulla artium vilior fiat.
Tutti dunque indifferentemente i fiori, eziandio
quegli più in apparenza negletti, a chi ben li considera, son maraviglie o,
come S. Ambrogio più degnamente li chiama, miracoli. Ed oh quanto bene sta il
dir d'essi ciò che Quintiliano delle api, che intorno a' fiori tanto
ingegnosamente lavorano: "Sarebbon cose divine se non morissero".
Pur, ciò non ostante, Iddio, per provarsi bello, protesta d'avere in sé la
bellezza de' fiori; e 'l suo Unigenito a' fiori si rassomiglia, e volle essere
nazareno, cioè fiorito; e tra' fiori si pasce, quasi nutrendosi del solamente
vederli, e dichiara ch'egli è che di sua mano li veste, e in paragon d'essi
Salomone in tutta la gloria sua sembra un cencioso; e in fine anch'egli si
nomina giglio: non tanto ad intenzion di mistero per le fila d'oro dentro il
candor delle foglie, ch'è la divinità sua nell'umanità nostra, ma per rendersi
a noi più amabile, come tal fiore, in quo non spinarum offendat asperitas,
sed gratia circumfusa clarescat. E se tutti i ragionamenti delle cose
attenentisi a Dio san Gregorio Nisseno ben li chiamò sermonum lilia,
quanto più il Verbo stesso di Dio fatto tra noi sensibile dovea così nominarsi?
Han dunque del divino i fiori, in quanto egli di loro ed essi di lui
s'abbelliscono: onde non è maraviglia se ben considerati ne dan sì chiaro a
conoscere la bellezza, l'amabilità, la providenza e l'immensa dovizia delle
formosissime idee delle quali son copie. E quanti, che nel sentir di Dio hanno
dell'Apuleio trasformato in un asino, per lo brutal discorrere che ne fanno,
se, come lui, masticassero, cioè a dire ben considerassero, una rosa o
qualunque sia altro fiore, ricovrerebbono il senno e come lui tornerebbono
uomini? Così ben seppe valersene quell'eccellente platonico, raccordato con
lode da S. Agostino, che per fin nelle foglie di qualunque sia erbuccia o
povero fiorellino vide un sì gran magistero, che sentenziò quella non poter
essere invenzion d'altro ingegno né opera d'altra mano che sol di Dio. Quae
omnia, dice il Santo, quamvis abiecta et velocissime pereuntia, decentissimos
formarum suarum numeros habere non posse confirmat, nisi inde formentur, ubi
forma intelligibilis et incommutabilis simul habens omnia perseverat.
Or comincianne a dir bene da quel medesimo onde
altri s'argomentano a dirne male e nel volerceli mettere in dispregio, più ce
li rendono, lor mal grado, pregevoli. Io m'adiro, e ne ho ragione, contro a
quella sdegnosa anima di Tertulliano, che si fece ad ingiuriar le gioie,
avvilendone la natura in vece di condannarne il mal uso. E udite onde il
dispettoso Africano trae sua ragione per deprimerle: peroché, dice, elle non
servono a fabricare, non che il palagio ad un re, ma né pure il tugurietto a un
villano. Chi mai gittò fondamenti di diamante? Chi v'alzò sopra pareti di
zaffiri? Chi v'inarcò volte di smeraldi? Chi formò pilastri e colonnati di
topazi e di carbonchi? Chi lastricò di turchine il pavimento? Elle sono
petruzze e sassolini che luccicano un po' poco e servono solo a infiorar
vanamente i crini alle donne, a far superbamente risplendere gli orecchi e le
fronti de' barbari, a crescere l'alterezza all'oro in cui si legano, anzi ad
oscurarne il pregio, facendolo vergognare della morta sua luce rispetto a'
lampi che quelle gittano. Così, appresso lui, eran più da pregiarsi gli
asproni, i tufi, i trevertini: e mal s'appose Iddio, quando mandò intagliare i
nomi delle dodici tribù del suo popolo in altrettante gioie per mostrare anche
in ciò che quanto le pietre preziose avanzano in pregio le communali, tanto il
suo popolo ogni altra men di lui nobile nazione. Altrettanto è de' fiori, al
dir suo e d'altri che come lui ne ragionano in dispetto: nulla pregiando
l'onorarli che tanto fa Iddio, come ho mostrato. Percioché – dicono – che sono
egli? Una cosa tanto dilicatissima e, per così dire, aerea, che in sol mirarli
si feriscono con lo sguardo; a fiutarli si cava loro lo spirito; toccarli, poi,
è ucciderli. Anzi da per sé soli; come un mobile nulla importante alla natura,
appena compariti dispaiono. Quindi delle sue rose il poeta, o egli fosse
Virgilio o, come altri vogliono, Ausonio:
Mirabar celerem fugitiva aetate rapinam,
et
dum nascuntur, consenuesse rosas.
Quam longa una dies, aetas tam longa rosarum:
quas pubescentes iuncta senecta premit.
Quam modo nascentem rutilus conspexit Eous,
hanc rediens sero vespere vidit anum.
I fiori dunque, oggi nati, domani son vecchi
decrepiti, il terzo giorno cadaveri; e siegue in fin quel di Lazzero: Iam
foetet, quatriduanus est enim. Di sì brieve durata hanno il vivere, nec
quisquam est flos nisi novus. Ma primieramente, se intendessero il
linguaggio de' fiori, i quali anch'essi, come Eutimio disse de' cieli, aspectu
utuntur pro voce, gli udirebbono come maestri di morale filosofia, che ci
stanno continuamente spiegando quella al ben viver nostro sì necessaria
lezione: flores odoremque in diem gigni: magna (ut palam est) admonitione
hominum, quae spectantissime florent, celerrime arescere. Gli scettri
cascano di mano a' re, gli allori seccano in capo a gl'imperadori, le porpore e
i manti cadon di dosso a' monarchi: e non tutti, come le foglie degli arbori,
aspettano che le frutte sian maturate e colte. Si passa immediatamente dalla
primavera al verno, e quante volte inter fortunam maximam et ultimam nihil
interest. Ben il fe' una volta vedere a gli occhi di tutto il mondo la
Francia chiaro al funesto lume di quell'incendio che le divorò tutta intera la
città di Lione in così poche ore, che il Sol nascendo la mattina cercò e non
vide più quella gran metropoli che la sera antecedente tramontando avea
lasciata colà ove la Sona mette nel Rodano. Ma indarno era il cercarvela, poi
che il fuoco l'avea mandata in fumo e il vento ne spargeva le ceneri, e ciò in
sì brieve spazio che nox interfuit inter urbem maximam et nullam. Ma per
dir sol di quello che continuo interviene: quanto improvisamente sfioriscono a
chi la bellezza, a chi la gioventù, a chi la leggiadria, a chi il vigor delle
forze e la gloria e i titoli e la fama, e ciò che altro è registrato
nell'inventario delle umane grandezze? Mostrerallovi Giona in quella misteriosa
sua ellera per cui tanto e si rallegrò e si afflisse, poiché la vide la sera
verdeggiante e foltissima, la mattina arida e sfrondata. La notte vi dormì
sotto: allo svegliarsi ebbe onde intendere che le nostre allegrezze svaniscono
in un sogno: e quel che ce le cagiona si dee mirare appunto come S. Agostino
disse della fragilissima felicità degl'imperi, a guisa d'un vetro sottile, come
aria congelata: fragiliter splendida, cui timetur horribilius ne repente
frangatur. Questa è la salutevol lezione che i fiori, filosofi e maestri
della vita morale, col brevissimo durar che essi fanno, a noi, cui Isaia per
ciò disse esser lor somiglianti, continuamente raccordano:
Che volan l'ore, i giorni, gli anni e i mesi,
E 'nsieme con brevissimo intervallo
Tutti avemo a cercare altri paesi.
Ma se vogliam sollevarci più alto, quanto meno
il paiono per la brevità del durare, per la medesima tanto più si dimostrano
esser cosa celeste, dataci per un saggio dell'eterne delicie di colasù, e per
ciò sol da mostrarsi: per invitarci a venir colà dov'elle sono durevoli e
immortali; e chi ha ufficio d'invitare, chiaro è che non si ferma punto più di
quel che richiegga l'esposizione dell'ambasciata, compiuta la quale, dà volta e
si parte. E gran mercé di Dio è stata infiorarci la strada che ci mena al
cielo, perch'ella medesima, che ci stanca coll'erta, coll'amenità ci conforti:
come chi andasse lungo un ruscello cadente dalla cima fino al piè d'un monte a
cercarne l'origine ond'egli sempre nuovo e durevole scaturisce: ché le medesime
acque che vel conducono, avvegnaché fuggitive, pur gli spegnerebbon la sete
accesagli dal faticoso salire. E ciò fan veramente i fiori, ancorché manchevoli
e, come Tertulliano li nominò, spectaculi et spiraculi res, dilettandoci
tuttavia, mentre c'inviano i desideri colasù dove i diletti, nell'eternità
sempre i medesimi e sempre nuovi, non possono come qui né sfiorire né
trasandare col tempo. Ma io, senza quasi avvedermene, di spettatori che volea
farvi dell'ammirabil bello che si truova ne' fiori, vi ho fatto loro uditori,
dandovi a sentire quel che così valenti maestri c'insegnano.
Voltiam dunque gli occhi al puro lor naturale. E
primieramente mi si fa inanzi a osservare il lor nascimento; e presa in mano
una, sia di qualunque d'essi, radice o cipolla, maravigliando le dico: dunque
tu se' la madre, che senza concepir di niuno, ma solamente gravida di te
stessa, partorisci; tu l'artefice senz'arte, che senza aver niun conoscimento,
niuna perizia di quel che fai, fai una rosa, un giglio, una peonia, un
garofano, un narciso, un anemone, un tulipano, un giacinto? Puossi veder madre
più deforme d'un più avvenente figliuolo? Artefice più disadatto o materia più
vile d'un più ammirabile e prezioso lavoro? Fingiamo, e sia per giuoco, ma che
mi vaglia al vero, che, come già quelle tanto celebri due meretrici finanzi a
Salomone, così inanzi a voi lor giudice compaiano a dir lor ragione la radice
d'un rosaio e d'un rovo, presumenti ciascuno che la rosa sia il suo vero parto
e dell'avversaria il disavvenente e rustico fior del pruno. Farvene qui udir le
aringhe, anzi il rissoso contrasto intramezzato da quello scambievole mentiris
che si davan colà le due discordanti ebree, sarebbe un troppo tenervi in
espettazione di quel che non è da aspettare. Ché ben avrei io a dir di voi: Ecce
plus quam Salomon hic, se spiando le viscere dell'una e dell'altra radice,
eziandio notomizzandole, sapeste dar sentenza sopra qual delle due sia la vera
madre della rosa e quale la finta. Peroché, quanto a quella regola de' savi
giuristi, che in dubbio fra due padri o due madri ciascuno de' quali contenda
alcun fanciullo essere suo figliuolo, egli s'aggiudichi come suo a quel di loro
la cui aria, le cui fattezze più rappresenta, ella è giustamente ordinata
altrettanto che, dove sia dubbio d'alcuna statua di metallo, riscontrarla con
la stampa che fu la madre in cui si gittò e da cui nacque, portandone effigiata
l'imagine. Ma qui, una rosa in che rassomiglia la radice che le fu madre, o un
tulipano la cipolla che il portò gravida nel suo ventre e partorillo? Miratela:
un viluppo di scaglie, un rinvolto di tonache incartocciate l'una nell'altra e
nel fondo commesse o aggroppate in un nodo legnoso; mezzo ignuda, mezzo vestita
e tutta alla rustica, tra fuori e dentro a una buccia, per povertà, non per
dilicatezza, stracciata. Bellezza di figura, proporzione di parti, varietà di
colori, odor soave, non che ne abbia, né anche da lontanissimo ne promette.
Or questa, tanto in verità più miracolosa quanto
ella è più lontana da fare un sì bel miracolo, sotterratela a suo tempo: darà
volta il verno, e col nuovo sole verrà nuova stagione e venticelli tiepidi e
piogge dolci; e la morta o almen sepellita cipolla risorgerà e partorirà, la
gravida senza seme, e tal opera ne vedrete, che miracolo se non vi verran su la
lingua le parole di Quintiliano: Quis non stupeat hoc fieri posse sine
manibus? Nulla interveniente doctrina hanc artem nasci? E disselo d'un
lavoro per artificio e per ingegno incomparabilmente inferiore a questo d'un
tulipano: cioè di quel che tanto ammirò anche il teologo san Gregorio
Nazianzeno, che le pecchie ne' loro alveari lavorino senza mani e allo scuro i
lor fiali ingraticolati e con que' fori dove ripongono il mele, tutti a sei
angoli e a sei lati: come dotte in geometria sapessero che, tra le figure che
riempion lo spazio e sono d'ugual circuito, la sessangolare è la più capace:
onde in fine esclama per maraviglia: Quis Euclides lineis, quae nusquam
sunt, contemplandis intentus, et in demonstrationibus sollicite laborans, haec
posset imitari? Ma parvi egli che sian lavori da farne tra lor paragone una
massa di cera, null'altro che reticolata, e un tulipano, componimento di parti
per natura tanto fra lor diverse e così bene organizzate in un corpo? Quel
gambo liscio, erto, sottile. Le trafile nol tirerebbon più eguale, se non che
nel salire assottiglia con garbo fin dove gli si annoda in capo il fiore,
ritto, svelto, e come campato in aria, che gli dà un bellissimo comparire. Al
piè poi un bel cesto di foglie, e alcuna su per lo stelo, che pur gli dà grazia
e l'adorna. Io mi perdo e mi diletto nel cercar che fo il come di quelle
invisibili giunture, colà dove il fiore si commette col gambo e aggroppa le
sue, ordinariamente, sei foglie, nategli in giro l'una da presso all'altra; né
so come vi s'innestino, né so come da un verde sì vivo com'è quello del gambo
si passi immediatamente a un sì diverso altro colore delle foglie: ed è il
medesimo del passar d'una in altra sì differente figura. Io per me godo di non
comprendere quel che per ciò mi diletta come un sempre nuovo miracolo, e mi par
di vedere le invisibili mani di Dio in opera di lavorarlo: perché dirmi natura
è come dirmi (e fosse tanto, ma veramente non l'è) un informe pezzo d'acciaio,
il quale se, fatto punzone o conio che vogliam dire, stampa in qualunque sia
metallo una imagine di bellissimo volto, tutta è mercé dell'artefice che
v'incavò quel ch'egli sol battuto o premuto impronta. Ma proseguiamo a cercarvi
più dentro. Que' nerbolini, quelle venette che tutto il corrono, altre al
disteso altre a traverso reticolate, e succiano l'umor dalla madre e 'l portano
sino alla cima, e lo spartono per digerirsi e formarsene tutte le membra. Poi
la tessitura delle foglie, d'un doppio drappo in molti variamente colorito e,
tramezzo, un sottilissimo velo bianco che fra l'uno e l'altro (chi sa dirmi a
che fare?) si stende. E come le misura, che tutte riescono eguali? Come le
spante, che tutte abbiano il conveniente lor luogo? Come dà loro quel
torcimento di sì bel garbo e quell'andare in tutte simile e diverso? E quelle
fila che dentro si lievano su dal gruppo ove si ha a formare il seme, sottili,
diritte, misurate alla medesima altezza, spartite a spazi uguali, e tenenti in
capo quel non so che lanugginoso che in certi altri fiori è spenzolato; ed è
segreto della natura l'uso a che serve, e pur serve, ché nulla v'ha di
soverchio. Così dicendo, raccordivi che considero un sol fiore: che se il
diverso e sempre maraviglioso lavoro di tutti gli altri s'avesse a considerare
in ogni lor parte, chi, che sia men d'un angiolo, basta a intenderne
l'artificio, a divisarne le parti, a definire il perché delle figure e
l'origine de' colori e degli odori, l'invenzion delle forme, il disegno delle
attitudini, convenienti a ciascuno la sua, e la natura dell'anime, e in che sia
il lor bello e il buono a che vagliono, e ciò che altro è d'ammirabile in essi,
cioè tutto quel ch'è in essi? Io mel riserbo a veder colà dove le creature,
meglio che in loro stesse, si veggono nelle originali Idee, cioè nel
perfettissimo esemplare di tutte le cose possibili, il Verbo: e torno a metter
gli occhi nella cipolla, che poco fa vi mostrava, e tutto insieme gli orecchi
volgo a quella saggia altrettanto che forte madre de' martiri Macabei, e di
quella, in riguardo de' fiori, mi pare udirla dire ciò che ella disse di sé a'
suoi figliuoli: Nescio qualiter in utero meo apparuistis: neque enim ego
spiritum et animam donavi vobis, et vitam, et singulorum membra non ego ipsa
compegi, sed enim mundi creator. Così è veramente: Iddio n'è l'artefice; e
come già egli nel santuario ricevea gli splendori d'un lucerniere d'oro formato
a gigli, così ora e sempre, fin da che di è l'essere al mondo, non i gigli solamente,
ma qualunque sia altro fiore gli splende manzi e a noi fa lume per vederlo e
conoscerlo.
Vengane ora la varietà, tale e tanta che al dir
di colui nulli facilius est loqui quam rerum naturae pingere, lascivienti
praesertim et in magno gaudio fertilitatis tam varie ludenti. E prima
quanto alla statura: vi sono anche tra' fiori i giganti e i pigmei. Fra quegli
singolarmente il giglio, di cui pur ora dicevamo, nec ulli florum celsitas
maior; e il così essere è misterio in natura: peroché, a guisa di consapevole
dell'immacolato candore delle sue foglie in che tanto assomiglia la purità
verginale, per dilungarsi da ciò che potrebbe macchiargliela assurgit de
terra, disse san Gregorio Nisseno, quantum sans est ne a terra
coinquinetur. Havvene di quegli che ben portano sé stessi e sul proprio
gambo si reggono, e di quegli che per rizzarsi han mestiere d'appoggio e son
nati a far di sé spalliere e cappellacci e ombrelli: e par ben che il sappiano,
così tosto nati gittano qua e là chi ramicelli e chi viticchi, fin che prendano
alcuna cosa a cui tenacemente aggrappandosi inerpicano; né altro fa lor
mestieri: perché hanno ingegno d'attorcigliarsi e serpeggiare, tutto insieme
supplendo la debolezza del sottil gambo coll'abbracciare e volgersi molte volte
attorno al lor sostegno e a un medesimo tempo crescendo: appunto in guisa
dell'ellera, la quale, come disse Tertulliano, mavult parietibus invehi
textili silva, quam humi haerere voluntaria iniuria. Havvene degli
schietti, chi di pochissime e chi d'una sola foglia in sé stessa rivolta, e chi
di cento in un fiocco; e de' vestiti, direm così, alla leggiere, come disse san
Pier Crisologo di quel ricco tutto delicie, il quale insultabat aestibus
artificiosa nuditate vestitus: così essi paiono in camicia, o che portino
una semplice tonaca sopra l'anima; al contrario altri vestono un ricco panno e
doppio: velluto di pelo delicatissimo, folto e insensibile al tocco; e può ben
dir sicuramente san Girolamo: Re vera, quod sericum, quae pictura textricum
potest floribus comparari? Havvene de' capelluti e quasi in zazzera, o con
le fila pettinate e distese o, senza coltura né ordine, scarmigliate; havvene
de' distesi e de' convolti e ricciuti; chi sempre aperto e chi solo all'aprirsi
del giorno; e degli sparsi e de' graniti; l'uno ha in capo un cimiere o un
dilicatissimo pennacchio, un altro è tutto grappoli e pannocchie; chi forma
tazze, chi ombrelli, chi trombe, chi scudi e targhe. E che sto io a numerare
tre o quattro delle loro innumerabili fogge, come avessi in pensiero, o mi
credessi possibile, il divisarle tutte? Non vo' già lasciare degli spinosi, e
per ciò armati, quello di che il gravissimo e veramente magno san Basilio non
ebbe a schivo di lasciare memoria in una sua lettera, comunque poi l'approvasse
o no: Tale quid de rosis quendam, sive ioco, sive serio referentem audivi,
quod rosarum amatoribus natura minutas illas spinas, quasi quaedam amatoria
illectamenta illi flori affixerit, ut stimulis illas aegre contactum
admittentibus, ad maius desiderium colligentes provocaret. Egli è ben vero
che tutti, eziandio i così orridi e certi per fino ancor nelle foglie spinosi,
hanno il loro ammirabile, che a' più in sembiante deformi e in abito ruvidi
serve di bello; e più dilettano essi la mente considerati, che l'occhio veduti quegli
di graziosa apparenza. Simili, pare a me, alla vergine lodata da Temistio, la
qual era non quidem speciosa, sed venusta, et plena antiquae veraeque
pulchritudinis: quales sunt imagines veteris artis quae ad admirandum indigent
tempore accuratisque oculis. Tutti poi sono Anassagori, in quanto sembran
nati per vedere il Sole; tutti son Clizie, che a lui e con lui si rivolgono.
Torna loro lo spirito con la luce, l'anima col calore. E come ben prenderebbe a
paragonarsi in ciò a' fiori chi gelato e mezzo perduto dell'anima, per che che
possa interpretarsi la notte e 'l freddo che l'accompagna, al raccordarsi di
Dio e tutto volgersi con l'affetto in lui, rinvenisse! Darebbegli come
esprimerlo chi per altra cagione provò un simile effetto, dicendo:
Qual i fioretti, dal notturno gelo
chinati e chiusi, poiché 'l sol gl'imbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo:
tal mi fec'io di mia virtute stanca.
Or quanto alle varietà de' colori, non accade
che io, ancor che non vanamente, vaneggi (poiché in altre somiglianti opere di
Dio il fecero i santi dottori Basilio, Nazianzeno e Ambrogio) cercando chi
somministra a' fiori i cinabri, le lacche, i mini, i verdazzurri e i finissimi
d'oltre mare, e i biadetti e le biacche e quant'altri o di corpo o acquerelli
adoperano a dipingersi o miniarsi. Chi lor li macina e stempera? Chi lor dà i
pennelli? E chi quella sottil vernice onde alcuni hanno un sì bel lustro, qual
è ne' fiori d'oro del fieno? Ciò sarebbe un dimandare alla tela del quadro
com'ella faccia quel che non è sua opera, ma del pittore. Pur tuttavia,
tenendomi per diletto a discorrere sopra il semplice naturale, raccordami di
quella famosa greca che tanto diede sopra che disputare a' filosofi del suo
tempo, partorendo un figliuol moro, essa bianca e bianco il marito; né men
candida essa d'onestà e di marital fede che di colore; ma cercandone la
progenie per ascendenti, si trovò che la nerezza del bambino era peccato
originale contratto dal terzavolo di sua madre etiopo, il cui sangue, travasato
per tante vene senza intorbidarsi, trovò finalmente onde rivestirsi dell'antico
suo bruno nell'innocente nipote, che forse col quartavolo simbolizzava. E
simile non nel candore dell'onestà, ma nella tintura del volto trasportata giù
nel nipote, quell'altra che, datasi adultera ad un etiopo, ne partorì una
figliuola, come sé, bianca; ma questa, di marito altresì bianco, ebbe al primo
parto un figliuol moro, qui avum regeneravit Ethiopem. Ma che che sia
della cagione, che forse, come mistero della natura, è velata di tenebre e
nascosa in que' segreti profondi dove non si può andare se non alla cieca e
tentone, non si potrà egli anco delle cipolle de' tulipani, i cui fiori furono
per tre o quattro anni addietro coloriti d'un semplice e puro giallo o rosso,
demandare perché ora ne partoriscano improviso uno, o tutto d'altro colore, o
pezzato vario a divisa? Poi dopo qual più e qual meno tempo intramettano e alla
primiera schiettezza ritornino; ma per rivestirsi quando ne venga loro, ho
quasi detto il capriccio, ad alcuna nuova e stranamente vaga livrea di più
colori.
Maravigliose sono le speculazioni che da' savi
in natura si fanno, cercando il perché, e molto più il come, dello stamparsi
delle voglie ne' teneri corpi de' bambini tuttavia chiusi nel ventre delle lor
madri, se a queste vien talento d'alcuna cosa e non l'abbiano. E senza cotal
talento, la forte imaginazion della madre, massimamente per la veduta d'alcun
obbietto in cui sovente o con grande attenzione s'affissi, ne figura il
figliuolo di cui è gravida, avvegnaché questo nulla vegga né imagini, né col
corpo della madre sia continuato, se non solo per la vena del bellico, onde
s'attrae al fegato e suga il sangue di che si alimenta. E di qui ramanzieri e
poeti han preso onde intrigar di be' nodi nelle loro imitazioni, ben
acconciando al natural vero l'artificioso lor verisimile. Così ne abbiamo la
Cariclea d'Eliodoro e quinci la Clorinda del Tasso, e altre, in cui vece
raccordo la vera e fortunata industria del patriarca Giacobbe: anzi filosofia,
insegnatagli da un angiolo in sogno, di far de' platani, de' pioppi e de'
mandorli fascetti di verghe mezzo dibucciate e per ciò parte verdi e parte
bianche, e porli negli abbeveratoi delle pecore di Laban: ed elle fiso
mirandoli e concependo, partorivan di poi gli agnelletti similmente alla
divisa, bianco e nero pezzati: e questi erano la mercede del suo servire
d'armentiero a Laban. Or veggasi se non è da maravigliarsi ugualmente delle
imaginazioni (così diciamole per ischerzo) che han le cipolle de' tulipani, e
delle voglie onde i loro figliuoli nascono sì stranamente macchiati. Noi, a
volerne rinvenir la cagione, non sapremmo altro che ritirarci, come sogliam
nelle materie difficili, quanto più in alto all'universale e meno al proprio,
tanto più al sicuro: raccordando il diverso temperamento delle qualità, e
communi sapute e particolari incognite; nulla poi dicendo del perché la tale
specie abbia le macchie, quanto alla figura, tutte d'un medesimo andare, talché
l'opera è a disegno, non riuscita per caso: e queste ben contornate e
taglienti, quelle che sfumano e muoiono a poco a poco l'una nell'altra: alcune
in mezzo alle foglie, altre solamente nel lembo; e le venose, e le granite, e
le profonde che ad amendue i lati rispondono, e le tocche in superficie sopra
un solo con una leggier pennellata; e perché non si permischino le tinture
indifferenti a prendersi da ciascuno; né mai, per quant'io ne sappia, si
coloriscano o cilestro o nero, o rade volte ricevano alcuna cosa di verde,
entratovi per violenza, non ricevutovi per accordo. Ve ne ha di quegli che
veramente fiammeggiano: tale in un vivacissimo giallo vi serpeggia un rosso,
acceso sì che il fuoco appresso lui parrà smorto; e si figura appunto a maniera
di fiamme, tali in lingue diritte che salgono, e tali altre come turbate e svolazzanti.
E bene avrebbe ancor per essi ragion di maravigliarsi colui che appresso
Luciano tanto stupiva che Proteo, essendo dio acquatico, si potesse trasformare
in fuoco: e così par che qui avvenga, peroché appunto d'acqua beuta dalla
cipolla si accende quel color di che ardono i tulipani. Altri poi ve ne ha
vestiti bianco e rosso, come quella non men forte che bella di cui disse il
Savio: Byssus et purpura indumentum eius; altri, solo spruzzati di latte
e di sangue; e così in altre mille svariate maniere e non definite a numero: sì
che qualche non più veduta foggia ogni dì non compaia; e in vedersi, Elena non
ebbe tanti vagheggiatori quanti essa rivali, ma differenti in pregio, peroché
qui non si pregia né ammira la maggior bellezza, ma la singolare, eziandio se
minore; non l'avvenenza e la grazia, ma la novità. E beata la madre che partorì
quel, comunque sia o no, bel figliuolo: basta che stranio di fattezze; ella sol
per ciò diviene una Danae, per cui possedere si versano piogge d'oro: e non son
piogge d'oro le cento doppie che per una cotal cipolla si spendono? Frenesia
antica, ma solo in materia nuova: ché il mondo coll'invecchiar non prende
senno, né cambia vezzo col mutar pelo. Già fu che, non men curiosamente che
nelle conchiglie le perle, negli arbori si cercavano i nodi e, trovatone alcuno
le cui macchie con bizzarri ondeggiamenti si avviluppassero, pregiavansi
quanto? Dicalo Seneca, che ne fa le disperazioni e grida: Video mensas et
aestimatum lignum senatoria censu: eo pretiosius, quo illud in plures nodos
arboris infelicitas torsit. Così, come il medesimo disse altrove, in
riguardo degli uomini che, per riuscir fortunati, l'imperador Claudio verum
proverbium fecit, aut regem, aut fatuum nasci oportere, ancor nelle piante
s'avvera, per la pazza estimazione di quegli che sol pregiano lo stravagante:
convien che ad essere in istima elle nascano o un miracolo di bellezza o un
mostro: e più felicemente questo, perch'è più raro ad avvenire, essendo pochi i
falli della natura, cioè sol quando la materia è sorda, come disse il Poeta, e
non ubbidisce al lavoro dell'arte. E quanto al corpo de' fiori, siane detto a
bastanza: ché io qui vo' ricrearne l'ingegno, non affogarvelo dentro, come
faceva Eliogabalo i suoi amici, con una nuova invenzione di morte troppo
acerbamente deliciosa. Or si vuol dire alcuna cosa delle lor belle anime: e che
altro meglio di quel che con una ingegnosa menzogna disse Pacato, celebrando la
miracolosa bellezza dell'imperadore Teodosio? Ed è figura adulazione, quella
tanto famigliare degli oratori, massimamente che lodano altrui presente, e non
v'è maga che abbia parole, come lei, possenti a dare a ciò che vuole
l'apparenza che vuole: oltre che ella vi pone in su gli occhi que' cristalli
lavorati a tre facce, in virtù de' quali, per li tanti e sì be' colori di cui
mostran dipinte le cose che per esso si mirano, ogni sterpo pare un rosaio,
ogni cencio oro e porpora, e fino i mondezzai montagne di gioie. Sivedunque,
dice egli, divinus ille animus venturus in corpora, dignum prius metatur
hospitium, sive cum venerit fingit habitaculum pro habitu suo, etc. Io ne
prendo quel che anche presumono i giuristi, che un bel corpo sia testimonio di
una bell'anima. Quanto bella dunque converrà dir che sia quella de' fiori, che
sono tutto grazia, tutto bellezza? E che indubitatamente s'accordino, quanto al
naturale, i corpi coll'anime, non ci lascia che dubitarne Ippocrate, che a ciò
ebbe riguardo colà ove alla natura di è titolo di giusta; conciosia che, come
lo spone Galeno, ella, in formare i viventi, ebbe l'occhio ad architettar
l'albergo proporzionato all'abitatore. Altrimenti, che mostro sarebbe a vedere
l'anima d'un lione in un corpo di pecora e quella d'un levriere in quello d'un
bue, e così tramutando a capriccio? Per ciò, dice egli, non si potevan fare più
saviamente di quel che si veggon le scimie, animai tutto giuchevole,
mattaccino, bagattelliere, buffone: e per ciò ella ha un corpo ridicolo e
mirabilmente adatto a prendere quegli atteggiamenti e quel potersi travisar
nella faccia che l'anima, trastullando e scherzando, com'è suo genio, le vuol
dare. E di qui anco Platone, dovendo, nella misteriosa vision d'Ero, trasformar
Tersite in alcun animale, perch'egli era e sozzissimo di fattezze e di mestiere
buffone in corte, il fa eleggersi a trapassare coll'anima in un corpo di
scimia. Ma io a che far mi distendo in ciò che sì mal può intendersi,
quantunque assai se ne dica? Imperoché la bellezza dell'anima d'un fiore, non
è, il vederla, d'altri occhi che della mente: così S. Agostino, per non poter
meglio, la si figura, conforme al filosofar de' Platonici, in diverse
proporzioni di numeri variamente composti e rispondentisi in bellissime, tutte
però intellettuali, armonie. A me dunque basti il sol dire che dell'ammirabile
e del bello de' fiori, con sol vederne quel che sol può vedersene, ne veggiamo
il meno. Che se quella animae aliqua vestis urbana, come Tertulliano
chiamò un bel corpo, potesse trarsi di dosso a' fiori, il vederne l'anima
ignuda ci rapirebbe in una dolcissima estasi d'ammirazione. Or che sarebbe
vederne nell'artefice sapienza di Dio altre forme, altre idee, eccellentissime
nella bellezza, incomparabili nella varietà, nella moltitudine infinite? Poi
tanto più dilettevoli al vederle, quanto ivi le cose son, meglio che in loro
stesse, espresse, per dir così, al proprissimo naturale, cioè aventi in Dio
quell'original perfezione e quell'eminentissimo modo d'essere, eziandio in
quanto esemplari di lor medesime, che le copie rappresentateci dalla natura,
per l'imperfezion del suggetto, non possono uguagliare. Che se mal non disse
Massimo Tirio che la natura del bello, la cui propria sfera è il cielo, allo
scender che fa in questa bassa e impura parte del mondo elementare s'imbratta e
guasta come un fiume – dice egli – che coll'entrare in mare vi perde il suo
dolce, o come un limpidissimo raggio di sole che in mettersi dentro un'acqua
torbida, per modo di dire, vi s'infanga, s'ammortisce e disviene: quanto più
qualunque bellezza e perfezione di Dio, communicata alle creature (poiché ogni
ben creato è participazione dell'increato) è sì lontana dell'original suo
principio in ogni grado e maniera di perfezione, come il finito si dilunga, e
quanto si dilunga altrettanto si menoma dall'infinito? Per ciò il veder le
creature nel Verbo è cognizion di mattino, secondo il ragionar di
sant'Agostino, e di sera è il vederle in loro medesime, eziandio se di ciò
ch'elle sono e che hanno nulla ci si occultasse; sopra che il Santo
copiosamente discorre. Ma io vo' anzi tornar co' fiori a quel che da principio
dissi di loro, ch'egli sono filosofi e maestri, che sol veduti (ma non da chi
ha cieca la mente) dimostrano cose troppo più belle e sublimi di quel che i
materiali occhi del corpo ne intendono.
Mirate – dice in ciò saviamente Plinio – pietà e
providenza di madre nella natura! Ella tanto ama l'uomo, a lei sopra tutti i
suoi parti carissimo, che, come a sustentarlo in vita l'ha proveduto eziandio
di mille diverse delicie, così a ritornarvelo, quando infermo precipita verso
il morire, gli ha preparate non men deliciose che salutevoli medicine. Per ciò pinxit
remedia in floribus visuque ipso animos invitavit etiam deliciis auxilia permiscens.
Or questo hallo fatto Iddio sol per guarire i corpi, come i fiori ben applicati
nulla valessero alla sanità dello spirito infermo? Dimandatene a quel gran
protomedico Cristo, a quel gran Galeno sanatore dell'anime: ché così mi fo
lecito di chiamarlo col Pisida in quella sua bellissima Cosmopea, che gli
meritò il titolo d'ammirabile. E non adoperò egli i fiori a farne un
potentissimo fomento da ravvivare gli spiriti mezzo morti nel cuore degli
sconfidati, che per ogni poco che lor manchi disperano della providenza di Dio,
allora che disse: Considerate lilia agri quomodo crescunt. Non laborant neque nent. Si autem foenum agri, quod hodie est et cras in
clibanum mittitur, Deus sic vestit, quanto magis vos, modicae fidei? Non vi
sarebbe che aggiungere al così applicare i fiori per fomento al cuor disvenuto,
se non che ne fa anche sugo e due gocciole del suo oro potabile v'infonde il
Boccadoro e vel porge a bere, perché la virtù d'essi v'entri tutta nell'anima,
dicendo: Si ergo faeno dedit quod nulli usui esset futurum (nam quid ad
ignis alimentum prodest florum pulchritudo?) quemadmodum tibi non dabit, quod
utique necesse est, qui illud quod omnibus rebus est vilius tam abundanter
ornavit?
A che altro vagliono i fiori per sanità? A
confortare il celabro coll'odore: di cui io non ho detto nulla, tra per non
allungarmi soverchio, e perché in verità siam sì poveri e di concetti e di
lingua, che non abbiam neanche i vocaboli per divisarli e, in tanta varietà e
moltitudine ch'egli sono, nominar l'un odore distintamente dall'altro. Sol ne
raccordo quel che avvisò Teofrasto, che niun animale cerca l'odore per
dilettarsene, ma il cerca solo per utile, a discernere il cibo e 'l pascolo che
la natura gl'insegnò per istinto essergli confacevole al nutrirsi. E ciò perché
sono animali, da non dilettare con cosa che, come privi d'intendimento, non
saprebbono usare a quel fine perché principalmente ella è ordinata. Or quanti
v'ha che per debolezza di mente non sollievano mai il pensiero dalla terra al
cielo, da' beni temporali a gli eterni, dalle creature a Dio? Né mai dicono a
sé stessi: "Qual de' esser la patria, se così amabile è l'esilio? Se tanta
copia di delicie ha questo infelice diserto, quante de' averne quel felicissimo
paradiso? Che necessità v'era al viver mio che sì gran moltitudine di
profumieri, quanti sono i fiori che nascono, mi stessero ricreando con una sì
soave fragranza d'odori? Dunque tanto si dà qui giù a' nemici? Quanto si serba
colasù a' figliuoli?". E sopra tutto: "Se così belle sono le fatture
di Dio e se tanto dilettano, che dee far egli? Quis
sic delectat ac ille qui fecit omnia quae delectant?".
Or questo è
il confortare che i fiori fanno il celabro: per di poi più sanamente giudicar
delle cose, stimando a proporzione del merito le presenti e le avvenire, quelle
che possediamo e quelle che speriamo, le manchevoli e le immortali; e qual è il
giudicarne, tal consiegue che sia l'eleggerle, usando le temporali sol quanto
elle a ben ci vagliono dell'eterne. In tal modo adoperando i fiori, non avrà
Tertulliano a domandar per ischerno: In capite quis sapor floris? Né il
Momo di Luciano a rimproverare a gl'inghirlandati che l'odore de' fiori in capo
è un solecismo: anzi, appunto ivi sta bene, dov'è per utile della mente, e non
dove si riceve sol per diletto del senso.
Tutto il sopradetto è de' fior verdi e vivi: or
piacevi adoperarli a uso di medicina anche morti e cadaveri? Così ragionatene.
Il mostrarsi bello un fiore è la sua morte. Egli, se avesse senso e voce, in
sentirsi schiantar del gambo, esclamerebbe: "Ahi mia infelice
bellezza!". Ma chi mette in mostra offerisce o arrischia, dove mai
comperatori o rapitori a cento mani non mancano? Chi sa accordare insieme amor
d'onestà e vaghezza di comparir bello, voler piacere ad altrui e non voler essergli
in piacere? Onestà e bellezza, quasi fin da che nacquero, cominciaro a
combattersi: e son sì nemiche, che mai non fia pace fra esse, perché battaglia
scoperta fa la bellezza scoperta; nascosa, lavora di tradimento. Il sa
Giuseppe, quel non men bello di anima che di volto, che non potendo né fare
altrui cieco né sé invisibile o travisato, ciò che sol gli rimaneva era starsi
doppiamente guardingo, e per non isdrucciolar egli e per non tirare altri allo
sdrucciolo: così tutto in sé raccolto pregiavasi del suo bello, sol perché
l'esser bello e casto il rendeva più amabile a Dio, a' cui soli occhi volea
piacere. Ma indarno: adamantur enim et qui nolunt adamari, disse di lui
S. Ambrogio. Denique adamatus est Joseph, qui amantem contempserat.
Piange colei appresso il poeta, e a Peneo suo padre domanda quel che altri a
lei non contende o niega fuor ch'ella a sé medesima, senza saperlo.
"Da mihi perpetua, genitor carissime,
dixit,
virginitate frui. Dedit hoc pater ante Dianae".
Ille quidem obsequitur; sed te decor iste quod
optas
esse vetat, votoque tuo tua forma repugnat.
Ma non ho io mestieri di tirar l'acqua da una
pozzanghera, dove l'ho limpidissima da una fonte: far udir parlare una Dafne
nelle favole, dove ho nelle sacre istorie un'Agnesa! Questa sì, che da vero
adirata contra la sua bellezza perché tradiva la sua onestà, e non valendole
l'occultarla, mentr'ella, spia dimestica, la rivelava, poiché venne a dovere o
morir vergine o vivere impudica, con un generoso dispetto, Pereat, disse,
corpus, quod amari potest oculis quibus nolo. Così
ferma, stetit oravit, cervicem inflexit. Et virgo permansit et martyrium
obtinui
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