Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

IntraText CT - Lettura del testo

  • LIBRO PRIMO
    • CAPO DECIMOTERZO
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

CAPO DECIMOTERZO

 

Il microscopio. Considerazione dello stupendo artificio nel componimento de' minutissimi animalucci.

 

S'io avessi a lavorar d'invenzione una figura visibile della sapienza di Dio in quanto ella fu che architettò e di è forma al mondo, al cui crearsi ella assisteva cuncta componens, io ne prenderei il pensiero da quell'antico ingegnero e operator di miracoli in bronzo, Teodoro, che disegnò il Laberinto di Samo e in mille statue rendé sé stesso immortale, quante ne lavorò per altrui; veggendosi in esse non meno la sua virtù espressa al vivo che l'altrui effigie al naturale. Questi, volendo lasciare anco l'effigie di sé stesso, e in essa un testimonio di quanto egli potesse in rendersi mobile all'arte e ubbidiente alla mano il metallo per condurlo a qualunque grand'opera, effigiossi in una maestosa statua di bronzo, avente nella man destra una lima, nella sinistra le tre prime dita alzate e unite in punta, e sopravi un carro a quattro cavalli: quanto al lavoro, sì ricercato e finitissimo in ogni sua parte che nulla vi si poteva aggiungere; e quanto alla mole, sì piccolo che nulla sensibile potea levarsene se tutto insieme non si toglieva: peroché tutto insieme i cavalli e 'l carro erano una sì menoma cosa, che una mosca, similmente di bronzo volante, sovrapostavi, tutto l'ombreggiava coll'ali. Egli stendeva il braccio in atto d'invitare gli spettatori ad avvicinarsi e veder quella minima e maggior di tutte l'opere sue: tanta arte in così poca materia; per cui conghietturassero che dovea potere ne' più grossi lavori in bronzo chi potea condurne una gocciola a far quello appena visibile e per ciò tanto più artificioso miracolo. Tale appunto vorre' io figurar la sapienza di Dio architettrice del mondo: in atto di porgerci a considerare, come la più conveniente pruova di quanto ella sappia coll'ingegno e possa coll'arte, non alcuna di quelle immense sue opere riguardevoli per la grandezza, ma un sol di que' centomila diversi, che Tertulliano chiamò unius puncti animalia, come a dir, fra tutti, una formica, invitandoci a stupirne la maestria nel lavoro del corpo e molto più le incomparabili doti nell'anima, operante miracoli in quell'a pena visibile atomo di materia. Così, ancorché io mi diparta da Tertulliano nella materia, non però nulla nell'argomento. Egli, come più addietro accennai, considera il pavone impareggiabile per la beltà delle penne ond'è vestito, tal che non v'è manto di re, lavorato a qualunque sia fin trapunto di seta e d'oro, che in preziosità, in vaghezza, in artificio, non ne perda al paragone; ond'ebbe a dire il Pisida:

 

Pavone viso quis parum mirabitur

saphirum in auro innexum et gemmantibus

alis smaragdo purpuram viridi insitam,

varios colores seminatos undique.

 

Oltre che, bel miracolo è vedere piantatogli nella viva terra del corpo, dirò così, un giardino di fiori, e fiori sempre vivi, onde mai, eziandio se divelti, non seccano. Niuna però di queste ammirabili penne vuole, dice egli, adoperare per confondere l'arrogante pazzia dell'apostata Marcione, che negava averle Iddio di sua mano lavorate, com'elle fossero opera indegna di così grande artefice: ma in quella vece gli a considerare la più dispregievol piuma di quante vestono il gran corpo d'un tetraone e domandagli: questa, se tu ben la consideri, sordidum artificem pronuntiabit tibi Creatorem? Or quanto maggior forza da stringere avrà in questo medesimo argomento il considerar la felicità dell'ingegno nell'invenzione e la finezza dell'opera nel lavoro, non de' grandi e perfetti animali, ma de' piccolissimi per la mole, e de' vilissimi per lo nascimento, sì come la maggior parte non procedenti per via di generazione, ma bollicanti vivi per corruzion di materia che a sciami e nuvole li produce?

 

Né questo, fuor che solo appresso ad alcun mentecatto, può scemar loro punto di quell'ammirabile onde son pieni: anzi, al contrario, quanto con men arte si forma un più artificioso lavoro. Ché non istan per debito di natura queste piccolissime bestiuole nella viva fucina d'un ventre disponendosi e componendosi a membro a membro, assistentevi, coll'occhio al disegno e con la mano all'opera, quella qualunque sia virtù che chiamano plastica e formatrice: ma quasi per sé medesime nascono, e pur, come qui appresso vedremo, sì perfette che le zanzare a gli avoltoi, le formiche a' tori in nulla che sia da pregiare non cedono. E Adamo, nacque egli per avventura, come noi, figurato prima in un ventre materno? O per comporlo fu divelta e presa una particella del Sole, o almen, fra le terrene cose, una massa di preziosi diamanti, con che dargli quell'immortalità che avea per dote dell'innocenza? Che s'egli fu impastato di questa vil terra che fin gli animali calpestano, che disonor gli rimane per quel che prima era, se nel comporlo che fece obliteratus est limus in carnem? Ma se altrui così piace, questi per l'artificio nobilissimi animalucci sian, per l'origine del nascimento, ignobili: farassi sentir Galeno, che ben vuole udirsi come maestro, poiché in ciò non v'ebbe chi più di lui altamente filosofasse. L'impareggiabil sapere di Fidia, dice egli, con che faceva riverire al par de' miracoli le statue che gli uscivan di mano? Con la preziosità della materia, o con la sola eccellenza del suo lavoro? Egli formò quel Giove Olimpio, ch'io raccordai più addietro, alcuna poca parte d'avorio, alcun'altra simile d'oro, tutto il rimanente di creta: né punto men per questa sì vile che per quelle sì preziose materie meritò di contarsi come una delle sette maraviglie del mondo. Traggano ora qua inanzi a contendere di nobiltà con queste minime di cui parlo qualunque siano le maggiori cose del mondo, e prima, per tutte insieme le insensibili, quella ch'è più degna di tutte, il Sole; a cui si mette avanti in contradittorio una mosca; né ella vuol giudice o avvocato quello sporco pazzo di Luciano che con un panegirico la celebrò, ma il sole de' savi Agostino, stimator delle opere di Dio al giusto peso de' meriti di ciascuna. Egli dunque, esaminatili amendue, assai più splendore di vera nobiltà truova essere in questa che in quello: e bastine riferir la sentenza. Atque hic si forte turbati (ragiona de' Manichei) a me quaererent, num etiam muscae animam huic luci praeferre censerem, responderem: Etiam; nec me terreret musea quod parva est, sed quod viva firmaret. Quaeritur enim, quid illa membra tam exigua vegetet, quid huc atque illuc pro naturali appetitu tantillum corpusculum ducat, quid currentis pedes in numerum moveat, quid volantis pennulas moderetur ac vibret. Quod qualecunque est, bene considerantibus, in tam parvo tam magnum eminet, ut cuivis fulgori perstringenti oculos, praeferatur.

 

Succedano ora gli altri animali e portino in competenza quel che han di singolarmente pregevole. E che in prima? La smisurata mole del corpo? Alle orche, alle balene toccherà il primo luogo. E ben veggo io la maraviglia che in apparendo elle metton di sé: ma non già in chi non misura indifferentemente tutte le cose a pertica, come i campi. Imperoché qual pregio onde ammirar si debbano è avere, quell'enormi bestiacce, consumata ciascuna d'esse una montagna di materia in un lavoro che non ha niente più d'arte che qual si sia pesciolino? Miratene una, e direte con lo storico che la descrisse in men di due linee, perché non v'è in che più consumarne a descriverla: cuius imago nulla repraesentatione exprimi possit alia quam carnis immensae dentibus truculentae. Servissero di cavalli a tirar per l'occano e rimurchiar le navi, quando o lor manca il vento o le tempeste le incalciano o incagliano ne' renai. Prestassero, come già per miracolo a Giona, alcuna di quelle gran camere, o caverne che siano, de' lor ventri a' naufraghi per camparli dall'affogare e, lor seconde madri, ripartorendoli, salvi gli sponessero alla spiaggia. Tal che, come ben avvisa il Filosofo che in ragionarsi di fabriche non si de' aver considerazione alle travi, a' mattoni, alla poca o molta materia, ma alla ben ordinata costruttura, secondo i precetti dell'arte, così, dice egli, nel discorrere degli animali: il che dove si faccia, eccovi tutto insieme perduto il pregio della loro grandezza; al contrario de' piccoli, che sono tutto sapere, tutto sagacità, tutto anima, e quanto meno aggravati dalla materia per la dilicatezza del corpo, tanto di più elevato ingegno e di spiriti, dirò così, all'operar di mente più accommodati. Per ciò que' di loro, come avvisò S. Agostino, plus habent admirationis, quae molis minimum. Plus enim formicularum et apicularum opera stupemus, quam immensa corpora balenarum. Anche Aristotele vi riconosce dentro una certa divinità: e fastidio fanciullesco dice essere il rincrescerci di trattarne o di considerarli, sprezzandoli per la minutezza del corpo, dove ragion vorrebbe che tanto più si pregiassero per l'artificio delle membra e per l'attitudine dell'ingegno. E ne apporta un savio detto del filosofo Eraclito, che, da certi che ne venivano in cerca, trovato scaldarsi entro il tugurio d'una fornace e sdegnando quegli d'entrare per la viltà dell'albergo: "Accostatevi" disse "che anche in questo tugurio si truova Iddio". Altrettanto, siegue egli, vuol dirsi degli animali, cum in omnibus naturae numen et honestum pulchrumque insit ingenium. Atterrata la mole del corpo con che le bestie a dismisura maggiori sembravano opprimere questi invisibili animalucci, non riuscirà gran fatica l'abbattere tutti insieme gli altri lor pregi: la bellezza, l'agilità, la gagliardia, gli ornamenti, la pulitezza, le armadure e le armi, la ben formata attitudine, la bravura, tutto preso, come da savio estimatore si dee, a proporzione de' corpi. Vero è che in ciò il disavvantaggio di questi entomati è troppo grande: percioché chi, non aiutandosi l'occhio con un microscopio ben lavorato, potrà discernere le giunture di quelle loro sei, otto, e in fin quasi cento gambucce che tutte insieme sì a tempo, sì ordinatamente e con un sì presto andare si muovono? Una galea non batte tanto a misura i remi, e pur li batte tutti d'accordo insieme, che come è il più semplice così il più facile andar che sia; dove queste, alternandosi a numero le une con le altre gambe, mentre quelle che gli han portati oltre un passo sono indietro, queste già si son messe inanzi a far continuo il moto: con che le une sottentrano nell'ufficio scambievolmente alle altre. Chi può discernere il maraviglioso lavoro delle due estreme gambe d'una picciolissima pulce, gli parrà poco quel che maravigliando disse S. Agostino: Deus ita artifex est magnus in magnis, ut minor non sit in parvis; quae parva, non sua granditate, sed artificis sapientia metienda sunt: conciosia che qual altro de' maggiori animali è lavorato con pari avvedimento ed arte? Ond'è quel sì snello e sì lontano lanciarsi che fa una pulce? Ella ha le due ultime gambe e tratteggiate sì a lungo e snodate a mezzo, sì che ripiegandole e puntando co' piedi, fa d'esse come un arco e di sé una saetta, e scoccasi verso dovunque l'è in grado. Onde anco quel subito afferrarsi e fermar dove si gittano? Miratele, e troverete spuntar da per su le medesime gambe ronciglietti e uncini per lo cui ministerio incontanente s'aggrappano. Chi può veder sotto i sei piè delle mosche un come piumacciuolo viscoso che v'hanno, ond'elle fino a' tersissimi specchi s'appiccano e su e giù senza mai sdrucciolare diritte e capovolte li corrono? Chi contare i denti de' tarli, che rodendo o segando sfarinano sino i durissimi nodi de' frassini e delle querce? Chi discerner le morse o le sì adunche tanaglie con che le formiche, addentato un grano di frumento pesante il doppio d'esse, il lievano alto e portanlo a ripor ne' granai? Qual altro v'è, in tutta la generazione degli animali, o lione con sì forti mascelle, o toro con sì gagliarda cervice che basti a pur sostenere, non che trasportar per lungo camino, un che che sia in mole e in peso due volte tanto che il suo medesimo corpo? E non è dunque giusto, che maiori attentione stupeamus, con S. Agostino, agilitatem muscae volantis, quam magnitudinem iumenti gradientis ampliusque miremur opera formicarum, quam onera camelorum? Vostra fatica sia contar ciò che di vago abbellisce, ciò che di forte arma tutte le specie degli animali, e dimestichi e selvaggi, e timidi e guerrieri, e giuchevoli e cacciatori e rapaci; e mia cura sarà, con solo presentarvi all'occhio un microscopio e inanzi una moltitudine di queste appena visibili bestiuole, farvi in esse vedere il doppio più cose di maraviglia: tal che confesserete di non aver fin ora saputo delle dieci l'una parte del bello e dell'ammirabile ch'è nel mondo. Ma e' ci vuole una che appena può dirsi fatica, per l'adoperar che vi si fa intorno con destrezza la mano, l'occhio con attenzione, e con giudicio la mente. E questo è il prezzo con che alla natura si pagano le cose ch'ella ci dona più preziose: ché né l'oro ci scorre giù puro e colato dalle miniere, né le gioie ci nascono con quel pulimento e con quel lavoro a più facce per cui solo elle mostrano il bel che sono. In prima dunque, d'ugual maraviglia e diletto vi riuscirà il veder quelle picciolissime membra in tante e così svarianti maniere accozzate a formare le più pellegrine e bizzarre invenzioni di corpi che l'uman capriccio, fantasticando, mai simili e tante non ne imaginerebbe; ciascuna però col particolar suo decoro in tal genere: tal che a me pare che d'esse stia ottimamente il dire quel che de' tanto celebrati lavori dell'antichissimo Dedalo scrisse, nelle memorie di Corinto, Pausania: Daedali quidem opera rudia sunt neque aspectu decora: attamen numen veluti quoddam prae se ferunt. E benché alcuni paiano senza proporzione di parti, sono però, in quello stesso, niente men dilettevoli a vedere che i ben tirati a misura. Che se di gran piacere sono a vedersi i mostri, e l'umana curiositàvolonterosa v'accorre, non accade passare il mare e gir per li deserti della Libia a suo troppo gran costo cercandone: ogni palmo di terra è un'Africa in cui alcuno stranissimo e innocente se ne annida. Chi è tutto capo, e chi non ne ha punto nulla; altri son tutto ventre, altri l'hanno aggroppato al petto e come un peso ignobile, da strascinarsi, sel tiran dietro. I ceffi, i musi, i grifi han le più scontrafatte apparenze, che non v'è deliro per febbre a cui la fantasia, sognando, sì travisate le stampi. Avete udito descrivere a' poeti le Arpie, le Stinfalidi, gl'Ippogrifi e le Meduse e le Furie, e stetti anco per dire i demòni? Ve ne ha fra questi animalucci, che mercé di Dio non averceli fatti né di gran corpo né di forma a tutti visibile! Poi de' meglio stampati ve ne ha che sembrano chi rinoceronte, chi orso, chi elefante, o lione, o pantera, o istrice. Quanto al muoversi, stravaganze non punto minori: chi con molte gambe è pigro, chi buon corridore con poche; questi si lanciano e van di salto, quegli si strisciano e si traggon dietro la metà di sé stessi; alcuni ancor quando posano mai non posan con l'ali, dibattendole senza volare; altri le si tengono dentro un duro guscio riposte, né se non rade volte le spiegano. Sónvene, quanto al vestire, degli adorni di belle cuoia lisce, chi schietti e chi dipinti, degl'ispidi, de' lanuti, degli aventi un non so che simile a giubbe e a crini, e de' messi in manto fregiato di bellissimi soprasmalti. Io non ne ho mai veduti combattere, ma siano incrostati per men patir dall'estrinseco o da vero armati in difesa da gli altri, chi è tutto spine, chi scaglie e piastre, chi dure anella commesse, chi da capo a piedi in arme, con morione e buffa e gorgiera e spallacci e corazza e cosciali: e queste armadure, altri le han brune e granite, altri che sembrano rugginose; al contrario, certi, come d'acciaio forbito; questi d'oro, quegli d'un non so qual elettro cangiante, che ad ogni lor volgersi muta colore. Due lunghe e mobili antennette o reste spuntano ad alcuni di sopra gli occhi, non so se per lor difesa o per altrui terrore; altri, in questa vece, v'han due finissimi pennacchini e com'è loro in piacere gli sventolano; altri corna lisce, nodose, distese, contorte, broccute e ramose. Finalmente, in bocca, taglientissime forfici, lime, seghe, tanaglie, sanne e denti, lancette e spiedi, che tengono infoderati e solo al ferire gli sguainano in punta. Un certo ne ho io più volte osservato, che una nervosa tromba, lunga più che tutto il suo corpo, la convolge in sé stessa e, fattene molte anella in un giro, tutta in bocca se la racchiude: né, se non ove truovi che pascere in fondo a' fiori, non la trae fuori e distende. Così provido è stato Iddio con esso: altrimenti, tenendola sempre tesa, com'ella è sì lunga e sottile ed egli (il che pure ho notato) di begli occhi sì, ma di cortissima vista, offendendo, come fa, a ogni poco, guasterebbesi lo strumento da pascere.

 

Or che facciano al mondo una tanta moltitudine di bestiuole e perché di formedivisate, quand'io vi risponda, con Agostino, che nol so, mi parrà aver saviamente risposto: cioè dimandando a voi che mi diciate quel che Agostino non seppe. Questo so io, che tutti vivono alle spese di Dio; che non sono i soli pulcini de' corbi che non ancor pennuti gracchiando entro i lor nidi, come disse David, l'invochino: cioè con voci da lui ben intese ed esaudite gli chieggano in limosina il con che viver quel . Fallo ogni animale in sua lingua, anzi in una lingua in ciò a tutti commune, eziandio se mutoli, ch'è il lor bisogno; e Iddio apre sopra lor la sua mano e a tutti la benedizion de' suoi doni comparte: e a' grandi e a' piccioli, come tutti ugualmente di sua famiglia, provede. So che son lavorati in peso e numero e misura al loro essere convenientissimo: per ciò tutti hanno in che mostrarci ammirabile la divina sapienza, non punto men di quel che i maggiori animali si facciano: e per fin Plinio, che pur poco ne seppe, perché il microscopio che ne a vedere il per altro invisibile non è invenzion del suo ma del secolo nostro, pur tra sdegnoso e maravigliato gridò: Turrigeros elephantorum miramur humeros taurorumque colla et truces in sublime iactus, tigrium rapinas, leonum iubas, cum rerum natura nusquam magis quam in minimis tota sit. Finalmente so che fra tanti e sì dispregevoli animalucci niun ve ne ha che non sia largamente fornito, al par de' lioni, dell'aquile, de' delfini, di quanto gli è necessario a vivere e a difendersi da' contrari. E se altro non fosse che sol ciò, parvi egli poco? Se a ben filosofare se ne trae quella invincibile conseguenza, con che S. Agostino convince mentecatti coloro che alla divina providenza contendono il distendersi oltre a' cieli, fino al governo di questa infima parte del mondo. Quid ergo absurdius, dice egli, quid insulsius sentiri potest quam eam totam esse vacuam nutu et regimine providentiae, cuius extrema et exigua videas tanta dispositione formari, ut aliquanto attentius cogitata ineffabilem incutiant admirationis horrorem?

 

Né io fin ora ho detto fuor che sol di quello che ne apparisce di fuori, e non per descriverlo, ma a fin di metter ne' savi curiosità e vaghezza di cercarne essi per loro stessi; né mi son dipartito da' poco men che invisibili per la piccolezza: altrimenti sarei salito più alto, a demandarvi col Nazianzeno: chi ha messo in petto alle cicale quello strumento musicale da una sola corda, con cui, come disse Platone, sollievano dalla fatica, nelle più noiose ore del mezzodì, i mietitori? Rustiche sonatrici, perché suonano a rustiche orecchi. Avrei dimandato col Pisida: come sta accesa nel ventre delle lucciole quella morta insieme e viva scintilla di fuoco, palpitante come le stelle, senza ardere? E con Tertulliano: come fan le lumache, senza né piedianella scagliosedivincolamento, a muoversi e caminare con solo insaponarsi la strada con quel loro spumante reptatu? E così d'altri a gran numero, da' quali ritorno a' miei piccolissimi. Ma sul mettermi dentro a spiarne le viscere, veggo farmisi incontro una turba, che Iddio mi campi da essa, peroché son filosofi; e niegano a cotali entomati distinzione di strumenti interni e perfezione di sensi: e che che sia del rimanente, almen per ciò star essi mille miglia di sotto a' perfetti animali, che hanno spiriti e sangue e per conseguente han cuore e fegato, arterie e vene e quant'altro al lavorare in tal opera è mestieri. Anzi, che né veggan, né odano, né fiutin nulla non si contentano che il dichiamo ancorché manifestamente il veggiamo: del respirar poi, è temerità il presumerlo. Al costoro farsi inanzi io mi ritraggo, e lascio il campo e la contesa a Tertulliano, che con quella sua scure africana in mano si fa loro incontro. Uditelo, ché per assai che dica non gitta all'aria una parola, cioè non un colpo a vuoto. Filosofi, – dimanda egli – a chi di voi tantum patuit in Dei opera, ut alicui haec deesse praesumpserit? Dic mihi; inspector curiosissime, oculos habent ad videndum? Atqui et pergunt quo volunt et vitant et appetunt quae videndo sciunt: designa oculos, denota pupillas. Sed et exedunt tineae: demonstra mandibulas, deprome genuinos. Sed et perforant culices, ne in tenebris quidem aurium caeci: tubam pariter, et hiatum oris illius ostende. Quodvis animal, unius licet puncti, aliquo alatur necesse est: exhibeas pabuli transmittendi, decoquendi, defaecandt; membra. Quid ergo dicemus? Si per haec vivitur, erunt haec in omnibus utique quae vivent, etsi non videntur, etsi non apprehenduntur pro mediocritate. Hoc magis credas, si Deum recogites tantum artificem in modicis, quantum et in maximis. Così egli; e tornerà di qui a poco anche più stretto alle prese con gli avversari; ma io vo' tramezzare alquanto con farvi udir Galeno, testimonio di veduta d'un ingegnoso miracolo delle mani e dell'arte d'un egregio maestro. Ciò era un Fetonte, in carro a quattro cavalli, niente maggior dell'altro di Teodoro, tal che serviva di pietra a un anello. Contovvi egli, curiosamente cercandone, le sedici gambe de' cavalli: ma per vederne i denti gli bisognò ben affilare lo sguardo e farsi lume alla spera del sole: così anco stentatamente li vide. Una gran maraviglia era quella piccola opera: ma non mai – siegue egli – ch'ella mostrasse tanto e di maestria e d'ingegno che impareggiabilmente più non sia da ammirare, per l'uno e per l'altro, la gamba e 'l piè d'una pulce. Ben meritavano quegli scarpelletti e que' ferruzzi con che il valent'uomo formò d'intaglio que' sì minuti e nondimenperfetti quattro cavalli d'essere con dedicazion solenne consecrati all'eternità nel tempio di Pallade: con più ragione di quel che s'avesse Epeo d'appendere nell'antica Metaponto, in voto alla medesima Dea degl'ingegni, que' fabrili ordigni con che avea lavorato il gran cavallo troiano. Ma se ciò è vero, quanto più sono elle da aversi in ammirazione e in pregio le mani del sommo artefice Iddio per lo sottilissimo lavorio d'una zanzara anzi che di qualunque sia grande animale? Che s'ella, senza altro fare che ingrandirne materialmente le membra tal che divenisse pari di corpo ad un avoltoio o ad un'aquila, sarebbe, per la bizzarria del suo componimento, più che gli avoltoi e le aquile ammirata, qual rettitudine di giudicio vuole che la picciolezza che de' accrescer pregio al lavoro a lei il diminuisca e, col divenir che fa più ammirabile per l'artificio, meno s'ammiri? Che a mirar ben dritto (e tutto è in confermazione dell'argomento di Tertulliano, che dal perfettissimo estrinseco argomenta la perfezion dell'intrinseco) in magnis corporibus aut certe maioribus facilis officina sequaci materia fuit: in his tam parvis atque tam nullis quae ratio, quanta vis, quam inextricabilis perfectio! Ubi tot sensus collocavit in culice? Et sunt alia dictu minora: sed ubi visum in eo praetendit? Ubi gustatum explicavit? Ubi odoratum inseruit? Ubi vero truculentam illam et portione maximam vocem ingeneravit? Qua subtilitate pinnas adnexuit, praelongavit pedum crura, disposuit ieiunam caveam uti alvum, avidam sanguinis, et potissimum humani, sitim accendit! Telum vero perfodiendo tergori quo spiculavit ingenio atque, ut in capaci; cum cerni non possit exalitas, ita reciproca geminavit arte, ut fodiendo acuminatum pariter sorbendoque fistulosum esset. Ma sia – torna a dire Tertulliano – come vogliono gli avversari. Questi animalucci non respirino e non abbian sangue, non cuore, non l'altre viscere interiori: anzi, si non putant capere tam minuta corpuscula Dei ingenium, manchino eziandio de' sensi esteriori. Così dicendo, o ciechi, non vi avvedete che già dove sdegnavate di concederli maravigliosi li concedete miracoli? Veggon dunque senza occhi; fiutano senza narici; cuocono, e digestito ripartono il cibo a formar crescendo e mantener cresciute le lor piccole membra, senza gli strumenti a ciò, per legge di natura, dovuti; vivono e concepiscono e lascian di sé figliuoli e successione, senza nulla di quel che a ciò fare è richiesto. Se questo non è miracolo di natura, che altro mai dovrà dirsi miracolo? Han poi anch'essi le lor passioni e per naturale istinto intendono il lor bene e 'l lor male, e si procaccian l'uno e si difendon dall'altro. Per ciò amano e odiano, e s'adirano e temono e fuggono, e tripudiano allegri, e malinconiosi s'affliggono; e han generosità e bravura: e se li vedrete o duellare a corpo a corpo o schierati combattere (come io ho veduto due eserciti di formiche alate battagliare in aria, e piover giù le uccise e le ferite), vi parranno tot bellorum animae, come disse il poeta. Per la memoria poi, per l'ingegno, per gli artificiosi lavori di mano (ma, quel ch'è più mirabile, senza mani) di che nascono, per insegnamento di Dio, maestri, ben si può dir di loro quel che già Eunapio di è per la somma lode ad Alipio Sofista, pigmeo di corpo e gigante d'ingegno, dicendo che egli pareva esser non altro che anima. E ben si può rimproverare a qualunque sia de' grandi animali ciò che Tertulliano a gl'increduli, dell'avere Iddio lavorato il corpo de' piccolissimi e dotatane l'anima di quello isquisito ingegno che dimostrano all'opere: imitare, si potes, apis aedificia, formicae stabula, araneorum retia, bombycis stamina, ed anco, culicis tubam et lanceam. Ma non perché d'ogni altro io taccia (ché non è qui luogo di tesser l'istoria degli animali) voglio io passar del tutto in silenzio quel poco che dell'industrioso operare delle formiche ci lasciò scritto san Girolamo, colà dov'egli ne introduce a parlare come loro osservatore e discepolo quel Malco, che fatto, di monaco ch'era, fuggitivo e poi schiavo, ammonito da esse ripigliò spirito e cuore: tal che di schiavo si rif è fuggitivo e tornò monaco. Io mi stava, dice egli, un tutto solitario alla foresta, e tutto solo in me stesso, tornandomi alla memoria il male abbandonato mio monistero, il dolce vivere in esso con sì cari compagni, e sopra tutto il vecchio mio buon maestro che m'allevò e mi sostenne fin che io (ahi troppo tardi conosciuto mio Padre!) sconoscente all'amor tuo t'abbandonai. Mel pareva veder tuttavia davanti, quale il lasciai in quella infelice mia dipartenza, piangente, raddoppiar meco prieghi e ragioni; ma indarno a ritenermi: ché io, fermo nella mia instabilità, non ne curai le lagrime, né mi rendei a ragioni né a prieghi. Ben ne fui poscia pentito, quando la tribulazione mi fe' ricoverare il senno che nella troppa felicità io avea perduto; e sospirava al monistero. Ma che pro, se venuto schiavo alle mani d'un barbaro io ne menava a pascer gli armenti, dove, per quanto volgessi attorno lo sguardo, altro non incontrava che cielo e diserto? Così tutto privo di consigli e d'aiuto, rammaricandomi meco stesso, un , tutto a caso, mi vennero messi gli occhi in una lunga e folta striscia di formiche, che bollicando fuor della sotterranea loro caverna su e giù per un angustissimo calle andavano in foraggio. Fecimi chino sopra esse ad osservarle, allora sol per diletto, poscia, la lor mercé, coll'ammaestramento del Savio che dalle formiche manda imparar sollecitudine gl'infingardi, anche per utile. Ne venivano di lontano delle cariche di sì gran bottino, che maggiori avean le some che i corpi: e stanche sì, che non ben si saprebbe se più strascinavan la preda o la vita. Afferrati con quelle lor forti tanaglie o grani o semi d'erbe e puntando gagliardo, li traevano a gran pena: ma in fin li traevano, ché l'utile avvenire dava lor forza per non allentare alla fatica presente. Ma non era punto meno il fervore, nelle stanche, di quel che fosse la discrezion nelle fresche: peroché queste già scariche e riposate accorrevano a sollevar quelle dal peso. Così riconoscendo che ciascuna lavorava per tutte e commun dovea essere la fatica dove il beneficio era commune. Altre, senza usar zappemarre, scavavan sotterra, e vedevasi al portarne fuori le piccole zolle: con due gran servigi ad un medesimo fare, peroché dentro allargavan le stanze e ringrandivano i loro granai, e di fuori, ammontando la terra cavatane per tutto intorno alla bocca della caverna, la circondavano d'argine, in altezza bastevole a sostenere gli allagamenti dell'acque che al distemperato piovere inondano. Tutta la lor vittovaglia era distesa per rasciugarsi al sole; e in tanto alcune di loro, o di miglior denti o in ciò più esperte, cercando ad uno ad uno i semi li rosicchiavano appunto ove germogliano e (chi mai loro insegnò quel che noi appena sappiamo?), perché di poi al caldo e all'umido di sotterra non nascessero, prima di nascere gli uccidevano. Quindi avean sicuro il vitto da sustentarsi il verno, alla cui sterilità largamente proveggono di quel che tanto abbonda la state: oltre che, allora, il terreno per le continue piogge fangoso e 'l ciel troppo rigido a' piccoli e dilicati corpi ch'elle hanno renderebbe incomportabile il viaggiar lontano, in accatto di pane. Così elle nascono astronome, e sanno il declinar del Sole e il volgere delle stagioni. Ma quali maraviglie non feci al vederne una torma intesa a votare il cimitero, traendo fuori ad ammucchiare entro una fossa in disparte i secchi cadaveri delle compagne estinte nel verno addietro? Pietà e malinconia spiravano la gravità e l'ordine di quel lugubre ministero: tal vi si vedeva un andar proprio da esequie e un certo doloroso compianto intorno a quelle care reliquie, appunto come se ad altrettante sorelle celebrassero il funerale. E in tanto entrare e uscir che facevano, a guisa di bollicanti, da quell'angusto forame, tutte affaccendate, e ciascuna al solo affar destinatole intesa, ammusandosi nello scontrarsi (il che o sia bacio o avviso che l'una all'altra si diano è alcun segreto, e da noi non inteso) non s'impedivano punto, e l'ordine riusciva non men maraviglioso che l'opera. O qual mi passò egli quel , a un sì giocondo spettacolo! Ma il diletto nulla fu in paragone dell'utile: e siegue a dire de' buon pensieri che partendosene portò seco e come in fine gli adempiesse: il che riferire non torna in proposito a me che non ho preso a dire delle formiche per lui, ma di lui per le formiche; anzi per solo Iddio della cui sapienza nel lavorarle, della cui providenza nel sì riccamente fornirle di quanto è lor mestieri al vivere e all'abitare in commune, fino a dotarle d'una certa ombra d'intendimento, elle danno una sì evidente testimonianza che forse a cercar fra tutta l'innumerabil turba, eziandio de' maggiori animali, altro non se ne troveràpio, sì prudente, sì ingegnoso, sì provido all'avvenire: tutto insieme politiche, econome, architette, astrolaghe, filosofanti, e stetti anco per dir profetesse. Quis disposuit ista? quis fecit ista? Expavescis in minimis; lauda magnum. Qui fecit in caelo angelum, ipse fecit in terra vermiculum.

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License