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| Daniello Bartoli La ricreazione del Savio IntraText CT - Lettura del testo |
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Il sapere di Dio male da noi circoscritto col piccolissimo circolo del nostro capo.
Fra le mille bestialità dell'imperadore Gaio Caligola, quella parve enormissima e sopra ogni altra esecrabile, del troncar che fece la testa a Giove Olimpio e in iscambio d'essa porvi la sua. Come se a Caligola mancasse solo il petto di Giove, e a Giove il capo di Caligola, tal che a fare un tutto in divinità perfettissimo bisognasse unire in un solo quel ch'era ripartito in due, cioè il tutto intendere di Caligola e il tutto poter di Giove. Così per molto che di costui paresse dire a Tiberio profetizzandone, tanti anni prima, ch'egli s'allevava in casa un Fetonte nato a distruggere il mondo, con tutto ciò di è mille miglia di sotto al vero: conciosia che questi, non che fosse fulminato da Giove, che anzi egli fulminò Giove stesso, con due colpi ugualmente mortali, l'uno di crudeltà, togliendogli la testa, l'altro di vitupero, rinnestandogliene una di bestia. Un non so che simile a questo fanno, vo' dire per ignoranza, coloro (e quanti ve ne ha!) che mettono a Dio la lor testa, formandosel niente maggiore di quel che comprendano le misure de' meschinissimi loro cervelli. Assai parendo lor fare, se, com'era in uso a gli antichi, gli dedican le punte de' monti, cioè quel sommo e altissimo fin dove essi arrivano col pensiero. Quindi poi è il traballare, come poco fa io diceva, e il cadere in pericolose perplessità d'animo intorno alla providenza e all'equità e il tutto poter di Dio, quando lor si presenta avanti alcun difficile avvenimento di cui non comprendono il perché. E quante volte interviene che, a guisa della pazza e cieca Arpaste di Seneca, non riconoscano sé mal veggenti, ma credano il sole essere abbagliato e la casa al buio?
I nostri ingegni, nel lor puro essere naturale, a quel che ne dimostran gli effetti, sono a guisa delle lucerne che da gli antichi a guardare i cadaveri si chiudevano ne' sepolcri: fiammeggianti e vive sol fin che l'aria non le vede, mantenendole (se pur è vero) quell'umoroso aere e grasso che con una perpetua circolazione torna loro in alimento da sustentarsi quanto ardendo consumano. Ma in aprendosi il sepolcro elle sfiatano, spirano e son morte. Così più d'una volta dicono essere avvenuto, allo schiuderne alcuno non tocco da molti secoli addietro, trovarvi le lucerne come teste smorzate, col fungo tuttavia in bragia e fumicante. Nelle cose di qua giù egli è vero che, filosofandone al natural lume de' nostri ingegni o vegliando co' morti, come dicean gli antichi lo studiar su' libri de' trapassati, noi veggiamo alcun poco, avvegnaché veramente sia più barlume che chiaro; ma se dalla piccolissima sfera del puramente sensibile traiam fuori per metterci all'aperto delle divine cose, chi ha presenti nelle memorie lasciatene da gli antichi i mostruosi deliri degli anche più rinomati e savi filosofi, ben conosce a pruova se il poco lume che aveano, ammorzato, si è volto in un sì pestilente fumo, che anche oggidì, a sentirne il puzzo, ammorba. Inchiodar Dio in un de' poli del mondo, dove tutto il far suo sia girar le sfere de' cieli e tenere in mano le redini de' cavalli che tirano i pianeti. Confinarlo nel Sole, come anima di quel gran corpo, avente un essere misurato che a distendersi non uguaglierebbe la per lui troppa ampiezza del mondo. Limitargli il regno fin solo al concavo della Luna, né più basso discendere perché questo mutabile degli elementi è signoria della Fortuna. Farlo sì fattamente contento di sé medesimo, che quanto è fuor di lui sia così fuori dell'amor suo come lungi dal suo pensiero: ché l'impacciarsi a voler dare alcun ordine alle sregolatissime nostre faccende sarebbe noia, se non da divenirne pazzo, almeno incomportabile coll'esser beato. Quindi il sentenziar di colui: Irridendum agere curam rerum humanarum, illud, quidquid est, summum. Anne tam tristi atque multiplici ministerio non pollui credamus dubitemusque? Pure, altri mettergli in cura i grandissimi affari delle monarchie e de' regni: come cosa degna di Dio sia maneggiar solo scettri e corone. Ciò che è men di questo, tanto disconvenirglisi quanto al Sole il calar dal suo cielo per accendere la lucerna a una fante che ne abbisognasse: e, per non andar più a lungo farneticando co' pazzi, fra un savio e Dio non v'aver differenza se non che Iddio è un savio immortale e il savio è un Iddio mortale. Di che originale sono coteste imagini? Chi vi raffigura Iddio? Chi sa riscontrarvi dentro, quel sine quantitate magnum, sine qualitate bonum, sine indigentia creatorem, sine situ praesentem, sine ambitu omnia continentem, sine loco ubique totum, sine tempore sempiternum, sine ulla sui mutatione mutabilia facientem?
Non copiarono Iddio, gli sventurati, ma ritrasser sé stessi, e a lui adattarono le lor teste mentre al cortissimo palmo de' loro ingegni il misurarono, definendolo essere sol tanto e nulla più di quel ch'essi potevano imaginando comprendere. Così, semetipsos pro illo cogitantes, disse sant'Agostino, non illum sed se ipsos, non illi, sed sibi compararunt. Saravvi, non ha dubbio, avvenuto di vedere il Sole effigiato in una nuvola per riflesso come in ispecchio. Egli par tutto lui, con non esserlo in null'altro fuor che solo nell'apparenza. Non enim totum imitantur, come ben fu scritto da Seneca, sed imaginem eius figuramque: ceterum nihil habent ardoris hebetes ac languidi. Né punto l'è di Dio quel che altri ne concepisce, figurandolo in nuvole che, per quanto alto si lievino, mai non lasciano d'esser cosa terrena: voglio dire, misurandone il sapere, il potere e quell'incomprensibile infinito di perfezioni che sono in lui o, per meglio dire, ch'egli è, col compasso del nostro angustissimo imaginare: tal ch'egli più oltre non si distenda coll'essere di quel che noi coll'intendere ci allarghiamo. Quant'alto voli e quanto nuoti profondo il teologo san Dionigi Areopagita ove parla di Dio, ben il sa chi gli tien dietro que' non più che tredici passi degli altrettanti capi di quell'ammirabil suo libro De' nomi di Dio. Ma nel gran dirne che fa, quante volte ripete non doversi por mano ad effigiare Iddio con altre linee che quelle ch'egli di sé ha tirate nelle divine Scritture: altrimenti, ove sia libero a ciascuno il ritrarlo quale la sua fantasia l'imagina, chi può contare i mostri che ne proverranno? Fin colà i savi d'Egitto (come raccorda Sinesio) vietarono a' scultori e a' dipintori che lavorano a prezzo l'effigiare i loro iddii; e a qualunque altro nobile si concedesse, da severissime leggi era interdetto il tramischiare alle loro antichissime imagini, che dovean fedelmente copiarsi, nulla di propria invenzione.
E, per dir vero, gran capacità ch'è la nostra: e 'l vocabolario che ci dà con che esprimere i concetti che formiam delle cose grandissime il dimostra. L'immensità, un mare oceano; l'eternità, il volger d'un circolo in sé stesso; l'infinito in numero, tutte le arene de' liti; il sommo nella bellezza, un'aurora; l'insuperabile nella forza, un fulmine; l'impareggiabile nella maestà, un sole; l'incomprensibile nella grandezza, un firmamento. Or noi, volendo spiccar co' pensieri un volo in verso Dio, di queste false imagini, eziandio senza avvedercene, ci aiutiamo: facendo appunto come le cavallette, che per gittarsi a volo puntano i piedi a terra e, lanciatesi in aria, ivi spiegano l'ali e sopra esse alquanto spazio si portano; o come certi pesci, che chiamano volatori – e navigando all'India se ne incontrano nuvole – che volano sol fino a tanto che lor durano umide l'ali: riseccate che siano quelle membrane, non le posson più battere e fa lor mestieri tuffarsi di nuovo in mare e, rammorbiditele col bagnarle, rimettersi in aria. Peroché non formiam concetto che da cose sensibili non incominci e nelle medesime non finisca; e come queste son d'essere e di proprietà oltre a ogni possibil misura da meno di qualunque perfezione di Dio, se di lui secondo esse affermando giudichiamo, avvegnaché ci paia dirne gran cose, non ne diciam nulla: ché nulla è, quantunque sia, il finito messo a paragone con l'infinito. E dove abbiam noi con che veramente intender com'è quel che diciam di Dio, ch'egli è ogni cosa col non essere altro che sé medesimo? Ch'egli è l'origine del suo cominciare senza principio; egli lo spazio del suo luogo; egli il maestro del suo sapere, il teatro delle sue glorie, la fonte della sua beatitudine, lo specchio delle sue bellezze, conoscitore e oggetto, amante e amato, spettatore e spettacolo di sé stesso? Bello, senza sembiante di volto; immenso, senza mole di corpo; infinito, senza partimento di misure; ricco, senza tesoro di nulla? Sempre il medesimo e sempre nuovo; solo e non solitario; unico e non infecondo; non confuso nell'unità, non diviso nel numero. Né la libertà punto il varia, né la necessità lo sforza, né il tempo il misura, né il cambiano le vicende, né gli spazi l'allargano, né le angustie lo stringono. Immobile, e tutto muove, invisibile, e in tutto apparisce; chiuso in sé stesso, e a ogni cosa presente. Senza perdere quel che dà, senza aggiugnerglisi quel che riceve, senza uscirne quel che ad estra produce, senza partirglisi il passato e senza sopravenirgli il futuro, già che in lui il tempo non ha prima e poi, il successivo non ha preterito ed avvenire. E se cerca, non è perché nulla gli sfugga; se chiede, non è perché nulla gli manchi; se priega, non è perché tutto non possa; se interroga, non è perché tutto non sappia. E paga di giustizia, e non è debitore; e ama senza commuoversi, e si sdegna senza turbarsi, e si pente senza mutarsi, e si parte senza dividersi. Ma che accade dir tanto, preso in parte dal divin Agostino? Cum palam sit parentem omnium Deum, nec principium habere nec terminum, qui nativitatem omnibus praestat, sibi perpetuitatem, qui ante mundum fuerit sibi ipse pro mundo, qui universa quaecumque sunt verbo iubet, ratione dispensat, virtute consummat? Hic nec videri potest: visu clarior est; nec comprehendi: tactu purior est; nec aestimari: sensibus maior est, infinitus, immensus, et soli sibi tantus quantus est notus. Nobis vero ad intellectum pectus angustum est, et ideo sic eum digne aestimamus, cum inaestimabilem dicimus.
Or andate voi a dipingere col carbone un'aurora e il più bel fiore della luce del sole: e pur ciò più s'accosta al vero che ritrar Dio delineandolo per concetti modellati sopra cose sensibili e terrene. Trovatevi un paio d'ali che in una volata vi portino in capo all'eternità, fino a trovar le prime fonti de' secoli onde Iddio trae l'origine senza principio. Uno scandaglio di così lunga fune che tocchi e misuri il profondo dell'incomprensibile suo sapere. Un volume di tanti fogli che tutte a una per una vi mostri divisate e messe in disegno le infinite idee della sua mente. Uno specchio e sì ampio e sì terso che vi rappresenti in imagin visibile l'invisibile sua bellezza. Una chiave di diamante col segreto da aprire e darvi l'entrata negli abissi degl'impenetrabili consigli che si chiude nel petto. Una stadera di sì gran braccio che lievi e definisca il peso d'una sua parola, che val quanto tutto il possibile, cui, perché venga in atto, basta che il chiami dal nulla, ed è presente. Un paio di seste che, postone l'un piè nel punto dell'indivisibil suo essere, giri coll'altro attorno e descriva il circolo che comprende la sua interminata immensità. Uno squadro, un archipenzolo sì diritto che vi dimostri la rettitudine de' suoi giudìci nella fabrica della beata Gerusalemme, cioè nell'eterna predestinazione degli eletti alla gloria: e così di quant'altro è in Dio e saputo e ineffabile, quant'altro è nelle creature che il rassomigli e giovi a farcelo imaginare. Noi non possiam meglio pensar di Dio che, presi tutti i nostri pensieri e fattine con tutte le creature che ci aiutano a pensarlo un fascio, arderlo in sacrificio su quel misterioso altare che l'Apostolo vide in Atene coll'iscrizione: Ignoto Deo. Così han fatto i più sublimi ingegni e, nel conoscimento delle divine cose, i più profondi: i quali, avvegnaché filosofandone altissimamente tenessero, come l'angiolo misuratore della reggia di Dio una canna d'oro in mano, nondimeno, peroch'ella in fine, ancorché d'oro per la preziosità de' pensieri, pur era canna per la vacuità delle imagini prestate alla ragione dal senso, gittaronla come affatto disutile, confessando di non poter giungere a bene intendere di Dio se non sol questo: che non si può giungere ad intenderlo, né altra maniera esservi di bene intenderlo. Così il protesta di sé l'eloquentissimo sant'Ilario: Non sebi relictum quicquam aliud a natura sua intelligens in quo maius officium praestare conditori suo posset, quam ut tantum eum esse intelligeret quantus et intelligi non potest et potest credi; dum intelligentiam et fidem sibi necessariae religionis assumit et infinitas aeternae potestatis excedit.
Ma che parlo io degli uomini, che, per quanto acutamente veggano, pure in fine sono farfalle cui una scintilla di luce, non dico sol delle pure cose intelligibili, ma delle sensibili ancora, o gli acceca o gli abbaglia? Quelle aquile de' sublimissimi spiriti che si nudriscono delle midolle de' cedri del Libano, che fanno lor volate e loro ampissimi giri in quella sottilissima aria e purgata da ogni terreno vapore, dove noi non possiam respirare; che hanno una pupilla di così fino diamante che lor non si distempera l'occhio nel metterlo e continuo tenerlo che fanno fisso nel sole del bellissimo volto di Dio, cui veggono alla scoperta colà dove più alto sale e più luminoso risplende nel meriggio della sua gloria, forse il raggiungono con lo sguardo e tutto il penetran fino al centro? O ne veggono veramente sol tanto che loro ne riman sempre a vedere tutto interissimo un infinito? Così vero disse il Profeta che Iddio non solamente vola sopra le penne de' venti, cioè sormonta il pensar delle menti umane, ma s'alza oltre a quant'alto poggino i Cherubini, cio è la sapienza de' più sublimi intelletti angelici: ché tal è la sposizione di san Gregorio il Magno. E i Serafini dalle sei ali, secondo quel che ne vide il Profeta Isaia, con le due paia estreme bendano il volto e velano i pi è di Dio: ed è un protestare in misterio ch'eglino, per quantunque oltre si facciano, pur, come chi spazia nell'immenso, mai non vi truovano termine. E come una fiamma – dice san Bernardo – e vola in un medesimo e sta ferma, così essi le due ali di mezzo van continuo battendo in atto d'affaticarsi a volare: ed è similmente un dire che pur tuttavia cercano quel che hanno e corron dietro a quel che mai loro non si parte d'avanti. Così sempre in Dio, verso Dio sempre si muovono, e con vederlo faccia a faccia gli sono, quanto al comprenderlo, infinitamente lontani.
Tutto questo ho io detto a fine che in faccia a un sì gran lume più manifesta appaia non dico solo la piccolezza, ma la mostruosità de' concetti che talun forma di Dio, mirandolo o ne' turbamenti delle cose naturali o ne' disordini delle umane: come le imagini nell'acqua ondeggiante o commossa, che per bellissimo che sia il volto a cui elle fanno specchio, deformissimo v'apparisce. Questi dunque, o pruovino alcun disastro o si volgano a considerare gli altrui, massimamente la disugualità degli stati e, come dicono, delle fortune, e soprabbondare ad alcuni eziandio le delicie, ad altri mancare eziandio il necessariamente richiesto per vivere, e gl'innocenti sfortunati, e i malvagi felici, e simili altri, all'apparenza, disordini che nel proseguire dell'opera andrem divisando più a minuto, stupiscono, raccapricciano, impusillanimiscono, si abbandonano; e se avessero a partorir con la lingua quel che loro si concepisce nel cuore, ne udireste certi ora sospetti ora dubbi, ombre di ragione accecata e di fede moribonda: se veramente Iddio ha cura delle cose umane e, in ispecie e in individuo, di tutte; se ad ogni cosa e in ogni luogo è presente; se premia e punisce giusto il peso de' meriti; in fine, s'egli è quell'infinitamente pietoso, quel provido, quel padre che si dice tutto amor, tutto viscere. Un gran principe, che regnava cento anni fa, solea dire quel che la sperienza gli avea insegnato, e da lui preso va ora per le bocche d'ognuno: il mestiero del governare esser come quello del tessere, che tien tutto il corpo in esercizio, tutta l'anima in atto, tutti i sensi in opera. Sta il tessitore affisso al telaio, in sembiante quieto, ma tutto in più maniere moventesi: i piè in su le calcole, continuo in premerne l'una e poi l'altra e con esse sollevare una parte de' licci e una parte già sollevata abbassarne, per così stringere e incrociar le fila dell'orditura. Delle mani, affaccendate l'una a gittar la spuola e attraversare la trama a filo a filo, l'altra a scontrarla e, correntele incontro, riceverla; e quella che gittò, presta a batter le casse su 'l filo e stringerlo e unirlo, temperando la più o men forza del colpo col raro o fitto a che si vuol che riesca il lavoro. Indi scambiare ufficio le mani: e il lor muoversi e atteggiare, sempre unito d'accordo col pi è, rispondente l'uno all'una, l'altro all'altra. L'occhio poi, tutto inteso al presente e tutto all'avvenire. Se nodo s'avvicina al pettine, quanto il più sottigliarlo e aprirgliene il passo fra ' denti: se filo si schianta, levar mano dall'opera e, rizzatosi, raggropparlo; e di tanto in tanto lisciar le fila, imbozzimarle, rammorbidirle, e svolgere i subbi e rimettere dell'ordito quanto si avvolge del tessuto. Io non mi fo a riscontrare le particolarità in che il tessere e 'l governare ben si rassomigliano; e puollo ognuno da sé agevolmente. Sol dico: miseri noi, sarà egli per avventura tale l'adoperar di Dio nel governo del mondo? Affaticherallo? Divideranne i sensi e le cure? Sopraverrangli o accidenti nelle cose libere non antiveduti o, nelle necessarie, disordini non voluti? O almen converragli, tutto quant'è in potere e in senno, e per esperienza e per arte, vegliando e travagliando, adoperarvisi, e non per tanto riuscirgli il lavoro non quale il vorrebbe, ma quale il può avere? Noi ci ridiamo d'un così fatto discorrere, che non può cadere fuor che in uom forsennato, qual sarebbe chi imaginasse uno smisurato gigante usar di tutta sua forza intorno a voltolare un grano di rena: e pure il governo del mondo e d'altri cento mila, se ve ne fosser tanti, ha minor proporzione rispetto alla sapienza di Dio che il peso d'un granello di sabbia alle forze di qualunque sia gigante. Quanto dunque è più degna e di riso e di lagrime la nostra stupidità e pazzia qual volta così ci turbiamo o delle nostre o delle altrui, così private come publiche, disavventure, o che che altro sia quello di che non intendiamo il perché e non ci pare che l'abbia con ordine di providenza: appunto come se a Dio mancasse il sapere, il potere, il volere, e ciò ch'egli opera dovesse o potesse star meglio altramente. Confonderacci quel che d'un imperadore osò scrivere Seneca, niente stoico così nel leccar Nerone come in mordere Alessandro. Ille est – dice egli – vinculum per quod Respublica cohaeret: elle spiritus vitalis quem tot millia trahunt, nihil ipsa per se futura, nisi onus et praeda, si mens illa imperii subtrahatur. Rege incolumi, mens omnibus una; amisso rupere fidem. Or di qui fatevi ad argomentar di Dio con quella proporzione ch'è fra lui e un uomo. Ma proporzion non può dirsi, perché l'infinito e 'l finito non sono termini da compararsi come il più e 'l meno, ma come il tutto e 'l nulla. In così dire, non vi crediate che io non mi raccordi del ragionare che Iddio fa di sé nelle Scritture con maniere adatte non alla grandezza dell'esser suo, ma alla piccolezza dell'intender nostro: accommodandosi ad esso, come il Profeta Eliseo quando si rannicchiò sopra il fanciullino della Sunamite sua albergatrice, riscontrandolo volto con volto e mani con mani, e così d'uomo attempato e grande facendosi in istatura fanciullo. Tal dunque è il dire che Iddio fa di sé: ch'egli è luce, e nondimeno s'ammanta di tenebre e dentro vi si nasconde; e che or passeggia i cieli, or si profonda nel centro all'abisso; che ha regno in cui signoreggia, tempio in cui abita, trono in cui s'asside, carro sopra cui si diporta e tesori ove ripone la grandine e le nevi e d'onde trae i venti; e bilance con cui pesa i monti, e libri ne' quali scrive il processo de' nostri demeriti; e soldatesca che accampa, e archi che tende e ne scocca saette; e lance che crollate lampeggiano. Ch'egli è gigante: e intorno al capo gli si gira il cerchio dell'iride che il corona; e tale una canuta zazzera il dimostra eterno, che le più purgate lane ne perdono in candore; e ha mani che misurano da lito a lito l'oceano in un palmo e tutto il peso della terra su la punta di tre sole dita sostengono; e che i suoi piedi sono or sì grevi che sfracellano i monti, or sì leggieri che caminan sul mare e non vi segnano orma: e di cotali altre forme in gran numero, le quali, avvegnaché sembrino rappresentarlo grande, pur veramente egli è un raccorciarsi che Iddio fa in esse per adattar sé a noi e l'immensità del suo essere proporzionare alle angustie del nostro imaginare. Egli è un far come noi, che dipingiamo la luce con la biacca, il fuoco col minio e col cinabro, il ciel sereno col biadetto e con gli azzurri oltremarini, ben sapendo ch'elle sono, per dir così, specie aliene: peroché tanto cieca e oscura da sé è la biacca come ogni altro colore, ma in forza di rappresentare ella ci val per luce. Non per ciò a noi si fa lecito affermar di Dio, come vero, nulla che in nulla il faccia punto men che infinito; ma come all'entrar che fe' l'Arca dentro il Giordano, l'acque sue inferiori scolarono nel mar Morto, dov'egli mette, le superiori ingrossarono fino a crescere pari all'altezza de' monti, così al venirci Dio nella mente, quanto è sotto lui, cioè tutto il manchevole e 'l finito, dee scolare e perdersi nel mar morto del suo niente, e sol crescere quel che vien dalle fonti eterne, comunque poi ci riesca possibile il concepirlo, giusto il canone del divino Areopagita, di che non è qui luogo di ragionare. Altrimenti, il misurare Iddio con qualunque sia gran concetto, ancorché di tutto il nostro possibile ideare, non è mai più che fare come anticamente gli Etiopi, che incoronavano re il maggiore in istatura di quanti eran fra loro: e strano spettacolo erano a vedere gli elettori raunati alla Dieta misurar con un cubito esattissimamente le vite de' concorrenti e notarne i gradi del merito alla corona in quegli della statura, presumendo che chi stava sopra tutti gli altri col capo vi stesse ancora col cervello: il che se fosse, non erano da coronarsi re degli animali le aquile e i lioni, ma gli struzzoli e i camelli, stupide e vili bestie quanto forse niun'altra. Or come le qualità dello spirito non si convengano misurare come si farebbe la quantità del corpo, mi cade ottimamente in acconcio di quel che ne ho fin qui detto di Dio il riferire un savio correggimento in questo medesimo genere: e ne serbò la memoria Macrobio ne' Saturnali.
Un certo Ila, commediante mimo, rappresentava in palco non so che fatto d'Agamennone, re e condottier generale de' Greci all'espugnazione di Troia; e 'l recitar suo era tutto in silenzio, solo esprimendo coll'atteggiare quel che un altro cantava su la cetera adagio adagio: professione anticamente assai celebre e in uso, poi trasandata. Il valentuomo tutto bene imitò, fuor che solo ove, dicendo l'altro Agamemnona magnum, Ila, ad atteggiar quel magnum, si rizzò con tutta la vita in su le punte de' piedi e, distendendo la mano quanto poté levare alto il braccio, misurò una statura ben confacevole a un gigante. Era quivi infra la scena riposto Pilade, già suo maestro in quell'arte, e sì glie ne spiacque l'atto, come un bruttissimo barbarismo, che di colà entro levando alto la voce: "Ah no" disse " tu l'hai fatto lungo, Agamennone, non l'hai mostrato grande". Udito e chiamato dal popolo, curioso di vedere com 'egli con altro ingegno ammenderebbe il fallo del male avveduto discepolo, trasse fuori e, fatte ridire al musico le medesime due parole, al magnumtutto in sé si raccolse, aggroppò insieme le mani giù distese, e col volto affissato alla terra e le ciglia inarcate atteggiò il pensar d'un uomo sì profondamente che non sente di sé: nihil magis ratus, dice l'istorico, magno duci convenire quam pro omnibus cogitare. Or così faccia con Dio chi ben vuol esprimerne la grandezza: ché altra forma non v'è da descrivere l'ineffabile che tacendo, né da misurare l'immenso che perdendosi in estasi col pensiero. Come chi si parte dall'angolo fatto da due linee interminabili, quanto più se ne dilunga e va manzi tanto più gli si allarga lo spazio fra le due linee, non altrimenti di Dio: quanto più si va oltre pensandone, in qualunque sia delle infinite sue perfezioni, tanto più si truova che intenderne; e scema la potenza col crescer dell'atto, perché l'obbietto, multiplicando col prenderne, si dimostra incomprensibile.
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