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CAPO TERZO
Il filo d'una sola risposta, che striga da tutti
i laberinti de' dubbi intorno alle più segrete disposizioni della providenza di
Dio.
L'esservi Iddio e il non potere Iddio essere
altro che un tal sommo bene di cui non possa idearsene un maggiore, in
qualunque sia genere di perfezione a lui conveniente, è, come altrove
dimostreremo, una di quelle che chiamano prime massime, quanto più semplici
tanto più universali e ricche d'altri princìpi e conseguenti che ne derivano o
immediatamente o per successivo diducimento dell'un vero dall'altro. E sì come
l'impressione al moto, per cui la nona sfera, secondo la volgare filosofia, si
rivolge, contiene in sé virtualmente il muoversi delle sfere inferiori, che ne
secondan la forza e ne sieguono il rapimento, non altrimenti a chi il
sopradetto principio muove con ordine il discorso, non ne proviene all'anima
punto manco di bene di quel che tragga d'utile la natura dal movimento de'
cieli, da cui ella trae ogni bene. Né per utilmente adoperarlo fa mestieri
avere in capo un elevatissimo ingegno, o essere uso alle scuole de'
filosofanti, o far da sé lunghe e ben concatenate speculazioni. Il talco, per
isfogliarlo, non abbisogna d'altro che d'esser preso al taglio per la sua vena:
per qualunque altro verso egli si dividesse andrebbe in fregoli e minuzzame da
non valersene a nulla; ma fesso per l'andar suo, senza niuna fatica, non v'è
numero alle falde, eziandio sottili com'aria, in che si diparte, come fosse
aprire un libro d'innumerabili fogli un po' strettamente uniti. Così appunto va
in questo di che ragiono. E piacemi di mostrarlo in un genere che
indubitatamente è il più scabroso che sia in tutto l'ordine della Providenza; e
in cui l'ingegno, come entro uno spinaio, quanto più si dibatte e s'avvolge
tanto più ne addolora e s'impaccia: cioè nella division degli aiuti per
l'eterna salute, e per ciò nella elezione de' predestinati alla gloria e nel
ributtamento de' reprobi; e il potervisi affissar con la mente, non che senza
turbazione ma con somma tranquillità e sicurezza d'animo, è virtù del
sopraccennato principio, come or ora vedremo.
Presunzione e temerità insofferibile è il voler
noi sapere il perché o il come di quello che Iddio, per ben nostro medesimo,
non vuol che sappiamo. Rimandato un egiziano che fosse quel non so che ch'egli
si portava sotto il mantello, rispose all'importuno, com'era degno della
dimanda: "Io per ciò il porto sotto, perché non vo' che si sappia". Quis ergo revelabit, disse Tertullian, quod Deus texit? Unde sciscitandum
est? Unde
et ignorare tutissimum est. Praestat per Deum nescire, quia non revelaverit,
quam per hominem scire, quia ipse praesumpserit. Èssi mai trovato uomo
di così vogliosa e pazza curiosità, che s'affissasse con gli occhi in aria per
vedervi l'armonia d'una musica, o la fragranza de' buoni odori, o l'ali e 'l
volo de' venti, o qualunque altro simile oggetto che non ha colore né figura o
movimento visibile? Altrettanto è – dice sant'Agostino – scrutari
inscrutabilia quanto velle videre invisibilia. I savi areopagiti, cioè il
senato d'Atene e tribunale della giustizia senza appello, uomini in prudenza e
sapere il fior della Grecia, adunatisi a dar sentenza sopra non so quali due
litiganti, poiché ne sentirono il pro e il contro delle ragioni e, ripigliatele
ad esaminare, quanto più le dibatterono tanto più vi trovarono insolubile il
nodo, alla fine, salva l'equità e la riputazione, convennero in questo nuovo e
saggio partito, di citar le parti a comparire di lì a cento anni; e se ne
registrò il perentorio negli atti publici di quel tribunale. Voller dire, come
ognun vede, quello essere un viluppo da non potersi strigare a vita d'uomo. Or
quanti e quanto strani e di scioglimento impossibile sono i gruppi che ci si
presentano a snodare intorno alle libere operazioni di Dio nello spartimento
delle sue grazie? Delle quali, com'egli medesimo ci dicesse quel che Cristo a
San Pietro, Quod ego facio tu nescis modo, scies autem postea, altro
savio partito non ci rimane a prendere che dir loro: "Tornate di qua a
cento anni: ché sol dell'altra vita è intendere quel che qui neanche è lecito
d'investigare; perché questo e non quel bambino muoia avanti il Battesimo;
perché a tanti regni, a tante isole incognite e perdute nella vastità
dell'oceano non giunge a farsi vedere la luce dell'Evangelio; e se uomini
apostolici ve la portavano, in giungerne alla vista o surse una fortuna di
vento, che li risospinse e gittolli un mezzo mondo lontano, o per traversia di
tempesta rotti o stravolti annegarono.
I Caiani eretici, raccordati da sant'Epifanio
nella sua Africa in cui adunò tutti i mostri delle antiche eresie, usavano d'un
tal libro apocrifo intitolato La salita di Paolo apostolo al terzo cielo.
Ivi ne leggevano le arcane parole e non lecite ridirsi da uomo: e dove il
medesimo Apostolo, ragionando degl'incomprensibili giudìci di Dio e delle non
investigabili sue vie, si gitta nello stupore e dà nelle sclamazioni sopra
l'altitudine delle ricchezze della sapienza e della scienza di Dio, e protesta
non essere privilegio d'uomo vivente il poterne rinvenire il capo, que' malnati
vantavano d'avere in carta diciferato dalla sua penna quel che in voce non
s'ardì a spiegar la sua lingua. Ma che fede a notissimi mentitori? La donna
operatrice del miracolo d'Eliseo, nel divider l'olio multiplicato e riempirne
le vasa vuote, si serrò l'uscio dietro; e quel gran mistero dello spartire che
l'infallibile Providenza di Dio, cui ella figurava, fe' l'olio della
misericordia ne' predestinati, andò segretissimo, a porte chiuse: e il fatto
sopra ciò ab eterno, sta in fondo al cuor di Dio tuttavia sì chiuso che
altro che l'agnello col cui sangue si scrissero i nomi degli eletti alla gloria
non può schiuderne i suggelli e leggere quel sopra ogni altro impenetrabil
segreto. Quindi il bel nome che sant'Agostino gli di è di profondo della Croce:
che porta e tiene in veduta tutto il rimanente d'essa, ma egli sta sepellito in
terra e non si dimostra a niuno: peroché ben si veggon gli effetti della divina
predestinazione, che sono il levarsi e il distendersi della Croce, di cui ella
è frutto, ma ce ne son nascose e al tutto impenetrabili le cagioni. Quare
ergo, dice egli, illi datum est et illi non datum? Non me piget dicere, hoc est
profundum Crucis. De profundo nescio quo iudiciorum Dei, quae perscrutari
contemplarique non possumus, procedit omne quod possumus. Quod possum, video,
unde possim non video: nisi quia et hoc hactenus video, quod novi esse a Deo.
Quare autem illum, et non illum? Multum est ad me.
Abyssus est: profundum Crucis est; admiratione exclamare possum, disputatione
demonstrare non possum. Quid possum exclamare de ista profunditate? Quam magnificata
sunt opera tua, Domine! Gentes illuminantur, Iudaei excaecantur. Quidam parvuli
sacramento baptismatis abluuntur, quidam vero parvuli in morte primi hominis
relinquuntur: quam magnificata sunt opera tua, Domine!
In tanta profondità e abisso di tenebre che, in
sol mettervi l'occhio, smarrisce e fa girare il capo non dico solamente alla
curiosità temeraria, ma alla più considerata sapienza, èvvi per avventura su
dove posare il piè fermo e con che invigorir la mente, sì che quello non
isdruccioli e rovini, questa non vacilli e si divolga? Puossi in questo pelago
senza fondo non profondare, anzi caminarlo a piedi asciutti più sicuramente che
già su quello di Galilea san Pietro, prima ondeggiante, poi mezzo assorto; e si
lievino alto le onde e s'avventino, come a lui, furiosi i venti, tenervisi
ritto su' piedi a galla? Puossi, eziandio se il mondo tutto in disordine si
sconvolgesse; e provollo in sé fin da mille dugento anni addietro, e 'l lasciò
in pruova ad ogni altro, Salviano vescovo di Marsiglia, colà ove fatte a sé
medesimo alquante dimande, richiedenti il perché di certe solo a Dio note
disposizioni della sua providenza, Possum, dice in prima, rationabiliter
et satis constanter dicere: nescio secretum et consilium divinitatis ignoro.
Ma percioché questo non pare altro che un chiuder gli occhi contro alla luce
del sole per non abbagliarsi, riapreli, e in lui fissamente mirando il
riconosce Dio, e sol tanto gli basta perché, come da un irrepugnabile
antecedente, ne diduca per necessaria conseguenza: dunque, ciò ch'egli fa è ben
fatto. Via di qua le dispute; via non che la temerità a dimandare, ma la
sapienza umana, e sia anco l'angelica, a rispondere e dar ragione sopra
qualunque esser possano le ordinazioni e i fatti della Providenza divina. Nihil
in hac re opus est aliquid audire. Satas sit pro universis rationibus auctor
Deus.
Chi mi sa dire, se può vedersi né più chiaro né
più inanzi? Sì fattamente che, se fossimo da Dio introdotti nel suo Consiglio
di stato a udirvi, dirò così, discutere le ragioni e vincere il partito di
qualunque sia decreto che vi si stabilisca in ordine all'universal governo del
mondo e alle private disposizioni di ciascuno (già che, come parla
sant'Agostino, trattone sol le colpe nulla si eseguisce in questa visibil
republica dell'universo che non ne venga ordine espresso dall'invisibil gran
corte del sommo imperadore Iddio), più forza non avrebbono ad acquetarci
l'animo le immediate cagioni di qualunque particolar decreto, di quel che per
tutti insieme l'abbia questa sola universale: Iddio fa, dunque è ben fatto.
Altrimenti, olà, portinsi qua a giudicare da gli uomini le bilance della
giustizia di Dio, e si vegga s'elle hanno il centro in mezzo, le braccia
equilibrate, la lingua diritta, i pesi legittimi. Vuolsi sapere come
giustamente sopra esse s'alzino i predestinati alla gloria, si deprimano i
presciti alla dannazione? Traggansi dall'archivio del suo criminale i processi,
e si diano a riesaminar le cause e le sentenze capitali degli arsi vivi da'
fulmini, de' profondati in mare con le tempeste e sommersi co' diluvi
dell'acque, de' nabissati dal tremuoto, degli spenti dalle pestilenze, de'
morti in corpo alle madri, de' nati ciechi, assiderati, lunatichi. Si rechino i
suoi libri de' conti e riscontrinsi, a vedere se batton pari: se le partite sue
e nostre dalle prime loro piante si ragguagliano, o s'egli è in debito di
scontare; e dia anco ragione del non risponderci con gli effetti alle dimande
che con prieghi e con lagrime gli facciamo. E già che siamo nel volerne risaper
tutto, tragga fuori, e ci mostri le mani, e misuriangliele, se per avventura
elle fossero come quelle del re Artaserse, cio è d'Assuero marito d'Ester,
sopranomato Longimano, percioché l'una mano avea più lunga dell'altra; e
intendasi: perch'egli ad alcuni dà scarsamente, e solo quanto è bisogno, o gli
aiuti della grazia o i beni che chiamiam di fortuna, ad altri sì
abbondantemente che lor sopravanza e traboccano. Sventurati, o che che altro
starebbe meglio il dirci, se non sentiamo sì degnamente di Dio che pensieri a
questi in nulla somiglianti né pur ci si affaccino alla mente, non che entrarci
nel cuore a riempirlo d'ombre e d'altrettanto nocevoli che forsennate
perplessità: come (per non dir nulla dell'operato da Dio a ben nostro in pruova
del suo mero gratuito amore) il solo essere Iddio quell'infinito e
incomprensibile cumulo d'ogni perfezione, d'ogni bene che convien concepirlo (altrimenti
non si concepisce Iddio) non si tragga necessariamente dietro l'intendere
impossibile il mai farsi da lui nulla che sia men che rettissimo: talché ad
averlo per indubitatamente vero non sia punto mestieri comprenderne le ragioni,
essendo di vantaggio pro universis rationibus, auctor Deus.
Noi veggiamo, poco men che non dissi
cotidianamente, de' manifesti giudìci di Dio, ora in difesa degl'innocenti, ora
in esaltazione de' meritevoli, ora in gastigo de' rei; oltre che le divine
Scritture ne son piene quanto ve ne cape, e le sacre e le profane istorie ne
contano memorabili esempi: per tutti i quali, ben è cieco da vero chi non
arriva a discernere che Iddio ha l'occhio in cima allo scettro, né mai si
scompagnano dal giustissimo suo governo il tutto vedere e 'l provedere a tutto.
Or nelle opere sue v'ha altresì de' misteri: ché bene sta cotal nome a quelle
che poco dianzi divisava sant'Agostino, e a moltissime somiglianti; delle
quali, percioché sono velate come i misteri, non arriviam coll'occhio a vedere
il perché; ma il ricordarci dell'altre che l'han palese ci de' far credere
indubitato che l'abbiano altresì queste, e giustissimo avvegna che occulto;
secondo il canone di san Paolino: si qua sunt in arcanis statutorum eius
altiora sensibus et cogitationibus nostris, etiamsi rationem eorum consequi et
colligere non possumus, tutius tamen nobis est occultas esse rationes, quam
nullas credere. Quia non ambigendum, omnia Dea; etsi nobis non sint perspicua,
tamen esse consulta. E vuolsi in ciò imitare a miglior uso la modestia di
Socrate a cui data a legger da Euripide non so quale delle opere d'Eraclito,
gran filosofo ma studiosamente oscuro, e dimandatogli che glie ne paresse: Quae
intellexi, disse, fortia sunt: puto autem et quae non intellexi: verum Delio
quodam natatore indigent. Così noi de' giudìci di Dio. D'un medesimo autore
sono tanto i segreti come i palesi: di questi arriviamo al perché, quegli
altresì l'hanno, ma in un tal profondo d'oscurità che il gittarsi a nuoto per
ripescarlo è gittarsi a perdere e non trovarlo. Ma non ha mestieri affaticar
l'ingegno cercandone. L'essere anch'essi cosa di Dio, senza altro saperne,
basta per una più che geometrica dimostrazione a far intendere con evidenza
ch'ella è ottimamente fatta. Né questo è appagarsi di ragion tutto estrinseca
qual suol essere l'autorità: peroché v'è la cagione intrinseca dell'autorità,
ch'è l'infinito saper dell'Autore. E qui sovvengavi di quell'Archimede, uomo,
in sottigliezza d'ingegno quanto qualunque altro sia che ne abbia pregio e fama
nel mondo, fra ' primi: operatore poi non di maraviglie solamente, ma di
miracoli di natura e d'arte, nella professione sua di matematico. Una nave
aveva Ierone tiranno di Siracusa fatta edificare, di sì smisurato e greve corpo
che a condurla dall'arsenale al mare, per inviarla in dono a Tolomeo re
d'Egitto, tutto l'ingegno e tutta la forza de' Siracusani era indarno; e
sarebbe invecchiata e morta ivi medesimo dov'era nata, se non che Archimede,
profertosi a far che Ierone solo, senza punto affaticarvisi, la varasse,
congegnò certa sua machina per cui Ierone, senza altro che volgere una piccola
ruota, spiantò e trasse in mare quella per altro immobile montagna di legno;
del che maravigliatissimo decretò: Ab hac die de quocunque dixerit
Archimedes, illi credendum est. Or chieggo io se tanta, o no, crediamo
essere in Dio la sapienza, la rettitudine, la providenza, che ad acquetarci
l'autorità sua ci sia per ragione: e qualunque cosa egli faccia, a crederla
ottimamente fatta ci basti pro universis rationibus auctor Deus. Con
questo forte appoggio in mano non vi riuscirà difficile, non che periglioso,
l'andar salendo per su i più rovinosi dirupi ch'esser possano al mondo: cioè a
dire, il pensare alle in apparenza più strane e in verità non comprensibili disposizioni
della misericordia e della giustizia divina, secondo gli ordinatissimi decreti
dell'eterna sua providenza; e vedere la gran varietà di quelle che chiamiam
sorti umane, sì dentro come di fuori all'ordine della natura: che in verità è
rispianare e farsi pacifico un mare oceano, in cui non entra pensiero che o non
affondi o non angosci, per lo grande ondeggiar che vi fa, se sol si governa col
suo discorso e non s'attiene e regola a questa indubitabile verità: ciò che
Iddio fa è ben fatto; e sì infallibilmente, che dal vederne io i particolari
accidenti nelle loro immediate ragioni, maggior certezza non ne trarrei per
sicurarmene, che dal tutti insieme vederli in questo universal principio che a
tutti indifferentemente si adatta, come la luce a ogni colore. E parlo qui sol
del fare, ché del permettere, con quel che poi ne consiegue, ragionerò qui
appresso in disparte. Tal che non temo io che a me niun dia quell'acerbo
rimprovero che Aristotile, caldo più d'ira che di febbre, di è a un medico, il
quale, curandolo infermo, gli ordinò un non so qual si fosse rimedio senza
accennargliene il perché. Non mi curar, disse egli, come faresti un armentiere,
un bifolco. Vagliami a ben della mia vita l'essere io filosofo; vagliami a
consolazione dell'animo l'intendere alcuna cosa della natura. Dammi ragione di
quel che fai. Or io curo forse come una rozza pecoraia l'umana curiosità,
idropica quanto superba, e per ciò continuo sitibonda di sapere il perché ancor
di quegli effetti che hanno impenetrabile la cagione? Consigliovi io a chiuder
gli occhi, come si fa a coloro che, valicando un fiume, massimamente se rapido,
o salendo in alto, patiscono le traveggole e 'l capogirlo? O non anzi ve gli
apro, a farvi veder quello in che il discorso umano, debile di cervello, non
può affissar lo sguardo e tenersi in piedi, o non balenare? E ciò a una luce sì
chiara, che l'evidenza stessa non è più chiara. Se no, traggan fuor le ragioni
che, in pruova dell'essere, che che sia, ottimamente fatto, prevalgano a
questa: pro universis rationibus auctor Deus. Una delle pruove che della
insuperabil sua forza faceva quel prodigioso atleta Milone era stringersi in
pugno un pomo, indi offerirlo a trarnelo a quanti si fossero uomini di
gagliardia: né tutti insieme adoperando potevano schiodargli pure un sol dito,
non che da tutte strappargli e riaver quel frutto dell'inutile loro fatica. Or
pruovisi chi che si voglia, e con quantunque abbia nervo e forza d'ingegno, a
trarvi di pugno questa irrepugnabile verità: fallo Iddio, dunque è ben fatto. O
vi mostrino in che altra e più universale e più particolar maniera da noi
conoscibile ha da sicurarsi la rettitudine e l'equità delle operazioni di Dio.
Con questa dunque (per rimetterci anche un poco
colà onde ci partimmo) può senza pericolo andarsi col pensiero mirando i
giudìci di Dio, per cotali erte, che senza essa il mettervisi sarebbe
altrettanta temerità come rischio di rovinare. Osservaste voi mai una greggia
di capre (e non vi paia vile quel ch'è pensiero di Dio, come or ora vedrete)
andar qua e là pascendo, per su greppi e balzi dirupati di montagne, in altezza
paurosa a vedere? Ma elle non temon nulla di sé, né de' lupi, che in quelle
fortezze inaccessibili non s'ardiscono ad assalirle. Quivi, con talvolta i
quattro lor piè aggroppati su la punta d'un sasso isolato dove altro non cape,
pascon quelle saporitissime erbe, e coll'occhio, che han d'acutissima vista, si
veggono sotto a' piè un mezzo mondo. Ma mi toglie la fatica del descriverle più
a minuto l'eloquentissimo sant'Ambrogio, che con quattro tratti di penna le
ritrasse da quel valente maestro ch'egli era. Vides, dice egli, quod
in altis grex iste pascitur, audax in monte. Itaque ubi aliis praecipitia, ibi
capris nullum periculum, ubi aliis periculum, ibi gregis huius alimentum, ibi
cibus dulcior, ibi fructus electior. Spectantur
a pastoribus suis dumosa de rupe pendentes, ubi luporum incursus esse non
possunt, ubi fecundae arbores fructum integrum subministrant. Cernere licet uberi
lacte distentas super teneram sobolem materna pietate sollicitas. Ideo elegit
eas Spiritus Sanctus, quibus coetum venerabilis Ecclesiae compararet. E vi si rassomigliano
nelle Cantiche, e prosiegue egli a farne ingegnosamente il riscontro. Né più
viva imagine si poteva esprimere a rappresentare quel ch'io diceva operare in
noi il valerci del sopraccennato principio: cioè vedere ampio e lontano a
maraviglia e andar senza rischio di svolgersi né il cervello né i piè rovinosi
su le punte a' dirupi, cioè a gli altissimi giudìci di Dio, piani e sicuri a
salirvi solo alla generosa umiltà della Fede confortanteci l'intendimento, di
cui non ispegne né offusca il lume, anzi maggiormente il ravviva: ché verità
non è mai contraria a ragione. Torniamo ora (poiché meglio compariranno) alle
miserabili perplessità conseguenti al mancarne, scegliendo a specificare un non
so che determinato, e assai corrente per le bocche eziandio delle femine.
Strano in filosofia naturale pareva a san
Cesario, degno fratello del teologo san Gregorio Nazianzeno, la terra, secondo
il chiaro testo di David, esser fondata sul mare; e tutto sopra ciò
contorcendosi coll'ingegno, così da sé a sé ragionava: come può esser ciò, che
l'acque si lievino in ispalla e sostengano e portin la terra, e questa lor
sopranuoti e galleggi? Come, più di lei pesante, non profonda e sommergesi,
anzi neanche ondeggia e vacilla? Come non la premono e non la fanno almen dare
alla banda e traboccar da alcun lato gli altissimi monti, senza rispetto a far
equilibrio disordinatamente ordinati? In questo dire, a guisa d'uomo che a
tutta corsa vien giù per un'erta di monte precipitoso fin che a mezzo scontra a
che tenersi e riavere, rinviene e sclama: "Ahi me perduto! A che mi
lasciava io portare da' miei pazzi pensieri? Oblitus sum mei? ad Deum
dicens: Quomodo?". E siegue ad ammirare quel che non comprende, né
perciò punto men crederlo perché nol comprende, bastandogli, a provar che sia,
il dirlo Iddio, e che sia fatto secondo ogni ben intesa ragione l'averlo fatto
Iddio. Ora che s'avrà egli a dire del mettere uno la lingua ne' maggior fatti
di Dio, o costituirne arbitri i suoi pensieri? Sovviemmi di quel savio Crate
Tebano che, scontratosi in un giovane che in certo luogo rimotissimo
passeggiava, il domandò che andasse ivi facendo tutto in disparte del publico,
tutto solo. E il giovane: "Parlo" disse "con me medesimo".
A cui subito Crate: "Priegoti dunque ad avvertir bene che, parlando con te
medesimo, tu non parli con un tristo: ché dov'è un terzo buon consigliere che
possa entrar di mezzo a due così stretti fra loro che l'un non si distingue
dall'altro, e rimetterli quando s'accordano a trasviare?". Or io vo' dire
che ben assai si truovan degli uomini che ragionano con un pazzo, quando de'
giudìci di Dio ragionano con sé stessi, e si domandano il quomodoin sì
difficultose materie che, essendo così ignorante quegli che risponde come
temerario quegli che interroga, non pensano esservi quella ragion che non
truovano, e a poco a poco si rendono a non del tutto approvare quel che lor non
va del tutto a verso, e poco men che non dissi credere ch'essi a ben fare
farebbono diversamente da Dio. E siane in particolare esempio quello intorno a
che per fina le femine vogliono e filosofare e contendere, accioché ancor
Pallade abbia le sue Amazoni, come Bellona: appunto come dalla conocchia s'avesse
a trarre il filo per cui uscire d'un tale inestricabile laberinto, che non v'è
altra via da portarsene fuori che non v'entrar dentro. Il fatto è: poi che
Iddio antivedeva infallibile che Adamo, crollandolo Eva, non si terrebbe saldo
e, lui sovverso, tutta l'umana generazione ch'egli come suo fondamento portava
in sé seco rovinerebbe, perché il creò? O perché anzi, creatolo, nol sostenne e
raffermollo per resistere alle lusinghe d'Eva con quella forza di spirito che
di poi, con tanto minor utile, diede a Giobbe per ributtar le suggestioni della
disperata sua moglie? Nol poteva Iddio? Non era atto di maggior pietà il
volerlo? Perché dunque nol volle?
Chi fu quel non men savio che valoroso maestro
di guerra che, fattoglisi avanti un filosofo il quale, lisciatasi due o tre
volte la gran barba, cominciò a disputar del valore e della disciplina militare
fino a volere entrar ne' precetti dello schierare gli eserciti e dar la
battaglia, e di tutto il mestiere dell'armi? Ma quegli gli rammezzò la diceria
con voltargli le spalle, e fare una ritirata che il filosofo non sapeva:
dicendo tuttavia, nell'andarsene, che di battaglie e d'armi non vogliono
sentirsi cicalare le rondini, ma trattarne le aquile, che sole degnamente il
possono, sì come quelle che maneggiano i fulmini e sanno quel che sia guerra,
perché continuo guerreggiano. Tal è nel proposito nostro: e quest'aquile, chi
sarebbe a dire che fossino se non que' sublimissimi spiriti che poco fa
dicevamo volar fino ad abbracciare Iddio coll'ali? Ma egli non s'odono disputarne,
ma con quel triplicato Sanctus, che san Cirillo Gerosolimitano chiamò Theologia
Seraphica, incessantemente lodarlo. Or bene, rondini cicaliere, dice
sant'Ambrogio, Seraphim indefessis vocibus laudant, et tu discutis? Quod
utique cum faciunt, ostendunt nobis non aliquando discutiendum Deum, sed semper
esse laudandum. Traetevi dunque del capo il cervello, che non v'avete, e
diponetelo a piè di questo inarrivabil giudicio di Dio, come gli antichi
adoratori se ne traevano le ghirlande e le posavano a piè degl'iddii scolpiti
in istatua da gigante. Se così avesse fatto quel prosuntuoso giovinastro,
" avversario della legge e de' profeti", cui sant'Agostino convinse
di pari ignoranza e temerità con due dottissimi libri, egli non andrebbe con su
la faccia que' mille fregi che gli di è la penna di quel grand'uomo. E quanto
al fatto di Adamo, eccovene la risposta in un sol periodo, ma egli è la sassata
di David in fronte a Golia, bestemmiatore di Dio, che il butta rovescio in sul
campo, e in lui rompe ed atterra tutto l'esercito de' suoi seguaci: Quibus
autem videtur sic hominem fieri debuisse, ut peccare nollet, non eis displiceat
sic esse factum, ut non peccare posset si nollet. Nunquid enim, si melior esset
qui non posset peccare, ideo non bene factus est qui posset et non peccare? An
vero usque adeo desipiendum est, ut homo videat melius alaquid fieri debuisse
et hoc Deum vidisse non putet, aut putet vidisse et credat facere noluisse, aut
voluisse quidem, sed minime potuisse? Avertat hoc Deus a cordibus piorum.
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