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CAPO QUARTO
Le ombre usate con arte dalla pittura, cioè i
mali di colpa bene ordinati dalla Providenza.
Se un uomo venuto di fuor del mondo vi
domandasse: "Che fan di bene gli scuri nella pittura?", voi potreste
rispondere demandando scambievolmente a lui: "Che fa di ben la pittura
senza gli scuri?". Toglietene gli scuri: ne son tolti i chiari; toglietene
le ombre: n'è tolta la luce; perduta la luce, la pittura è cieca, anzi a dir
meglio è morta: peroché menare un colore sopra una tela senza distinzione di
chiaro e scuro, questo non è dipingere, è tingere o campire. In pictura
autem, disse Plinio il giovane, lumen non alia res magis quam umbra
commendat. E d'onde altro proviene il fuggir delle lontananze nelle
prospettive con ragione e con regola digradate, l'apparir delle figure l'una
più dietro dell'altra, che è quel tanto difficile a' pittori di dar l'aria fra
mezzo, convenevole alla distanza de' corpi ch'entrano l'un più dell'altro? Poi
nelle figure gittate in iscorcio, massimamente prostese, far intendere quello
che non si vede, anzi pur far vedere quel che non si vede, mostrando in due
palmi la lunghezza e la lontananza di molti, e così giudicarne l'occhio
ingannato dal vero; o farle sporgere e risaltar della tela, ora tonde e intere,
ora con un braccio disteso, con un piè rilevante, con che che altro si vuole: e
v'ha in ciò figure di valentuomini miracolose, quanto per avventura il fosse
quel tanto celebrato Alessandro d'Apelle, espresso in atto di fulminante con
tanto spirito e sì grande sporto del braccio, ch'egli parea tutto in aria e le
punte del fulmine risaltarne. E di ciò tanto e con ragione si gloria la
pittura, che in quella famosa e non mai decisa lite di preminenza ch'ella ha
con la scoltura, sorella sua, sì come amendue figliuole della imitazione e del
disegno, ma gareggianti d'ingegno e, direi, combattenti a duello – se non che
pennello e scarpello non sono armi pari – una possentissima ragione della
pittura è il far ella in piano quel che la scoltura in rilievo: tal che, se questa
è più faticosa di braccia, quella l'è più d'ingegno, avendo la scoltura il lume
dalla statua medesima, le cui membra col risaltar che fanno si prendono da loro
stesse il chiaro e lo scuro che lor si dee, variamente, secondo le varie
guardature del lume a che sono esposte. Non così la pittura, a cui, lavorando
in piano uguale, convien far tutto a forza d'ingegno e per magisterio d'arte:
spartendo il lume, qui temperato e sfumante, con mezze tinte dolci e unite, qui
con isbattimenti ed ombre contornate e taglienti, ricercando ogni menoma
prominenza, fin de' capegli, e dandole quelle botte più o men risentite che le
si debbono a ragione dell'essere in veduta al lume o nascose: come nel
panneggiar diverso, massimamente nelle figure che siedono, difficilissime a
ombreggiare, sì che sporgano la metà e la metà rientrino, e le parti inferiori
e prominenti con le superiori e più addietro s'uniscano: che tutto è forza del
maestrevole adoperare i chiari e gli scuri, sì che lavorino convenientemente
alle parti che debbon nascondere e ricacciare.
Questo ho io preso a dire in grazia d'un
pensiero di sant'Agostino che mi sarà di vantaggio a mostrare come alle
disposizioni della providenza di Dio soggiacciano ancor le cose ch'egli non fa,
ma solamente permette: dico le colpe nostre, con quel di reo che da loro
proviene. Havvi dunque, dice egli, due generi di cose: le une, che Iddio le fa
e le ordina, le quali tutte son buone e comprendonsi dentro a quell'ampissimo cuncta
quae fecerat, a cui egli stesso di è l'approvazione e la lode di valde
bona. Le altre non le fa egli, ma le dispon solamente: che però non specie,
sed ordine placent. Nam vitiorum nostrorum non est auctor Deus, sed ordinator.
Come dunque i tristi delle cose buone a male si servono, così Iddio ottimo
ancor delle male sa valersi a bene. Le tinte nere, ombre della morte e
filiggini dell'inferno, chi le guarda come colore da dilettarsene? E senza
magistero usate, a che vagliono, fuor che solo ad imbrattare, accecando ogni
bel colore che offuscano e smorzando il chiaro a ogni luce, che non muore se
non ispenta dal nero? Or queste sì dispiacevoli per natura e sì maligne si
pongano in mano alla pittura: ella, con null'altro che ordinarle compartendole
a' lor debiti luoghi, ne trarrà quel grand'utile e quell'incomparabil bene che
le danno le ombre. Ché non si val mica la pittura del fosco e del nero in
grazia di lui, ma in servigio del chiaro, che è quel solo che mette in veduta
gli oggetti e li rende sensibili all'occhio; e presso a gli scuri ben ordinati
opera que' miracoli delle apparenze che poco fa dicevamo. Or riscontrandone il
Santo la comparazione all'intendimento propostosi, Pictor, dice, novit
ubi ponat nigrum colorem, ut sit decora pictura; Deus nescit ubi ponat
peccatorem, ut sit ordinata creatura? E se ne specifica il come in mille
luoghi delle sue opere: imperoché, come verità pratica e sommamente giovevole a
ben intenderla, se la fa tornar sovente alle mani, sempre variamente
illustrandola, com'era proprio del suo ammirabile ingegno. E per almeno accennare,
delle moltissime, alcuna particolarità, non vi paiono ottimamente ordinate
queste ombre delle perverse opere de' malvagi, mentre elle fanno spiccar sì
chiara la generosità della pazienza di Dio in sofferirli e aspettarne il
ravvedimento e riceverli a perdono? Nulla in tanto gravandoli de' flagelli loro
giustamente dovuti: anzi, le scure nuvole che quegli alzano in faccia al sole,
e offuscandolo il fanno apparir men bello, egli non le converte in fulmini e in
tempeste, ma lor le ritorna in piogge di continui benefici, ordinando alla
natura che, senza in nulla divisarli da' buoni, sollecitamente li serva. Quindi
ben disse il martire san Cipriano: Videmus inseparabili aequalitate
patientiae, nocentibus et innoxiis, religiosis et impiis, gratias agentibus et
ingratis, Dei nutu tempora obsequi, elementa famulari, spirare ventos, fontes
fluere, grandescere copias messium, fructus mitescere vinearum, exuberare pomis
arbusta, nemora frondescere, prata florere. Et
cum crebris, imo continuis exacerbetur offensis Deus, indignationem suam
temperat et praestitutum semel retributionis diem patienter exspectat. Cumque habeat in
potestate vindictam, mavult diu tenere patientiam. E questo è un sì gran
fare, che, come avvisa Tertulliano, v'ha assai di quegli che interpretando la
mansuetudine a trascuranza, si fanno a credere Iddio non degnar sì basso che
nulla curi il governamento degli uomini, solo per ciò, che nol sentono
romoreggiare se non vano co' tuoni, saettare se nol a vuoto co' fulmini; de'
quali disse Cassiodoro quegli essere il romor del suo carro, questi il
lampeggiar de' raggi delle sue ruote. Quindi il dir che soleva Diogene,
d'Arpalo, corsale e ladron famosissimo e avventurosissimo, ch'egli era un
argomento a non pochi insolubile contro alla Providenza. Che se Iddio
adoperasse in gastigo de' malfattori quelle saette che gitta anco a terrore
degl'innocenti, ne trarrebbe a forza quel che indarno è sperar per amore:
arma tenenti,
Omnia dat qui iusta negat.
Ma avvegnaché la natura, eziandio insensibile,
si risenta e s'accenda in isdegno (come ne parla il Savio, rappresentandola a
guisa d'intelligente) e chiegga a Dio un sol cenno che le consenta di diroccare
il mondo, come Sansone il tempio, addosso a tutta insieme la malnata
generazione degli empi, egli non gliel consente, e stassene il vero pacifico
Salomone con per su gli scaglioni del maestoso suo trono i dodici lioni: la
fame, i diluvi, le pestilenze, le guerre, i tremuoti, gl'incendi e quant'altri
sono i flagelli onde batterci; e mordenti la catena e avventantisi contro alla
terra, li reprime col piè, e sì domi e sì mansueti li rende, che sembrano non
ministri di punizione, ma statue per ornamento; sofferendo che plures
Dominum idcirco non credant, quia seculo iratum tandiu nesciunt. Or dunque,
potevansi ordinar più saggiamente gli scuri dell'umana malizia, che adoperati a
fare che il suo contrario, della divina bontà, spicchi più chiaro? E tutto
insieme dare al mondo una lezione d'esempio il più sublime per la dignità del
maestro e il più conveniente che esser possa per la forza dell'incomparabile
comparazione, insegnandoci a così trattar noi i nostri nemici come Iddio tratta
noi suoi ribelli? Vergognomi a raccordarlo, ma vergogna appunto vuol ch'io
raccordi, quel savio sì, ma idolatro Cleante che, dimandato perché, sì
agevolmente potendolo, non prendesse vendetta de' suoi oltraggiatori:
"Parvi egli" disse "che ciò sia da sofferirsi né a me né a
qualunque altro eziandio se possentissimo re, mentre Ercole e Bacco, messi in
favola da' poeti, sel soffrono in pazienza; e pur hanno, quegli la noderosa
mazza e il braccio che si levò in ispalla il mondo, e questi l'asta ferrata e
le tigri?".
Ma in fine, il sofferir di Dio ha suo termine; e
lo reale scettro che David gli vide in pugno è una verga di ferro, lieve a
reggere chi l'ubbidisce, pesante a rompere chi la contrasta. Non parliamo ora
de' gastighi della vita presente, ma sol degli eterni avvenire: ché quegli mi
torneranno alla penna sotto altro più convenevole argomento. Mal fa, dice
sant'Agostino, chi nel sole vorrebbe vivo il lume perché il rischiara, e morto
il calore perché l'abbronza, e in un medesimo l'ama per quello e l'odia per
questo, e altresì in Dio la pietà che perdona e la giustizia che punisce:
essendo egli ugualmente amabile, come ugualmente Dio, punitore de' rei che
premiatore de' giusti. Altrimenti, come ben disse Tertulliano dell'insensato
Dio fintosi da Marcione, stupidissimus est qui non offenditur facto, quod
non amat fieri; e se in mano a Giove fictile fulmen erit, i ragni
gli tesseran le tele su gli occhi, e le rondini gli appiccheranno alla barba i
lor nidi e gli listeranno il petto d'altri fregi che d'oro e di perle. Or come
quando Roma per la sontuosità delle fabriche era tutta miracoli, il maggior
d'essi erano i sotterranei scolatoi delle immondezze, tal che Plinio le chiamò cloacas,
operum omnium dictu maximum, suffossis montibus, atque Urbe pensili, subterque
navigata, e il Re Teodorico, celebrandole anch'egli per bocca di Cassiodoro
come quelle quae tantum visentibus conferunt stuporem, ut aliarum civitatum
possint miracula superare, soggiunse: Hinc, Roma, singularis quanta in
te sit potest colligi magnitudo. Quae enim urbium audeat tuis culminibus
contendere, quando nec ima tua possunt similitudinem reperire? Non
altrimenti nella Città di Dio (dico in questa delle cui grandezze, del cui
ordine, del cui governo a regola di providenza sant'Agostino compose que'
ventidue libri, ne' quali, come negli altri ogni altro, così in essi vinse e
passò sé medesimo) maravigliose oltre a ogni umano intendere sono le vie
apertevi per sotterra a menarne fuori le anime lorde d'ogni bruttura di vizi, e
con esse le infinite sporcizie che col tocco infettano e col puzzo ammorbano il
mondo, e tutte scolano ed hanno lor ricettacolo colagiù nell'inferno, dove solo
è il luogo degno di loro: tal che ivi, così ben collocate che altrove meglio
non si potrebbe, compiono anch'esse il buon ordine dell'universo; e
nell'orribile scuro di quella eterna notte e nell'abisso di quelle
inconsolabili tenebre campeggia a maraviglia il chiaro della giustizia di Dio,
ordinatore delle ombre, dice il medesimo sant'Agostino, cio è de' vizi nostri, cum
eo loco peccatores constituit, quo ea perpeti cogit quae merentur. E tanto
basti aver detto in rispetto di lui. Siegue ora a vedere com'egli niente meno
providamente ordini il male de' reprobi a bene degli eletti, facendo trionfar
la sua grazia ne' vittoriosi combattimenti della loro virtù, non provata e non
chiara al mondo se non a forza di contrario, col porlesi a canto gli scuri
dell'altrui malvagità. Nel quale argomento, peroché, come ognun vede, egli è
ampissimo, basterà uno o due testimoni in diverso genere celebratissimi, con
quel dipoi che ne verrà dietro per conseguente in confermazíone del sopradetto.
E sia il primo quel già un'altra volta
raccordato e sempre memorabile avvenimento tra Giuseppe figliuol di Giacobbe e
l'impudica moglie di Putifari suo padrone: la quale, peroché è istoria da
ritrarsi non solamente col carbone d'Archita, ma col magisterio di Timante,
nelle cui opere in pittura poco si mostrava e tutto s'intendeva, io, che non ne
ho l'arte, per non fare uno storpio in luogo d'uno scorcio, lascerò in bianco
la tela, solamente scrivendovi in oro di perfetto cimento il nome di quel
Giuseppe quem domini sui uxor peius amare coeperat, quam oderant fratres.
E chi mai si sarebbe fatto a credere che una sì candida perla orientale si
nascondesse in seno a una di fuori sì disadorna conchiglia, se non v'era una
mano rapace che, stendendosi per involarla, la dimostrasse? Che in un povero
servidore, anzi schiavo, fosse tanta signoria di spirito sopra il proprio e
l'altrui disonesto appetito? Tre potentissimi consiglieri furono in quel punto
a gli orecchi di Giuseppe, per tutti insieme tirarlo al dormi mecumdella
ribalda: la solitudine, la gioventù, le preghiere. La solitudine, che col
silenzio più d'ogni eloquenza possente non persuade solo, ma incanta: perché,
non v'essendo chi vegga, toglie la vergogna d'esser veduto, e promettendo di
sepellir fra due mura il misfatto, il fa nascere più facilmente. La gioventù,
che per amare non ha bisogno d'essere amata, per consentire non accade che sia
richiesta: sì fattamente che etiam non irritata, invitis foeminis violenta
esse consuevit; e ben assai fa se fuggita si resta: che ancor seguitata
fugga, questo è più raro al mondo che la fenice. Le preghiere, che non
consigliano solamente, peroché non mettono in deliberazione il fatto, ma
sforzano a commetterlo, tanto più violente quanto più dolci. E poi, preghiere
d'una padrona, che come l'arco prende forza dal piegare, elle col mostrar
suggezione acquistano il doppio più imperio. Dunque, miracolo che la solitudine
mutola non l'incanti, la gioventù precipitosa nol crolli, il fiato del
basilisco non l'avveleni; anzi, perché si venne alle prese, il tocco
dell'appestata in nulla il contamini. Ma sua mercé che le lasciò in mano la
vesta, più non avendola, e giustamente, per sua, da ch'ella si tenea con colei,
quasi seco intendendosi di tradimento. E valsegli a fuggir più spedito, Ma
dove? Entro una carcere: accusato dalla rea l'innocente, dall'adultera il
casto; ma pur così meno avversa nimica che amante, men dannosa con le catene
che con le braccia, cui indarno gittò per con esse allacciarlo, nulla in fine
operando altro che quel ch'io diceva: scoprire un giglio perché ne apparisse il
candore che senza lei si occultava: mettere uno scuro sì denso quanto è un
adulterio appresso il chiaro d'una vergine onestà, perché meglio spicchi e a
tutto il mondo si manifesti, messagli in veduta, in venerazione, in esempio da
Dio stesso, ivi allora presente e intimo ad amendue; ma, come disse Agostino di
due, l'un cieco e l'altro veggente, ambobus sol praesens est, sed praesente
sole, unus est absens. Poscia impareggiabili, cioè pari al merito, sono le
lodi con che i Padri, Zenone, Ambrogio, Basilio di Seleucia e tanti altri, verborum
liliis (per usar le parole di san Gregorio Nisseno) han coronata e messa in
ammirazione al mondo l'immacolata onestà di Giuseppe. Così anche i mali di
colpa soggiacciono alle disposizioni di Dio, in quanto ciò che altri mal opera
egli ben ordina a pro de' giusti, loro assistendo con gli aiuti della sua
grazia perché, riuscendone vincitori, a lui crescano gloria e merito a sé
stessi: e mentre alios probat et de aliis probat, omnes ordinat.
Venga ora in campo Giobbe, che è l'altro, in
altro genere, e per ciò avvedutamente l'ho scelto. Le battaglie della pazienza
e le vittorie della fortezza di questa, come Teofane Niceno il chiamò, torre di
vivo diamante furono sì illustri che meritarono aver teatro il cielo, gli
angioli spettatori e Dio panegirista. E certo non furono al mondo mai
infelicità più beate, debolezze più forti, abbassamenti più eccelsi, infortuni
più fortunati, ignominie più gloriose, perdite più trionfali. Né quella tanto
famosa Arabia Felice dove egli era re – dice il Crisostomo – sparge mai sì
lontano e sì amabile la fragranza de' preziosi aromati ch'ella produce, quanto
le innocenti piaghe di Giobbe, le quali tutto empiono e confortano il mondo con
tale un odor che ne spira, che simile non ne ha la terra se nol trae dal
paradiso. Congiurarono contro a lui il cielo con insolite piogge di fuoco,
l'aria con impetuosi gruppi di vento, la terra con improvisi abbattimenti di
fabriche; e le masnade de' ladroni che ne predaron gli armenti; e i vermini
che, nati di lui, lui cadavero vivo rodevano; e gli arrabbiati demoni che il
carminaron con le unghie e dal seggio reale lo strascinarono fino a lasciarlo
su un fetido mondezzaro; dove, veduto da tutti, compatito da pochi, non
soccorso da niuno, non avea né pure un cane cirugico che, come a Lazzero, gli
leccasse le piaghe; ond'egli da sé testa saniem radebat. Sola in tanto
abbandonamento gli fu lasciata la moglie; e fu una pietà da nemico doppiamente
crudele: serbandola ut ipse diabolus haberet adiutricem, non ut maritus
consolatricem. Peroché, presolo il demonio a combattere con tutte insieme
le arti da vincere una real fortezza – e per assedio, degl'importuni e
calunniatori amici; e per fame, togliendogli ogni suo avere; e per assalto, de'
messi che l'un presso all'altro gli portavan le dolorose novelle; e per
tradimento, in fin dentro al suo cuore, ove il tentò a rendersi l'amor di padre
verso dieci figliuoli uccisigli in un giorno; e per batteria, facendogli
breccia in tutto il corpo laceratogli a mille piaghe – indovinando che con
tanto fare nulla farebbe, si riserbò per ultimo la scalata, e presentogliela
adoperando a ciò la moglie: cor enim mulieris tenuit (dice san Gregorio
il Magno) et quasi scalam qua ad cor mariti ascendere posset, invenit.
Occupavit animam coniugis, scalam mariti. Ma che pro, se, come ben disse
sant'Agostino, più forte Giobbe mezzo morto nel mondezzaro che Adamo immortale
nel paradiso, dimostrò che avea gustato il frutto dell'albero della scienza del
vero bene e del vero male, mentre con un aspro sì, ma degno rimprovero fe'
ammutolire quella sua Eva, quanto a lui stolta parlatrice tanto a' demoni
inutile consigliera. Chi naviga in bonaccia e a ciel tutto sereno con cuor sì
tranquillo come Giobbe nella buia notte delle sue desolazioni, nelle furiose
tempeste de' suoi travagli? Chi ama Iddio nelle prosperità sì focosamente
com'egli nelle sue pene? A guisa delle grandi faccelle, che riversate si
volgono con la fiamma il doppio maggiore al cielo, e il soffiar per ispegnerle
è maggiormente accenderle. Grandi erano le sue piaghe e di pari grande il
dolore che per esse gli entrava nel vivo a tormentarlo; ma troppo maggiore la
sua pazienza, che non gli uscì mai in un gemito che non fosse un ruggito di
lione, in una parola che non fosse un misterio di profeta. Gli cadeva la carne
di dosso, o squarciata a brani o risoluta in fracidume: ed egli cantava le
glorie della risurrezion della carne; e quanto gli si levavan d'inanzi,
perdendole, le cose della presente mortalità, tanto a lui si scoprivano, ed
egli a tutto il mondo manifestava, quelle dell'immortalità avvenire. E come i
tronchi del balsimo ove si feriscono nella corteccia ivi stillano quel prezioso
licore che salda a noi le ferite, così egli delle sue piaghe facea medicina
alle nostre: quanto salutevole sallo il mondo, che da trentatré secoli il
pruova, e proverallo fin che siano al mondo miserie e finché duri la memoria di
Giobbe, la quale, per volger d'anni, mai non sarà che invecchi e discada.
Verrassi ad apprendere la saldezza incontrastabile ad ogni contrasto da quello
scoglio di bronzo, immobile a quanto d'onde in tempesta può muover l'inferno
sconvolgendosi fin dal fondo. Verrassi nelle perdite d'ogni bene del corpo a
far ricca l'anima in quelle miniere d'oro della sua vita, in cui i tanti
fulmini che scoccarono i demòni, tutta rompendola, apersero un tesoro bastevole
a provedersene tutto il mondo. Verrassi a prendere spiriti di generosità
insuperabile da quel cuore, da cui tutto il gran peso delle miserie che il premettero
non poterono spremer per gli occhi una lagrima d'amarezza: per quegli occhi,
che si videro inanzi il frantume di sette figliuoli e tre figliuole innocenti,
sfracellati tutti insieme a un punto dalle rovine d'una casa diroccata lor
sopra, per iscossa d'un turbine mosso da spiriti non dell'aria, ma
dell'inferno. Né morì in essi dieci volte il suo cuore, come avrebbe fatto in
ogni altro, perch'egli avea la sua vita immortale in Dio; il qual solo, in
tante perdite, non perdé, e per cui solo non perdé nulla, avendo in lui solo
ogni bene: per ciò anche quando Iob omnia tolerabat, dupla non sperabat.
Qual maraviglia dunque ch'egli, come dice il Crisostomo, avesse intorno più
angioli che l'ammiravano, che demòni che il combattevano? E che a Dio
bisognasse trovare una nuova foggia di corona che, come stato in ogni suo
membro combattente e vincitore, tutto da capo a piè il circondasse?
Or come vi par egli che Iddio ben sappia
ordinare gli scuri e far che per essi campeggino i chiari? Valersi della
malizia de' reprobi in accrescimento di gloria a gli eletti. Che saprebbe ora
il mondo di Giobbe, se il padre delle tenebre non l'avesse renduto sì
splendido, battendolo come si fa delle selci, che dalle ferite gittano luce e
fuoco, onde, di fredde ch'erano, ardenti, d'oscure si rendono luminose?
Togliete, disse colui, dalla vita d'Ercole, Euristeo, Gerione, Caco, Diomede,
Busiride, i Giganti, e l'Idra e 'l Lione e le Stinfalidi e Cerbero, scorrere
tutto il mondo, faticare, combattere: egli è perduto; quell'eroe che si corona
di stelle in cielo non avrà in terra una scintilla di gloria che ne tenga vivo
il nome e in memoria il valore. Similmente la vita di Giobbe: toglietene i
Caldei predatori, i Sabei ladroni, le piogge del fuoco, i turbini, le rovine,
la strage de' figliuoli, la povertà, l'abbandonamento, i vermini, le piaghe, il
dolore, la moglie seduttrice, gli amici rimproveratori, il demonio tutto
movente: il mondo ha perduto Giobbe, e Giobbe ha perduto il mondo, che non
sarebbe ora teatro delle sue glorie, se non fosse stato campo delle sue
battaglie e spettatore de' suoi trionfi.
Come dunque no? Che alla disposizione della
rettissima providenza di Dio non soggiacciano anco le ree volontà de' perversi,
in quanto egli ne ordina le male opere a buoni effetti, crescendo merito e
premio a gli eletti con quel medesimo onde i reprobi a sé crescon demerito e
pena? Quindi eccovi come ben si riconosca dalla bontà di Dio ancor quello che
ad affliggerci ha sua origine dalla malizia degli uomini: permessa a questi la
colpa, voluta in noi la pazienza e 'l merito che ne proviene, Ne son pienissime
le Scritture, fino a dir colà David di quel villano di Semei che il lapidava
non meno con le oltraggiose parole che con le pietre: Dimittite eum ut
maledicat. Dominus enim praecepit ei ut
malediceret David; et quis est qui audeat dicere, quare sic fecerit? Ma non
vo' dilungarmi da Giobbe. Spogliato di ciò che avea, sino alla propria pelle
stracciatagli indosso, disse egli per avventura: Dominus dedit, diabolus
abstulit? Intendat charitas vestra (siegue a dire sant'Agostino) ne
forte dicatis: Haec mihi diabolus fecit. Prorsus ad Deum tuum refer flagellum
tuum. E uditene il perché, e se Giobbe dirittamente argomenta per bocca del
medesimo Agostino: Quantum accepit ille potestatis, tantum ego patior. Non
ergo ab illo patior, sed ab illo qui potestatem dedit.
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