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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO SECONDO
    • CAPO QUINTO
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CAPO QUINTO

Il mondo in Dio e Iddio nel mondo. Il tutto a lui presente, ed egli presente al tutto.

 

Giove in visibile apparenza appena mai si usò da gli antichi effigiarlo altrimenti che recato in un severo contegno, e non tanto per maestà grave come terribile per rigore. Per ciò avente in mano non, qual si converrebbe al sovrano re degl'Iddii, uno scettro fiorito d'oro e ingemmato di stelle, ma qual si dee a giudice e vendicatore degli uomini, un formidabil gruppo di fulmini, con intorno avvolti i tuoni, le procelle e i furiosi nembi che in avventarli si muovono. A' suoi piedi l'aquila mezzo su l'ali, in uno stare orgoglioso, co' focosi occhi tutta in lui affissata, sì come intesa ad osservarne e pronta ad ubbidirne i cenni, e con un prestissimo volo gittarsi fin dentro alle grotte di Mongibello e quivi, di su l'ancudine a Vulcano e di sotto i martelli a' Ciclopi, con gli artigli e col becco prendere nuovi fasci di fulmini e a lui recarli: accioché Giove mai non abbia disarmata la destra, né i l mondo il vegga se non minaccioso in atto e terribile in sembiante. Tale il ritrasse la Grecia, e simile fu la copia che da lei ne ricavò Roma fin da quando, povera e non altro che un mucchio di tuguri pastorecci, era tutta alla rustica: e alla rustica v'abitavan con gli uomini anche gl'iddii, tal che quel sommo fra tutti

 

Iuppiter angusta vix totus stabat in aede,

inque Iovis dextra fictile fulmen erat.

 

Questa figura di Giove, e con essa il titolo di tonante passatogli in proprio nome, più si confaceva all'indegnità degli uomini, per affrenarli con un salutevol timore, che alla dignità di Dio, per esprimerlo in una convenevole imagine di maestà. E fu buon consiglio de' savi, dice lo Stoico, attribuirgli i fulmini e mostrarvelo armato, ut supra nos aliquid timeremus. Utile enim erat in tanta audacia scelerum aliquid esse adversum quod nemo sibi satis potens videretur: ad conterrendos itaque eos, quibus innocentia nisi metu non placet, posuere super caput iudicem, et quidem armatum.

 

Ma se Iddio più saviamente a' più savi rappresentar si volesse, fra quante mai e naturali e simboliche imagini ebbe Giove appresso gli antichi, niuna ne ho io veduta che tenga più dell'originale, cioè del divino, che la ritratta in disegno finamente platonico dal filosofo Marziano. Formalo qual si conviene a chi tutto sa e tutto opera ciò che si fa nel mondo: perciò in atto di mirar fisamente coll'occhio, e d'abbracciar con la mente un globo di purgatissimo cristallo che gli sta inanzi, rappresentante il mondo in un sì vero e sì maraviglioso compendio, che questo grande universo nulla in sé racchiude, quantunque esser possa invisibile nella mole e momentaneo nella durata, che quel piccolo nol comprenda; e vi pende sopra scritto in caratteri di purissima luce il titolo Idea mundi.

 

Quivi i cieli, e nella proporzione delle misure, e nell'armonia de' moti, e nella concatenazione de' rapimenti, e nella varietà delle influenze, e nel contrario andare in su diversi poli a termini contraposti; e nell'infallibile regola le sregolate, e nel bellissimo ordine le disordinate intrecciature delle sfere minori in che quinci e quindi dall'eclittica, or a settentrione or ad ostro, largheggiano i pianeti, tali appunto quali son questi che ci si aggirano intorno. Così anche il sempre ugual circuire del tempo, il sempre disuguale avvicendarsi della notte e del , il sempre simile e diverso succedersi delle stagioni. Ogni stella poi, e mobile e fissa, con in fronte il carattere significante, in qualità e in numero, l'efficacia e i gradi della sua propria virtù e ciò che sole e ciò che in vari aspetti configurate producono, o benefiche o maligne. Quelle che tempestano o rabbonacciano il mare, che attizzano o tranquillano i venti, che annuvolano o rasserenano l'aria, che disertano o fecondan la terra. In seno al cerchio infimo del ciel lunare si chiude il globo degli elementi: e in fondo ad esso giace il piccolo della terra. Piccolo dissi, ma non sì che nulla v'abbia, in questo dove abitiamo, che altresì in quello non sia. Né dico solo i grandi oceani con quanto v'ha per essi e d'isole e di scogli: e l'Istro e 'l Tanai e 'l Nilo e 'l Gange e l'Indo e 'l Maragnone, fiumi reali e mari d'acqua dolce, massimamente alle foci; né solo il Tauro e 'l Caucaso e l'Olimpo e l'Ato e le grandissime Alpi, giganti fra le montagne, ma ogni laghetto, ogni fosserella, e le poverissime fonti, e i ruscelli d'un sol filo d'acqua, e le collinette e i poggerelli che appena si lievano d'in su 'l piano, e che dico? Non v'è qui stilla d'acqua o granello di rena che manchi in quel perfettissimo esemplare dell'Universo. Taccio degli animali, degli uccelli, de' pesci, quantunque in ciascuno elemento infinita ne sia la moltitudine, inesplicabile la varietà, incomprensibili le nature, differentissimi i corpi: che tutti ivi si veggono dalle gran balene fino a' piccoli vermicelli. Èvvi tutta la generazione degli uomini, quanti ve ne ha d'incogniti e di saputi, dall'uno all'altro termine della terra, sian dimestici o selvaggi, adunati o raminghi; e le città e i villaggi, e quanto v'ha d'abituri, dalle reggie fino a' tuguri, da' palagi de' grandi fino alle capanne de' boscaiuoli. E ciò che dentro e di fuori d'esse o si opera in fatto o si machina in pensiero, tutto in quel misterioso cristallo è palese; né v' ha solitudine o silenzio o tenebre che all'occhio di Dio, inteso ugualmente a tutto, nulla nascondano. Né ristà egli in quella sterile e curiosa veduta dell'andar che fanno sì l'ordine della natura e sì anco il disordine delle cose umane, ma distesa sopra quel piccol suo mondo la mano, tal una virtù ne deriva e si riparte, a ogni particolare individuo la sua conveniente, che non ha questo gran mondo nulla di bene che da essa nol tragga. E quel suo in apparenzasemplice e invariabil cenno ben inteso dalla natura a lei è disciplina e legge, da variare in perpetui cambiamenti ciò che di salutifero e di nocevole ne proviene. Quinci i furiosi venti e i piacevoli, le tempeste e le calme, le piogge e i sereni, la sterilità e l'abbondanza, l'infezione e la nettezza dell'aria, i triemiti e la stabilità della terra, le sovversioni e gl'inalzamenti de' regni, le buone e le ree fortune, la sanità e i malori, la vita e la morte. In hac igitur (mundi idea) quid cuncti, quid singuli nationum omnium populi quotidianis motibus agitarent, perinde ac in speculo relucebat. Ibi quem augeri, quem deprimi, quem nasci, quem occidere Iupiter vellet, manu propria ipse firmabat; quam terrarum partem disperdere, quam beare, quam vastam, quam celebrem cuperet, fictor arbitrarius variabat.

 

Tale appunto effigiò il suo Giove Marziano, tutto, come dissi, allo stile platonico, cioè filosofo nel disegno e poeta nel colorito: ben avvisandosi che provido e giusto non poteva esprimere Iddio, se nol dimostrava conoscitore; per ciò gli pose inanzi a gli occhi, e volle dir nella mente, tutto il mondo in perfettissima idea, rappresentantegli fino alle menome cose ciò che in questo materiale universo, facendo e disfacendo, continuamente si varia.

 

Ma quantunque ciò sembri esser molto, la filosofia cristiana, se altro non vi si aggiunge, non se ne appaga. Conciosia che vedere Iddio le cose non earum scientia, sed sui ipsius, come ne parla il divino Areopagita, e dentro sé medesimo ordinar quello che secondo i dettati dell'infallibile sua providenza gli è in grado che di loro si faccia, questa, a dimostrar l'unione e dipendenza che le creature han da Dio, sì nell'essere e conservarsi come nell'operare, in verità non è più che una sola parte di tutto il vero: mostrando ella bensì tutte le cose a Dio presenti in idea, ma non lui altresì presente, anzi intimo, a tutte le cose. Gli Stoici raccordati da Tertulliano sequestrarono Iddio fuor del mondo, facendolo tutto estrinseco alla natura, ma immediato alla superficie dell'ultimo cielo e colà, senza mai nulla stancarsene, faticante in dar la volta a tutte insieme le sfere, contemperandone i moti variamente dovuti alle misure del tempo e al sempre nuovo ordine delle cagioni, succedentisi le une alle altre sempre le medesime e sempre nuove per la diversità degli effetti che all'intero ben essere di questo mondo inferiore abbisognano. Perciò, come il vasaio, dicevano essi, non è intimo alla creta ch'egli lavora né a l vaso che ne figura né alla ruota che in sé medesima si ravvolge, non altrimente Iddio è tutto estrinseco al convesso del supremo ed ultimo cielo, e sol gli quell'ugualissima impressione del moto che poi, disugualmente partecipato da gl'inferiori, fa che tutti, qual più e qual meno velocemente, s'aggirano; e con ciò varie contemprino le virtù, de' cui semi questa infima parte elementare s'ingravida e feconda. Più dentro il trasse l'Autore di quel per altro ammirabile libro de Mundoappropriato ad Aristotele: conciosia che desse a Dio per sua reggia i cieli, e come Cambise, dice egli, e Serse e Dario re della Persia risedendo in Ecbatana o in Susa governavano tutto il grande imperio dell'Asia, senza nulla avvenire, per quanto è di paese dall'Ellesponto all'India, che lor non fosse palese, tra per la vigilanza degl'infiniti ministri e per la velocità de' corrieri e per li fuochi che sopra le più alte vette de' monti a luogo a luogo disposti davan segno i vicini a' vicini di qualunque improvisa novità accadesse: con un sì presto andar di que' segni, già concertati, che in ispazio d'un si risapevano in corte i fatti un mezzo mondo lontani. Non altramente Iddio risedente in cielo, e presente qua giù solo con la maestà e col comando, regge l'aria, l'acque e la terra e le vicende della natura; e le svariate fortune degli uomini, comunque elle ci avvengano, prospere o infelici, ordina e concatena. Praestabilius enim esse censemus, dice egli, Deoque tum decentius, tum magis consentaneum, ita de eo opinari, ut dicamus, potestatem illam in caelo sedes suas habentem, incolumitatis causam rebus universis praestare, iis quoque quae longius ab ea remotae sunt: nec illis assentiri, qui eam ipsam potestatem per omnia pertendentem et ventitantem, ad ea quoque quae nec adire ipsam honestum est, nec dictu speciosum, sua illic opera efficere contendunt, resque terrenas administrare. Così egli. E siegue a dimostrarne il come. Èvvi egli mai avvenuto di veder certi bagattellieri, che mettono a ragionare in iscena de' fantoccini snodati in tutte le giunture del corpo e li fan muovere con sì bel garbo e sì acconcio ad esprimer quello di che ragionano, che in qualunque modo lor sia in piacere gli atteggiano? Caminare, ballare, abbracciarsi, sedere, disperarsi, combattere, e per fin volgere la cervice e gli occhi, con tanta maestria e grazia che sembrano animati. Or di cotal muoversi e operare tutto l'ingegno consiste in certe sottilissime fila che pendono dalle dita del giucoliere, e in attrarle o rallentarle, com'è bisogno all'accompagnatura del dire di que' piccoli recitan, le lor membra alle quali le fila s'annodano ricevono il muoversi e l'atteggiare che fanno. Tal dunque è, secondo lui, quella invisibil virtù da cui Iddio ci tien pendenti, e per cui senza calar dal cielo muove le cose di quagiù, traendo l'una cagione inferiore coll'altra superiore, senza far egli altro che dar l'impressione alla prima, da cui successivamente le inchiuse dentro a lei, o a lei concatenate, si muovono.

 

Finalmente certi altri, mille trecento anni fa, raccordati da Mario Vittorino, non avvolsero Iddio intorno alla superficie, né il diffusero per lo gran corpo de' cieli, parendo loro non poter l'indivisibile dilatarsi alla misura d'un corpo materiale senza divenir divisibile e misurato; perciò tutto il ristrinsero dentro all'imo e indivisibil punto che fa di sé centro all'universo, e quivi in lui solo adunati piantarono i capi di tutte le linee, cioè le origini di tutti gli effetti che si producono nella natura. Così al centro del mondo s'adatterebbe il titolo che i Pitagorei raccordati da Proclo gli davano, chiamandolo la prigione di Giove.

 

Tutti costoro, per sentire, come lor ne pareva, degnamente di Dio, ne sentirono indegnamente, eziandio secondo filosofi; conciosia che, a ben discorrere, nulla esser vi possa né lungi né fuori di lui: di che la ragione non è punto malagevole a rinvenire. Peroché, non potendo niuna cosa produr sé medesima (altrimenti le converrebbe essere prima d'essere) neanche può da per sé medesima conservarsi: essendo la conservazione una, per così dirla, successiva e continuata produzione. Debbe elle dunque ricevere il primo essere e 'l non interrotto durare da un operante che possa e trarla dal non essere e trattala mantere. Or verissimo è l'assioma che ogni agente a quello in che immediatamente opera de' unirsi con virtù operante. Ma la virtù di Dio non è cosa accidentale, tanto men si può dire da lui disgiunta o separabile: dunque, s'egli è la sua medesima virtù, e questa de' trovarsi intima a ciò ch'ella opera, e sua opera è mantener nell'essere, che da sé non ha, quel che vi dura, ne siegue per necessario conseguente che Iddio stesso a tutte le cose che sono, in quanto per lui sono, è intimo e presente. Sopra che ben degno è d'udirsi ragionare un po' a lungo san Gregorio il Grande; già che dell'intero dir che ne fa, il torne una parola sarebbe come altrettanto che torre a Dio una gemma dalla corona. Quia enim ipse manet intra omnia, dice egli, ipse extra omnia, ipse super omnia, ipse infra omnia; et superior est per potentiam et inferior per sustentationem; exterior per magnitudinem, interior per subtilitatem; sursum regens, deorsum continens; extra circumdans, interius penetrans; nec alia ex parte superior alia inferior, aut alia ex parte exterior atque alia manet interior: sed unus idemque totus, ubique praesidendo sustinens, sustinendo praesidens, circumdando penetrans, penetrando circumdans. Unde superius praesidens, inde inferius sustinens; et unde exterius ambiens, inde interius replens. Sine inquietudine superius regens, sine labore inferius sustinens, interius sine extenuatione penetrans, exterius sine extensione circumdans. Est itaque inferior et superior sine loco; est amplior sine latitudine; est subtilior sine extenuatione. Quo igitur ab eo exitur, qui dum per molem corporis nusquam est, per incircumscriptam substantiam nusquam deest? Così degnamente di Dio si sente e si parla: cioè per tal modo, che né più alto si possa intendere, né il quantunque alto intendere che se ne faccia si creda pareggiarsi col vero, anzi esserne un'immensità da lungi, e un quasi puro niente a paragone d'un infinito. Né sì nemico all'oscurità delle tenebre è lo splendor della luce, come questa chiarissima verità dell'essere Iddio a tutte le cose intimo e presente è nimica all'ombre che ingombrano e talvolta offuscano, tal altra anche del tutto accecano il cuore de' miscredenti, scioccamente dubbiosi se Iddio sa e vede il tutto e se ha le cose nostre sì conte com'elle in verità sono: principalmente le sommerse in fondo alle tenebre della notte, le suggellate con inviolabil segreto in bocca a' consapevoli, e le sol concepute nel cuore e non nate o di fuor palesi per segno sensibile a dimostrarsi; onde in lui nasca per conseguente, dal non risapere il tutto, il non poter reggere il tutto com'è richiesto a una infallibile providenza. Tal che come, appresso Livio, quel sempre vittorioso Manlio Torquato già per la lunga età poco men che affatto privo della veduta e nondimeno assunto a governar l'Imperio di Roma, tutto insieme consolo e generale d'eserciti, mai, per quanto e amici e popolo nel ripregassero, non fu potuto condurre a rendersi e consentire, dicendo: Impudentem, et gubernatorem, et imperatorem esse, qui, cum alienis oculis ei omnia agenda sint, postulat sibi aliorum capita, et fortunas committi. Non altramente Iddio, secondo il reo sentir di costoro, a fare da quell'infinitamente savio e giusto ch'egli è non dovrà presumersi sufficiente all'universale e intero governo del mondo, molto meno esaminatore e giudice delle azioni umane, se non risà e non vede per sé medesimo il tutto. E il creder, che gli empi fanno, di potersi sottrarre a' suoi occhi (o, come il santo re David parla in mistero, alle palpebre degli occhi suoi, con le quali interroga i figliuoli degli uomini, conciosiaché non sia veduto e perciò creduto vedere) questo, come in più luoghi protestano le divine Scritture, è quel che li rende arditi e franchi al mal operare. Ma i mal veggenti o, per meglio dire, gli affatto ciechi dell'anima il sono essi soli, facendo appunto come quella, bestia magis quam avis, lo struzzolo, allora che, volendosi appiattare, lo sciocco altro di sé non ricuopre che gli occhi, altro non asconde che il capo, o mettendolo dentro un folto cespuglio o ficcandolo nella rena: con tutto il rimanente del gran suo corpo rimane in veduta d'ognuno. Ita, disse Tertulliano, dum in capite secura est, nuda qua maior est, capitur tota cum capite.

 

Presentissime dunque sono a gli occhi di Dio tutte le cose, si perché tutte, eziandio le state, le avvenire e le possibili, le ha dentro sé medesimo in idea, più perfettamente ch'elle non sono nel loro medesimo essere, e sì anche perché, come disse sant'Agostino, non fecit et abiit, sed ex illo, in illo sunt: non potendo nulla che sia o produr sé medesimo quando non è, o per sé medesimo sostenersi quando è. E se Platone insegnò che Iddio dal governo del mondo si torna a riconcentrar nel suo essere e a rimirarsi nel vivo specchio di sé medesimo, un cotal dire fu d'uomo che interrompe e diparte in Dio le operazioni secondo il corto sentire e 'l finito operare umano: essendo verissimo che Iddio e nello specchio di sé medesimo vede il tutto e nel tutto vede sé medesimo, né ha mestieri di ritornare a sé chi volgendosi alle creature non però mai da sé si dilunga o parte.

 

Or, per conchiusione di questa materia, odasi come nobilmente ne parla il valente orator cristiano Minuzio Felice, per bocca del suo Ottavio. Sed etenim Deus actum hominis ignorat et in caelo constitutus non potest aut omnes obire aut singulos nosse. Erras, o homo, et falleris: unde enim Deus longe est, cum omnia caelestia terrenaque et quae extra istam orbis provinciam sunt, Deo plena sint? Ubique non tam nobis proximus, sed infusus. In solem adeo rursus intende: caelo affixus, sed terris omnibus sparsus est; pariter praesens ubique interest et miscetur omnibus, nusquam enim claritudo violatur. Quanto magis Deus auctor omnium, a quo nullum potest esse secretum, tenebris interest, interest cogitationibus nostris, quasi alteris tenebris! Non tantum sub illo agimus, sed cum illo, prope dixerim, vivimus.

 




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