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CAPO QUINTO
Il mondo in Dio e Iddio nel mondo. Il tutto a
lui presente, ed egli presente al tutto.
Giove in visibile apparenza appena mai si usò da
gli antichi effigiarlo altrimenti che recato in un severo contegno, e non tanto
per maestà grave come terribile per rigore. Per ciò avente in mano non, qual si
converrebbe al sovrano re degl'Iddii, uno scettro fiorito d'oro e ingemmato di
stelle, ma qual si dee a giudice e vendicatore degli uomini, un formidabil
gruppo di fulmini, con intorno avvolti i tuoni, le procelle e i furiosi nembi
che in avventarli si muovono. A' suoi piedi l'aquila mezzo su l'ali, in uno
stare orgoglioso, co' focosi occhi tutta in lui affissata, sì come intesa ad osservarne
e pronta ad ubbidirne i cenni, e con un prestissimo volo gittarsi fin dentro
alle grotte di Mongibello e quivi, di su l'ancudine a Vulcano e di sotto i
martelli a' Ciclopi, con gli artigli e col becco prendere nuovi fasci di
fulmini e a lui recarli: accioché Giove mai non abbia disarmata la destra, né i
l mondo il vegga se non minaccioso in atto e terribile in sembiante. Tale il
ritrasse la Grecia, e simile fu la copia che da lei ne ricavò Roma fin da
quando, povera e non altro che un mucchio di tuguri pastorecci, era tutta alla
rustica: e alla rustica v'abitavan con gli uomini anche gl'iddii, tal che quel
sommo fra tutti
Iuppiter angusta vix totus stabat in aede,
inque Iovis dextra fictile fulmen erat.
Questa figura di Giove, e con essa il titolo di
tonante passatogli in proprio nome, più si confaceva all'indegnità degli
uomini, per affrenarli con un salutevol timore, che alla dignità di Dio, per
esprimerlo in una convenevole imagine di maestà. E fu buon consiglio de' savi,
dice lo Stoico, attribuirgli i fulmini e mostrarvelo armato, ut supra nos
aliquid timeremus. Utile enim erat in tanta audacia scelerum aliquid esse
adversum quod nemo sibi satis potens videretur: ad conterrendos itaque eos,
quibus innocentia nisi metu non placet, posuere super caput iudicem, et quidem
armatum.
Ma se Iddio più saviamente a' più savi
rappresentar si volesse, fra quante mai e naturali e simboliche imagini ebbe
Giove appresso gli antichi, niuna ne ho io veduta che tenga più dell'originale,
cioè del divino, che la ritratta in disegno finamente platonico dal filosofo
Marziano. Formalo qual si conviene a chi tutto sa e tutto opera ciò che si fa
nel mondo: perciò in atto di mirar fisamente coll'occhio, e d'abbracciar con la
mente un globo di purgatissimo cristallo che gli sta inanzi, rappresentante il
mondo in un sì vero e sì maraviglioso compendio, che questo grande universo
nulla in sé racchiude, quantunque esser possa invisibile nella mole e
momentaneo nella durata, che quel piccolo nol comprenda; e vi pende sopra
scritto in caratteri di purissima luce il titolo Idea mundi.
Quivi i cieli, e nella proporzione delle misure,
e nell'armonia de' moti, e nella concatenazione de' rapimenti, e nella varietà
delle influenze, e nel contrario andare in su diversi poli a termini
contraposti; e nell'infallibile regola le sregolate, e nel bellissimo ordine le
disordinate intrecciature delle sfere minori in che quinci e quindi
dall'eclittica, or a settentrione or ad ostro, largheggiano i pianeti, tali
appunto quali son questi che ci si aggirano intorno. Così anche il sempre ugual
circuire del tempo, il sempre disuguale avvicendarsi della notte e del dì, il
sempre simile e diverso succedersi delle stagioni. Ogni stella poi, e mobile e
fissa, con in fronte il carattere significante, in qualità e in numero,
l'efficacia e i gradi della sua propria virtù e ciò che sole e ciò che in vari
aspetti configurate producono, o benefiche o maligne. Quelle che tempestano o
rabbonacciano il mare, che attizzano o tranquillano i venti, che annuvolano o
rasserenano l'aria, che disertano o fecondan la terra. In seno al cerchio
infimo del ciel lunare si chiude il globo degli elementi: e in fondo ad esso
giace il piccolo della terra. Piccolo dissi, ma non sì che nulla v'abbia, in
questo dove abitiamo, che altresì in quello non sia. Né dico solo i grandi
oceani con quanto v'ha per essi e d'isole e di scogli: e l'Istro e 'l Tanai e
'l Nilo e 'l Gange e l'Indo e 'l Maragnone, fiumi reali e mari d'acqua dolce,
massimamente alle foci; né solo il Tauro e 'l Caucaso e l'Olimpo e l'Ato e le
grandissime Alpi, giganti fra le montagne, ma ogni laghetto, ogni fosserella, e
le poverissime fonti, e i ruscelli d'un sol filo d'acqua, e le collinette e i
poggerelli che appena si lievano d'in su 'l piano, e che dico? Non v'è qui
stilla d'acqua o granello di rena che manchi in quel perfettissimo esemplare
dell'Universo. Taccio degli animali, degli uccelli, de' pesci, quantunque in
ciascuno elemento infinita ne sia la moltitudine, inesplicabile la varietà,
incomprensibili le nature, differentissimi i corpi: che tutti ivi si veggono
dalle gran balene fino a' piccoli vermicelli. Èvvi tutta la generazione degli
uomini, quanti ve ne ha d'incogniti e di saputi, dall'uno all'altro termine
della terra, sian dimestici o selvaggi, adunati o raminghi; e le città e i
villaggi, e quanto v'ha d'abituri, dalle reggie fino a' tuguri, da' palagi de'
grandi fino alle capanne de' boscaiuoli. E ciò che dentro e di fuori d'esse o
si opera in fatto o si machina in pensiero, tutto in quel misterioso cristallo
è palese; né v' ha solitudine o silenzio o tenebre che all'occhio di Dio,
inteso ugualmente a tutto, nulla nascondano. Né ristà egli in quella sterile e
curiosa veduta dell'andar che fanno sì l'ordine della natura e sì anco il
disordine delle cose umane, ma distesa sopra quel piccol suo mondo la mano, tal
una virtù ne deriva e si riparte, a ogni particolare individuo la sua
conveniente, che non ha questo gran mondo nulla di bene che da essa nol tragga.
E quel suo in apparenza sì semplice e invariabil cenno ben inteso dalla natura
a lei è disciplina e legge, da variare in perpetui cambiamenti ciò che di
salutifero e di nocevole ne proviene. Quinci i furiosi venti e i piacevoli, le
tempeste e le calme, le piogge e i sereni, la sterilità e l'abbondanza,
l'infezione e la nettezza dell'aria, i triemiti e la stabilità della terra, le
sovversioni e gl'inalzamenti de' regni, le buone e le ree fortune, la sanità e
i malori, la vita e la morte. In hac igitur (mundi idea) quid cuncti, quid
singuli nationum omnium populi quotidianis motibus agitarent, perinde ac in
speculo relucebat. Ibi quem augeri, quem deprimi, quem nasci, quem occidere
Iupiter vellet, manu propria ipse firmabat; quam terrarum partem disperdere,
quam beare, quam vastam, quam celebrem cuperet, fictor arbitrarius variabat.
Tale appunto effigiò il suo Giove Marziano,
tutto, come dissi, allo stile platonico, cioè filosofo nel disegno e poeta nel
colorito: ben avvisandosi che provido e giusto non poteva esprimere Iddio, se
nol dimostrava conoscitore; per ciò gli pose inanzi a gli occhi, e volle dir
nella mente, tutto il mondo in perfettissima idea, rappresentantegli fino alle
menome cose ciò che in questo materiale universo, facendo e disfacendo,
continuamente si varia.
Ma quantunque ciò sembri esser molto, la
filosofia cristiana, se altro non vi si aggiunge, non se ne appaga. Conciosia
che vedere Iddio le cose non earum scientia, sed sui ipsius, come ne
parla il divino Areopagita, e dentro sé medesimo ordinar quello che secondo i
dettati dell'infallibile sua providenza gli è in grado che di loro si faccia,
questa, a dimostrar l'unione e dipendenza che le creature han da Dio, sì
nell'essere e conservarsi come nell'operare, in verità non è più che una sola
parte di tutto il vero: mostrando ella bensì tutte le cose a Dio presenti in
idea, ma non lui altresì presente, anzi intimo, a tutte le cose. Gli Stoici
raccordati da Tertulliano sequestrarono Iddio fuor del mondo, facendolo tutto
estrinseco alla natura, ma immediato alla superficie dell'ultimo cielo e colà,
senza mai nulla stancarsene, faticante in dar la volta a tutte insieme le
sfere, contemperandone i moti variamente dovuti alle misure del tempo e al
sempre nuovo ordine delle cagioni, succedentisi le une alle altre sempre le
medesime e sempre nuove per la diversità degli effetti che all'intero ben
essere di questo mondo inferiore abbisognano. Perciò, come il vasaio, dicevano
essi, non è intimo alla creta ch'egli lavora né a l vaso che ne figura né alla
ruota che in sé medesima si ravvolge, non altrimente Iddio è tutto estrinseco
al convesso del supremo ed ultimo cielo, e sol gli dà quell'ugualissima
impressione del moto che poi, disugualmente partecipato da gl'inferiori, fa che
tutti, qual più e qual meno velocemente, s'aggirano; e con ciò varie
contemprino le virtù, de' cui semi questa infima parte elementare s'ingravida e
feconda. Più dentro il trasse l'Autore di quel per altro ammirabile libro de
Mundoappropriato ad Aristotele: conciosia che desse a Dio per sua reggia i
cieli, e come Cambise, dice egli, e Serse e Dario re della Persia risedendo in
Ecbatana o in Susa governavano tutto il grande imperio dell'Asia, senza nulla
avvenire, per quanto è di paese dall'Ellesponto all'India, che lor non fosse
palese, tra per la vigilanza degl'infiniti ministri e per la velocità de'
corrieri e per li fuochi che sopra le più alte vette de' monti a luogo a luogo
disposti davan segno i vicini a' vicini di qualunque improvisa novità
accadesse: con un sì presto andar di que' segni, già concertati, che in ispazio
d'un dì si risapevano in corte i fatti un mezzo mondo lontani. Non altramente
Iddio risedente in cielo, e presente qua giù solo con la maestà e col comando,
regge l'aria, l'acque e la terra e le vicende della natura; e le svariate
fortune degli uomini, comunque elle ci avvengano, prospere o infelici, ordina e
concatena. Praestabilius enim esse censemus, dice egli, Deoque tum
decentius, tum magis consentaneum, ita de eo opinari, ut dicamus, potestatem
illam in caelo sedes suas habentem, incolumitatis causam rebus universis
praestare, iis quoque quae longius ab ea remotae sunt: nec illis assentiri, qui
eam ipsam potestatem per omnia pertendentem et ventitantem, ad ea quoque quae
nec adire ipsam honestum est, nec dictu speciosum, sua illic opera efficere
contendunt, resque terrenas administrare. Così egli. E siegue a dimostrarne
il come. Èvvi egli mai avvenuto di veder certi bagattellieri, che mettono a
ragionare in iscena de' fantoccini snodati in tutte le giunture del corpo e li
fan muovere con sì bel garbo e sì acconcio ad esprimer quello di che ragionano,
che in qualunque modo lor sia in piacere gli atteggiano? Caminare, ballare,
abbracciarsi, sedere, disperarsi, combattere, e per fin volgere la cervice e
gli occhi, con tanta maestria e grazia che sembrano animati. Or di cotal
muoversi e operare tutto l'ingegno consiste in certe sottilissime fila che
pendono dalle dita del giucoliere, e in attrarle o rallentarle, com'è bisogno
all'accompagnatura del dire di que' piccoli recitan, le lor membra alle quali
le fila s'annodano ricevono il muoversi e l'atteggiare che fanno. Tal dunque è,
secondo lui, quella invisibil virtù da cui Iddio ci tien pendenti, e per cui
senza calar dal cielo muove le cose di quagiù, traendo l'una cagione inferiore
coll'altra superiore, senza far egli altro che dar l'impressione alla prima, da
cui successivamente le inchiuse dentro a lei, o a lei concatenate, si muovono.
Finalmente certi altri, mille trecento anni fa,
raccordati da Mario Vittorino, non avvolsero Iddio intorno alla superficie, né
il diffusero per lo gran corpo de' cieli, parendo loro non poter l'indivisibile
dilatarsi alla misura d'un corpo materiale senza divenir divisibile e misurato;
perciò tutto il ristrinsero dentro all'imo e indivisibil punto che fa di sé
centro all'universo, e quivi in lui solo adunati piantarono i capi di tutte le
linee, cioè le origini di tutti gli effetti che si producono nella natura. Così
al centro del mondo s'adatterebbe il titolo che i Pitagorei raccordati da
Proclo gli davano, chiamandolo la prigione di Giove.
Tutti costoro, per sentire, come lor ne pareva,
degnamente di Dio, ne sentirono indegnamente, eziandio secondo filosofi;
conciosia che, a ben discorrere, nulla esser vi possa né lungi né fuori di lui:
di che la ragione non è punto malagevole a rinvenire. Peroché, non potendo
niuna cosa produr sé medesima (altrimenti le converrebbe essere prima d'essere)
neanche può da per sé medesima conservarsi: essendo la conservazione una, per
così dirla, successiva e continuata produzione. Debbe elle dunque ricevere il
primo essere e 'l non interrotto durare da un operante che possa e trarla dal
non essere e trattala mantere. Or verissimo è l'assioma che ogni agente a
quello in che immediatamente opera de' unirsi con virtù operante. Ma la virtù
di Dio non è cosa accidentale, tanto men si può dire da lui disgiunta o
separabile: dunque, s'egli è la sua medesima virtù, e questa de' trovarsi
intima a ciò ch'ella opera, e sua opera è mantener nell'essere, che da sé non
ha, quel che vi dura, ne siegue per necessario conseguente che Iddio stesso a
tutte le cose che sono, in quanto per lui sono, è intimo e presente. Sopra che
ben degno è d'udirsi ragionare un po' a lungo san Gregorio il Grande; già che
dell'intero dir che ne fa, il torne una parola sarebbe come altrettanto che
torre a Dio una gemma dalla corona. Quia enim ipse manet intra omnia, dice
egli, ipse extra omnia, ipse super omnia, ipse infra omnia; et superior est per
potentiam et inferior per sustentationem; exterior per magnitudinem, interior
per subtilitatem; sursum regens, deorsum continens; extra circumdans, interius
penetrans; nec alia ex parte superior alia inferior, aut alia ex parte exterior
atque alia manet interior: sed unus idemque totus, ubique praesidendo
sustinens, sustinendo praesidens, circumdando penetrans, penetrando circumdans.
Unde superius praesidens, inde inferius sustinens; et unde exterius ambiens,
inde interius replens. Sine inquietudine superius regens, sine labore inferius
sustinens, interius sine extenuatione penetrans, exterius sine extensione
circumdans. Est itaque inferior et superior sine
loco; est amplior sine latitudine; est subtilior sine extenuatione. Quo igitur
ab eo exitur, qui dum per molem corporis nusquam est, per incircumscriptam
substantiam nusquam deest? Così degnamente di Dio si sente e si parla: cioè per tal
modo, che né più alto si possa intendere, né il quantunque alto intendere che
se ne faccia si creda pareggiarsi col vero, anzi esserne un'immensità da lungi,
e un quasi puro niente a paragone d'un infinito. Né sì nemico all'oscurità
delle tenebre è lo splendor della luce, come questa chiarissima verità
dell'essere Iddio a tutte le cose intimo e presente è nimica all'ombre che
ingombrano e talvolta offuscano, tal altra anche del tutto accecano il cuore
de' miscredenti, scioccamente dubbiosi se Iddio sa e vede il tutto e se ha le
cose nostre sì conte com'elle in verità sono: principalmente le sommerse in
fondo alle tenebre della notte, le suggellate con inviolabil segreto in bocca
a' consapevoli, e le sol concepute nel cuore e non nate o di fuor palesi per
segno sensibile a dimostrarsi; onde in lui nasca per conseguente, dal non
risapere il tutto, il non poter reggere il tutto com'è richiesto a una
infallibile providenza. Tal che come, appresso Livio, quel sempre vittorioso
Manlio Torquato già per la lunga età poco men che affatto privo della veduta e
nondimeno assunto a governar l'Imperio di Roma, tutto insieme consolo e
generale d'eserciti, mai, per quanto e amici e popolo nel ripregassero, non fu
potuto condurre a rendersi e consentire, dicendo: Impudentem, et
gubernatorem, et imperatorem esse, qui, cum alienis oculis ei omnia agenda
sint, postulat sibi aliorum capita, et fortunas committi. Non altramente
Iddio, secondo il reo sentir di costoro, a fare da quell'infinitamente savio e
giusto ch'egli è non dovrà presumersi sufficiente all'universale e intero
governo del mondo, molto meno esaminatore e giudice delle azioni umane, se non
risà e non vede per sé medesimo il tutto. E il creder, che gli empi fanno, di
potersi sottrarre a' suoi occhi (o, come il santo re David parla in mistero,
alle palpebre degli occhi suoi, con le quali interroga i figliuoli degli
uomini, conciosiaché non sia veduto e perciò creduto vedere) questo, come in
più luoghi protestano le divine Scritture, è quel che li rende arditi e franchi
al mal operare. Ma i mal veggenti o, per meglio dire, gli affatto ciechi
dell'anima il sono essi soli, facendo appunto come quella, bestia magis quam
avis, lo struzzolo, allora che, volendosi appiattare, lo sciocco altro di
sé non ricuopre che gli occhi, altro non asconde che il capo, o mettendolo
dentro un folto cespuglio o ficcandolo nella rena: con tutto il rimanente del
gran suo corpo rimane in veduta d'ognuno. Ita, disse Tertulliano, dum
in capite secura est, nuda qua maior est, capitur tota cum capite.
Presentissime dunque sono a gli occhi di Dio
tutte le cose, si perché tutte, eziandio le state, le avvenire e le possibili,
le ha dentro sé medesimo in idea, più perfettamente ch'elle non sono nel loro
medesimo essere, e sì anche perché, come disse sant'Agostino, non fecit et
abiit, sed ex illo, in illo sunt: non potendo nulla che sia o produr sé
medesimo quando non è, o per sé medesimo sostenersi quando è. E se Platone
insegnò che Iddio dal governo del mondo si torna a riconcentrar nel suo essere
e a rimirarsi nel vivo specchio di sé medesimo, un cotal dire fu d'uomo che
interrompe e diparte in Dio le operazioni secondo il corto sentire e 'l finito
operare umano: essendo verissimo che Iddio e nello specchio di sé medesimo vede
il tutto e nel tutto vede sé medesimo, né ha mestieri di ritornare a sé chi
volgendosi alle creature non però mai da sé si dilunga o parte.
Or, per conchiusione di questa materia, odasi
come nobilmente ne parla il valente orator cristiano Minuzio Felice, per bocca
del suo Ottavio. Sed etenim Deus actum hominis ignorat
et in caelo constitutus non potest aut omnes obire aut singulos nosse. Erras, o
homo, et falleris: unde enim Deus longe est, cum omnia caelestia terrenaque et
quae extra istam orbis provinciam sunt, Deo plena sint? Ubique non tam nobis
proximus, sed infusus. In solem adeo rursus intende: caelo affixus, sed terris
omnibus sparsus est; pariter praesens ubique interest et miscetur omnibus,
nusquam enim claritudo violatur. Quanto magis Deus auctor omnium, a quo nullum
potest esse secretum, tenebris interest, interest cogitationibus nostris, quasi
alteris tenebris! Non tantum sub illo agimus, sed cum illo, prope dixerim,
vivimus.
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