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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO SECONDO
    • CAPO SESTO
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CAPO SESTO

Tutto il mondo essere una casa, tutti gli uomini una famiglia: in essa la Providenza, madre tanto sollecita di ciascuno come in ciascuno avesse tutti.

 

Dal vedere e intimamente comprendere che Iddio fa tutte ancor le menome cose, e le a' nostri occhi e certe ancora invisibili a quegli degli angioli, ragion vuole che passiamo oltre, a dimostrare ch'egli tutte altresì le cura e con ragione di providenza e buon ordine ne dispone: né cade stilla d'acqua da' nuvoli che'egli non la licenzi, né trema foglia in albero ch'egli non la dibatta, né secca filo d'erba in campagna che egli non ne sprema l'umore, né muor vermine in terra ch'egli non ne sciolga lo spirito, né capello ci si spianta dal capo ch'egli, che tutti ad uno ad uno gli ha conti, nol diradichi.

 

Esclamano, e con ragione, amendue in accordo le scuole della naturale e della divina filosofia contra il presuntuoso ardire di chi insegnò aver bensì Iddio con immediata azione dato il primo essere alle creature, ma di poi non operar con esse in ciò ch'elle fanno: sì come già per natura bastevolmente fornite di virtù per cui, senza il divino attuai concorso, elle da loro medesime possono operare. La quale erronea opinione, morta già in bocca a quel medesimo da cui nacque e da tanti anni sepellita nella dimenticanza dovutale, pur v'è stato chi in questi ultimi tempi, per fare un miracolo d'ingegno, la risusciti. A me non fa bisogno di convincerla falsa con argomenti, più che di rifare il già fatto. Accennerò solamente che la comparazione tanto ad alcuni paruta ingegnosa e nuova dell'oriuolo a ruota che, appiccatigli una volta i contrapesi, da per sé stesso lavora, e volge su le lor fusa le ruote e batte l'ore, con altra lode dell'artefice e dell'ingegnero, che s'egli dovesse avervi sempre le mani in atto di dargli il moto e 'l suono (che sono, al dir di costoro, le creature, aventi fin dal loro primo prodursi la dovuta efficacia da operare, senza l'attualmente concorrervi Iddio), questa comparazione, dico, non è originale, ma copia se non furto fatto a Galeno, che tanti secoli prima ne fu l'inventore; avvegnaché egli, non degli oriuoli a ruota, ritrovamento di pochi secoli addietro, ma delle sfere moventisi per ingegni e rappresentanti il giro e le rivoluzioni de' pianeti ragionasse. Quemadmodum enim, dice egli, qui errantium astrorum periodos imitantur, simul atque per instrumenta quaedam, motus principium ipsis tribuerint, ipsi quidem discedunt, illa vero, non aliter quam si ipsorum opifex semper adesset, agunt: ad eundem, opinor, modum, singulae corporis partes, motus continuitate quadam ac successione, a primo principio assidue agunt, nullo qui praesit, indigentes.

 

Torniancene ora colà onde questa brieve intramessa ci ha disviati; e tragga inanzi Seneca a ridersi, o più veramente a sdegnarsi del meschino cuore degli uomini, che non altrimenti fanno che le formiche, le quali, se avessero intendimento, ripartirebbono un'aia in molte provincie, un camperello in molti reami, e avrebbono il loro oceano in una fossa e le loro Indie in un miglio di lontananza: così anche noi dividiamo in tanti regni la terra, che v'ha bisogno d'un non favoloso Atlante a sol portarne su le spalle le imagini e i nomi. Dove si attraversa una catena di monti, dove un fiume stende il suo letto, dove il mare s'addentra a fare un seno infra terra e ne diparte le rive e, senza altri tali imaginati confini piantativi dalla natura, dove il piè o la debil memoria ci si allassa a passarne o contarne le miglia, ivi noi terminiamo un imperio; ed è tuttavia poco, mentre facciamo anco de' nuovi mondi in questo punto della terra insensibile a tutto il mondo. Sì grandi e smisurate ci sembran le cose, misurandole con la piccolezza nostra. Or fingiam che vi sia un solo monarca in tutta la terra, né nazione v'abbia sì strana e sì da lungi che a lui non sia immediatamente suggetta. Per ben amministrarne il governo, chi mi sa divisare la varietà, contare il numero e descriver l'ordine de' ministri che gli abbisogneranno? Quanti vicer è fra cui dividerne il governo? Quanti savi a giudicarne le leggi? Quanti consiglieri a discuterne i negozi? Quanti interpreti a intenderne i linguaggi? Quanti giuristi a terminarne le liti? Quanti segretari a spedirne i dispacci? Quanti messi e corrieri a portarne le commessioni? Quanti esattori a riscuoterne i tributi? Quanti condottieri d'eserciti ad acquetarne i tumulti? Saper di tutti, e i confinati dalla natura in bando fra le migliaia dell'isole ond'è seminato l'oceano e gli sparsi infra un mondo di terra ferma e i chiusi dentro montagne inaccessibili, e i neri arsi sotto la zona infocata e i bianchi gelati nelle due estreme polari; tutti poi di costumi non men che di sito contrari, di leggi non men che di lingue dissimili: e sparsi a guisa di vagabondi e adunati alla civile in popoli, e colti per disciplina e salvatichi, e servili d'animo e nobili, e sagaci e rozzi, e timidi e bellicosi. Più agevole è vedere un cocchiere che ben guidi un carro tirato da trecento coppie di cavalli, tutti d'umor diverso e tutti insieme aggiogati, che un tal principe con in mano le briglie di tutte le nazioni della terra ubbidienti al suo imperio.

 

Or che ho io fatto in questo descrivere un monarca non possibile a rinvenire fra gli uomini, se non sotto altre forme divisar quello che l'innumerabile turba degli sciocchi imagina e concepisce di Dio? O se tale appunto non sel figura, almeno un non so che simile: che tante in numero e sì varie nazioni e sì lontane quante ne abbracciano tutta la terra e 'l mare, e un gran volume bisognerebbe a sol registrarne e divisarne i nomi e i confini, egli peni a distintamente conoscerle, e gli faccia mestieri, come a dire, di mappe geografiche per rinfrescarsene la memoria e tornarlesi in mente; e di troppo maggior pena gli sia il governarle tutte e dar loro il provedimento dovuto a una infallibile providenza. Così appunto da pazzi ne giudicarono quegli antichi i quali, come avvisò sant'Agostino in quella sua opera d'oro Della città di Dio, non potendo farsi a credere che una sola mente con bastevole accortezza potesse intendere ad ogni cosa, ripartirono il governo del mondo infra molti sovrani iddii; e pur tuttavia multiplicando, ne formarono d'altri minori una turba presso che innumerabile, assegnando in cura ad uno o a più di loro talvolta una sola, eziandio delle menome cose e delle più dispregevoli della natura. Ma fatto oramai silenzio al farneticare de' pazzi, salga Salomone in trono, e seco in catedra la Sapienza maestra del mondo, e facciano sopra ciò udire il vero, colà ove rivolto a Dio, che gran cosa sia tutto il mondo a comparazione del suo potere in produrlo e del suo intendere in averlo tutto presente, così dicendo il mostra: tamquam momentum staterae, sic est ante te orbis terrarum, et tamquam gutta roris antelucani quae descendit in terram. Egli non disse meno, perciò che qua giù non trovò da poter dir meno che due invisibili atomi, l'uno di terra e l'altro d'acqua: essendo veramente così, che ogni possibil cosa, avvegnaché in sé grandissima, paragonata al divin potere è nulla quanto al farsi, al divino intendere è nulla quanto al comprendersi; né gli divide i pensieri la moltitudine degli obbietti, né la diversità glie li varia, né glie li affatica la lontananza, né più s'attua e affissa intorno all'universal cura di tutto il mondo che alla particolare della più vile erbuccia e del più semplice fiorellino. Che se poi vogliamo udir sopra ciò alcun degli antichi maestri e Padri ragionar più adattamente all'intendere anco de' meno savi, eccone o il martire san Cipriano o, prima di lui, quel Minuzio Felice che poco addietro raccordavamo. Ne nobis – dice questi – de nostra frequentia blandiamur: multi nobis videmur, sed Deo admodum pauci sumus. Nos gentes nationesque distinguimus: Deo una domus est mundus hic totus. Reges tantum regni sui, per officia ministrorum, universa noverunt. Deo inditiis opus non est: non solum in oculis eius, sed et in sinu vivimus. Divisate i termini e sommate il numero delle signorie che il vecchio e il nuovo mondo comprendono, e vi sian per ciò conte eziandio le fino ad ora incognite. Stupore e diletto cagionerà il vederne la moltitudine, la varietà, l e diverse lingue, le strane leggi, gli abiti, i costumi. Or questi a noi son regni, sono imperi, son monarchie; ma a quel gran Padre di famiglia (già che Iddio così da sé stesso si nomina) tutto il mondo è una casa e, come pruova san Cipriano, tutta la generazione degli uomini è una famiglia. Perciò l'economia della sua providenza, quanto alle universali cagioni del publico sustentamento, è per tutti una medesima: nel perpetuo andar de' cieli, nell'infallibil nascer del Sole, ne' fecondi influssi delle stelle, nelle stabili vicende della notte e del , nell'ordinato succedersi delle stagioni, nell'opportuna amministrazione delle piogge e de' venti. E se all'un più che all'altro paese, secondo le sue diverse posture e le corripondenze che ha col cielo, il caldo e 'l freddo, il nuvolato e 'l sereno, e i e le notti con diverse misure si spartono, questo altresì, come più avanti dimostreremo, è saggio avvedimento di quella gran maestra di casa la Providenza, a fin d'unire i divisi e avvicinare i lontani per via dell'abbondanza e del bisogno, ond'è nato il commercio: altrimenti, se ogni luogo avesse tutto niun si curerebbe degli altri; e che certe cose non abbia e certe gli sopravanzino è opera di providenza che il cagioni la varietà de' climi e, secondo essa, la diversa partecipazione delle influenze superiori.

 

Ma faccianci oramai, il più che far si possa, vicini a questa gran verità, e tale che, dove ella ben si comprenda, è possente a tranquillarci tutta la vita, togliendone il continuo andare ondeggiando in un mar di tempeste; ciò che necessariamente succede a coloro che o non sanno o non credono Iddio aver cura per fin delle menome cose, né niuna esservene, quantunque leggiera, che dalle immediate disposizioni della sua providenza si sottragga. Conta egli dunque solo i milioni delle miglia che fanno co' lor giri le stelle, e non anche i passi delle formiche? Ode egli sol l'armonia delle sfere celesti, e non altresì quell'invocarlo che fanno (come disse David) i pulcini de' corvi, gracchiando entro a' lor nidi? Numera solo i raggi del sole, e non anche i nostri capegli? Veste del sottil oro della luce i pianeti e le stelle, e lascia ignudi i gigli della campagna? Mantien la vita all'aquile e non alle zanzare? Sumministra il pasto alle gran balene, e non a' piccoli verminetti? Sazia per le bocche di tanti fiumi reali il mare, e non bere alle fonti? Pesa, come disse Isaia, i monti e le colline su la stadera, e non i granelli della rena? Ha providenza di tutta insieme la generazione degli uomini e non di ciascuno in particolare? Degl'imperi e non de' villaggi? delle corti e non delle capanne? de' prìncipi e non de' pastorelli? delle porpore e non de' cenci? de' publici e gran negozi e non delle private e lievi faccende?

 

Su l'orlo d'una piccola scavatura entro un sasso sportato in fuori dal fianco d'una rupe, dormiva tutta aggroppata in sé medesima una lepre. Videla un Saracino per nome Elieze, povero giovane che tutto solo e ramingo andava tra le foreste cacciando per isfamarsi: e in vederla, allegro al pari della bellezza del colpo e della bontà della preda, cui già gli parea veder trafitta rovinar giù di que' balzi, di è di mano all'arco e, tesolo, saettò; ma per valente arcier ch'egli fosse, gli andò a vuoto la speranza e 'l colpo, sì non la colse, tuttavia addormentata e immobile. Trasse la seconda e la terza saetta e via più altre, e tutte via le trasse, ché qual sopra, qual sotto o dall'un de' lati tutte battevano altrove, niuna al bersaglio, E già non più la fame o la vaghezza del colpo, ma lo sdegno contro a sé medesimo gli appuntava l'occhio e regolava la mano, e nonpertanto indarno. Di quaranta saette avea pieno il turcasso, né finì di trarre che l'ebbe vuoto. Gittata la quarantesima, allora finalmente la lepre si riscosse dal sonno e, nulla sapendo dell'avvenuto, sazia di dormire levossene e andò a pascere altrove. Allora lo sventurato, perdute l'armi e non guadagnata la preda, senza aver quel altro da rodere che sé medesimo, se ne tornò tutto digiuno e malinconico al suo albergo. Indi, fattosi prima a pensare, poi ancor a filosofare sopra quello stranissimo accidente dello starsi la lepre sicura dormendo al bersaglio di quaranta saette, non mai colta da niuna e sol dopo l'ultima risentirsi e andarsene, tanto ne trasse a miglior pro suo, che gli parve quel diventare uomo, d'un insensato animale ch'egli era: non avendo sino a quel inteso che in fino una sì vile bestiuola è in cura a Dio, e cui Iddio difende nulla può ad offenderlo; e saettil chi vuole, egli dorme sicuro. Così fermo intra sé, lasciò la mendica e stentata vita di cacciatore e, rifornitosi d'armi e molto più d'animo, si rendé soldato. Vero è, che come di legge maomettano, cioè più che mezzo animale nel sozzo vivere e nel perverso discorrere, mutò il savio pensiero della cura e protezione di Dio nel pazzo degl'inevitabili decreti del fato, e al suo destino affidandosi, d'animoso diventò temerario; per modo che si provava a qualunque disperata impresa, nulla curando il rischio, lepore magistro, com'era usato di dire; e 'l disse anco ad Amurat suo signore, tornando vincitore d'un glorioso duello da lui fatto fra due eserciti spettatori; di che siegue a ragionare l'istorico, né a me fa mestieri di riferirlo. Ma noi che ci reggiamo col vero non troveremo almeno altrettanto su che affidarci e posar sicuro il nostro cuore? E che voci dunque sono quelle del Verbo stesso di Dio, colà dove facendo a una turba di sconfidati quella memorabile lezione che ne abbiamo della particolar providenza e cura che il divin suo Padre ha di qualunque sia, eziandio se minima, sua fattura, esemplificò per fin ne' più minuti e dispregevoli uccelletti, dicendo: Nonne duo passeres asse veneunt? et unus ex illis non cadet super terram sine Patre vestro; e proseguì traendone quell'irrepugnabile conseguente, nolite ergo timere, che di tanto ci accresce la confidenza quanto più a dismisura vale, qual che si sia, un uomo che una vil passera. Dorma sicuro il re Filippo, mentre in tanto vegghia per lui (come egli soleva dire) il suo amico Antipatro. Io, per uom da nulla che io mi sia, sentendomi raccordare dal Savio: Pusillum et magnum ipse fecit, et aequaliter est illi cura de omnibus, e da lui medesimo, colà dove protesta ch'egli non è solamente Iddio de' monti, ma altresì delle valli, perciò e degli alti e de' bassi, dormirò sicuri i miei sonni, vegghiando per me Iddio, sì lontano a mai perdermi di veduta, che mi porta negli occhi, e sì geloso a difendermi, che mi tien dentro il cuore; e non che di me non gli caglia, ché qual madre, disse egli per Isaia può dimenticarsi del figliuol suo e non averne pietà? Ma non l'abbia, e truovisi nella natura un cotal mostro di donna che abbia il cuore di freddo macigno e non sentatenerezzaamore d'una sì viva parte delle sue viscere; di me no, non fia mai che abbandonamento per disamoretrascuraggine per oblio si sospetti. Sopra il qual dolcissimo argomento ragionerò qui appresso più al disteso.

 

In tanto proseguiamo anche un poco a folleggiare co' pazzi per farli, in quanto ne fia possibile, rinsavire, traendo lor del cervello quelle grosse e nere fiuggini con che parte l'ignoranza, parte la poca fede loro ottenebra e tiene al buio la mente. Come a dir quella, che essendo innumerabile la moltitudine delle cose particolari che compiono la natura e altrettanta quella delle azioni umane, Iddio, nel voler intendere a tutte, men avveduto riesca intorno a ciascuna. E percioché il ragionar di ciò in pruova del vero con sottilità di ragioni supporrebbe senno da intendere e chi così sente di Dio è mentecatto, impiccoliamoci co' piccoli, e accommodiamoci rozzi alla loro rozzezza.

 

Un Saracino, detto il Buzecca, quattrocento anni sono, andava non so se per suo diletto vedendo il mondo o egli mostrandosi per sua gloria al mondo come un miracolo dell'arte, in che era eccellente, di giucare a gli scacchi: professione in quel tempo sottilmente studiata, con riuscirne maestri a pruova di bellissimi colpi d'ingegno, di che quel giunco è capevole più di niun altro. Costui dunque, maraviglioso fu il saggio che diede del suo valore in Firenze, cioè avanti il conte Guido Novello (famoso nelle memorie di que' tempi) e a un gran raunata di curiosi gentiluomini, tratti a quello spettacolo nel palagio del popolo: giucar tutto insieme con tre valentissimi avversari, a tre diversi scacchieri, l'un solo d'essi a lui presente, gli altri due lontani: tal che su quello di veduta, su questi non veduti giucava a mente. Quando altro non fosse, pur sol questo era molto; ma fu nulla, al vincer che fece due giuochi e far tavola il terzo. Per ciò dunque gli bisognava aver divisati in mente cento novantadue quadretti, in quanti si ripartono tre scacchieri; e in essi novantasei pezzi da muovere, l'una metà suoi, l'altra degli avversari. Poi tutte aver nella fantasia descritte le tante e sì svariate mutazioni che si andavan successivamente facendo, cancellandone le passate e sol figurandosi le presenti: e con la mente soprantendendo a tutte; osservare in ciascuna dove anche a più colpi lontano mirava ogni particolar movimento di tanti pezzi, secondo il lor diverso andare, quale a piccoli e quale a gran passi, e qual di salto misurato, e d'uno in altro colore, e qual libero a lanciarsi sopra uno stesso dall'un capo all'altro; e ciò gli uni di punta e per fianco, gli altri per fronte in quadro, e talun anco possente ad amendue: e tutto ciò dal suo lato a difendersi, come dal contrario ad offendere. Nel che fare, scompigliandosi i pezzi e disordinandosi gli ordini delle schiere (già che questo è giuoco militare) quanti abbattimenti e fughe, scontri e riscosse, assalti e ritirate, guadagni con perdita e perdite con guadagno, e agguati e sorprese e sortite e assedi fino a darsi renduto, intervengono? E non per tanto il Buzecca ebbe tutto chiaro in mente, tutto resse con ordine, e tra forza d'ingegno e maestria d'arte riportò la vittoria; la quale – dice l'istorico fu tenuta gran maraviglia. Or mi si dispongano a regola di proporzione questi termini: il finito ingegno e 'l misurato avvedimento d'un uomo intorno al providamente disporre novantasei pezzi nelle tante e così svariate mutazioni che dal diversamente accozzarli provengono; e l'infinita mente di Dio intorno alla quantunque sia numerosa, ma nondimeno finita moltitudine delle cose ch'egli ha nel mondo a muovere e disporre con providenza, di qualunque siano essere o natura. Mancheragli per niuna d'esse il necessario avvedimento, se egli così tutto intende a ciascuna come tutto a tutte? Confonderassi negli apparenti loro disordini? O smemorerà, riandando le passate e antivedendo le avvenire per far che s'accordino con le presenti? O gli verran falliti i colpi, e trasvieransi le creature lungi dal fine per cui egli lor creatore le muove? O gli si torran di veduta le piccole, o 'l soprafaranno le grandi? Io mi vergognerei se in questo proposito raccordassi un testo della Divina Scrittura, colà ove ne' Proverbi la Sapienza di Dio, ingegnera e machinatrice del mondo, si rappresenta, ludens coram eo omni tempore, ludens in orbe terrarum; avvegnaché un de' più celebri chiosatori ce lo sponga d'un tale, dice egli, giucar che Iddio fa di questo mondo alla palla, in quanto, come disse Daniello, fa trapassare i regni dall'una mano all'altra, e talora di sì inaspettato ribalzo che chi, se non è un Daniello, segretario di stato e partecipe de' più occulti consigli di Dio, crederà essere colpo d'arte quel che anzi sembra esser fallo o, al più che sia, volubilità di fortuna? Ma che l'universal governo di tutto il mondo, intrecciato e composto del particolare di tutte eziandio le più vili e menome creature, rispetto a Dio sia, come suol dirsi, un giuoco, in quanto non è possibile imaginare la facilità con che egli il tutto ordina e convenientemente dispone, chi può, dicendolo io, ripugnarmi ? Ed honne, per cui rappresentarlo, testimonio e figura il Sole, cioè, come altrove più a lungo provammo, la più espressiva imagine che, secondo il teologo san Gregorio, Iddio abbia fra le sensibili creature. Egli, dunque, a far quanto opera nella natura non ha mestieri d'altro che di tenere aperto l'occhio della sua luce e guardare il mondo. Ma percioch'egli presiede a tutto insieme il grand'ordine dell'universo, potraglisi per avventura opporre ch'egli altresì non intenda tutto insieme al particolar bene d'ogni sua menomissima particella? E ciò sì da vero, come per lei sola avesse a spendere tutto il gran tesoro della sua luce? Veggianlo nel più vil fiorellino che nasca nel prato, pastura di pecore e, o l'abbia o 'l perda, poco più di nulla importante alla natura. Per ciò dunque che il Sole è continuo in opera a fare innumerabili altri lavori, trascura egli forse o manca in nulla di quanto all'intero ben essere di quel fiorellino è richiesto? Schiuderlo d'entro il suo seme, trarne di sotterra il germoglio, lattarlo con le rugiade, nutrirlo con le piogge distillategli sopra, riscaldarlo il e, affin che per troppo inaridire non secchi, calar sotto l'altro emispero e lasciarlo rinfrescare alla notte; rassodarlo in sul gambo, dispiegarne le foglie e dipingergli il fiore; e già grande, e maturo in tanti gradi d'età quante stagioni è vivuto, dargli onde lasciar di sé posterità e successione nel seme. Può egli voler altro un fiore, a voler quanto è convenevole a un fiore? Hallo tutto dal Sole, che non gli fallisce in nulla, avvegnaché nel medesimo tempo inteso a' negozi di tutto il mondo misuri a passi contrari da per sé l'anno e 'l giorno, e con la Luna, variamente configurata al riverbero della sua luce, le settimane e i mesi. Empie e sazia di luce e di benefiche influenze quante v'ha in tutti i cieli stelle mobili e fisse; trae per attorno i quarti del zodiaco le stagioni, succedentisi giusto l'ordine del suo andare; muove, con esso il volgere della Luna, le acque, in quel perpetuo e salutevole ondeggiar che fanno i mari; l o spirito e l'anima a' venti, e con essi dibatte l'aria e la ripurga; rende ubertose alla ricolta le pianure e le valli, e ricchi di miniere i monti, dentro alle cui viscere e metalli e gemme e marmi produce; alimenta l'innumerabil generazion delle piante, e di preziosi licori e di frutti e d'aromati le arricchisce, e ad animali e ad uccelli e a pesci provede di pastura e di vitto. Tanto fa il Sole: e fallo così tutto presente, e in opera attorno eziandio al minimo de' suoi lavori, come sol quello e null'altro avesse per le mani. Or può egli cosa materiale e insensibile esser ritratto di Dio, che non istia da infiniti gradi di perfezione sotto l'originale? Che dovrà dunque imaginarsi di lui, o che dirne, se non come la Sposa ne' Cantici, tutta ammirata e festeggiante d'essere in particolar cura a Dio e averlo così tutto suo come sol fosse di lei? Dilectus meus mihi, et ego illi. Itane (soggiunge il dolcissimo san Bernardo, e vagliami con verità in pregio di tutte quel ch'egli trae a più sublime intendimento, e sol certe sceltissime anime ne privilegia), itane huic intenta est illa maiestas cui gubernatio pariter et administratio universitatis incumbit, et cura saeculorum ad sola transfertur negotia, immo otia, amoris et desiderii huius? Ita plane.

 




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