|
CAPO SESTO
Tutto il mondo essere una casa, tutti gli uomini
una famiglia: in essa la Providenza, madre tanto sollecita di ciascuno come in
ciascuno avesse tutti.
Dal vedere e intimamente comprendere che Iddio
fa tutte ancor le menome cose, e le a' nostri occhi e certe ancora invisibili a
quegli degli angioli, ragion vuole che passiamo oltre, a dimostrare ch'egli
tutte altresì le cura e con ragione di providenza e buon ordine ne dispone: né
cade stilla d'acqua da' nuvoli che'egli non la licenzi, né trema foglia in
albero ch'egli non la dibatta, né secca filo d'erba in campagna che egli non ne
sprema l'umore, né muor vermine in terra ch'egli non ne sciolga lo spirito, né
capello ci si spianta dal capo ch'egli, che tutti ad uno ad uno gli ha conti,
nol diradichi.
Esclamano, e con ragione, amendue in accordo le
scuole della naturale e della divina filosofia contra il presuntuoso ardire di
chi insegnò aver bensì Iddio con immediata azione dato il primo essere alle
creature, ma di poi non operar con esse in ciò ch'elle fanno: sì come già per
natura bastevolmente fornite di virtù per cui, senza il divino attuai concorso,
elle da loro medesime possono operare. La quale erronea opinione, morta già in
bocca a quel medesimo da cui nacque e da tanti anni sepellita nella
dimenticanza dovutale, pur v'è stato chi in questi ultimi tempi, per fare un
miracolo d'ingegno, la risusciti. A me non fa bisogno di convincerla falsa con
argomenti, più che di rifare il già fatto. Accennerò solamente che la
comparazione tanto ad alcuni paruta ingegnosa e nuova dell'oriuolo a ruota che,
appiccatigli una volta i contrapesi, da per sé stesso lavora, e volge su le lor
fusa le ruote e batte l'ore, con altra lode dell'artefice e dell'ingegnero, che
s'egli dovesse avervi sempre le mani in atto di dargli il moto e 'l suono (che
sono, al dir di costoro, le creature, aventi fin dal loro primo prodursi la
dovuta efficacia da operare, senza l'attualmente concorrervi Iddio), questa
comparazione, dico, non è originale, ma copia se non furto fatto a Galeno, che
tanti secoli prima ne fu l'inventore; avvegnaché egli, non degli oriuoli a
ruota, ritrovamento di pochi secoli addietro, ma delle sfere moventisi per
ingegni e rappresentanti il giro e le rivoluzioni de' pianeti ragionasse. Quemadmodum
enim, dice egli, qui errantium astrorum periodos imitantur, simul atque
per instrumenta quaedam, motus principium ipsis tribuerint, ipsi quidem
discedunt, illa vero, non aliter quam si ipsorum opifex semper adesset, agunt:
ad eundem, opinor, modum, singulae corporis partes, motus continuitate quadam
ac successione, a primo principio assidue agunt, nullo qui praesit, indigentes.
Torniancene ora colà onde questa brieve
intramessa ci ha disviati; e tragga inanzi Seneca a ridersi, o più veramente a
sdegnarsi del meschino cuore degli uomini, che non altrimenti fanno che le
formiche, le quali, se avessero intendimento, ripartirebbono un'aia in molte
provincie, un camperello in molti reami, e avrebbono il loro oceano in una
fossa e le loro Indie in un miglio di lontananza: così anche noi dividiamo in
tanti regni la terra, che v'ha bisogno d'un non favoloso Atlante a sol portarne
su le spalle le imagini e i nomi. Dove si attraversa una catena di monti, dove
un fiume stende il suo letto, dove il mare s'addentra a fare un seno infra
terra e ne diparte le rive e, senza altri tali imaginati confini piantativi
dalla natura, dove il piè o la debil memoria ci si allassa a passarne o
contarne le miglia, ivi noi terminiamo un imperio; ed è tuttavia poco, mentre
facciamo anco de' nuovi mondi in questo punto della terra insensibile a tutto
il mondo. Sì grandi e smisurate ci sembran le cose, misurandole con la
piccolezza nostra. Or fingiam che vi sia un solo monarca in tutta la terra, né
nazione v'abbia sì strana e sì da lungi che a lui non sia immediatamente
suggetta. Per ben amministrarne il governo, chi mi sa divisare la varietà,
contare il numero e descriver l'ordine de' ministri che gli abbisogneranno?
Quanti vicer è fra cui dividerne il governo? Quanti savi a giudicarne le leggi?
Quanti consiglieri a discuterne i negozi? Quanti interpreti a intenderne i
linguaggi? Quanti giuristi a terminarne le liti? Quanti segretari a spedirne i
dispacci? Quanti messi e corrieri a portarne le commessioni? Quanti esattori a
riscuoterne i tributi? Quanti condottieri d'eserciti ad acquetarne i tumulti?
Saper di tutti, e i confinati dalla natura in bando fra le migliaia dell'isole
ond'è seminato l'oceano e gli sparsi infra un mondo di terra ferma e i chiusi
dentro montagne inaccessibili, e i neri arsi sotto la zona infocata e i bianchi
gelati nelle due estreme polari; tutti poi di costumi non men che di sito
contrari, di leggi non men che di lingue dissimili: e sparsi a guisa di vagabondi
e adunati alla civile in popoli, e colti per disciplina e salvatichi, e servili
d'animo e nobili, e sagaci e rozzi, e timidi e bellicosi. Più agevole è vedere
un cocchiere che ben guidi un carro tirato da trecento coppie di cavalli, tutti
d'umor diverso e tutti insieme aggiogati, che un tal principe con in mano le
briglie di tutte le nazioni della terra ubbidienti al suo imperio.
Or che ho io fatto in questo descrivere un
monarca non possibile a rinvenire fra gli uomini, se non sotto altre forme divisar
quello che l'innumerabile turba degli sciocchi imagina e concepisce di Dio? O
se tale appunto non sel figura, almeno un non so che simile: che tante in
numero e sì varie nazioni e sì lontane quante ne abbracciano tutta la terra e
'l mare, e un gran volume bisognerebbe a sol registrarne e divisarne i nomi e i
confini, egli peni a distintamente conoscerle, e gli faccia mestieri, come a
dire, di mappe geografiche per rinfrescarsene la memoria e tornarlesi in mente;
e di troppo maggior pena gli sia il governarle tutte e dar loro il provedimento
dovuto a una infallibile providenza. Così appunto da pazzi ne giudicarono
quegli antichi i quali, come avvisò sant'Agostino in quella sua opera d'oro
Della città di Dio, non potendo farsi a credere che una sola mente con
bastevole accortezza potesse intendere ad ogni cosa, ripartirono il governo del
mondo infra molti sovrani iddii; e pur tuttavia multiplicando, ne formarono
d'altri minori una turba presso che innumerabile, assegnando in cura ad uno o a
più di loro talvolta una sola, eziandio delle menome cose e delle più
dispregevoli della natura. Ma fatto oramai silenzio al farneticare de' pazzi,
salga Salomone in trono, e seco in catedra la Sapienza maestra del mondo, e
facciano sopra ciò udire il vero, colà ove rivolto a Dio, che gran cosa sia
tutto il mondo a comparazione del suo potere in produrlo e del suo intendere in
averlo tutto presente, così dicendo il mostra: tamquam momentum staterae,
sic est ante te orbis terrarum, et tamquam gutta roris antelucani quae descendit
in terram. Egli non disse meno, perciò che qua giù non trovò da poter dir
meno che due invisibili atomi, l'uno di terra e l'altro d'acqua: essendo
veramente così, che ogni possibil cosa, avvegnaché in sé grandissima,
paragonata al divin potere è nulla quanto al farsi, al divino intendere è nulla
quanto al comprendersi; né gli divide i pensieri la moltitudine degli obbietti,
né la diversità glie li varia, né glie li affatica la lontananza, né più
s'attua e affissa intorno all'universal cura di tutto il mondo che alla
particolare della più vile erbuccia e del più semplice fiorellino. Che se poi
vogliamo udir sopra ciò alcun degli antichi maestri e Padri ragionar più
adattamente all'intendere anco de' meno savi, eccone o il martire san Cipriano
o, prima di lui, quel Minuzio Felice che poco addietro raccordavamo. Ne
nobis – dice questi – de nostra frequentia blandiamur: multi nobis
videmur, sed Deo admodum pauci sumus. Nos
gentes nationesque distinguimus: Deo una domus est mundus hic totus. Reges tantum regni sui,
per officia ministrorum, universa noverunt. Deo inditiis opus non est: non
solum in oculis eius, sed et in sinu vivimus. Divisate i termini e sommate il numero
delle signorie che il vecchio e il nuovo mondo comprendono, e vi sian per ciò
conte eziandio le fino ad ora incognite. Stupore e diletto cagionerà il vederne
la moltitudine, la varietà, l e diverse lingue, le strane leggi, gli abiti, i
costumi. Or questi a noi son regni, sono imperi, son monarchie; ma a quel gran
Padre di famiglia (già che Iddio così da sé stesso si nomina) tutto il mondo è
una casa e, come pruova san Cipriano, tutta la generazione degli uomini è una
famiglia. Perciò l'economia della sua providenza, quanto alle universali
cagioni del publico sustentamento, è per tutti una medesima: nel perpetuo andar
de' cieli, nell'infallibil nascer del Sole, ne' fecondi influssi delle stelle,
nelle stabili vicende della notte e del dì, nell'ordinato succedersi delle
stagioni, nell'opportuna amministrazione delle piogge e de' venti. E se all'un
più che all'altro paese, secondo le sue diverse posture e le corripondenze che
ha col cielo, il caldo e 'l freddo, il nuvolato e 'l sereno, e i dì e le notti
con diverse misure si spartono, questo altresì, come più avanti dimostreremo, è
saggio avvedimento di quella gran maestra di casa la Providenza, a fin d'unire
i divisi e avvicinare i lontani per via dell'abbondanza e del bisogno, ond'è
nato il commercio: altrimenti, se ogni luogo avesse tutto niun si curerebbe
degli altri; e che certe cose non abbia e certe gli sopravanzino è opera di
providenza che il cagioni la varietà de' climi e, secondo essa, la diversa
partecipazione delle influenze superiori.
Ma faccianci oramai, il più che far si possa,
vicini a questa gran verità, e tale che, dove ella ben si comprenda, è possente
a tranquillarci tutta la vita, togliendone il continuo andare ondeggiando in un
mar di tempeste; ciò che necessariamente succede a coloro che o non sanno o non
credono Iddio aver cura per fin delle menome cose, né niuna esservene,
quantunque leggiera, che dalle immediate disposizioni della sua providenza si
sottragga. Conta egli dunque solo i milioni delle miglia che fanno co' lor giri
le stelle, e non anche i passi delle formiche? Ode egli sol l'armonia delle
sfere celesti, e non altresì quell'invocarlo che fanno (come disse David) i
pulcini de' corvi, gracchiando entro a' lor nidi? Numera solo i raggi del sole,
e non anche i nostri capegli? Veste del sottil oro della luce i pianeti e le
stelle, e lascia ignudi i gigli della campagna? Mantien la vita all'aquile e
non alle zanzare? Sumministra il pasto alle gran balene, e non a' piccoli
verminetti? Sazia per le bocche di tanti fiumi reali il mare, e non dà bere
alle fonti? Pesa, come disse Isaia, i monti e le colline su la stadera, e non i
granelli della rena? Ha providenza di tutta insieme la generazione degli uomini
e non di ciascuno in particolare? Degl'imperi e non de' villaggi? delle corti e
non delle capanne? de' prìncipi e non de' pastorelli? delle porpore e non de'
cenci? de' publici e gran negozi e non delle private e lievi faccende?
Su l'orlo d'una piccola scavatura entro un sasso
sportato in fuori dal fianco d'una rupe, dormiva tutta aggroppata in sé
medesima una lepre. Videla un Saracino per nome Elieze, povero giovane che
tutto solo e ramingo andava tra le foreste cacciando per isfamarsi: e in
vederla, allegro al pari della bellezza del colpo e della bontà della preda,
cui già gli parea veder trafitta rovinar giù di que' balzi, di è di mano
all'arco e, tesolo, saettò; ma per valente arcier ch'egli fosse, gli andò a
vuoto la speranza e 'l colpo, sì non la colse, tuttavia addormentata e
immobile. Trasse la seconda e la terza saetta e via più altre, e tutte via le
trasse, ché qual sopra, qual sotto o dall'un de' lati tutte battevano altrove,
niuna al bersaglio, E già non più la fame o la vaghezza del colpo, ma lo sdegno
contro a sé medesimo gli appuntava l'occhio e regolava la mano, e nonpertanto
indarno. Di quaranta saette avea pieno il turcasso, né finì di trarre che l'ebbe
vuoto. Gittata la quarantesima, allora finalmente la lepre si riscosse dal
sonno e, nulla sapendo dell'avvenuto, sazia di dormire levossene e andò a
pascere altrove. Allora lo sventurato, perdute l'armi e non guadagnata la
preda, senza aver quel dì altro da rodere che sé medesimo, se ne tornò tutto
digiuno e malinconico al suo albergo. Indi, fattosi prima a pensare, poi ancor
a filosofare sopra quello stranissimo accidente dello starsi la lepre sicura
dormendo al bersaglio di quaranta saette, non mai colta da niuna e sol dopo
l'ultima risentirsi e andarsene, tanto ne trasse a miglior pro suo, che gli
parve quel dì diventare uomo, d'un insensato animale ch'egli era: non avendo
sino a quel dì inteso che in fino una sì vile bestiuola è in cura a Dio, e cui
Iddio difende nulla può ad offenderlo; e saettil chi vuole, egli dorme sicuro.
Così fermo intra sé, lasciò la mendica e stentata vita di cacciatore e,
rifornitosi d'armi e molto più d'animo, si rendé soldato. Vero è, che come di
legge maomettano, cioè più che mezzo animale nel sozzo vivere e nel perverso
discorrere, mutò il savio pensiero della cura e protezione di Dio nel pazzo
degl'inevitabili decreti del fato, e al suo destino affidandosi, d'animoso
diventò temerario; per modo che si provava a qualunque disperata impresa, nulla
curando il rischio, lepore magistro, com'era usato di dire; e 'l disse
anco ad Amurat suo signore, tornando vincitore d'un glorioso duello da lui
fatto fra due eserciti spettatori; di che siegue a ragionare l'istorico, né a
me fa mestieri di riferirlo. Ma noi che ci reggiamo col vero non troveremo
almeno altrettanto su che affidarci e posar sicuro il nostro cuore? E che voci
dunque sono quelle del Verbo stesso di Dio, colà dove facendo a una turba di
sconfidati quella memorabile lezione che ne abbiamo della particolar providenza
e cura che il divin suo Padre ha di qualunque sia, eziandio se minima, sua
fattura, esemplificò per fin ne' più minuti e dispregevoli uccelletti, dicendo:
Nonne duo passeres asse veneunt? et unus ex illis non cadet super terram
sine Patre vestro; e proseguì traendone quell'irrepugnabile conseguente, nolite
ergo timere, che di tanto ci accresce la confidenza quanto più a dismisura
vale, qual che si sia, un uomo che una vil passera. Dorma sicuro il re Filippo,
mentre in tanto vegghia per lui (come egli soleva dire) il suo amico Antipatro.
Io, per uom da nulla che io mi sia, sentendomi raccordare dal Savio: Pusillum
et magnum ipse fecit, et aequaliter est illi cura de omnibus, e da lui
medesimo, colà dove protesta ch'egli non è solamente Iddio de' monti, ma
altresì delle valli, perciò e degli alti e de' bassi, dormirò sicuri i miei
sonni, vegghiando per me Iddio, sì lontano a mai perdermi di veduta, che mi
porta negli occhi, e sì geloso a difendermi, che mi tien dentro il cuore; e non
che di me non gli caglia, ché qual madre, disse egli per Isaia può dimenticarsi
del figliuol suo e non averne pietà? Ma non l'abbia, e truovisi nella natura un
cotal mostro di donna che abbia il cuore di freddo macigno e non senta né tenerezza
né amore d'una sì viva parte delle sue viscere; di me no, non fia mai che
abbandonamento per disamore né trascuraggine per oblio si sospetti. Sopra il
qual dolcissimo argomento ragionerò qui appresso più al disteso.
In tanto proseguiamo anche un poco a folleggiare
co' pazzi per farli, in quanto ne fia possibile, rinsavire, traendo lor del
cervello quelle grosse e nere fiuggini con che parte l'ignoranza, parte la poca
fede loro ottenebra e tiene al buio la mente. Come a dir quella, che essendo
innumerabile la moltitudine delle cose particolari che compiono la natura e
altrettanta quella delle azioni umane, Iddio, nel voler intendere a tutte, men
avveduto riesca intorno a ciascuna. E percioché il ragionar di ciò in pruova
del vero con sottilità di ragioni supporrebbe senno da intendere e chi così
sente di Dio è mentecatto, impiccoliamoci co' piccoli, e accommodiamoci rozzi
alla loro rozzezza.
Un Saracino, detto il Buzecca, quattrocento anni
sono, andava non so se per suo diletto vedendo il mondo o egli mostrandosi per
sua gloria al mondo come un miracolo dell'arte, in che era eccellente, di
giucare a gli scacchi: professione in quel tempo sottilmente studiata, con
riuscirne maestri a pruova di bellissimi colpi d'ingegno, di che quel giunco è
capevole più di niun altro. Costui dunque, maraviglioso fu il saggio che diede
del suo valore in Firenze, cioè avanti il conte Guido Novello (famoso nelle
memorie di que' tempi) e a un gran raunata di curiosi gentiluomini, tratti a
quello spettacolo nel palagio del popolo: giucar tutto insieme con tre
valentissimi avversari, a tre diversi scacchieri, l'un solo d'essi a lui
presente, gli altri due lontani: tal che su quello di veduta, su questi non
veduti giucava a mente. Quando altro non fosse, pur sol questo era molto; ma fu
nulla, al vincer che fece due giuochi e far tavola il terzo. Per ciò dunque gli
bisognava aver divisati in mente cento novantadue quadretti, in quanti si
ripartono tre scacchieri; e in essi novantasei pezzi da muovere, l'una metà
suoi, l'altra degli avversari. Poi tutte aver nella fantasia descritte le tante
e sì svariate mutazioni che si andavan successivamente facendo, cancellandone
le passate e sol figurandosi le presenti: e con la mente soprantendendo a
tutte; osservare in ciascuna dove anche a più colpi lontano mirava ogni
particolar movimento di tanti pezzi, secondo il lor diverso andare, quale a
piccoli e quale a gran passi, e qual di salto misurato, e d'uno in altro
colore, e qual libero a lanciarsi sopra uno stesso dall'un capo all'altro; e
ciò gli uni di punta e per fianco, gli altri per fronte in quadro, e talun anco
possente ad amendue: e tutto ciò dal suo lato a difendersi, come dal contrario
ad offendere. Nel che fare, scompigliandosi i pezzi e disordinandosi gli ordini
delle schiere (già che questo è giuoco militare) quanti abbattimenti e fughe,
scontri e riscosse, assalti e ritirate, guadagni con perdita e perdite con
guadagno, e agguati e sorprese e sortite e assedi fino a darsi renduto,
intervengono? E non per tanto il Buzecca ebbe tutto chiaro in mente, tutto
resse con ordine, e tra forza d'ingegno e maestria d'arte riportò la vittoria;
la quale – dice l'istorico fu tenuta gran maraviglia. Or mi si dispongano a
regola di proporzione questi termini: il finito ingegno e 'l misurato avvedimento
d'un uomo intorno al providamente disporre novantasei pezzi nelle tante e così
svariate mutazioni che dal diversamente accozzarli provengono; e l'infinita
mente di Dio intorno alla quantunque sia numerosa, ma nondimeno finita
moltitudine delle cose ch'egli ha nel mondo a muovere e disporre con
providenza, di qualunque siano essere o natura. Mancheragli per niuna d'esse il
necessario avvedimento, se egli così tutto intende a ciascuna come tutto a
tutte? Confonderassi negli apparenti loro disordini? O smemorerà, riandando le
passate e antivedendo le avvenire per far che s'accordino con le presenti? O
gli verran falliti i colpi, e trasvieransi le creature lungi dal fine per cui
egli lor creatore le muove? O gli si torran di veduta le piccole, o 'l soprafaranno
le grandi? Io mi vergognerei se in questo proposito raccordassi un testo della
Divina Scrittura, colà ove ne' Proverbi la Sapienza di Dio, ingegnera e
machinatrice del mondo, si rappresenta, ludens coram eo omni tempore, ludens
in orbe terrarum; avvegnaché un de' più celebri chiosatori ce lo sponga
d'un tale, dice egli, giucar che Iddio fa di questo mondo alla palla, in
quanto, come disse Daniello, fa trapassare i regni dall'una mano all'altra, e
talora di sì inaspettato ribalzo che chi, se non è un Daniello, segretario di
stato e partecipe de' più occulti consigli di Dio, crederà essere colpo d'arte
quel che anzi sembra esser fallo o, al più che sia, volubilità di fortuna? Ma
che l'universal governo di tutto il mondo, intrecciato e composto del particolare
di tutte eziandio le più vili e menome creature, rispetto a Dio sia, come suol
dirsi, un giuoco, in quanto non è possibile imaginare la facilità con che egli
il tutto ordina e convenientemente dispone, chi può, dicendolo io, ripugnarmi ?
Ed honne, per cui rappresentarlo, testimonio e figura il Sole, cioè, come
altrove più a lungo provammo, la più espressiva imagine che, secondo il teologo
san Gregorio, Iddio abbia fra le sensibili creature. Egli, dunque, a far quanto
opera nella natura non ha mestieri d'altro che di tenere aperto l'occhio della
sua luce e guardare il mondo. Ma percioch'egli presiede a tutto insieme il
grand'ordine dell'universo, potraglisi per avventura opporre ch'egli altresì
non intenda tutto insieme al particolar bene d'ogni sua menomissima particella?
E ciò sì da vero, come per lei sola avesse a spendere tutto il gran tesoro
della sua luce? Veggianlo nel più vil fiorellino che nasca nel prato, pastura
di pecore e, o l'abbia o 'l perda, poco più di nulla importante alla natura. Per
ciò dunque che il Sole è continuo in opera a fare innumerabili altri lavori,
trascura egli forse o manca in nulla di quanto all'intero ben essere di quel
fiorellino è richiesto? Schiuderlo d'entro il suo seme, trarne di sotterra il
germoglio, lattarlo con le rugiade, nutrirlo con le piogge distillategli sopra,
riscaldarlo il dì e, affin che per troppo inaridire non secchi, calar sotto
l'altro emispero e lasciarlo rinfrescare alla notte; rassodarlo in sul gambo,
dispiegarne le foglie e dipingergli il fiore; e già grande, e maturo in tanti
gradi d'età quante stagioni è vivuto, dargli onde lasciar di sé posterità e
successione nel seme. Può egli voler altro un fiore, a voler quanto è
convenevole a un fiore? Hallo tutto dal Sole, che non gli fallisce in nulla,
avvegnaché nel medesimo tempo inteso a' negozi di tutto il mondo misuri a passi
contrari da per sé l'anno e 'l giorno, e con la Luna, variamente configurata al
riverbero della sua luce, le settimane e i mesi. Empie e sazia di luce e di
benefiche influenze quante v'ha in tutti i cieli stelle mobili e fisse; trae
per attorno i quarti del zodiaco le stagioni, succedentisi giusto l'ordine del
suo andare; muove, con esso il volgere della Luna, le acque, in quel perpetuo e
salutevole ondeggiar che fanno i mari; dà l o spirito e l'anima a' venti, e con
essi dibatte l'aria e la ripurga; rende ubertose alla ricolta le pianure e le
valli, e ricchi di miniere i monti, dentro alle cui viscere e metalli e gemme e
marmi produce; alimenta l'innumerabil generazion delle piante, e di preziosi
licori e di frutti e d'aromati le arricchisce, e ad animali e ad uccelli e a
pesci provede di pastura e di vitto. Tanto fa il Sole: e fallo così tutto
presente, e in opera attorno eziandio al minimo de' suoi lavori, come sol
quello e null'altro avesse per le mani. Or può egli cosa materiale e
insensibile esser ritratto di Dio, che non istia da infiniti gradi di
perfezione sotto l'originale? Che dovrà dunque imaginarsi di lui, o che dirne,
se non come la Sposa ne' Cantici, tutta ammirata e festeggiante d'essere in
particolar cura a Dio e averlo così tutto suo come sol fosse di lei? Dilectus
meus mihi, et ego illi. Itane (soggiunge il dolcissimo san Bernardo, e
vagliami con verità in pregio di tutte quel ch'egli trae a più sublime intendimento,
e sol certe sceltissime anime ne privilegia), itane huic intenta est illa
maiestas cui gubernatio pariter et administratio universitatis incumbit, et
cura saeculorum ad sola transfertur negotia, immo otia, amoris et desiderii
huius? Ita plane.
|