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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO SECONDO
    • CAPO OTTAVO
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CAPO OTTAVO

La natura e 'l tempo sotto a' piedi dell'anima. I beni di quella non le posson dar vita: i mali di questo non le posson dar morte.

 

Giustamente si fece da' figliuoli d'Israello cattivi in Babilonia, negando a quella madre della confusione e della dissonanza il concento delle lor cetere e la melodia delle loro canzoni: anzi le cetere stesse appesero a gli sterili salci, mutole ed oziose, perché non trovavano orecchi contemperati alle note dell'armonia ch'elle rendevano, degna sol di sentirsi nella beata ma lontana Sion; la cui dolce memoria amareggiava in essi ogni terrena dolcezza, sì fattamente che, tutto solitari e mesti sedendo su le rive de' fiumi, lungo il lor corso, e in essi ravvisando lo scorrere delle cose manchevoli di qua giù, dolcemente lagrimavano per l'eterne. Da questa altrettanto lodevole come giusta ritrosia de' veri Israeliti, voi altresì (diceva sant'Agostino a' suoi uditori) apprendete il come dovutamente rispondere a' figliuoli delle tenebre, miscredenti e curiosi, quando v'importunan co' prieghi, richiedendovi di mostrar loro la luce delle verità rivelateci dalla Fede, per cui vedere egli son ciechi, e come ciechi non la vedendo, giurano ch'ella non v'è, e di voi si fan beffe come di chi travegga o trasogni. E non è maraviglia che la felicità della vita avvenire, a chi altra non ne conoscepregia che la presente, paia una speranza da disperati; e le divine cose, alle anime divenute brutali per lo tutte sommergersi nel la carne, sembrin deliri da forsennato. Vere, fratres, ita est. Incipite velle praedicare veritatem quantulamcumque nostis, et videte quam necesse sit ut tales patiamini irrisores et exactores veritatis, plenos falsitatis. Respondete illis exigentibus a vobis quae capere non possunt, et dicite ex fiducia sancti cantici nostri: Quomodo cantabimus canticum Domini in terra aliena?

 

Or delle verità che, per essere d'altissimo argomento e nulla confacevole al basso appetito animalesco, incontrano non so se più discepoli o schernitori, la più necessaria ad intendere e la più profittevole a praticare si è quella dell'esser noi ordinati da Dio a un fine sopranaturale sublimissimo, ed eccedente oltre ad ogni proporzione e per dignità e per utile quanto ha d'estimabile il mondo e di visibile la natura. Sottratta che sia dal cuor d'un uomo questa pietra fondamentale, tutta la fede nostra, che sopra lei immobile si sostiene, dimuovesi e rovina. Oscurata in altri e non ispenta la sua chiarezza, il men ch'ella cagioni è d'inciampare a ogni passo, rispetto al trasviarsi errando lungi dalla salute, fino il più delle volte a smarrirne, non che affatto la via, ma la memoria e il desiderio; e a richiamarveli e rimetterli in istrada ben fa mestieri di quella straordinaria che David chiamò Vocem virtutis: peroché il gran tumulto delle cose terrene, sempre inquiete e strepitanti, distempera l'udito a chi lor si gitta in mezzo: onde vi riesce indarno il ragionar nulla delle celesti, che vogliono tranquillità nel cuore e silenzio nella mente. Come gli abitanti colà presso alle famose cascate del Niloincalliti e duri hanno gli orecchi per l'orribile stroscio che quel gran fiume precipitando giù d'altissimi balzi cagiona, che perduta è per essi la musica, e ogni altra voce, se non è un possentissimo grido, soprafatta da quell'intolerabil fracasso, riesce affatto insensibile.

 

vale il sopraccennato principio solamente a ben ordinare le proprie azioni per modo ch'elle tutte battan diritto al termine lor da Dio prefisso, che è il vero e solo operare con intendimento e da uomo, prendendo il moto dal fine, senza sviarcene, fino a conseguirlo: ma vale altresì a torsi d'entro al capo una sciocca e dannevole maraviglia, che stupefà e aggira il cervello anco de' non volgari, qual ora, fattisi un po' d'alto, girano attorno gli occhi e s'affissano a vedere il disugualissimo spartimento delle fortune e degli stati degli uomini, e d'una sì svariata disuguaglianza entrano in pensiero la vera cagione non poter essere altra che non ve n'essere niuna cagione, ma le cose di qua giù averle Iddio lasciate, come il mare al la discrezione de' venti, così esse alla ventura del caso. Nel che pensare, par loro essere non che savi delle cose umane, ma riverenti alle divine: conciosia che non sappiano accordare, come cose imcomportabili ad unirsi, che tutti indifferentemente gli uomini sian figliuoli di Dio e a lui cari come parti vive delle sue viscere, e non per tanto alcuni, a guisa di primogeniti, truovin, nascendo, apparecchiatosi un patrimonio d'ogni maniera di beni dovizioso e abbondante fino al soverchio; altri, e non rade volte i più degni, come spuria vitulamina, diseredati prima che nati, non che abbiano il convenevole assegnamento anco fra gli angustissimi termini del necessario per vivere, ma non altro che una infelice eredità di miserie che, del ventre materno ricoltili e avviticchiatesi loro intorno più stretto che non s'abbarbican l'ellere a' tronchi, ne sugan la vita e non mai gli abbandonano, fino al vederli cenere nel sepolcro. Quegli, come le spighe sognate da Faraone, cespugliose, granite, curve sì come non reggenti al peso di lor medesime; queste, smidollate, aride, tisiche, stoppia inutile ancor prima del mietersi. Or se la presente vita s'intenderà non aver qui il suo termine, ma inviarci ad un'altra durevole quanto l'eternità e beata quanto il posseder Dio, con ciò solo eccovi i beni e i mali di quagiù già non più beni e mali come parevano, ma trasformati nella natura del fine a cui, bene o male usati, o ci portano o ce ne sviano: e così talvolta i mali diventar beni e i beni volgersi in mali, con quel trasnaturarsi ch'è proprio de' mezzi in quanto tali. E non è questo un mettere altri occhi in capo, da veder le cose quali veramente elle sono, non quali apparentemente si mostrano? Quanti dubbi della mente impacciata con ciò solo si strigano? Quanti inganni dell'occhio traveggente si emendano, e montagne d'ombre si spianano, e giudizi torti dal vero si drizzano, misteri nascosi, come pareva, in fondo all'abisso, si svelano? A guisa di chi vede un quadro di buona mano, in cui siano tirate in disegno un po' fuor di squadra d'ogni maniera abitazioni, tempi e palagi reali, poveri tuguri e capanne villesche, tutto a buona regola di prospettiva, s'egli non ne sa l'artificio, stupirà quel diverso andar delle linee de' lati, altre inclinate, altre saglienti e tutte oblique, e lo scemar che fanno i piani e le alzate ristringendosi coll'andare e digradando con ragione; e forse imaginerà che diversamente si adoperi a scorciare un palagio e diversamente un tugurio; o che quello si disegni con regola e questo a capriccio. Ma chi ne intende il magistero, trovato nella linea dell'orizzonte il punto che chiamano della veduta, conosce che tutte indifferentemente le linee, sian de' palagi o de' tuguri in prospettiva, e le basse che salgono e le alte che scendono, vanno a ferire in lui, percioché da lui ebber principio e regola al tirarsi. Così al perito nell'arte non parrà strano quello che all'idiota sembra misterio. E tale appunto è la diversità che interviene fra chi giudica dello spartimento de' beni e de' mali presenti, e mette o no l'occhio in quello dove tutti riguardano, ch'è la vita avvenire: il cui punto è il regolatore di tutte le linee, e de' palagi e de' tuguri: voglio dire, degli stati umili e de' sublimi, che a lui, secondo il ben inteso disegno di Dio, che si compiacque ordinarci a un sì glorioso fine, indifferentemente conducono. Veggiamo ora se ci potrà venir fatto di trovare nella natura altresì, come abbiam fatto nell'arte, alcun principio, quanto più semplice tanto più somigliante, per la cui comparazione meglio s'intenda quello che mi son proposto a dimostrare: che l'essere noi ordinati da Dio a un fine sopranaturale, da conseguirsi nell'eternità e nella beatitudine avvenire dopo questo momentaneo viver presente, è una massima di tale e tanta efficacia per trasformarci in altri uomini, che in solo apprendersi un poco ci fa mutar parere intorno alle cose di quagiù: e anzi che giudicarle un gran che, fa maravigliare della maraviglia che gli sciocchi si fanno, veggendodisugualmente assegnate le sorti e sì lungi dal merito compartiti i beni e i mali che chiamano della fortuna, come gli uni e gli altri non fossero quell'infelice niente che sono, ma nella grandezza infiniti e nella durazione perpetui. Distesovi dunque inanzi tutto il bell'ordine della natura, vi domando: onde nasce la varietà delle stagioni e i producimenti propri di ciascuna? Onde la differenza de' climati, numerati quinci e quindi dall'equinoziale fino a' poli del mondo? Onde la disuguaglianza de' giorni e delle notti, altre sì lunghe, altre sì brievi? Onde la division delle zone, estremamente calde o fredde, o fra loro contemperate? Onde la diversità ne' rivolgimenti delle spere celesti, sopra diversi cardini e incontro a termini contraposti? E per non andar più a minuto, onde tutto il vario, tutto il bello e tutto insieme il buono nell'ordine della natura? Può egli dunque essere che tanta e moltitudine e differenza d'effetti da una sola cagione tutti indifferentemente provengano, intesa la quale, restiam di maravigliarcene, già che la maraviglia nasce dall'ignoranza? Ma ella pur v'è; e sì semplice e non per tanto sì artificiosa, che troppo meglio a Dio che ne fu inventore, che non ad Apelle, si confà quella lode dell'esser nelle opere sue non minoris simplicitatis quam artis. Peroché, ad apprestare quanto poco fa dicevamo, Iddio altro non fece che torcere un solo invisibile circolo, quello ch'è la via per cui camina il Sole senza mai trasviarsene. Accostollo, direm così, dall'un capo a settentrione, dall'altro ad ostro, traendolo, ove il più, ventitré gradi e mezzo lungi dall'equatore, cui sega per metà ne' due punti equinoziali: e con sol questo pochissimo egli diede tutto altro essere, tutto altro ordine, tutto altro operare alla natura; e riandatene i sopraccennati effetti: altra cagione non ne ritroverete; onde verissimo fu il dirne di Plinio, colà dove, mentovando il zodiaco per lo cui mezzo il Sole annovalmente camina, obliquitatem eius intellexisse est rerum fores aperuisse.

 

Or attendete come il detto fin ora ben si confà con quello che per lui intendo di rappresentare. Con solo ordinarci Iddio a un fine sopranaturale, egli ha dato un tutto altro essere e un tutto altro muoversi a' nostri giudizi, alle nostre operazioni. L'andar della vita nostra non si fa solo sopra i due poli di questo mondo visibile che ci portino da oriente a occidente: voglio dire, dal nascere al morire e non altro, come il commune degli animali. Il torcimento dell'eclittica si trae per conseguente due altri poli suoi propri, in su i quali il Sole rivolgesi da occidente in oriente; e gli abbiam noi altresì, cominciando dal morire il nascere e dal tramontare a questa vita temporale il levarci all'eterna, che mai non è per finire percioché sempre ritorna in sé medesima, come il circuir del Sole per lo suo cerchio. Il che tutto se è vero (e l'è altrettanto com'è veritiere Iddio) che maraviglie ci rimangono a fare sopra l'avere, di questi beni della terra, chi a dovizia e chi scarsamente, se eziandio un monarca, a cui s'ammontassero sopra 'l capo tante corone quanti sono i reami di tutte le nazioni del mondo, non sarebbe più da vicino a quell'eterna felicità che aspettiamo, di quel che vi sia un poverissimo giornaliere? Come niente maggiori appariscon le stelle a chi le mira d'in su la cima del più alto monte che sia, e niente minori a chi dalla più profonda valle, e pure lo spazio di qua giù fino al sommo cielo stellato, benché a contarne le miglia egli sia una certa immensità, non ha proporzione con la distanza che è tra la presente felicità temporale e la futura eterna, a cui niente meno il mendico che il re, l'ignorante che il letterato, l'avvenente e bello che lo storpio e difforme, sono da Dio ordinati. Grida colà appresso sant'Agostino un non so chi: O Deus, ista est iustitia tua, ut mali floreant, boni laborent? La qual è voce che, a cavarla dal cuore di quanti ve l'hanno in silenzio e metterla loro in bocca, si farebbe sentire da un capo all'altro del mondo. Ma odano la risposta. Dicis Deo: Ista est iustitia tua? Et Deus tibi: Ista est fides tua? Haec enim tibi promisi? Ad hoc christianus factus es, ut in saeculo isto floreres, et in futuro postea in inferno miserrime torquereris? Mirate infelicità che noi medesimi ci procacciamo e, quel che vince ogni maraviglia, fatichiamo per renderci infelici, e nostra mercé i l siamo: Anxii semper, et ad ipsa laetiorum vota suspensi, dice sant'Ambrogio, quodam fluctuamus incerto, sperantes dubia pro certis, incommoda pro secundis, caduca pro solidis: nihil habentes potestatis in arbitrio, firmitatis in voto; dove al contrario, mettendo i nostri pensieri ed affetti in quell'infinito bene che aspettiamo, chi ha in petto un cuoreampio e sì capevole che, per ismisurati che siano i suoi desideri, non si senta pago, così ora dello sperarlo come a suo tempo del possederlo? Fosse generosità, fosse presunzione quella del grande Alessandro mentre s'apparecchiava al conquisto dell'Asia, che poi gli venne fatto nella sconfitta di Dario, egli, come già possedesse quel che ancor non avea, donava quel che aveva, e castella e città, fin quasi ad impoverire; della quale prodigalità ammirato e scontento Perdicca, un de' suoi capitani ed amici, in sembiante di curiosità, ma in vero per ammonizione, il dimandò: "Tibi vero quid reservas?". A cui il magnanimo giovane: "Spem meam" disse: tesoro in cui avea tanto, che col donar quanto avea non perdea nulla. Risposta che oh quanto meglio sta in bocca a' fedeli di quel Signore che l'Apostolo chiamò Deus spei, se, oltre allo svellere dalla terra ogni loro affetto, niuna radice d'amor soverchio mettendo nelle cose manchevoli di quagiù, anco da sé lontano le gittano o, per meglio dire, a Dio per mano de' poveri le danno in permuta d'una beata eternità; e non già all'incerta, come Alessandro troppo arditamente affidato all'arrischievole giuoco dell'armi in cui, come ne dicon gli esperti, vince e trionfa non men la fortuna che il senno, ma sicuri della fedeltà di Dio quanto è infallibile la sua parola, e della benignità quanto grande è il pegno che ne abbiamo nelle mani. E quale? Securus esto accepturum te vitam ipsius, qui pignus habes mortem ipsius: ella è voce di sant'Agostino, e questa altresì, tutta oro della medesima vena: Plus est quod fecit, quam quod promisit. Quid fecit? Mortuus est pro te. Quid promisit? ut vivas cum illo: incredibilius est quod mortuus est aeternus, quam ut in æternum vivat mortalis.

 

E a dire il vero, se colà nelle solitudini dell'Arabia diserta, dove tutto è uno sterminato mare di sabbia movevole, ondeggiante e talor tempestoso, non si viaggia sicuro se non guidandosi con le stelle, né va per quel periglioso pelago carovana cui per ciò non iscorga un piloto, a cagione dello spesso sconvolgere che i venti fanno quella sottilissima rena, accecando le strade e cancellandone ogni orma segnatavi da' passaggeri, che altro si dee far qui giù, dove ogni cosa è mutabile sì come in preda a' contrari, se non torsi via da gli occhi la terra e, calpestandola con quanto v'è di terreno, trapassarla, tenendo in veduta il cielo? Io mi vergogno rammentando quel che di sé, ma in ammaestramento degli altri, lasciò scritto un idolatro di professione filosofo, ma pure altresì cortegiano. Quid erat, cur in numero viventium me positum esse gauderem? An ut cibos et potionem percolarem? Ut hoc corpus casurum ac fluidum periturumque nisi subinde impleatur farcirem, et viverem aegri minister? Ut mortem timerem, cui uni omnes nascimur? Detrahe hoc inaestimabile bonum (parla della sapienza che si trae dal conoscimento de' cieli) non est vita tanti ut sudem et aestuem. O quam contempta res est homo, nisi supra humana se erexerit! Che avrebbe detto il buon Seneca se avesse assaporato il midollo, egli che tanto sapor trovò nella scorza? Se da quel visibile bello che mostra il cielo stellato fosse salito a vedere con san Paolo quell'infinitamente più bello che s'alza in fino al terzo cielo? Ma o dell'Apostolo non sapesse (ché mano falsa son le scambievoli lettere che si fingono scritte dell'uno all'altro) o il superbo ingegno ch'egli era volesse anzi esser maestro del suo che discepolo dell'altrui, egli non mise il pi è dentro alla reggia di Dio, ma vi si fermò intorno alle mura: e pure, in obbrobrio nostro, tanto gli piacquero che, per anche solo vederle, ebbe a vile tutta la terra; e toltogli il pensarne stimò, il suo, non viver da uomo, ma stentare da bestia.

 

E in verità, parvi egli musica d'uomini, e non grugnito d'animali, quel cantar che si facea ne' conviti, secondo la memoria lasciatane da Platone? Tre in tutto essere in beni dell'uomo: l'ottimo, un'ottima sanità; il mezzano, una più che mezzana bellezza; l'infimo, danari a dovizia, ma non di reo acquisto. Con ciò, misero Giobbe, nella sanità il più guasto, nell'apparenza il più sformato, negli averi il più povero che mai fosse altr'uomo; e, quel che ne raddoppiava le sciagure, ieri porporato in soglio, oggi tutto piaghe su un letamaio; e non per tanto, parturiens imortalitatem interius, vermibus fluescens exterius, come disse sant'Agostino, faceva un incanto alle sue miserie cantando la sua felicità, e non sentiva il suo mal presente raccordandosi del suo bene avvenire. Sì gran forza ha, per non curarsi di qualunque sia la condizion dello stato suo in questa vita, il ben intendere quel che si aspetta nell'altra; come chi va dov'è chiamato a incoronarlo re né si attrista soverchio né si rallegra che la via per cui corre a spron battente sia diserta o amena: sì è tutto nel termine in cui si ferma, che non è punto nel mezzo per cui trapassa. E quanto a gli altri, io fermamente mi fo a credere che un de' consigli di Dio nello spartir che fa i beni di questa vita, allargando la mano fino a ricolmarne eziandio degl'indegni, sia accioché da questo suo medesimo fare intendiamo ch'egli sono un niente, una cosa da gittarsi, come par ch'egli faccia; e in tal conto de' averli chi in lui si confida di giungere dove (facciamo dire a san Gregorio Nisseno) excedit homo suam ipsius naturam, immortalis ex mortali; ex fragili atque caduco, integer et incorruptus; ex diario atque temporario, sempiternus: in summa, Deus ex homine evadens. Quanto fin qui si è discorso, non v'è né ostinazion di giudicio, né contrarietà di ragioni che vagliano a ripugnarlo: conciosia che, supposto vero il principio dell'esser noi ordinati a quell'eminentissimo fine della chiara visione e dell'eterno possedimento di [D]io, con tutti i beni possibili a godersi da un perfettamente beato, i conseguenti, in buona forma didottine, sono evidenti. Ma s'alza e ci vien contro una terribile frotta, non so ben distinguere se d'uomini o di bestieconciosia che l'uno il sian per natura, l'altro per elezione – e tante han seco machine d'argomenti, a provare che l'anima è in noi cosa corporea e mortale, che, dove ci credevamo salir sopra i cieli e pareggiarci con gli angioli, ci troviam, secondo essi, su la terra a uno stesso piano con gli animali. Or questi vengono ripartiti in due squadre, l'una filosofi, l'altra medici, e han condottieri, quella Aristotile, questa Galeno: i quali, se ci vengan da sé o i loro seguaci ve gli strascinino a forza contorcentisi e ripugnanti, massimamente il primo, veggalo a cui più di me cale il dichiararli innocenti o rei, almen della pena a cui quell'antico legislatore condannò coloro che nelle guerre civili non parteggiavano, ma si tenevan neutrali, aiutando e disaiutando amendue le fazioni. A ripararsi dalle saette che avventano, e sono gli argomenti che oppongono, non ha dubbio che si bisogna quello scutum fidei, ch'è una parte delle spirituali armadure con che l'Apostolo ci guernisce. Ma se vogliamo anco farla co' nostri nemici ad armi pari, cioè adoperando discorso contra discorso e ragioni contro a ragioni, noi ne siamo così bravamente forniti, che non vi manca de' savi in filosofia a' quali paia l'immortalità dell'anime nostre provarsi evidente, anche solo per semplice natural discorso; infra i cui termini anch'io mi terrò, disputandone qui un poco e valendomi, quanto il meglio saprò, dell'arte degli schermidori, che col medesimo colpo parano tutto a un tempo e feriscono.

 

Vuolsi dunque in prima girar l'occhio intorno e ben osservare, con la scuola de' Platonici, l'unità del mondo, collegatostrettamente nelle sue parti, voglio dire nelle nature che il compongono, che fra l'una e l'altra niun vacuo s'intrapone, tal che si va per le specie di mano in mano salendo, da quelle del meno fino a quelle del più perfetto grado, con tanta unione dell'una immediata all'altra, che non rimane spazio da por fra mezzo a due di loro una terza natura. Quindi fra i corpi semplici e i misti, fra gl'inanimati e i viventi, fra gl'insensibili e i sensitivi, quelle, dicianle così, mezze nature, che san Gregorio Nisseno, o più veramente Nemesio, osservò, aventi più dell'un estremo inferiore e meno dell'altro superiore: e fanno che l'ordine delle cose non vada come di salto interrotto, ma di passo continuato, salendo dal meno al più perfetto misuratamente, a ragione di giuste proporzioni, non aritmetiche o geometriche, ma armoniche, che sono le proprie delle essenze e del componimento del mondo, tutto per esse in musica intelligibile e, alla mente che le considera, ben consonante. Or se l'anima in noi non avesse altro essere che quello infelice de' bruti, che legamento vi sarebbe per cui unire l'ordine in tutto spirituale all'in tutto materiale? E mi si dica: stanno egli forse in tutto fuori de' termini del possibile e sono linee fra loro incommensurabili una sustanza spirituale e un corpo materiale, a cui ella sia forma che, unendosi, faccia di sé e di lui un tutto partecipe d'amendue quegli ordini, e sia lor vincolo e congiunzione? Già non s'ardì a negarlo, avvegnaché per astio e malignità saldo a negare ciò che concedendosi tornerebbe in pro a stabilir la fede cristiana, Porfirio, apostata e persecutore; di cui, percioché gravia sunt quae pro nobis sunt testimonia, neque contradici quicquam potest, vuolsene allegare il testo. Non improbandum igitur, dice egli, accidere posse ut aliqua substantia ad alterius substantiae absolutionem assumatur et pars substantiae sit, ita ut in sua ipsius natura maneat et aliam substantiam compleat et unum cum alia faciat et suam unitatem conservet; et, quod maius est, ipsa quidem non vertatur, sed ea in quibuscunque fuerit, ad suam actionem sua praesentia vertat. Così egli dell'anima. Se ciò dunque è possibile a farsi (altrimenti, ce ne dimostrino la contradizione de' termini), ci riman solo a provare che e ' sia fatto. Or fingianlo: e facciasi che una sustanza spirituale e intelligente si dia per forma ad un corpo organizzato, com'è dover ch'egli sia in servigio di lei; struggansi gli avversari, e struggeransi in darno, fantasticando, a rinvenire che altro ne proverrà di quel che in fatti è l'uomo. Adunque egli è desso il composto di quelle due tali nature che dicevamo. Nam cum homodisse il teologo san Giovan Damascenomedia quadam inter mentem et materiam sede constitutus, rerum omnium conditarum, tam quae in aspectum cadunt, quam quae oculorum sensum effugiunt, nodus ac vinculum sit, ben gli sta il misterioso nome, datogli da Plotino, d'orizzonte, cio è finimento e tutto insieme unione de' due emisperi, superiore e inferiore, che sono i due ordini delle nature, pure spirituali e pure corporee, solo intelligenti e solo sensibili, immortali e caduche: partecipando egli, secondo le due sue parti, così le proprietà come le nature dell'un termine e dell'altro.

 

Che se poi ci poniamo inanzi di qua l'uomo e di le bestie, a giudicarne anche sol dal vederle, gran maraviglia in vero reca il non discernere che gli avversari fanno le differenze dell'operare in ciò a che l'anima è possente negli uni e negli altri. Che strana cosa vi sembra che nelle bestie e non nell'uomo l'anima si distrugga col corpo, se quella non ha niuna operazione che dal corpo non dipenda, servendole egli in tutte di strumento o materia da produrle? Usar de' sensi, nutrirsi, generare, e tutto l'altro interno: massimamente il lavorio de' fantasmi, senza i quali elle non varrebbono una delle cento parti a che vagliono in pro nostro. Ma l'intendere, non è egli facoltà delle sustanze incorporee e immateriali, avvegnaché con la debita differenza tra gli angioli e noi eziandio quanto al modo d'usarla, in quegli – non ha dubbio – più semplice e più perfetto? Adunque la medesima facoltà rimane e dura, nell'anima disgiunta dal corpo e separata dalla materia; adunque v'è ragione perché debba sopravivere alla morte, non perdendo ella col corpo quel ch'è il meglio di lei, cioè la mente; che né da lui la riceve, come spirito ch'ella è, né, lui perduto, perde lo strumento necessario ad usarla: come ho detto avvenire delle bestie, alle cui anime separate non rimane ragion di durare, eziandio per ciò ch'elle non han facoltà niuna per cui possano operare senza il ministero del corpo. In così dire non ho io dimenticata la dipendenza che ha l'anima da' fantasmi, e questi dalle specie che lor tramandano i sensi, ricevute ab estrinseco da gli obbietti de' quali sono vicarie, poiché, sustituite in lor vece, li rappresentano. Ma che nuoce egli ciò all'essere l'anima spirito e immortale, onde sì intolerabil romore ne abbiano a far gli avversari? Se l'anima altresì in quanto intellettiva dovea esser forma informante e non solo assistente, tal che l'uomo, in quanto egli è composto d'anima e di corpo, non fosse animal bruto e sol ragionevole in quanto partecipe di quell'universale intelletto (non inventato, come altri crede, ma sol messo in opera dall'empio saracino Averro è) prestato a gl'individui ne' quali si particolarizza e al lor morire restituito, ritirandosi egli in sé medesimo, come dicono, al suo primo essere universale, senza rimaner nulla di noi che sia noi: priegoli a dire in che altra imaginabil maniera poteva un'anima immateriale unita a un corpo sensibile prender l'estrinseco bisognevole intorno a cui operare. Se già non volessimo dir con Platone, ma saviamente inteso, ch'ella ha innate, come virtù in seme, le forme universali per cui, unendosi alle idee loro conformi, si fa mente in atto e dentro a sé riceve quel che di sé stessa quasi genera e produce: onde anche fu il definir, ch'egli fece, l'anima numero se movente: e il darle que' due semplici moti, il retto e 'l circolare, de' quali il retto è l'uscir di lei per la via de' sensi incontro a gli obbietti, il circolare, che da sé movendosi non si parte, è il lavorar tutta dentro di sé medesima col discorso. Ma cel contende Aristotele con invincibili argomenti, avvegnaché non battano veramente Platone, ma una fantasima ch'egli immascherò da Platone; e, per mostrarsi sottile contra il suo maestro, rappresentò lui sì grosso che insegnasse i numeri dell'animaastrattissimi e sol contemplabili in quanto specie rispondentisi con proporzioneessere quantità e moltitudine realmente discreta; e l'intelletto un circolo materiale, girato non so con quali seste, divisibile in parti e toccante con le une e non con le altre; e 'l suo volgersi in sé stesso, un andar senza principiofine. Così ancor delle idee, che separò dalla prima Mente di cui, appresso Platone, elle son forme non separabili; e con un esercito di gagliarde ragioni le combattè, ma dove elle non erano; e le distrusse, ma quel ch'elle già mai, per lo dettato di Platone, non furono. Ma seguiamo oltre nel cominciato: che una sustanza spirituale e intelligente, unita come forma ad un corpo materiale con cui fa un vero tutto, natural cosa è – né se ne può altrimenti – ch'ella operi con dipendenza del corpo, in quanto egli per man de' sensi le sumministra le prime notizie degli obbietti, alla cui presenza (ché d'altro non abbisogna) la mente esprime imagini lor simiglianti e, se ancor vuole, non somiglianti, in quanto i sensi non le danno altro che individui, ed ella, astrattone il puro essere, ne fa specie universali, e con esse tutta di per sé opera e compie il suo lavoro. Non però in modo ch'ella altresì non rifletta il suo intendere alle sue medesime intellezioni come ad obbietto: le quali intellezioni, come forme spirituali che sono, chiaro è né la fantasia, né il commun senso, abili solo a lavorare in materia, avere imagine che l'esprima: e perciò l'anima, in tutto universalmente il suo operare, in quanto ella è intelligente non dipendere dal ministerio de' sensi.

 

Ma che diremo del patire che i sensi fanno, fin tal volta a distemperarsi, quando il sensibile è fuor di modo vemente? Ond'è l'assordarsi al troppo gran suono, l'accecarsi alla troppa gran luce; dove, al contrario, la mente tanto più si conforta e gode quanto l'intelligibile è, diremo così, per la sua sublimità più gagliardo ed ella in lui con più intensione s'affissa, sino a cagionarsene estasi e sospensioni dall'operare ne' sensi: concentrata in sé medesima l'avvertenza dell'anima, divenuta quasi non altro che mente, immersa in alcuna speculazioneprofondo, che la parte di lei sensitiva o, per meglio dire, essa medesima in quanto tale se ne rimane come da lungi, istupidita, e senza il natural vigore per muoversi alle consuete operazioni. Or d'onde il patir de' sensi, se non dalla materia sì dell'obbietto e sì ancora dell'organo corporale? E, per lo contrario, il non patir della mente se non dallo stampare le forme degli obbietti separate da ogni materia e, per conseguente, in potenza immateriale? Dovendosi per necessità, convenienza e proporzione, come tra l'essere e il modo dell'operare, così tra questo e 'l suggetto in cui opera. Dunque l'anima in noi non è cosa materiale, non essendo patibile dalla materia neanche quando lavora in lei, perché la riceve sottigliata per astrazione e ridotta a un essere immateriale a lei proporzionato. D'onde anche si trae la capacità della mente all'intendere essere interminata, sì perché le forme di lor natura contrarie, e perciò incomportabili a trovarsi insieme, nel puro essere con che si ricevono dalla mente non hanno la nimistà che le muove a cozzarsi e contendere fino a distruggersi l'una l'altra; e sì ancora perché nell'operar della mente l'un atto non richiede modo differente dall'altro, ma il medesimo vale per tutto l'intelligibile infra il medesimo ordine. Il che mi porta a una nuova ragione, e tale che, s'io mi prendessi a sostenere la parte degli avversari, non saprei come strigarmene. Insaziabile è in tutti noi il desiderio del vero, incontentabile l'appetito del bene, e, per quanto abbiamo dell'uno e dell'altro, mai non ne siamo sazi e contenti perché mai non ne siamo pieni: più che chi provasse una sete per cui spegnere gli bisognasse un oceano e a trarsela non avesse più che una fonte. E quanto al vero, noi bramiamo d'intendere anche il non possibile ad intendere nello stato della vita presente, come Iddio e le Intelligenze nel lor proprio essere, tutto altro da quello che ne concepiamo rappresentandoleci con ispecie tanto aliene, che più ci accostiamo al vero negandole che affermandole d'essi, come insegna l'Areopagita. Quanto al bene, ci basti vedere Alessandro il Grande dar vere lagrime alla falsa persuasione dell'esservi infiniti mondi: de' quali, chi mi sa dire quanti sarebbon bastati ad empiere la capacità de' suoi desideri, sì che, interamente beato di quegli che possedesse, non tornasse a piangere per brama di quegli che gli mancassero? E questa voglia in noi non è acquistata, ma innata: istinto proprio di natura e commune all'uomo, tanto sol che sia uomo. Or s'egli è vero che la natura niente fa indarno, quanto men questo, che è sì proprio di noi, e via a perfezionarci proporzionatamente al nostro essere? E se l'anima sommersa nella materia, in quanto unita al corpo, non è abile a conseguire quel che sì accesamente desidera, segno evidente a me pare che almen, divisane, sopravive. Altrimenti, ben ingiusta converrà dir che sia stata la natura, trattando peggio il più degno, cioè dando alle bestie il contentarsi del presente, con che solo ogni loro appetito si appaga, e a noi un tormentoso desiderio d'aver quello che uniti al corpo non possiamo, e molto meno disgiuntine, se l'anima insieme seco perisce. Dunque ella si riserba all'immortalità che ognun brama; e ancor mortale, in tante guise, tutte indarno, se la procaccia e apre gli occhi all'intendimento del vero e 'l seno al godimento del bene, per cui, mentre è nello stato presente, tutta in vano s'affatica e sospira.

 

Ma traiamo oramai di su 'l volto alla natura la maschera, e ne compaia Iddio: ch'egli è desso l'artefice che ci compose e che tal desiderio nell'anima c'innestò; e non poté compierlo, volendo? O non volle, potendo? O gli piacque deluderci con un'apparente menzogna? E chi, se non è empio, può né pur sospettarne? Ma volle darci in esso un fedelissimo interprete delle cose nostre avvenire, già che i sensi non le discernono e la parte che in noi è commune con gli animali, per quanto s'alzi, non arriva a comprenderle. Ond'è poi ch'ella, veggendo imputridire così i nostri cadaveri come que' delle bestie, senza nulla apparirgliene che sopraviva, conchiude con que' pazzi nella cui lingua parlò il Savio colà ove disse: Unus interitus est hominis et iumentorum, et aequa utriusque conditio. Sicut moritur homo sic et illa moriuntur; similiter spirant omnia et nihil habet homo iumento amplius.

 




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