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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO SECONDO
    • CAPO UNDECIMO
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CAPO UNDECIMO

L'Astrologia in ringhiera, con cinque testimoni falsi che la difendono veritiera.

 

Èvvi per avventura qua intorno alcuni di quegli otto volte beati, che professano d'intendere io non so ben se mi dica il linguaggio, o più tosto il silenzio delle stelle? Anzi, pur l'uno e l'altro, peroch'elle, mutole a gli orecchi, parlano a gli occhi in lingua di luce, e il vederle coll'animo attento è udirle, e 'l rinvenirne il principio dell'essere e i fini dell'operare è intenderne la favella. Èvvi chi ne sappia il significato delle quarantotto imagini antiche, la virtù de' moti, il valore de' punti, l'impressione che ricevono dalle case, le buone e le ree fortune che ci promettono negli aspetti? Èvvi chi sia maestro in gittar bene l'arte di costringere i pianeti vagabondi ad entrare fra quelle magiche linee de' trini, de' quadrati, de' sestili, de' mezzi cerchi e, quivi stretti in un angolo, scongiurarli con le possenti note de' numeri, sino a far che rivelino le cose occulte, ridicano le passate, dimostrino le presenti invisibili, profetizzino le avvenire? In una parola, èvvi un astrolago?

 

Traetevi qua inanzi, che v'è mestiere di voi a squadrare una nascita e diciferarne i misteri: ché io, più timido che curioso, mai non sono entrato in quelle vostre dodici case di vetro, dov'è bisogno aver l'ali di Mercurio a' piedi, per tenersi in aria e non premere il suolo; e convien, come disse Eucrate, a guisa delle Cariatidi degli architetti, mettere una mano al tetto, puntellandolo perché non rovini. Oltre che, a dire il vero, non m'è mai avvenuto, come all'Icaromenippo di Luciano, trovare aquile, ma solamente avoltoi (cio è a dire astrolaghi) che m'adattino all'ingegno un paio d'ali, su le quali portarmi in una sicura volata, né pur come lui fino alla Luna: e la fossa, in che Talete tutto inteso a mirar le stelle, non veggendola, rovinò, mi ha fatto credere i cieli non essere uno specchio in cui di riflesso si veggono, non che i futuri incerti, ma neanche i presenti pericoli della terra. Or qui uno squallido vecchio, scuro in faccia, di folta e nera barba e in turbante e in giubba all'arabesca, ad un'allegra matrona, romana all'aria e all'abito, presenta una figura celeste e, tenendo appuntata col dito la seconda casa, detta infernale perché ivi niun pianeta s'allegra, e in essa accennando Mercurio, volta il torbido occhio e mira in torto la Luna, male accolta nell'undecima casa, e pensoso in atto mostra di riesaminare quel maligno quadrato e non sapersi condurre a confessar chiaro quel che ne pronostica l'arte. Nel mezzo della figura sta scritto: Natus Antii post IX. menses quam Tiberius excessit. XVIII Kalen. Januar. oriente Sole: pene ut radiis prius quam terra contingeretur. Dunque, ripiglio io, ella è la nascita di Nerone: ché queste appunto son le parole con che di lui favella Svetonio e, per conseguente, la donna a cui l'astrolago la presenta è la madre medesima di Nerone, quella tanto rinomata Agrippina, il cui marito Domizio, inter gratulationes amicorum per lo parto di lei, negò quidquam ex se et Agrippina nisi detestabile et malo publico nasci posse.

 

Se ciò è, io son fuor di pensiero d'andar cercando chi m'interpreti questa figura; e ne sento grazia alla sagacità d'alcuni valentissimi astrolaghi, i quali, presa di mano all'istoria la cronologia (ch'è quella fedel lucerna, senza la cui scorta chi va per lo buio dell'antichità e per le rovine del mondo vecchio a disotterrarne i tesori delle più degne memorie, non vede ove ponga sicuro il piede) si son messi in traccia de' nascimenti di coloro de' quali anche oggidì dura al mondo o la fama o l'infamia, sì come vivendo si meritarono; e trovatone felicemente il punto, sopra esso han fabricate quelle dodici case celesti, a ciascun le sue: peroché ciascuno le ha con un mirabile ordine d'architettura, proprie e diverse, secondo la diversità del luogo e del momento in che nacque. E percioché, secondo essi, tale appunto è ognuno in terra quali sono in cielo le case dove abita la sua fortuna, sapute queste, han saputo la vita di quegli: e così alla minuta, come ne avessero, quanto alle azioni, per confessione di loro medesimi, tutto intero il processo, e quanto alle fattezze e disposizioni del corpo, come ne vedessero il ritratto di man d'Apelle, solito dipingere altrui sì fedelmente, che i metoposcopi sol mirandoli ne pronosticavano le cose avvenire non altrimenti che se ne avessero inanzi il volto originale. Così non è maraviglia che i valenti astrolaghi ci sappiano dire quanti gradi e minuti d'elevazione avesse il naso reale di Ciro, rimaso appo i Persiani in venerazione come carattere di grand'uomo; e in qual figura, o d'iperbole o di parabola, s'inarcassero quelle grandi spalle di Platone, vero Atlante della natura, poiché, scrivendo il Timeo, portò, si può dire, il mondo al mondo, che senza esso non sapeva di sé; e quanta fosse l'ascensione obliqua del zoppicar di Filippo Macedone; e quanto calasse dall'equilibrio la testa del magno Alessandro e su qual omero s'inchinasse; e di tali altre particolarità, tutte leggendole in cielo, stupori e miracoli. Or che ci dicono di Nerone, di cui han sì distinto l'anno, il e 'l momento del nascere? Dico distinto, non certo; anzi del tutto falso, se vero è che il testo di Svetonio ivi sia bruttamente scorretto. Ma ciò a gli astrolaghi nulla pregiudica: peroché la Regola del falso, di cui in tutto si vagliono, trae cose vere eziandio da non veri supposti. Uditeli dunque.

 

Questo trino del Sole col cuor del cielo, quest'altro trino di Giove, fortuna maggiore, con la decima casa, dispensatrice delle dignità e degli onori, mirata ancor di sestile da Venere e da Marte; questa union di Saturno con la lucida della Spiga, e questa di Giove signor della decima con la stella regia dello Scarpione sono tutti raggi signorili, cioè sono tutte mani benefiche de' pianeti e delle stelle, che, tolto di peso Nerone, dallo stato di privata fortuna all'Imperio di Roma, cioè alla padronanza del mondo, il sollievano. Ha i Gemelli in ascendente col Sole, dunque egli avrà e capel biondo e fattezze di corpo, se non donnescamente vago, almeno decentemente bello. Giove gli sta di presso alla sesta: dunque egli sarà forzuto e di durevole sanità. Il Sole e Saturno odiosamente si guardano in quadrato: questo gli offende gli occhi e gli raccorcia un po' la veduta. Mercurio e Venere benignamente si mirano in sestile: l'aforismo è certissimo: riuscirà musico. Non vo' dir de' suoi vizi, per non trar giù del cielo una peste troppo peggiore di quella che di colà c'inviano i due malefichi, Marte e Saturno, ma esclamar col Poeta:

 

Felices animae, quibus haec cognoscere solis,

inque domos superas scandere cura fuit.

 

Alzano dalle lor tombe i capi Tacito e Svetonio e Dione, che tutto ciò hanno udito, e per dar testimonianza al vero giurano concordemente che tutto fu vero ciò che questi predicono essere stato: sì fattamente, che non pare che l'abbiano letto negli aspetti delle stelle in cielo, ma qui in terra copiato dalle loro medesime istorie. Ma noi aveva dimentico il meglio: cioè quell'orribile aspetto che tiene sospeso e mutolo il vecchio arabo, e sol l'accenna coll'occhio e 'l tocca col dito: ed è un mortal quadrato con che Mercurio, signor della prima, guarda la Luna, significatrice della madre, la cui parte pur anche avvien che si truovi con le Pleiadi, stelle violentissime e congiunte con Marte offeso e sfortunato. Or di questa sì odiosa guardatura del figliuolo alla madre v'è il pronostico de' maestri nell'arte che ne seguirà parricidio: e chiaro il disse l'astrolago il quale, animadverso stellarum cursu, qui tunc erat, atque earum coniunctione, duo simul praedixit, eum et regnaturum, et matrem necaturum. E l'intende la madre, e 'l crede e non infuria e non le corre la mano a strozzare quel suo piccolo parricida, pietosa verso lui, a liberarlo da un sì atroce misfatto prima che il commetta, e giusta verso sé, a difendersi dalla morte e, peggio della morte stessa, da un continuo temerla ed attenderla? Ma protesta l'astrolago ch'ella non può render bugiarde le stelle. Tanto si pregia in cielo la verità, ch'egli può ben fare un parricidio, ma non può dire una menzogna. Perciò egli rappresenta alla madre più vivamente l'imperio del figliuolo per rallegrarla, che la morte di lei per contristarsene. Quod cum Agrippina intellexisset, demens, subito clamare coepit: "Me vero occidat dum regnet". E sì ne avrete la grazia: ché l'esser voi degna d'una tal morte prevale al non essere costui degno d'un tale imperio. Ma se ora il non essere per anco donna del mondo vi sembra una morte, qual vi parrà l a morte, quando per essa perderete tutto insieme la vita e la signoria del mondo? Ora voi nel vostro piccol Nerone non fate altro che dare mille cari baci a quella mano in cui di qui a tanti anni si ha a mettere lo scettro dell'Imperio di Roma; ma io fin da ora la veggo prender la spada e porgerla ad Aniceto, e tutto insieme commettergli che v'uccida; e veggo e sento voi, balzata con impeto da forsennata fuori del letto, e coll'infame ventre scoperto, come con la parte di tutta voi la più scelerata e la più rea, farvi tutta incontro all'uccisore ed al ferro, e gridare: Huc, huc, Anicete, feri hanc alvum: hanc feri, quia Neronem peperit.

 

Ma che? Dunque tanto posson le stelle? Tanto ne intendono e ne sanno indovinare gli astrolaghi? Di colasù cadon gl'imperi in mano eziandio agli indegni? E la cecità, già solo attribuita in obbrobrio alla Fortuna nel dispensare i beni e i mali, sarà infamia delle stelle, e menzonero il mondo che le crede e le chiama occhi sempre vegghianti in servigio della natura? Elle anco stampano i corpi, a cui storpi e difformi, a cui interi e belli? Elle formano gli animi e danno l'abilità dell'ingegno e il peso delle inclinazioni? Fan musici e poeti, cortigiani e carnefici e letterati e bifolchi, marinai e guerrieri? Assegnan gli uffici, compartono l'arti, dispensano i mestieri? Qui producono i frutti, colasù han le radici le crudeltà, i latrocini, le lascivie, i parricidi? E per dir tutto insieme, la Lerna ove quell'idra coronata di Nerone si generò, fu prima il cielo che il ventre d'Agrippina? Anzi quello, non questo: poich'egli tal divenne solo perché venne al mondo in tal punto, e di tal guardatura il miraron le stelle, e mirando il formarono.

 

Ed io di costui più tosto che di niun altro 'ho preso a mettere in figura la nascita, perch'ella ha più in numero le particolarità, i significatori, i testimoni delle predizioni avverate; e gli astrolaghi l'han ritratta con linee e caratteri d'oro, in grandezza visibile fino a' ciechi, e appesala in mezzo al tempio della Vittoria come un trofeo di tutti gl'ingegni e di tutte le lingue, che in solo mirandola restano, quegli stupiditi e queste mutole, al poter condannare da pazza indovina un'arte, la quale, se prevede e rivela sì per minuto le più segretissime cose avvenire, non può essere che non sia divina. E pari a ciò è la baldanza con la quale l'astrologia stessa, non men buona oratrice che profetessa, si fa incontro a' dubbiosi d'entrare in quelle fantastiche sue dodici case celesti e in commendazion de' suoi pregi, in difesa de' suoi infallibili predicimenti, ragiona cose di maraviglia. E vuole udirsi: altrimenti, mal si farebbe a dar giudicio e sentenza di condannazione, non ascoltata la parte. Ella dunque disteso il braccio e posta la destra mano sopra i maggior cerchi delle sfere celesti, per essi, e per i sacri numeri che contano i momenti del tempo e i passi delle stelle, giura e pronunzia che i cardini sopra i quali le spere degli otto cieli si girano son que' medesimi che maneggiano e muovono le diverse scene di tutto il vivere e l'operare umano; e nel mutar che quelle celesti fanno luogo e faccia, e queste terrene, seguendone il moto e la variazione, similmente si cambiano, così le reali delle monarchie e degl'imperi come le civili delle case private e le boscherecce delle capanne e de' rustichi abituri; peroché i cieli tutti abbracciano indifferentemente, e le stelle, con una ugualissima disuguaglianza, han tutti in cura: e al punto del nascere assegnano il personaggio e divisan la parte che ciascun de' rappresentare in questo vario e gran teatro del mondo, e intrecciano i nodi e ordiscono quelle mirabili peripezie onde altri coll'avventurosa mano sale dalla zappa allo scettro, altri coll'infelice capo scende dalla corona al ceppo.

 

Mirisi il grande e 'l continuo variar che fanno le cose umane, e publiche e private. Una sola Fortuna non aver senno e mente da poter intendere a tanto; una sola ruota non aver moto con che poter divisare una sì innumerabile e sì ben intrecciata varietà di cambiamenti, ma tante dovervene essere quante sono le sfere de' cieli e in ciascuna i suoi propri cerchi, e quanti i giri che fanno e gli accozzamenti e le configurazioni che ne provengono, delle stelle mobili infra loro e con le fisse: e l'andare or alte or basse, or veloci or tarde, un tempo seguentemente, un altro retrograde, permischiandosi le influenze e le virtù dell'une con quelle dell'altre, e prendendo forza all'operare diversa secondo le diverse parti del cielo a cui dirittamente soggiacciono e delle cui qualità o benefiche o maligne si riempiono. Sallo il mondo che il vede, la natura che il sente e gli uomini che, tanto sol che sien uomini, comunque poi del resto letterati o incolti, barbari o civili così tutti per naturale istinto lievano gli occhi in alto e, mirando il cielo, da lui riconoscono ciò ch'egli lor gitta in seno, or sian disavventure or grazie. Voglionsene aver testimoni e pruove? Havvene e in numero molti e in peso gravissimi. E percioché la natura non parla in suono sensibile a gli orecchi, ma, con cenni invisibili e modi in cifera, tutto alla mente, e pochi sono che le credano perché pochi sono che l'intendano, il parlar suo, per me, sia come il tacerne. Benché l'aver ella dato in balia alla Luna il mare le cui acque, col veduto da ognuno e da niuno pienamente compreso flusso e riflusso, ne ubbidiscono il moto e ne sieguono gli alzamenti con una tal dolce ma efficace violenza, che non sapete se esse le corran dietro a maniera di libere o vi si strascinino come sforzate, è stato un dire in mistero che le cose umane nel loro perpetuo agitarsi e crescere e scemare soggiacciono alla signoria del cielo, e qual ne ricevono l'impressione tal ne dispongono il moto. Ma, lasciato in disparte il testimonio della natura, presentesi l'autorità e della divina poesia ne' filosofi e della natural filosofia ne' poeti. Audiamus Platonem, quasi quendam Deum philosophorum. Che è dunque ciò ch'egli scrisse colà nel decimo della Republica, favoleggiando sul vero? Salirsi dalla terra al cielo per entro una colonna di raggi d'oro, tutta venata de' colori dell'iride, e que' raggi annodati a gli estremi lor capi congiungere quelle somme parti del mondo a queste infime? Colasù trovarsi la Necessità motrice della natura, con nella destra mano diritto a' poli del mondo un fuso d'inflessibil diamante, alla cui cocca in fondo s'infilzano per fusaiuolo, l'un dentro all'altro, gli otto cerchi delle altrettante sfere celesti, i quali dal girar di quello ricevono una medesima impressione di moto, ma divisato, e più o men veloce, secondo le distanze de' circoli dal commun centro intorno a cui si rivolgono. Quivi a piè della Necessità sedenti le Parche sue figliuole, Cloto e Lachesi ed Atropo, coronate come reine, al cui imperio, voglialo o no, tutto il mondo ubbidisce; e come vergini mai non possibili a corrompere, bianco vestite. A queste, nulla di quanto fu, di quanto è, di quanto è per essere si smarrisce, nulla è lontano: peroché le cose presenti sono in veduta a Cloto, le passate a Lachesi, ad Atropo le future, e 'l Tempo cronista del mondo tien loro inanzi aperti i volumi de' secoli già trascorsi, e la Providenza quegli degli avvenire. Nel porre che queste fanno le destre sopra il fatal fuso della Necessità lor madre, tirate da una forza invisibile salgono dal grembo a Lachesi l'anime, e in comparire dassi loro a vedere l'universal mercato delle diversissime vite che si menano in terra, e quella a cui ciascuna secondo l'ordine delle sorti s'appiglia, grida d'alto un profeta che la si terranno dal primo punto del nascere fino all'ultimo dello spirare. Così egli; ed è in proprio linguaggio il decretar che fa il cielo la buona o rea fortuna, a ciascuno la sua, secondo la disposizione in che sopra lui erano i cieli nel momento della sua prima entrata nel mondo. Succeda alla poesia ne' filosofi la filosofia ne' poeti; e sono i poeti cosa singolarmente sacra e divina: anime di spirito di fuoco e quinta essenza di luce, e per ciò sottilissime, e disposte ad elevarsi sopra questo mondo inferiore e salir sino a conversar con le Muse motrici de' cieli, e cantar con esse cose celesti, tanto sol che li vegga il lume e li tocchi il caldo d'Apollo, padre della profezia e renditor degli oracoli. Or quel sì ricantato da ognuno, e da sì pochi inteso, non favoloso Orfeo delle favole, che tutto in solitudine, cioè con solo sé medesimo e i suoi pensieri seco, toccando artificiosamente una cetera, coll'armonia delle sette misteriose sue corde legava, e a sé fuor de' loro covili traeva le tigri, gli orsi, i leoni e li si rendeva domestichi e mansueti, egli è il savio astrolago, il conoscitore di quello che le sette musiche sfere de' pianeti insieme contemperati producono. Dicole musiche, e il sono: si misurin gli spazi con che l'una l'altra s'avanzano in grandezza, e troveransi finissime proporzioni armoniche e voci dall'acuto saglienti al grave in distanza di tuoni e di semituoni diatonici. Si confino i gradi compresi dagli angoli degli aspetti, trino, quadrato e sestile, e troveransi rispondere insieme a consonanza di musica i due estremi in ottava, quello di mezzo accordato all'uno in quinta, all'altro in quarta. Or altro non è i l tirare a sé in virtù di questa cetera gli orsi, i lioni, le tigri, che farsi coll'astrologia presenti i mali avvenire e, coll'apparecchiarsi a sostenerli da uo forte, mitigarli sì, che di poi, avvenendo, riescano mansueti e innocenti. Dove, al contrario, l'insensata turba degli ignoranti e la pertinace de' miscredenti, quella perché non sa, questa perché non crede, col non farsi providamente ad antivederle e schermirsene o mansuefarle, pruovano le miserie, che di poi li sorprendono all'impensata, fiere implacabili che lor mettono l'unghie e i denti nel cuore e miseramente lo straziano.

 

Ne mirere graves rerumque hominumque ruinas: saepe domi culpa est: nescimus credere caelo. Di tali Orfei, non meno ad altrui profittevoli che per sé avveduti e saggi (e sia questo il terzo testimonio che di lor da l'istoria) uno fu quel Beroso, quell'interprete delle cifere e rivelatore de' misteri delle stelle, alla cui immortale memoria que' maestri del mondo, gli Ateniesi, consagrarono nella loro Academia, cioè nel tempio della Sapienza, una statua di bronzo avente la lingua d'oro: in segno e in premio delle divine sue predizioni. Ma di cosi fatti, nell'arte del prenunziar le cose avvenire, eminenti, non è fatica da prendersi il pur solamente recitarne i nomi, non che ridirne i pregi. Èvvi nelle antiche memorie, e durerà fin che durino i secoli avvenire, quel che pronosticarono (ed avverossi) i Caldei ad Alessandro Macedone, Nigidio e Teagene ad Augusto, Scribonio a Livia, Trasillo a Tiberio, Tiberio stesso a Galba, Sulla a Caligola, Aschetarione e Proclo a Domiziano, Vespasiano a' suoi figliuoli, Seleuco a Traiano, Adriano e Severo a sé medesimi, Patrizio a Teodosio, Leonzio alla sua Atenaide, Marco a Lione imperadore detto il Filosofo; altri a' due Gordiani padre e figliuolo, essi altresì imperadori, Cosroe a' Romani; e tanti son nulla in risguardo de' mille che ve ne ha: ché degli Egizi, de' Persiani e Babilonesi e Assiri e Caldei e Medi e Indiani, dove l'astrologia ebbe più che altrove onorata la catedra e nobili gli uditori, chi ne può stringere a certo numero i maestri, ordinare a lor capi i diversissimi predicimenti, contar le verificazioni, celebrarne la gloria? Ma ecco il Tempo, che anch'egli fin dal primo mobile, ch'è la sua sfera e a suo regno, con un volo uguale in prestezza al volar d'un pensiero vi si presenta alla mente, a darvi, in fede del vero, sé stesso testimonio di veduta e, quel ch'è dote sua propria, tanto più ricordevole quanto più vecchio, sì come quegli a cui col crescer degli anni sono cresciute le memorie di tutte le cose: che, mancate in loro stesse, in lui tuttavia durevoli, si conservano. Or egli, in atto maestosamente sdegnoso, presasi la gran barba e crollando il capo, intuona alle indarno sorde orecchie degli ostinati increduli che il negare all'astrologia il conoscimento dell'avvenire e l'arte del prenunziarlo è far menzonero il mondo e spergiuri quattrocento settanta mila anni, quanti egli ne ha veduti faticare intorno alle osservazioni delle stelle e mobili e fisse, notandone, secondo le varie positure e gli sguardi fra loro e le nature e proprietà di ciascuna, i maravigliosi effetti che ne provenivano; e formandone aforismi e canoni generali, tramandati per successione d'età da gli avoli a' nipoti, e provati non mai altramente che infallibili, o si riscontrino le cagioni con gli effetti, o le promesse coll'opera de' successi. E forse che in ciò s'adoperavano altro che menti, per dignità le più eccelse, per ministerio le più sacre, per abilità di natura le più capaci? Cio è re, sacerdoti, e filosofi.

 

Hi tantum novere decus primique per artem

sideribus videre vagis pendentia fata.

Singula nam proprio signarunt tempora casu,

longa per assiduas complexi secula curas:

nascendi quae cuique dies, quae vita fuisset,

in quas fortunae leges quaeque hora valeret,

quantaque quam parvi facerent discrimina motus,

Postquam omnis caelo species redeuntibus astris

percepta, in proprias sedes, et reddita certis

fatorum ordinibus sua cuique potentia formae,

per varios usus artem experientia fecit,

exemplo monstrante viam.

 

Or se il magisterio dell'astrologia finisse in lavorare un oro sofistico d'ingannevole apparenza, si sarebbe egli tenuto al martello di tanti ingegni, al cimento di quattromila settecento secoli, senza svaporame in fumo e perdersene un carato? Avrebbel guardato caro il mondo, come un tesoro lasciatogli in eredità da' suoi maggiori, come un'autentica pruova che l'uomo partecipa un non so che del divino? Meno impossibile riuscirà, se vi fosse forza a cui possibile riuscisse, frenare il corso al Nilo e rivolgerlo alle sue fonti, o cadente sospenderlo in aria colà dove alle sue celebri cateratte giù da' monti dell'Etiopia con un mar d'acque vive e correnti si volge e precipita nell'Egitto, che nelle menti umane tornare indietro come falsa o sospendere come incerta una tal persuasione, derivata da sì lontano com'è il primo nascer del mondo e per lo corso mai non interrotto di tanti secoli continuata: nulla operarsi in terra che in cielo non si decreti, secondo il giusto ordine della natura che l'inferiore al superiore soggiaccia e ne prenda le leggi e ne ubbidisca l'imperio. Non dura quel che non è durevole, incontro al tempo, saggiatore spertissimo in discernere il vero dal falso; né è durevole al credersi altro che l'indubitabile a provarsi.

 

E pruovisi, già che più non rimane a produrre altro testimonio che la ragione. Venga ella, e che così sia il dimostri, col mostrare che così e non altrimenti de' essere. Udite: false cagioni non producono veri effetti, dunque effetti veri da vere cagioni derivano. Ma degli effetti (cio è del riuscir vere le predizioni) dubitar non si può, come già si è provato, per quel che ne riferisce l'istoria: dunque, né anche dell'esservi le cagioni. Altrimenti, se gli astrolaghi non veggon le cose avvenire, come le antiveggono e le predicono? E dove le veggono, altro che ne' loro princìpi? Dunque, e questi vi sono, e quegli come sono gl'intendono. E non bastava egli forse Iddio col suo potere a creare i cieli di tal efficacia quanto all'operare, e col suo sapere a ordinarne i movimenti e gli aspetti, di tal magisterio quanto al significare le felicità e le sventure degli uomini? Certo bastava: e ne sarebbe egli più ammirabile, e questa sua grande opera, il mondo, più ingegnosa e più utile. Or se ciò fosse, non se ne darebbe in noi per acquisto d'ingegno, comunque piaccia di nominarla, arte o scienza? Chi il vieta, se il mondo, ciò che è, tutto è per noi e datoci, non men che ad usarne il bene, a intenderne l'artificio? Ma l'arte o la scienza di lui non sarebbe in ognun perfettissima, onde tal volta avverrebbe il trasvedere e ingannarsi. È vero; e 'l de' confessar di sé anco la medicina, ben che scorta dalla naturale filosofia, a' cui principi si regola. Or tale appunto è l'astrologia che al presente abbiamo, e tali convien dire che Iddio abbia formati i cieli, quali essa li truova riuscirle in ispeculazione e in pruova. Ah, dunque le stelle non hanno ad essere in cielo per altro miglior effetto che di mostrarci una tremante scintilla di luce? E tanti e così bene intesi e ben regolati errori senza errore, con che le virtù motrici per le loro sfere conducono i pianeti, non hanno a servire fuor che a fare intorno alla Terra una inutile danza? Così non può sentire chi ha sentire da uomo; e l'ebbe colà in Paradiso il poeta filosofo e teologo, Dante, avvegnaché non dalla virtù innata del cielo, ma dall'assistente infusagli dall'Intelligenza che il gira, riconoscesse il diverso operare che ne proviene, dicendo:

 

Lo moto e la virtù de' santi giri,

come dal fabbro l'arte del martello,

da' beati motor convien che spiri;

e 'l ciel, cui tanti lumi fanno bello,

da la mente profonda che lui volve

prende l'image, e fassene suggello.

E come l'alma dentro a vostra polve

per differenti membra e conformate

a diverse potenzie si risolve,

così l'intelligenzia sua bontate

multiplicata per le stelle spiega,

girando sé sovra sua unitate.

Virtù diversa fa diversa lega

col prezioso corpo ch'ella aviva

nel qual, sì come vita in voi, si lega.

 




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