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CAPO UNDECIMO
L'Astrologia in ringhiera, con cinque testimoni
falsi che la difendono veritiera.
Èvvi per avventura qua intorno alcuni di quegli
otto volte beati, che professano d'intendere io non so ben se mi dica il
linguaggio, o più tosto il silenzio delle stelle? Anzi, pur l'uno e l'altro,
peroch'elle, mutole a gli orecchi, parlano a gli occhi in lingua di luce, e il
vederle coll'animo attento è udirle, e 'l rinvenirne il principio dell'essere e
i fini dell'operare è intenderne la favella. Èvvi chi ne sappia il significato
delle quarantotto imagini antiche, la virtù de' moti, il valore de' punti,
l'impressione che ricevono dalle case, le buone e le ree fortune che ci
promettono negli aspetti? Èvvi chi sia maestro in gittar bene l'arte di
costringere i pianeti vagabondi ad entrare fra quelle magiche linee de' trini,
de' quadrati, de' sestili, de' mezzi cerchi e, quivi stretti in un angolo,
scongiurarli con le possenti note de' numeri, sino a far che rivelino le cose
occulte, ridicano le passate, dimostrino le presenti invisibili, profetizzino
le avvenire? In una parola, èvvi un astrolago?
Traetevi qua inanzi, che v'è mestiere di voi a
squadrare una nascita e diciferarne i misteri: ché io, più timido che curioso,
mai non sono entrato in quelle vostre dodici case di vetro, dov'è bisogno aver
l'ali di Mercurio a' piedi, per tenersi in aria e non premere il suolo; e
convien, come disse Eucrate, a guisa delle Cariatidi degli architetti, mettere
una mano al tetto, puntellandolo perché non rovini. Oltre che, a dire il vero,
non m'è mai avvenuto, come all'Icaromenippo di Luciano, trovare aquile, ma
solamente avoltoi (cio è a dire astrolaghi) che m'adattino all'ingegno un paio
d'ali, su le quali portarmi in una sicura volata, né pur come lui fino alla
Luna: e la fossa, in che Talete tutto inteso a mirar le stelle, non veggendola,
rovinò, mi ha fatto credere i cieli non essere uno specchio in cui di riflesso
si veggono, non che i futuri incerti, ma neanche i presenti pericoli della
terra. Or qui uno squallido vecchio, scuro in faccia, di folta e nera barba e
in turbante e in giubba all'arabesca, ad un'allegra matrona, romana all'aria e
all'abito, presenta una figura celeste e, tenendo appuntata col dito la seconda
casa, detta infernale perché ivi niun pianeta s'allegra, e in essa accennando
Mercurio, volta il torbido occhio e mira in torto la Luna, male accolta
nell'undecima casa, e pensoso in atto mostra di riesaminare quel maligno
quadrato e non sapersi condurre a confessar chiaro quel che ne pronostica
l'arte. Nel mezzo della figura sta scritto: Natus Antii post IX. menses quam
Tiberius excessit. XVIII Kalen. Januar. oriente Sole: pene ut radiis prius quam
terra contingeretur. Dunque, ripiglio io, ella è la nascita di Nerone: ché
queste appunto son le parole con che di lui favella Svetonio e, per
conseguente, la donna a cui l'astrolago la presenta è la madre medesima di Nerone,
quella tanto rinomata Agrippina, il cui marito Domizio, inter gratulationes
amicorum per lo parto di lei, negò quidquam ex se et Agrippina nisi
detestabile et malo publico nasci posse.
Se ciò è, io son fuor di pensiero d'andar
cercando chi m'interpreti questa figura; e ne sento grazia alla sagacità
d'alcuni valentissimi astrolaghi, i quali, presa di mano all'istoria la
cronologia (ch'è quella fedel lucerna, senza la cui scorta chi va per lo buio
dell'antichità e per le rovine del mondo vecchio a disotterrarne i tesori delle
più degne memorie, non vede ove ponga sicuro il piede) si son messi in traccia
de' nascimenti di coloro de' quali anche oggidì dura al mondo o la fama o
l'infamia, sì come vivendo si meritarono; e trovatone felicemente il punto, sopra
esso han fabricate quelle dodici case celesti, a ciascun le sue: peroché
ciascuno le ha con un mirabile ordine d'architettura, proprie e diverse,
secondo la diversità del luogo e del momento in che nacque. E percioché,
secondo essi, tale appunto è ognuno in terra quali sono in cielo le case dove
abita la sua fortuna, sapute queste, han saputo la vita di quegli: e così alla
minuta, come ne avessero, quanto alle azioni, per confessione di loro medesimi,
tutto intero il processo, e quanto alle fattezze e disposizioni del corpo, come
ne vedessero il ritratto di man d'Apelle, solito dipingere altrui sì
fedelmente, che i metoposcopi sol mirandoli ne pronosticavano le cose avvenire
non altrimenti che se ne avessero inanzi il volto originale. Così non è
maraviglia che i valenti astrolaghi ci sappiano dire quanti gradi e minuti
d'elevazione avesse il naso reale di Ciro, rimaso appo i Persiani in
venerazione come carattere di grand'uomo; e in qual figura, o d'iperbole o di
parabola, s'inarcassero quelle grandi spalle di Platone, vero Atlante della
natura, poiché, scrivendo il Timeo, portò, si può dire, il mondo al
mondo, che senza esso non sapeva di sé; e quanta fosse l'ascensione obliqua del
zoppicar di Filippo Macedone; e quanto calasse dall'equilibrio la testa del magno
Alessandro e su qual omero s'inchinasse; e di tali altre particolarità, tutte
leggendole in cielo, stupori e miracoli. Or che ci dicono di Nerone, di cui han
sì distinto l'anno, il dì e 'l momento del nascere? Dico distinto, non certo;
anzi del tutto falso, se vero è che il testo di Svetonio ivi sia bruttamente
scorretto. Ma ciò a gli astrolaghi nulla pregiudica: peroché la Regola del
falso, di cui in tutto si vagliono, trae cose vere eziandio da non veri
supposti. Uditeli dunque.
Questo trino del Sole col cuor del cielo,
quest'altro trino di Giove, fortuna maggiore, con la decima casa, dispensatrice
delle dignità e degli onori, mirata ancor di sestile da Venere e da Marte;
questa union di Saturno con la lucida della Spiga, e questa di Giove signor della
decima con la stella regia dello Scarpione sono tutti raggi signorili, cioè
sono tutte mani benefiche de' pianeti e delle stelle, che, tolto di peso
Nerone, dallo stato di privata fortuna all'Imperio di Roma, cioè alla
padronanza del mondo, il sollievano. Ha i Gemelli in ascendente col Sole,
dunque egli avrà e capel biondo e fattezze di corpo, se non donnescamente vago,
almeno decentemente bello. Giove gli sta di presso alla sesta: dunque egli sarà
forzuto e di durevole sanità. Il Sole e Saturno odiosamente si guardano in
quadrato: questo gli offende gli occhi e gli raccorcia un po' la veduta.
Mercurio e Venere benignamente si mirano in sestile: l'aforismo è certissimo:
riuscirà musico. Non vo' dir de' suoi vizi, per non trar giù del cielo una
peste troppo peggiore di quella che di colà c'inviano i due malefichi, Marte e
Saturno, ma esclamar col Poeta:
Felices animae, quibus haec cognoscere solis,
inque domos superas scandere cura fuit.
Alzano dalle lor tombe i capi Tacito e Svetonio
e Dione, che tutto ciò hanno udito, e per dar testimonianza al vero giurano
concordemente che tutto fu vero ciò che questi predicono essere stato: sì
fattamente, che non pare che l'abbiano letto negli aspetti delle stelle in
cielo, ma qui in terra copiato dalle loro medesime istorie. Ma noi aveva
dimentico il meglio: cioè quell'orribile aspetto che tiene sospeso e mutolo il
vecchio arabo, e sol l'accenna coll'occhio e 'l tocca col dito: ed è un mortal
quadrato con che Mercurio, signor della prima, guarda la Luna, significatrice
della madre, la cui parte pur anche avvien che si truovi con le Pleiadi, stelle
violentissime e congiunte con Marte offeso e sfortunato. Or di questa sì odiosa
guardatura del figliuolo alla madre v'è il pronostico de' maestri nell'arte che
ne seguirà parricidio: e chiaro il disse l'astrolago il quale, animadverso
stellarum cursu, qui tunc erat, atque earum coniunctione, duo simul praedixit,
eum et regnaturum, et matrem necaturum. E l'intende la madre, e 'l crede e
non infuria e non le corre la mano a strozzare quel suo piccolo parricida,
pietosa verso lui, a liberarlo da un sì atroce misfatto prima che il commetta,
e giusta verso sé, a difendersi dalla morte e, peggio della morte stessa, da un
continuo temerla ed attenderla? Ma protesta l'astrolago ch'ella non può render
bugiarde le stelle. Tanto si pregia in cielo la verità, ch'egli può ben fare un
parricidio, ma non può dire una menzogna. Perciò egli rappresenta alla madre
più vivamente l'imperio del figliuolo per rallegrarla, che la morte di lei per
contristarsene. Quod cum Agrippina intellexisset, demens, subito clamare
coepit: "Me vero occidat dum regnet". E sì ne avrete la grazia:
ché l'esser voi degna d'una tal morte prevale al non essere costui degno d'un
tale imperio. Ma se ora il non essere per anco donna del mondo vi sembra una
morte, qual vi parrà l a morte, quando per essa perderete tutto insieme la vita
e la signoria del mondo? Ora voi nel vostro piccol Nerone non fate altro che
dare mille cari baci a quella mano in cui di qui a tanti anni si ha a mettere
lo scettro dell'Imperio di Roma; ma io fin da ora la veggo prender la spada e
porgerla ad Aniceto, e tutto insieme commettergli che v'uccida; e veggo e sento
voi, balzata con impeto da forsennata fuori del letto, e coll'infame ventre
scoperto, come con la parte di tutta voi la più scelerata e la più rea, farvi
tutta incontro all'uccisore ed al ferro, e gridare: Huc, huc, Anicete, feri
hanc alvum: hanc feri, quia Neronem peperit.
Ma che? Dunque tanto posson le stelle? Tanto ne
intendono e ne sanno indovinare gli astrolaghi? Di colasù cadon gl'imperi in
mano eziandio agli indegni? E la cecità, già solo attribuita in obbrobrio alla
Fortuna nel dispensare i beni e i mali, sarà infamia delle stelle, e menzonero
il mondo che le crede e le chiama occhi sempre vegghianti in servigio della
natura? Elle anco stampano i corpi, a cui storpi e difformi, a cui interi e
belli? Elle formano gli animi e danno l'abilità dell'ingegno e il peso delle
inclinazioni? Fan musici e poeti, cortigiani e carnefici e letterati e
bifolchi, marinai e guerrieri? Assegnan gli uffici, compartono l'arti,
dispensano i mestieri? Qui producono i frutti, colasù han le radici le
crudeltà, i latrocini, le lascivie, i parricidi? E per dir tutto insieme, la
Lerna ove quell'idra coronata di Nerone si generò, fu prima il cielo che il
ventre d'Agrippina? Anzi quello, non questo: poich'egli tal divenne solo perché
venne al mondo in tal punto, e di tal guardatura il miraron le stelle, e
mirando il formarono.
Ed io di costui più tosto che di niun altro 'ho
preso a mettere in figura la nascita, perch'ella ha più in numero le
particolarità, i significatori, i testimoni delle predizioni avverate; e gli
astrolaghi l'han ritratta con linee e caratteri d'oro, in grandezza visibile
fino a' ciechi, e appesala in mezzo al tempio della Vittoria come un trofeo di
tutti gl'ingegni e di tutte le lingue, che in solo mirandola restano, quegli
stupiditi e queste mutole, al poter condannare da pazza indovina un'arte, la
quale, se prevede e rivela sì per minuto le più segretissime cose avvenire, non
può essere che non sia divina. E pari a ciò è la baldanza con la quale
l'astrologia stessa, non men buona oratrice che profetessa, si fa incontro a'
dubbiosi d'entrare in quelle fantastiche sue dodici case celesti e in commendazion
de' suoi pregi, in difesa de' suoi infallibili predicimenti, ragiona cose di
maraviglia. E vuole udirsi: altrimenti, mal si farebbe a dar giudicio e
sentenza di condannazione, non ascoltata la parte. Ella dunque disteso il
braccio e posta la destra mano sopra i maggior cerchi delle sfere celesti, per
essi, e per i sacri numeri che contano i momenti del tempo e i passi delle
stelle, giura e pronunzia che i cardini sopra i quali le spere degli otto cieli
si girano son que' medesimi che maneggiano e muovono le diverse scene di tutto
il vivere e l'operare umano; e nel mutar che quelle celesti fanno luogo e
faccia, e queste terrene, seguendone il moto e la variazione, similmente si
cambiano, così le reali delle monarchie e degl'imperi come le civili delle case
private e le boscherecce delle capanne e de' rustichi abituri; peroché i cieli
tutti abbracciano indifferentemente, e le stelle, con una ugualissima
disuguaglianza, han tutti in cura: e al punto del nascere assegnano il
personaggio e divisan la parte che ciascun de' rappresentare in questo vario e
gran teatro del mondo, e intrecciano i nodi e ordiscono quelle mirabili
peripezie onde altri coll'avventurosa mano sale dalla zappa allo scettro, altri
coll'infelice capo scende dalla corona al ceppo.
Mirisi il grande e 'l continuo variar che fanno
le cose umane, e publiche e private. Una sola Fortuna non aver senno e mente da
poter intendere a tanto; una sola ruota non aver moto con che poter divisare
una sì innumerabile e sì ben intrecciata varietà di cambiamenti, ma tante
dovervene essere quante sono le sfere de' cieli e in ciascuna i suoi propri
cerchi, e quanti i giri che fanno e gli accozzamenti e le configurazioni che ne
provengono, delle stelle mobili infra loro e con le fisse: e l'andare or alte
or basse, or veloci or tarde, un tempo seguentemente, un altro retrograde,
permischiandosi le influenze e le virtù dell'une con quelle dell'altre, e
prendendo forza all'operare diversa secondo le diverse parti del cielo a cui
dirittamente soggiacciono e delle cui qualità o benefiche o maligne si
riempiono. Sallo il mondo che il vede, la natura che il sente e gli uomini che,
tanto sol che sien uomini, comunque poi del resto letterati o incolti, barbari
o civili così tutti per naturale istinto lievano gli occhi in alto e, mirando
il cielo, da lui riconoscono ciò ch'egli lor gitta in seno, or sian
disavventure or grazie. Voglionsene aver testimoni e pruove? Havvene e in
numero molti e in peso gravissimi. E percioché la natura non parla in suono
sensibile a gli orecchi, ma, con cenni invisibili e modi in cifera, tutto alla
mente, e pochi sono che le credano perché pochi sono che l'intendano, il parlar
suo, per me, sia come il tacerne. Benché l'aver ella dato in balia alla Luna il
mare le cui acque, col veduto da ognuno e da niuno pienamente compreso flusso e
riflusso, ne ubbidiscono il moto e ne sieguono gli alzamenti con una tal dolce
ma efficace violenza, che non sapete se esse le corran dietro a maniera di
libere o vi si strascinino come sforzate, è stato un dire in mistero che le
cose umane nel loro perpetuo agitarsi e crescere e scemare soggiacciono alla
signoria del cielo, e qual ne ricevono l'impressione tal ne dispongono il moto.
Ma, lasciato in disparte il testimonio della natura, presentesi l'autorità e della
divina poesia ne' filosofi e della natural filosofia ne' poeti. Audiamus
Platonem, quasi quendam Deum philosophorum. Che è dunque ciò ch'egli
scrisse colà nel decimo della Republica, favoleggiando sul vero? Salirsi dalla
terra al cielo per entro una colonna di raggi d'oro, tutta venata de' colori
dell'iride, e que' raggi annodati a gli estremi lor capi congiungere quelle
somme parti del mondo a queste infime? Colasù trovarsi la Necessità motrice
della natura, con nella destra mano diritto a' poli del mondo un fuso
d'inflessibil diamante, alla cui cocca in fondo s'infilzano per fusaiuolo, l'un
dentro all'altro, gli otto cerchi delle altrettante sfere celesti, i quali dal
girar di quello ricevono una medesima impressione di moto, ma divisato, e più o
men veloce, secondo le distanze de' circoli dal commun centro intorno a cui si
rivolgono. Quivi a piè della Necessità sedenti le Parche sue figliuole, Cloto e
Lachesi ed Atropo, coronate come reine, al cui imperio, voglialo o no, tutto il
mondo ubbidisce; e come vergini mai non possibili a corrompere, bianco vestite.
A queste, nulla di quanto fu, di quanto è, di quanto è per essere si smarrisce,
nulla è lontano: peroché le cose presenti sono in veduta a Cloto, le passate a
Lachesi, ad Atropo le future, e 'l Tempo cronista del mondo tien loro inanzi
aperti i volumi de' secoli già trascorsi, e la Providenza quegli degli
avvenire. Nel porre che queste fanno le destre sopra il fatal fuso della
Necessità lor madre, tirate da una forza invisibile salgono dal grembo a
Lachesi l'anime, e in comparire dassi loro a vedere l'universal mercato delle
diversissime vite che si menano in terra, e quella a cui ciascuna secondo
l'ordine delle sorti s'appiglia, grida d'alto un profeta che la si terranno dal
primo punto del nascere fino all'ultimo dello spirare. Così egli; ed è in
proprio linguaggio il decretar che fa il cielo la buona o rea fortuna, a
ciascuno la sua, secondo la disposizione in che sopra lui erano i cieli nel
momento della sua prima entrata nel mondo. Succeda alla poesia ne' filosofi la
filosofia ne' poeti; e sono i poeti cosa singolarmente sacra e divina: anime di
spirito di fuoco e quinta essenza di luce, e per ciò sottilissime, e disposte
ad elevarsi sopra questo mondo inferiore e salir sino a conversar con le Muse
motrici de' cieli, e cantar con esse cose celesti, tanto sol che li vegga il
lume e li tocchi il caldo d'Apollo, padre della profezia e renditor degli
oracoli. Or quel sì ricantato da ognuno, e da sì pochi inteso, non favoloso
Orfeo delle favole, che tutto in solitudine, cioè con solo sé medesimo e i suoi
pensieri seco, toccando artificiosamente una cetera, coll'armonia delle sette
misteriose sue corde legava, e a sé fuor de' loro covili traeva le tigri, gli
orsi, i leoni e li si rendeva domestichi e mansueti, egli è il savio astrolago,
il conoscitore di quello che le sette musiche sfere de' pianeti insieme
contemperati producono. Dicole musiche, e il sono: si misurin gli spazi con che
l'una l'altra s'avanzano in grandezza, e troveransi finissime proporzioni
armoniche e voci dall'acuto saglienti al grave in distanza di tuoni e di
semituoni diatonici. Si confino i gradi compresi dagli angoli degli aspetti,
trino, quadrato e sestile, e troveransi rispondere insieme a consonanza di
musica i due estremi in ottava, quello di mezzo accordato all'uno in quinta,
all'altro in quarta. Or altro non è i l tirare a sé in virtù di questa cetera
gli orsi, i lioni, le tigri, che farsi coll'astrologia presenti i mali avvenire
e, coll'apparecchiarsi a sostenerli da uo forte, mitigarli sì, che di poi,
avvenendo, riescano mansueti e innocenti. Dove, al contrario, l'insensata turba
degli ignoranti e la pertinace de' miscredenti, quella perché non sa, questa
perché non crede, col non farsi providamente ad antivederle e schermirsene o
mansuefarle, pruovano le miserie, che di poi li sorprendono all'impensata,
fiere implacabili che lor mettono l'unghie e i denti nel cuore e miseramente lo
straziano.
Ne mirere graves rerumque hominumque ruinas:
saepe domi culpa est: nescimus credere caelo. Di tali Orfei, non meno ad altrui
profittevoli che per sé avveduti e saggi (e sia questo il terzo testimonio che
di lor da l'istoria) uno fu quel Beroso, quell'interprete delle cifere e
rivelatore de' misteri delle stelle, alla cui immortale memoria que' maestri
del mondo, gli Ateniesi, consagrarono nella loro Academia, cioè nel tempio
della Sapienza, una statua di bronzo avente la lingua d'oro: in segno e in
premio delle divine sue predizioni. Ma di cosi fatti, nell'arte del prenunziar
le cose avvenire, eminenti, non è fatica da prendersi il pur solamente
recitarne i nomi, non che ridirne i pregi. Èvvi nelle antiche memorie, e durerà
fin che durino i secoli avvenire, quel che pronosticarono (ed avverossi) i
Caldei ad Alessandro Macedone, Nigidio e Teagene ad Augusto, Scribonio a Livia,
Trasillo a Tiberio, Tiberio stesso a Galba, Sulla a Caligola, Aschetarione e
Proclo a Domiziano, Vespasiano a' suoi figliuoli, Seleuco a Traiano, Adriano e
Severo a sé medesimi, Patrizio a Teodosio, Leonzio alla sua Atenaide, Marco a
Lione imperadore detto il Filosofo; altri a' due Gordiani padre e figliuolo,
essi altresì imperadori, Cosroe a' Romani; e tanti son nulla in risguardo de' mille
che ve ne ha: ché degli Egizi, de' Persiani e Babilonesi e Assiri e Caldei e
Medi e Indiani, dove l'astrologia ebbe più che altrove onorata la catedra e
nobili gli uditori, chi ne può stringere a certo numero i maestri, ordinare a
lor capi i diversissimi predicimenti, contar le verificazioni, celebrarne la
gloria? Ma ecco il Tempo, che anch'egli fin dal primo mobile, ch'è la sua sfera
e a suo regno, con un volo uguale in prestezza al volar d'un pensiero vi si
presenta alla mente, a darvi, in fede del vero, sé stesso testimonio di veduta
e, quel ch'è dote sua propria, tanto più ricordevole quanto più vecchio, sì
come quegli a cui col crescer degli anni sono cresciute le memorie di tutte le
cose: che, mancate in loro stesse, in lui tuttavia durevoli, si conservano. Or
egli, in atto maestosamente sdegnoso, presasi la gran barba e crollando il
capo, intuona alle indarno sorde orecchie degli ostinati increduli che il
negare all'astrologia il conoscimento dell'avvenire e l'arte del prenunziarlo è
far menzonero il mondo e spergiuri quattrocento settanta mila anni, quanti egli
ne ha veduti faticare intorno alle osservazioni delle stelle e mobili e fisse,
notandone, secondo le varie positure e gli sguardi fra loro e le nature e
proprietà di ciascuna, i maravigliosi effetti che ne provenivano; e formandone
aforismi e canoni generali, tramandati per successione d'età da gli avoli a'
nipoti, e provati non mai altramente che infallibili, o si riscontrino le
cagioni con gli effetti, o le promesse coll'opera de' successi. E forse che in
ciò s'adoperavano altro che menti, per dignità le più eccelse, per ministerio
le più sacre, per abilità di natura le più capaci? Cio è re, sacerdoti, e
filosofi.
Hi tantum novere decus primique per artem
sideribus videre vagis pendentia fata.
Singula nam proprio signarunt tempora casu,
longa per assiduas complexi secula curas:
nascendi quae cuique dies, quae vita fuisset,
in quas fortunae leges quaeque hora valeret,
quantaque quam parvi facerent discrimina motus,
Postquam omnis caelo species redeuntibus astris
percepta, in proprias sedes, et reddita certis
fatorum ordinibus sua cuique potentia formae,
per varios usus artem experientia fecit,
exemplo monstrante viam.
Or se il magisterio dell'astrologia finisse in
lavorare un oro sofistico d'ingannevole apparenza, si sarebbe egli tenuto al
martello di tanti ingegni, al cimento di quattromila settecento secoli, senza
svaporame in fumo e perdersene un carato? Avrebbel guardato caro il mondo, come
un tesoro lasciatogli in eredità da' suoi maggiori, come un'autentica pruova
che l'uomo partecipa un non so che del divino? Meno impossibile riuscirà, se vi
fosse forza a cui possibile riuscisse, frenare il corso al Nilo e rivolgerlo
alle sue fonti, o cadente sospenderlo in aria colà dove alle sue celebri
cateratte giù da' monti dell'Etiopia con un mar d'acque vive e correnti si
volge e precipita nell'Egitto, che nelle menti umane tornare indietro come
falsa o sospendere come incerta una tal persuasione, derivata da sì lontano
com'è il primo nascer del mondo e per lo corso mai non interrotto di tanti
secoli continuata: nulla operarsi in terra che in cielo non si decreti, secondo
il giusto ordine della natura che l'inferiore al superiore soggiaccia e ne
prenda le leggi e ne ubbidisca l'imperio. Non dura quel che non è durevole,
incontro al tempo, saggiatore spertissimo in discernere il vero dal falso; né è
durevole al credersi altro che l'indubitabile a provarsi.
E pruovisi, già che più non rimane a produrre
altro testimonio che la ragione. Venga ella, e che così sia il dimostri, col
mostrare che così e non altrimenti de' essere. Udite: false cagioni non
producono veri effetti, dunque effetti veri da vere cagioni derivano. Ma degli
effetti (cio è del riuscir vere le predizioni) dubitar non si può, come già si
è provato, per quel che ne riferisce l'istoria: dunque, né anche dell'esservi
le cagioni. Altrimenti, se gli astrolaghi non veggon le cose avvenire, come le
antiveggono e le predicono? E dove le veggono, altro che ne' loro princìpi?
Dunque, e questi vi sono, e quegli come sono gl'intendono. E non bastava egli
forse Iddio col suo potere a creare i cieli di tal efficacia quanto
all'operare, e col suo sapere a ordinarne i movimenti e gli aspetti, di tal
magisterio quanto al significare le felicità e le sventure degli uomini? Certo
bastava: e ne sarebbe egli più ammirabile, e questa sua grande opera, il mondo,
più ingegnosa e più utile. Or se ciò fosse, non se ne darebbe in noi per
acquisto d'ingegno, comunque piaccia di nominarla, arte o scienza? Chi il vieta,
se il mondo, ciò che è, tutto è per noi e datoci, non men che ad usarne il
bene, a intenderne l'artificio? Ma l'arte o la scienza di lui non sarebbe in
ognun perfettissima, onde tal volta avverrebbe il trasvedere e ingannarsi. È
vero; e 'l de' confessar di sé anco la medicina, ben che scorta dalla naturale
filosofia, a' cui principi si regola. Or tale appunto è l'astrologia che al
presente abbiamo, e tali convien dire che Iddio abbia formati i cieli, quali
essa li truova riuscirle in ispeculazione e in pruova. Ah, dunque le stelle non
hanno ad essere in cielo per altro miglior effetto che di mostrarci una
tremante scintilla di luce? E tanti e così bene intesi e ben regolati errori
senza errore, con che le virtù motrici per le loro sfere conducono i pianeti,
non hanno a servire fuor che a fare intorno alla Terra una inutile danza? Così
non può sentire chi ha sentire da uomo; e l'ebbe colà in Paradiso il poeta
filosofo e teologo, Dante, avvegnaché non dalla virtù innata del cielo, ma
dall'assistente infusagli dall'Intelligenza che il gira, riconoscesse il
diverso operare che ne proviene, dicendo:
Lo moto e la virtù de' santi giri,
come dal fabbro l'arte del martello,
da' beati motor convien che spiri;
e 'l ciel, cui tanti lumi fanno bello,
da la mente profonda che lui volve
prende l'image, e fassene suggello.
E come l'alma dentro a vostra polve
per differenti membra e conformate
a diverse potenzie si risolve,
così l'intelligenzia sua bontate
multiplicata per le stelle spiega,
girando sé sovra sua unitate.
Virtù diversa fa diversa lega
col prezioso corpo ch'ella aviva
nel qual, sì come vita in voi, si lega.
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