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CAPO DUODECIMO
Le aquile prese alla rete con le tele di ragno,
filate, tessute e tese dall'Astrologia per pascersi.
Così male è riuscita a Dio la più bell'opera
delle sue mani, che sono i cieli, e la più degna più indegnamente trattata. I
poeti, pieni più del furor di Bacco e di Venere che d'Apollo, han volto
quell'augustissimo tempio della divina magnificenza in una abbominevole stalla
di bestie; anzi, in un teatro delle più nefande memorie che mai vedesse Roma
negli spettacoli di Saturno e di Flora. Peroché al montare che fa sopra
l'orizzonte una costellazione, viene in iscena un recitante a rappresentare al
mondo gl'inamoramenti, le violenze e le brutali oscenità degl'iddii, colasù non
tanto consagrate alla memoria quanto, per la forza che ha l'esempio de'
maggiori, proposte all'imitazione degli uomini; e a fin che si vagheggino con
più diletto, espresse in una piacevole varietà di figure smaltate d'oro, quanto
ne ha la luce del Sole, e ingoiellate di stelle. Pur, queste avvegnaché di pari
empie e sozze memorie tanto meno han di forze ad imprimere quagiù le
pestilenziose influenze di che son piene, quanto si sa da ognuno ch'elle, a
cercarne l'origine, non son altro che fingimenti e frenesie di poeti,
aguzzatisi coll'ingegno a trovar come fingere i d èi viziosi per non parere
essi, ne' medesimi vizi, uomini animali. Non così la vanità degli astrolaghi, i
quali nulla più temono che di parer vani: altrimenti, homines aeruscatores,
et cibum quaestumque ex mendaciis captantes, come li definì quel filosofo,
quale spaccio troverebbono della mercatanzia che portano in vendita alla gran
fiera delle menzogne, la quale si tiene franca in ogni tempo e per tutto? E che
opinione e pregio s'acquisterebbono d'uomini tanto sopra l'ordinaria misura
degli uomini quanto partecipa del divino l'aver presenti le lontanissime cose
avvenire, o sian necessarie o contingenti, eziandio se libere, le quali né a
nche gli angioli, che pure hanno il sole negli occhi, arrivano a vedere? Degli
scettri che ora fioriscono in pugno a' monarchi, essi san dire fino a quanto
dureran verdi, e quando ne morrà la radice e seccheranno i rami; e caduta che
sia di testa ad un imperadore, ad un re la corona, essi han le misure del
cerchio d'essa e quelle de' capi di tutti gli uomini avvenire, e sanno a cui
solo di tutte ella sia per adattarsi. Raccordavi di quella tazza d'oro che
Giuseppe finse avergliela involata i suoi fratelli di su la tavola dove di è lor
desinare? Scyphus quem furati estis – disse il sergente che di poi la
trovò nel sacco di Beniamin – ipse est in quo bibit dominus meus et in quo
augurari solet. Fosse verità, fosse invenzione di colui per ingrandire il
fallo, io non so con che arte Giuseppe indovinasse nella tazza in cui bevea.
Ben so degli astrolaghi, che alla fermezza con che si fanno a profetizzar le
grandissime cose che hanno da avvenire al mondo, sembra che cerchino la
positura del cielo e la configurazione delle stelle ne' circoli del bicchiere,
possente a farli profeti con quella medesima virtù con che può farli prima
ubbriachi. E s'egli è vero quel di che abbiamo testimonio Ateneo, mistero di
finissima astrologia appresso gli antichi essere stato il formare i bicchieri e
le tazze ritonde per imitar le stelle, e le tavole altresì circolari a
similitudine delle sfere celesti, onde, come colà i pianeti fan le loro
rivoluzioni correndo in giro ed ora si veggon pieni ora vuoti di luce (quegli
almeno che calano sotto il Sole), non altrimenti per intorno le tavole i
bicchieri giran di mano in mano con un perpetuo riempirsi e votarsi: ecco
d'onde i valenti astrolaghi tanto san delle cose celesti, maneggiando così
felicemente le stelle trasformate in bicchieri; e se per profetare dicono esser
necessario un certo uscir di sé, chi meglio d'essi può cantar col Poeta
quo me, Bacche, rapis tui plenum?
E s'aggiungano a quegli de' quali il vescovo
sant'Ambrogio "V'ha" disse "degli uomini, che sugli usci delle
taverne, altrettanto che se fossero su le porte de' cieli, sedendo in mezzo a'
bicchieri come nel concilio delle stelle, mezzo ignudi per la povertà
discorrono delle porpore e, non sapendo se essi meschini avran pane da viver
domani, definiscono quel che avverrà de' gran principi e ne divisano le
fortune; anzi, co 'essi fossero gl'imperadori e i monarchi, fanno eserciti e
battaglie, danno e tolgono regni, guastano il mondo e 'l racconciano a lor
piacere". Così udirete gli astrolaghi definire il quando e il come delle
traslazioni degli imperi, de' cambiamenti delle republiche in principati e di
questi in quelle; le rivolture de' popoli e de' regni e il passar che ne
faranno gli scettri da una mano ad un'altra; e dove Iddio solo una volta si
compiacque di rivelarne alcuna cosa, in figura di un colosso di più metalli
commessovi un capo di fine oro ad un petto d'argento e questo unito a cosce di
bronzo, succedenti loro le gambe di ferro e mezzi i piè di loto, con quel gran
mistero del sassolino spiccato dal monte, che l'abbatté, macinollo e, fattone sottilissima
polvere, il di è a portarselo i venti – ed era il succedersi e 'l mancar de'
regni, fino alla monarchia de' Romani e alle dissensioni e guerre civili tra
Pompeo e Cesare – i nostri astrolaghi, senza rivelazione e senza Dio, ma solo
in ciò simili a Nabuco, che anch'essi il veggon sognando, profetizzano dopo il
volger di quanto, a chi più lungo e a chi più brieve, spazio di secoli si faran
le catastrofi delle monarchie e de' regni, o il finir dell'imperio ottomano e
'l risorgere dell'ebreo, con la venuta del promesso Messia, che i ciechi,
quando l'ebber presente, nol videro; e per non vederlo sel tolsero d'in su gli
occhi, per cercarlo, come fan tuttavia, lontano quanto è di qua fino
all'estremo dì dell'universale giudicio. E già due volte, per dir solo delle
meno antiche, l'una il 1465, frastornati dal lor Saturno congiunto a Giove in
Pesci, l'altra il 1500, amendue a persuasione e seducimento d'astrolaghi, hanno
abbandonate le città e le paterne lor case, piangenti alla cieca, per giubilo
di non doverle mai più rivedere, e tutti in arnese di pellegrini, co' lor
fardelli in collo e i pargoletti in braccio, popolo innumerabile, si sono
adunati in campagna, e i più bramosi su per le schiene de' monti che voltano ad
Oriente e, con gli occhi immobili verso la Palestina, sono stati lungamente in
espettazion del Messia, che certo credevano verrebbe giù come una folgore da
mezzo Giove e Saturno e, lor mostrandosi in maestosa apparenza, li condurrebbe
a ripiantare in Gerusalemme lo scettro di David: che beati i loro occhi, i
quali il vedrebbono immantenente germinare, crescere quanto ogni gran cipresso
e tutto infiorarsi di gigli d'oro. Nel qual medesimo punto le verghe reali in
mano a' monarchi, imperadori e re di tutta la terra incurverebbon le cime, in atto
d'adorare lo scettro del nuovo e solo beato e perpetuo regno de' Giudei; il che
fatto, seccherebbono per non mai più rinverdire. Così credevano gli sventurati,
persuasi da un certo Abramo e da Lemleo, professori di quest'arte, ciechi e
conduttori di ciechi: se non in quanto pur troppo videro, lor malgrado, le
beffe che tutto il mondo si fece della loro mattezza, con pena ben confacevole
al delitto: che quegli che non credono a' profeti annunziatori del vero credano
a gli astrolaghi promettitori del falso. E l'empio arabo Albumasar, un degli
oracoli di questa scelerata professione, si fe' sentire a tutto il mondo giurar
da maomettano, per le corna della sempre scema sua Luna, che il sole
dell'imperio e della legge di Cristo scurerebbe il 1460 con tal eclissi che mai
più non ne apparirebbe scintilla. La Dio mercé, già son più di ducento anni
ch'egli è convinto mentitore; e tanti nuovi lacci e nodi gli si stringeranno
alla gola quanti anni restano al tempo e al mondo, il cui ultimo dì sarebbe un
miracolo di modestia alla temerità degli astrolaghi, se non l'avessero
appuntato nelle loro efemeridi; e ve l'hanno Arnaldo, Naclato, Cardano e due
altri alla cui dignità perdóno il nominarli: tutti con differenza di secoli
l'un dall'altro, ma ben tutti d'accordo in dare una mentita alla Verità stessa,
e Verbo del Padre suo Iddio, che pur chiaramente disse: De die illa vel hora
nemo scit, neque Angeli caelorum neque Filius, nisi solus Pater: la qual
diffinitiva sentenzia, soggiunge sant'Agostino, scompiglia tutti i numeri de'
calcolatori e, quanto alla verità del significare, li trasfigura in zeri.
Oltre a ciò, antiveggon gli astrolaghi e le
guerre e le paci e, come venissero freschi dal campo ove si ha a far battaglia
di qua a molti anni, sanno dire chi ne torna con la vittoria chi ne fugge o vi
rimane sopra con la sconfitta. E in vano i prìncipi suggellano, come Alessandro
ad Efestione, la bocca a' lor consiglieri perché non ne sfiatino i segreti:
questi gli hanno inanzi a gli occhi ancor prima che a niuno si concepiscano
dentro al cuore. Se giran lo sguardo intorno alle corti, ci veggon dentro il
grande che rovinerà; e se per le capanne e i tuguri, vi truovano il piccolo
figliuol della terra che salirà sopra i cieli. Han le nascite delle città e
conto ogni lor futuro avvenimento, sì che ne potrebbono scrivere l'istorie
prima degli avvenimenti. Delle vite poi di chi che sia, quanto può chiedersi a
tutto rispondono, perché tutto ugualmente è lor manifesto: se menerete moglie,
e quale; se ne avrete figliuoli, e quanti; se nemici, e di che condizione; se
onori, e di qual genere; se eredità, e per qual via; se ricchezze, e in che
somma; dove il mare v'aspetta a solcarlo e rompere, dove la terra a scoprirvi
un tesoro; e quella pietra che vi cadrà sul capo in passar per colà non so
dove, essi veggon la stella (e sarà per avventura Saturno in Ariete, ferito
d'una mortal quadratura da Marte) che per lo filo d'un sottilissimo raggio ve
la tien sopra; l'amor che troverete ne' grandi; il disamor che vi porteranno i
parenti; le prigionie, le liti, i viaggi, i pericoli innocenti, l'esaltazioni
fallaci, il felice o sventurato riuscimento de' negozi; e se v'adoprerete in
armi o in lettere, o in altra arte o mestiere. Poi, della morte, di che
malattia ella sarà, se naturale; e di che infortunio, se violenta. E ciò anche
è poco. Han canoni, per decretare chi riuscirà eretico, chi religioso, chi
vergine, chi operator di miracoli, chi profeta, chi martire e chi santo. Se ne
volete il come,
hic tibi nascetur cum primus Aquarius exit.
E beato chi nascendo s'avvenne ad aver Saturno
ben allogato nel Lione: all'avventurosa sua anima, in uscirgli del corpo,
spunterà un paio d'ali d'invisibile fiamma che la porteran di volo fino a
metterla in cielo; né mancherà come trovar, giù in fondo alla quarta casa, se
dopo morte ne resterà fama al mondo e, quivi e nella decima, se avrà l'onore
della solenne canonizzazione. Di tutto questo e d'ogni altro particolar vizio e
virtù, eziandio delle finissime sopranaturali e de' gratuiti doni di Dio, i
valenti astrolaghi han ne' lor libri aforismi e regole con che trovarli
espressi nelle nascite di ciascuno. Peroché, come Augusto portò fin dal ventre
materno formata in petto l'imagine dell'Orsa celeste con altrettante non so
quali macchie quante in quella si contano stelle, osservatane anco la
proporzionata distanza, così essi suppongono indubitato che ciascuno, al finir
del suo nascere, sia con indelebili note stampato, non saprei dove, della
figura del segno che in quel punto montava su l'orizzonte, e de' caratteri di
quanti altri pianeti e stelle co' diversi loro aspetti il riguardavano: e alle
buone o ree loro influenze conviene, dicono essi, che ognuno risponda,
riuscendo felice o misero, innocente o colpevole. E se fra gli astrolaghi ve ne
ha de' più saggi o, per meglio dire, de' meno empi, che gli spregiano come vani
e gli abbominan come sacrileghi, il fanno perciò che non s'avveggono che in
ischiantare un ramo, come essi credono, male innestato sopra l'astrologia,
tutta lei spiantano dalla radice; peroché que' tali aforismi son tratti del
medesimo principio, e per conseguente han la medesima forza che tutti gli altri
i quali si tengono dentro a' confini del puro ordine naturale, cioè le
antichissime osservazioni fino ab immernorabili, e 'l verificarsene
alcuna volta i pronostichi col succedere degli effetti: dunque, o tutti
indifferentemente sono cosa vera dell'arte, o i princìpi di tutta l'arte (ed è
vero) sono ingannevoli e falsi. D'una sola materia non truovo che gli
astrolaghi punto nulla s'ardiscano a profetizzare: ed è ben miracolo, se non ne
sanno, e degno d'intendersi ond'è che, sapendone, non si facciano a ragionarne.
Del Paradiso e di chi v'ha a salire eternamente beato han che dire; de' cieli,
delle stelle così mobili come fisse, non che d'ogni altra cosa meno occulta, ne
sanno per fino il sesso: e delle femine e de' maschi che ve ne ha, veggono
dentro a' corpi e ne distinguon le sterili e le feconde. Degli elementi e de'
misti ogni alterazione, ogni sconcerto, ogni moto han palese, e delle religioni
e de' principati e delle publiche e private fortune degli uomini: in una
parola, di quanto è mai per farsi di qua sino a gli spazi imaginari, che è
appunto dove si fermano e d'onde traggono ogni cosa. Solo non van sotterra, e
nulla ci dicono dell'Inferno; e pur, come essi leggono nelle stelle il processo
delle colpe d'ognuno, dovrebbono altresì leggervi la sentenza, e a che tormenti
e specie di morte, ma immortale, condannino; e pure il più facile indovinar che
sia è di colagiù, dove tutto in acconcio alla loro professione,
nel mezzo erge le braccia annose al cielo
un olmo opaco e grande, ove si dice
che s'annidano i sogni, e che ogni fronda
v'ha la sua vana imago e 'l suo fantasma.
Ma in tacerne ora, si portano oltre che da savi
ancor da veramente indovini, se rispondono come Demonatte filosofo a chi il
domandò come si stesse mal nell'inferno, ed egli "Aspetta" disse
"che io vi sia, e scriverottene". In così dire, mi sovvien di quel giusto
dolore che mosse Plinio a consagrare all'eternità dell'infamia la memoria di
quel Perillo che la sacra ed innocente arte del fondere i metalli, usata fino
allora a figurar simulacri di dei e statue d'uomini eroici, voltò in acconcio
della crudeltà di Falaride, lavorandogli di getto in bronzo quel toro in cui
chiusi, e a fuoco lento arsi vivi, i miseri condannati dal barbaro non trovavan
pietà d'una morte sì dispietata, anzi risa e scherni, mentre i lor gemiti, per
segreti ingegni dello scelerato artefice, sonavano come muggiti. In hoc a
simulacris Deum hominumque devocaverat humanissimam artem? Ideone tot
conditores eius elaboraverunt, ut ex ea tormenta fierent? Itaque una de causa
servantur opera eius, ut quisquis illa videat, oderit manus. Or di che
innocente e pura madre è nata questa svergognata e rea meretrice, l'astrologia?
Dell'astronomia, contemplatrice de' movimenti de' cieli e interprete de' più
sacri misteri della natura: anzi del più bel di Dio, la cui gloria si discuopre
in quel medesimo che la ricuopre, cio è nel ricchissimo velo de' cieli. Questo,
per avventura lungo, ma in verità, rispetto al moltissimo di cui egli è una
insensibile particella, brieve e succinto catalogo delle predizioni
astrologiche sopra le cose umane supposte in ogni genere provatissime, ho io
preso a fare, a fin che più chiaro apparisca il torre che tale arte fa lo
scettro della providenza di mano a Dio, e Dio dalla mente non che dal cuore
degli uomini. Percioché, se, nascendo noi, ci si mette in mano, chiusa e suggellata
col segno dell'oroscopo che con noi nacque, la descrizione di quanto ci è per
avvenire, eziandio ne' minutissimi fatti, fino alla morte, e se noi, nascendo
così improntati dalle figure celesti come una cera tenera, faccia di poi subito
come alcuni credono de' coralli, ch'eran sott'acqua morbidi e in uscirne
all'aria impetriscono, tal che il carattere della fortuna impressaci è
indelebile, chi, credendolo, mirerà più alle mani di Dio, se non se ne aspetti
miracolo con che si muti impressione al cielo e si disordini il già ordinato?
Benché pur questo medesimo il dovrebbon significar le stelle e vederlo gli
astrolaghi. Così l'Egitto non alza mai gli occhi al cielo e qual ch'egli si sia
nol cura, perché non ha che temerne o sperarne, venendogli ogni suo bene dal
Nilo, che con inondarne i campi glie li feconda: e per ciò, come universal
principio della loro vita, i primi savi ritrovatori de' geroglifici, ch'era il
loro scrivere in cifera, il rappresentarono in figura di cuore. E se ottimo è
l'argomento con che sant'Agostino convince d'empietà e d'ignoranza i Romani
nella moltitudine degl'iddii, sarà ottimo altresì, applicando universalmente
alle stelle quel ch'egli singolarmente dice della dea Vittoria: Quid ipso
Iove in hac causa opus est, si Victoria faveat sitque propitia et semper eat ad
eos quos vult esse victores? Hac Dea favente et propitia, etiam Iove vacante
vel aliud agente, quae gentes non subditae remanerent? quae regna non cederent?
E fosse in piacere a Dio che s'avverasse il detto di sant'Ambrogio colà dove
scrisse che le figure astrologiche in quell'intrigamento di linee con che elle
disegnano la spartitura, delle dodici case, per allogarvi negli angoli i segni
del Zodiaco, e le stelle inferiori, e quell'ingraticolato per cui d'anno in
anno si rappresentano le rivoluzioni de' cieli e gli aspetti con che fra loro
si guardano i pianeti, sono una rete, o tela di ragno in cui, se qualche mosca
o altra piccola bestiuola incappa, vi s'avviluppa e riman presa: non così
l'altre di maggior ala e di più forza, che la stracciano e passano. Talia
sunt, dice egli, retia Caldaeorum, ut in iis infirmi haereant, validiores sensu
offensionem habere non possint. Ma la sperienza insegna che vi s'impacciano
e perdono anche delle aquile, e forse più che gli altri minuti volatili, sì
come ne fan fede le corti piene di queste reti di ragno e de' miseramente
involtivi ed allacciati. Peroché essendo, come disse Luciano, la speranza e 'l
timore stati i ritrovatori e i maestri dell'arte dell'indovinare, due ciechi di
mille occhi l'uno, non valevoli a nulla perché non veggono il presente e
trasveggono nel lontano, oltre a quel natural talento che ognuno ha di saper le
cose avvenire, e più delle altrui avidamente le proprie; chi più spera e più
teme, naturalmente avviene che faccia come i marinai inavvedutamente entrati a
navigare in mezzo all'oceano per canali obliqui e chiusi fra scogli ciechi e
secche poco sott'acqua, da infrangere in toccarli o rimanervi fitto con la
carena, che salgon fino in punta all'anterma impennata e guardano, quanto il
più possono veder lontano, che fondo mostra il mare al colore, e dove corre o
rompe o sprazza: così essi, e più ansiosi sono all'antiveder le fortune loro
avvenire, e più solleciti a cercarne da gl'indovini, e più creduli a chi lor le
promette quali sol le vorrebbono, prospere e avventurose. Che se avviene che
l'astrolago, delle cento che ne promette e fallisce, una, eziandio se di
piccolo affare, ne colga, dove sono que ' savi che credano la predizione essere
non oracolo ma indovinamento, non profezia d'arte infallibile ma abbattimento
di caso, e tal volta anco d'errore? E quinci il dubitare s'egli è veramente
Iddio che governa il mondo ed ha in cura le cose degli uomini, o s'elle vanno a
disposizione di nascite e a punti di stelle. E se, dopo un pericoloso
ondeggiare tra la Providenza e 'l caso, pur finalmente si giudica avere Iddio,
creando i cieli, infusa loro quella virtù onde poi con le buone e ree influenze
producono quel che co' buoni e rei aspetti promettono, truovansi impacciatissimi
al rappresentarsi loro le apostasie, gli adultèri, i ladronecci, i parricidi,
le vite e le morti da bestia, di che tutto l'astrologia mostra positura di
cieli e accozzamenti di stelle che le cagionano, o, se voglion discorrere meno
alla pazza, le presagiscono. Ed eccovi a poco a poco l'error del fato entrarvi
in capo per la porta dell'astrologia; e con esso la necessità dell'operare,
compagna sua indivisibile, sì come esecutrice di quello che fin dalla creazione
de' cieli, scritta colasù in bronzo, non può altramente che non avvenga.
Esclami con quanta voce ha il vescovo S. Paolino in condannazione delle Parche
e della lor madre la Necessità, tutte d'accordo intese a torcere quel lor fuso
d'inflessibil diamante, come poco fa dicevamo averle Platone collocate in
cielo, perpetuamente in atto di lavorare il filo della vita a ciascuno: tantum
abusus est humanis auribus arrogantia inanis facundiae, ut ridiculam anilis
fabulae cantilenam, non erubesceret scriptis suis, quibus de divina etiam
natura quasi conscius disputare audebat, inserere; più si crede a una
predizione avverata ed a quel che sembra conseguentemente didursene, che al
riferir tutto a Dio; il quale se governasse il mondo, come se ne predirebbono
per naturale scienza i decreti, occultissimi fuor che solo a chi egli per
grazia li rivela? Supposta poi la necessità dell'operare, eccone il
conseguente: a che struggermi, per impedir che non sia quel che pure, voglialo
io o no, converrà che sia? Ché bugiardo non può riuscire il cielo, né fallace
lo scrittovi già di me tanto prima ch ío fossi. E s'egli è solo infallibile
perché sarà, dunque, che che io mi faccia, infallibilmente sarà. Paralogismi, è
vero, ma come sì grande è la turba de' ciechi – altri che veramente il sono,
altri per le cateratte o panni d'oscurità d'una densissima ignoranza, altri
che, per altro veggenti, da lor medesimi si fan ciechi dandosi ad alcuna
passione; e le passioni tutte han di proprio il bendare prima di null'altro gli
occhi alla ragione – per ciò communissimo è l'inciampare e battere della
fronte, come disse sant'Agostino, per fin nelle montagne, e ciò ancor nella
piena luce del mezzodì, quale a noi il fa e tien fisso il sole chiarissimo
della Fede. Ma vegniamo oramai più alle strette coll'astrologia: e prima di
torle quel ch'ella ingiustamente si usurpa, dianle quel che di ragion le si
dee.
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