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CAPO DECIMOTERZO
L'artificio del comporre i lunari per saper
certo ogni giorno quel che non sarà.
Non ha dubbio essere in verità misterio sotto
apparenza di favola quella tanto appresso gli antichi famosa e celebrata catena
d'Omero, la quale da piè del solio di Giove (e ognun sa, che solio di Dio è il
cielo) giù si distende in anella tutte d'oro, e lunga sì, che giunge fino alla
terra, e l'accerchia e vi si annoda. Ciò sono, in poetico favellare, non
solamente la luce e 'l calore, ma quell'altre ancora che chiamiamo influenze:
delle quali il vocabolario della naturale filosofia – che, per molto ch'ella
presuma e vanti, poco altro in fine sa che i generi delle cose, e poco più che
in genere ne discorre – come non ha conoscimento del loro essere in
particolare, neanche ha nomi propri per divisarle: onde poi è quel tanto
ricorrere alle occulte qualità, che sono la ritirata in cui ci facciamo forti
contro alle batterie che ci danno al cervello i particolari effetti,
massimamente se un poco fuori dell'ordinario, de' quali non sappiamo allegar
cagioni altro che universali, e spesse volte una medesima ad operazioni fra
loro estremamente contrarie. Così dunque concatenata questa bassa parte elementare
con quella sublime celeste, il mondo riesce non un'accidentale aggregazione di
corpi sol materialmente ammassati, ma un vero tutto intero, ed una sola natura
bene intesa e fra sé ordinata, con disposizione di parti aventi, secondo la
dignità, il luogo conveniente alla più o meno perfezione dell'essere; e
dipendenti le inferiori men nobili dalle supreme, che ne han quella signoria
che il capo nelle altre membra; onde mai non si rimangono di trasfondere in
esse vigore da mantenersi e spirito da operare. E percioché quigiù v'ha tanta
varietà di nature quanta è la differenza e delle forme ne' misti e de'
temperamenti e, dirò così, armonia delle qualità convenienti a ciascuno, e in
ciascuno, come parla sant'Agostino, in diversa proporzione di numeri accordata,
conveniva che ancor lasù fosse diversità di princìpi ed una certa come concorde
discordia di cagioni, produttrici delle diverse virtù, confacevoli quale
all'una e quale all'altra specie de' composti. E queste tali virtù le hanno i
corpi delle stelle, così mobili come fisse, e forse anche il cielo stesso: ma
non già quel fisso e finto dalla filosofia degli astrolaghi, i quali nel
disegnar delle dodici case non attendono al corpo reale del cielo né al segno
sensibile del Zodiaco con esso le stelle che que' suoi trenta gradi
comprendono, ma ad un altro imaginato da essi, a cui questo visibile da tanti
secoli addietro corrispondeva; e ad un tal cielo, che non è altrove che nella
lor fantasia, attribuiscono quelle tanto miracolose virtù che in sì divisate
forme ci stampano tutta la vita nel primo e fatal punto del nascere. Han dunque
di certo, almeno le stelle, virtù possente ad operare. E mirate il saggio
avvedimento di Dio, in far che le sette mobili, che chiamiamo pianeti, si
raggirassero per intorno la Terra, non solamente col circuito diurno da levante
a ponente, ma con un proprio loro, in contrario e in su poli diversi, e non
lentissimamente come le stelle fisse; e che alcuni più presti, altri più tardi
fossero a correre tutto intero il cerchio della loro sfera: conciosia che per
tali andamenti unendosi, dilungandosi, opponendosi, rimirandosi l'un l'altro in
diverse guardature d'aspetti quanta è la varietà degli accozzamenti che se ne
fanno, tanto si multiplicano i diversi princìpi delle virtù e diversi ne nascono
i temperamenti e i distemperamenti delle qualità, or avvalorate dalle simili,
or rintuzzate dalle contrarie; e quinci i vari effetti, secondo le varie
impressioni in questa inferior parte che n'è patibile e le riceve. Finalmente,
o sia vero che le forme degli elementi si truovino in sustanza, o solo per
qualità ne' composti di loro, ogni specie di composto simbolizza coll'elemento
che in lui più che gli altri predomina e, quello alterato, ancor questa per
natural legamento si altera e risente, come avvien di due corde di qualunque
sia strumento di musica tese all'unisono o in alcuna delle due consonanze
perfette che, in toccarsi l'una, l'altra avvegnaché non toccata si muove e
guizza. E poté anche a ciò aver riguardo quello a prima vista incredibile detto
di Giamblico, che la terra è in cielo, ma in modo celeste, e 'l cielo è in
terra, ma in modo terreno: cio è a dire in mistero che quello e questa, salva
la differenza delle nature, son permischiati con un non so che terzo commune ad
amendue, che gli unisce e in genere di suggetto e d'agente li proporziona. Tal
dunque è l'ordine dell'operare de' cieli in questa parte inferiore della
natura. Essi, con tanto diversi princìpi di virtù quanti sono i corpi delle
stelle e i lor vari accozzamenti, muovono in prima gli elementi, come a ciò
tanto più proporzionati quanto più semplici e più simili al semplicissimo esser
del cielo: e questi mossi o alterati, come voglia dire, muovono le specie de'
composti in cui sono, almeno per qualità, e più le più collegate con essi; e or
a meglio or a peggio le menano, secondo la conveniente o distemperata
alterazione che in esse fanno; e avviene che per la contraria tempera delle
nature richiedenti contrarie qualità, quel che fa prode all'una è nocevole
all'altra. E tanto basti, in acconcio della materia, aver detto di questo bel
magistero e aggiustatissimo ordine della natura: di che, come a me altre più
cose si rappresenterebbono a dire se ne ragionassi non in ordine ad altro ma di
per sé, così e molto più ne risovverrà ad ogni altro, facendosi a pensarvi.
Conceduta dunque alle stelle la virtù e
l'impressione da muovere e alterar gli elementi e ciò che di loro è composto,
per conoscere quali stelle a quali specie di cose sien utili o dannose, peroché
non ne sappiamo fuor che quel solo che ci danno a vedere gli effetti, conviene
attenersi alle osservazioni e sopra un convenevole numero d'esse ben
rispondenti formar canoni e aforismi, che riusciran buoni altrettanto che
questa ottima regola di discorso: quello che, posto il tal principio, è
ordinario a succedere non dover succedere a caso, ma in virtù d'esso e per
iscambievole legamento dell'uno coll'altro. Raccordami di quell'antico detto: plerumque
abortus causa fit odor e lucernarum extinctu, e dico: quante sconciature
cagionerà in questa sempre gravida madre, la terra, lo spegnersi dell'una o
dell'altra lucerna del mondo, cioè l'eclissarsi del Sole e della Luna, con que'
nocevoli effetti che natural cosa è che consieguano a quel repentino
smarrimento del lume e del caldo onde gli spiriti, eziandio nelle cose morte,
s'avvivano? Dunque, dalla sufficiente osservazione degli avvenimenti potran
farsi regole da predirli. Sovviemmi ancora di quel grazioso detto di Sidonio
Apollinare, che in cui Bacco s'affissa immobilmente con gli occhi, per via di
quel medesimo sguardo gli fa entrar nel capo tanti spiriti di quell'ottimo vino
ond'egli è tutto pieno, che quegli, eziandio digiuni, diventano ubbriachi:
dulce natant oculi, quos si fors vertat in
hostem
attonitos, solum dum cernit, inebriat Indos
e dico: ben tornerà vera la finzion del mirar di
Bacco in quel di Saturno e di Marte, i due pianeti, per le ree qualità
conseguenti un sommo freddo e un sommo caldo, distemperati, e alla natura, cui
ogni eccesso danneggia, malefichi, se avverrà che di male aspetto e non
emendato da niun altro benefico s'affissino a guardar la terra; e così
dell'altre stelle mobili e fisse, massimamente della Luna, chiamata nel Genesi
gran luminare, perché la vicinanza tal ce la rende e nell'apparenza e nella
virtù dell'operare, singolarmente nell'umido, avvegnaché in verità ella sia il
minimo di tutti i corpi celesti. Dunque, osservando in certi punti efficaci le
stelle e riscontrando con le lor guardature gli effetti che ne provengono,
avremo onde far regole da antivederli e predirli. Non però altrimenti che per
fallacissime conghietture: ché non sono, quella superior parte del mondo e
questa inferiore, come due occhi d'un capo, che dove l'un si volge, l'altro, in
nulla da lui diverso o sia nella sustanza o nel numero o nella collocazione de'
muscoli, istrumenti del moto, anch'egli invariabilmente si muove. Troppa è la
varietà degli stati in che questa parte elementare si trasmuta: onde avviene
che, non trovandosi ella sempre d'un medesimo temperamento né similmente disposta,
neanche sempre ne sieguano da una medesima alterazione i medesimi effetti. Ciò
però non ostante, l'arte marinaresca, l 'agricoltura e la medicina, fra
l'altre, ne hanno de' poco men che sicuri, e si pronostican saviamente,
osservatene le cagioni che assai delle volte s'avverano; avvegnaché certe
altre, per accidentale impedimento, falliscano. Ma oramai troppo più lungamente
che al bisogno presente non si richiede abbia tenuta la mente tesa in
discorrere, e ci farà mestieri tornarvi di qua a poco. Intramezzia dunque,
facendo come i fabbri, che e tuttavia tengono afferrato con le tanaglie in mano
il ferro rovente e ne distolgono i martelli, dando con essi tre o quattro colpi
a vuoto sopra l'ancudine, non senza qualche armonia, di cui ricreatisi tornano
al lavoro. E venga qua inanzi alcuno di quella specie d'astrolaghi o, a dirlo
più conforme al vero, zingani, che dan la ventura ad ogni dì che nasce in tutto
l'anno, e del buono e del mal tempo che de' aver con essi il mondo stampano
profezie e discorsi. Prendiancela un poco con alcun di costoro, ma in quel modo
che Tertulliano si fe' a scoprire gli occulti e pazzi misteri della setta di
Valentino: Congressionis lusionem deputa, lector, haud pugnam. Ostendam, sed
non imprimam vulnera. Si et ridebitur alicubi, materiis ipsis satisfiet. Multa
sunt sic digna revinci, ne gravitate adorentur. Vanitati proprie festivitas
cedit. Congruit et veritati ridere, quia laetans de aemulis suis ludere quia
secura est. Or vi sovvenga di quale Marziano ritrasse Apollo, e in lui
raffigurate l'astrolago. Avea – dice egli – Apollo davanti a sé quattro urne,
l'una di ferro, l'altra d'argento, la terza di piombo, l'ultima di cristallo.
Quella di ferro era piena d'una purissima quinta essenza di fuoco, e chiamavasi
la Sommità di Vulcano; quella d'argento, nominata Riso di Giove, conteneva il
sereno, che dovea essere zaffiro liquefatto, e con lui mista l'amenità della
primavera. Nella terza, di piombo, si chiudevano le tempeste, i venti, le
piogge, la brina, il gelo e quanto di rigidezza, di malinconia, d'orrore ha il
verno, e ben le stava il nome di Sterminio di Saturno. L'ultima, di cristallo,
s'empieva di tutti insieme rammescolati i semi della fecondità onde l'aria
s'ingravida; perciò avea in titolo le Poppe di Giunone. Fra queste quattro
urne, Apollo, ch'è quanto dire il Sole, prendea qui dall'una e qui dall'altra,
or poco or molto di quello ond'elle sempre eran piene, e, quando schietto,
quando bene e mal temperato col simile o col diverso, versavalo sopra la terra:
così ne venivano i tempi dolci o rigidi, l'aria serena o torbida, i dì allegri
o malinconiosi, il mar tranquillo o in burrasca, le stagioni uguali o
distemperate, le ricolte e le vendemmie ubertose o sterili; e tutta questa
infima parte della natura, con quanto è in essa di semplice o di composto, a
migliore o peggior essere menata, secondo l'impressione delle buone o ree
qualità che l'alteravano, si risentiva. Or non vi par egli che tale appunto sia
il mestiere di così fatti astrolaghi? E non manca loro altro che aver del Sole
il lume della verità e dell'Apollo lo spirito della profezia; nel rimanente
fanno come lui, o meglio, se altramente: peroché si recano inanzi come vaselli
vuoti tutti i trecensessanta cinque giorni dell'anno, e gentilmente con un
cucchiaio astrologico prendono ciò che da qualunque delle sopradette quattro
urne lor prima viene alla mano, o sia da nuvolo o da sereno, e piogge e
grandini, e nevi e venti, e freddo e caldo, e ne infondono in ciascuno quel
che, voglialo o no, pur convien che vi cappia: e così alle vigne, a' seminati,
a gli uomini, a gli animali, senza eccettuarne sé stessi, danno quel più o men
di bene e di male che, alla disposizione in che sono le stelle, intendono
giustamente doversi; e 'l divisato da essi immutabilmente avverrà, se non in
quanto Iddio, ch'è il Signor della natura (e 'l protestano in corsivo) ne può
mutar l'ordine, e fare egli un miracolo perché essi dicano una bugia. Ma da
troppo alto originale, dubito io che abbia preso a fare in similitudine il
ritratto de' nostri astrolaghi: perochè Marziano, in dipingere quell'Apollo –
come altresì tutta quella sua opera, fior d'ingegno – adoperò ben sì i colori
poetici, ma sopra un ben inteso disegno filosofico e tutto lumeggiato da
chiarissime verità. Mettianci dunque più basso, e l'indovinere forse meglio.
Ho memoria d'un giuchevole detto d'Augusto,
sopra il diportarsi ch'egli sovente faceva per diletto, con que' due gran padri
della poesia latina, epica e lirica, Virgilio e Orazio; de' quali Orazio, così
buon bevitore come poeta, era cispo degli occhi e continuo lagrimava; a
Virgilio, pien d'ipocondriache ventosità, rugghiavano le budella ed egli spesso
ruttava. Per ciò Augusto diceva di non aver mai miglior tempo che quando si
trovava in mezzo a quell'impareggiabile paio di poeti, né mai averlo peggior
d'allora: peroché, per sereno che fosse il cielo e l'aria in pace, egli avea la
pioggia d'Orazio che il bagnava da un lato, e i tuoni e i venti di Virgilio che
il battevan dall'altro. E così appunto va bene accompagnata questa tanto
legittima quanto naturale specie d'astrolaghi; e si farebbe anche inanzi il
filosofo Seneca ad aggiungere una non so quale altra proprissima somiglianza
ch'è fra i lor venti e que' di Virgilio: ma se la cerchino essi nelle questioni
naturali di quel filosofo. E de' venti singolarmente ragiono, perciò che sono
la più difficil parte che sia da allogare nell'efemeridi; e non senza misterio
protestò David che Iddio li serba ne' suoi tesori e ne li trae quando a lui è
in piacere: significando ciò essere una delle più occulte opere della natura;
ed essi altrettanto sicuramente gli annunziano come avesser l'utre dato già da
Eolo ad Ulisse, e ne potessero trar fuori oggi l'uno e domane l'altro, senza
nulla attendere alla qualità del luogo a cui il pronosticano, se mediterraneo o
lungo il mare, se cavernoso, se piano, se umido, se alpestro, se ha valli o
montagne o fiumi appresso: che tutte sono disposizioni a più o meno
sumministrar la materia onde i venti si formano. Poi, quanto a' generali,
mirate sciocchezza, il calcolare gli aspetti delle stelle al meridiano d'Italia
(che appresso loro de' essere un cerchio largo delle miglia almen cento) senza
saper che si faccia nell'Africa, nel Settentrione, o ne' mari da levante e
ponente, dove in tanto s'ammassano l'esalazioni che poi, movendosi, ci
porteranno le tramontane e gli ostri e così tutti gli altri. Vero è nondimeno
che gli astrolaghi, percioché forse hanno que' sette magici anelli che Iarca
donò ad Apollonio (un incantatore ad uno stregone), col recarsi in dito ciascun
dì della settimana il suo proprio, cio è il suggellato coll'imagine del pianeta
che denomina il tal giorno, indovinano il più delle volte; con tal legge, però,
che si adoperi una regola usata da alcuni e riuscita infallibile, cioè intender
sempre il contrario di quel che promettono; ché tal de' essere il lor
vocabolario segreto: che carestia significhi abbondanza, sereno pioggia, e
vento aria tranquilla. Di qui avviene che con le lor predizioni, a far
saviamente, de' farsi come quel savio pazzo Diogene che, avvenutosi in un mal
destro arcadore che si provava a saettare non so dove, corse a mettersi inanzi
al bersaglio, sicuro che colui colpirebbe in ogni altro segno anzi che in
quello dove mirava. E non è egli avvenuto votarsi d'abitatori le città e tutto
rifuggirne il gran popolo alle cime de' monti, colà su alto campandosi da un
imminente diluvio, che più d'un falso No è, e per ciò vero astrolago, avea
predetto dover quasi tutto inondare e sommergere il mondo? E per ciò solo, già
molto prima antiveduto, fabricar su le punte d'altissime rupi torri e rocche
fornite di viveri a gran tempo? Sallo Tolosa che 'l vide, e di poi rise il
diluvio delle pazze sue lagrime, che altro non ve ne fu; sanlo i viventi l'anno
1524, quando si fe ' quella famosa congiunzione di tanti pianeti in un medesimo
segno, adunati ad alzar tutti insieme di forza le cateratte e dar corso
all'acque di sopra i cieli, per metter la terra in abisso e farla tutta un
mare. E la predizione, giusta la regola poco fa accennata, si avverò: peroché
corsero i più sereni dì, con un'aria la più purgata e un cielo il più ridente
che già mai si vedesse. Altrettanto è avvenuto delle intolerabili arsure per lo
trigone igneo, minacciante alla terra l'incendio di Fetonte: tal che, struttisi
i metalli entro le viscere delle montagne, rivi d'oro e d'argento scorrebbono
per le secche vene delle fontane; e s'è avverato con una freschezza d'aria,
quale io l'osservai, oltre all'usato grande, una state pochi anni addietro, in
cui congiunto Marte col Sole acceso dalla canicola, l'Italia dovea essere
un'Etiopia, la terra cenere e noi carboni: non so se vivi per l'arsione o morti
per lo colore.
Predizioni tanto al riuscimento fedeli, e non in
questo sol genere ma altresì nelle abilità a diverse professioni, hanno in gran
parte origine dalla opinione in che sono appresso gli astrolaghi le quarantotto
costellazioni antiche: d'operare effetti conformi alle loro forme o imagini in
che già furono effigiate. Così la poppa della nave Argo,
quae nunc quoque navigat astris,
fa nascer piloti e nocchieri; la Saetta,
arcadori infallibili a dar nel segno; il Can maggiore, che morde la maggiore di
quante stelle abbia il cielo, eziandio del Sole, se Ticone l'ha ben misurata,
genera cacciatori
nec
tales mirere artes sub sidere tali:
cernis,
ut ipsum etiam sidus venetur in astris,
peroché gli fugge d'avanti la lepre, la quale,
perch'egli mai non la raggiunge, a cui ella sorge in ascendente co' Gemini, il
fa inarrivabile al corso. La Spiga in mano alla Vergine semina agricoltori e fa
germogliare e nascere uomini di campagna. E per non allungarmi soverchio, la
Lira,
cui caelestis honos similisque potentia causae,
tunc
silvas et saxa trahens, nunc sidera ducens,
produce che? Anfioni, Orfei, Terpandri? Appunto
il diceste; udite che: criminalisti, fiscali, tormentatori, carnefici. Eccone
il testo:
cumque Fidis magno succedent sidera mundo,
quaesitor scelerum veniet, vindexque reorum,
qui
commissa suis rimabitur argumentis;
hinc etiam immitis tortor, poenaeque minister.
Chi mai se l'aspetterebbe? E la cagione non è
punto men nuova o meno ammirabile dell'effetto: cioè un mistero di proporzione
fra il sonar della Lira e il tormentare de' rei, non saputa da Euclide, perch'ella
è troppo più di quelle che chiamano perturbate. Su la Lira si tendon le corde,
e 'l ceterista, toccandole, fa che lo strumento che prima era mutolo parli nel
suo linguaggio, ch'è l'armonia del suono. Or le corde son funi, e le sottili
son funicelle. Le funicelle sono un de' cento ingegni con che si tormentano i
rei perché dicano il vero e confessino il misfatto; e qual più soave armonia
della verità? Dunque, tanto è sonare una lira quanto tormentare un reo: e
percioché l'effetto debbe essere proporzionato alla cagione che il produce, la
lira in cielo ci produrrà fiscali e carnefici in terra. Io mi rendo, e confesso
d'aver qui ora solo compreso il vero sentimento di quell'antico proverbio: asinus
ad lyram. E di così fatti misteri n'è sì piena l'astrologia, che troppo
fuori dell'argomento mi porterebbe il riferirne anche solo i più ingegnosi, a
dimostrare che proporzionate alla figura d'ogni costellazione sono le sue
influenze e gli effetti ch'elle cagionano. E se ciò nello stampar le vite degli
uomini, molto più nel formare gli animali, le piante e ogni altra specie di
natura inferiore al grado delle cose viventi; delle quali percioché ora
singolarmente ragiono, veggiamone, in testimonio dell'altre, una particolare e
sola corrispondenza.
Al nascere della Corona celeste, costellazione
veramente reale, chi mai direbbe che da quanto si semina ne' giardini e negli
orti altro fosse per generarsi che corone imperiali, che sono fiori prìncipi e,
tra' fiori prìncipi, fiori re di corona? Ma la sperienza e le buone regole
della coltura degli orti insegnano che non v'è punto in che più felice riesca a
seminare rafani e ramolacci perché non tralignino in altre erbe più vili, e
ingrossino e facciano gran pruova e gran corpo. Il che essendo vero, mi dican
gli astrolaghi come può essere in cielo stella di così efficace virtù che
trasformi un villano e ne faccia un imperadore o un re di corona, se le venti
stelle contate dal Bayeri nella Corona celeste non bastano a trasmutare un
rafano in un fior coronato? E tanto basti per intramessa di giuoco. Rispondiamo
ora da vero alle ragioni da noi poste in bocca all'astrologia, provante
l'imperio o, per meglio dire, la tirannia delle stelle e l'infallibile
riuscimento delle sue predizioni intorno alle diverse fortune degli uomini.
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