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CAPO DECIMOQUARTO
Nel cielo dell'astrologia tutte le stelle esser
malefiche, e cagionare col moto rivoluzioni di cervello e con le influenze
malignità di cuore.
Nulla esce in opera per lavoro delle mani del
sommo artefice Iddio, ch'egli fin da' secoli eterni non ne avesse nella sua
mente espressa, spiegata e continuo presente una perfettissima idea: non copia
delle cose, come in noi, che ne ricavia le ignude forme esemplari nettandole da
ogni loro materia; ma originale e, com'è consueto ragionar de' Platonici,
archetipa: in cui ciò che è stato, ciò che è e può essere (avvegnaché mai non
sia) ha un essere immutabile, un durare eterno e un rappresentar sì proprio e
sì perfetto, che in essa tanto le specie come i loro individui son cognoscibili
meglio che in loro stessi. Tra queste pure forme ideali di tutto insieme il
possibile infinito, negar non si dee esservi altresì il modello da foggiare un
mondo quale gli astrolaghi di men reo giudicio han per sé divisato e altrui
persuadono essere questo medesimo che abbiamo; e Iddio, tanto sol che il
volesse, potea metterlo in essere, congegnandolo con altri pesi, altri numeri,
altre misure, sì che il cielo e in lui le stelle mobili e le fisse, quanto a
gli spazi in fra loro, fossero più o men gradi lontane; quanto alle sfere
inferiori, elle sopra altri centri si rivolgessero e di più cerchi maggiori e
minori composte intrecciassero altre irregolarità, altre anomalie; e che in
ogni diversa elevazione di polo s'accozzassero al salire insieme su l'orizzonte
questi luminari con quelli; e che nel proprio muoversi e nell'insieme esser
rapiti in contrario i pianeti si contemperassero ad un tale andar lento e
veloce, che i punti del lor primo spuntare, i gradi del salir fino al sommo e
del volgere, il trovarsi in questo o in quell'angolo de' due emisferi spartiti
dall'orizzonte, l'incontrarsi, il riceversi, il congiungersi, il fuggirsi, lo
scambievole riguardarsi di vari aspetti, amichevoli o avversi secondo le
passioni de' numeri che ne misuran la direzione de' raggi, tutto avesse
misterio nelle cose umane: cioè contenesse, per fin nelle minutissime
operazioni, l'istoria della vita nostra, delineata in tante figure quante i
cieli, d'ora in ora, ne cambiano sopra ciascuno, dal primo istante del nascere
fino all'ultimo del morire, tal che sapendone riscontrare i significati
potrebbon formarsene canoni e regole d'infallibile predicimento, eziandio sopra
le azioni libere; peroché, ove le stelle non fossero altro che puri segni
prenunzi o interpreti dell'avvenire e non cagioni per influenza moventi, la
libertà non ne verrebbe o sforzata con violenza o impedita.
Conceduto dunque il possibile, riman solo a
discutere il di fatto e chiarire, quanto il più si può manifesto, se vero sia
che Iddio abbia lavorati i cieli con avvedimento di descrivere in essi le cose
nostre, per modo che le lor positure e le sempre varie configurazioni delle
stelle, come cifere di mistero intese e svolte da' loro conoscitori e
interpreti, profetizzino l'avvenire. Questo, avvegnaché forse il paia, non però
è un mettersi dentro a quelle libere e per ciò segretissime intenzioni di Dio,
che il denso buio in cui si nascondono non v'è occhio d'aquila, cioè
intendimento creato di sì penetrante veduta, che basti a romperlo o
rischiararlo: anzi, se punto v'è di tenebroso o di cupo, abbia guida inanzi e
luce in mano sufficiente a scorgerci e dimostrarci ove metter sicuro il piede
fino a giungere, pare a me, a toccar sensibilmente il vero. Ciò sono il
ragionevole e 'l conveniente, e i lor contrari. Peroché Iddio, che per lo suo
infinito sapere ha presentissimo e comprende tutto il possibile ad avvenire,
non può far nulla alla cieca, anzi che perfettamente non vegga ciò che,
facendolo, è per seguirne: dunque egli non può, contro al disegno della sua
medesima providenza, aver formata una principalissima parte del mondo qual è il
cielo, e le stelle sì fattamente ordinate che ne provengano effetti
dirittamente contrari al fine dov'egli mirò e per cui s'indusse a produrre il
mondo. Or se dell'astrologia altro mai non si trae che male a noi e a lui
scemamento di gloria, ove ciò si dimostri potrassi altro che necessariamente
conchiudere: dunque ella è un vano ritrovamento degli uomini e, per
conseguente, i cieli non furon da Dio congegnati a mistero, né con principi
d'arte da prenunziar l'avvenire. Che se poi udiremo Iddio stesso (e chi più di
lui è consapevole di quel che siano e possano o no le sue medesime opere?)
farsi a derider coloro che dan mente e fede a menzoneri astrolaghi e,
imbriacati dall'allegrezza d'una predizione di felicità loro promessa, per
Iddio sa quando, non badano a ripararsi dal mal presente che lor si volge sopra
il capo, e compresine e tardi aperti gli occhi a vedere la lor volontaria
cecità e a piangere sopra sé stessi, chiedenti mercè gli schernisce, e raccorda
loro per rimprovero le configurazioni delle stelle, le profezie degli
astrolaghi e la fiducia che aveano posta in essi fino a sperar nelle loro
promesse più che a temer delle sue minacce; non sarà egli ben deciso e, senza
rimaner luogo ad appello, sentenziato sopra qual credenza si debba avere alle
costoro predizioni?
Ma prima d'udir sopra ciò Iddio ragionare,
faccianci un poco a vedere qual pro si derivi dall'astrologia al viver nostro
naturale, civile e virtuoso. Per quanto se ne cerchi, niuno: ma bensì, tutto
all'opposto, mali in ogni genere molti e gravissimi. Talché, come già
Empedocle, con solo far turare la bocca d'una spelonca, che dalle putride
viscere d'una montagna menava un pestilenzioso fiato onde tutti gli abitatori
di quelle contrade ammorbavano, rendette essi sani, l'aria salubre, e abitabile
il paese: così sarebbe, ove potesse strozzarsi l'astrologia, o almen turarle la
fiatosa e pestifera bocca, che non di sopra i cieli dalla malignità delle
stelle, ma di sotterra dalle marce viscere dell'inferno raccoglie e sparge le
velenose influenze onde tanti che le ricevono a bocca aperta s'infettano. E
parlo ora dell'astrologia che si distende fino a quelle malvage predizioni che
qui appresso soggiungeremo. Ed eccone i primi effetti: farci da noi medesimi,
come disse colui, le tempeste e i naufragi in terra ferma, facendoci presenti i
mali che forse mai non c'interverranno, con vane imagini, ma non con vani
dolori. Giulio Cesare, esortato da gli amici gelosi della sua vita pericolante
a recarsi in più guardia di sé, fornirsi di contraveleni e uscire in publico
intorniato d'uomini ben in arme, nol volle, peroché, disse, Praestat semel
mori, quam semper timere. Ove le sciagure siano inevitabili (e secondo il
più corretto opinar degli astrolaghi il sono, se non ha a mentire il cielo che
le profetizza solo, non le cagiona), se colgono improviso nuocciono sol
presenti; antivedute e aspettate, tormentano anco lontane: tal che è beneficio
il non saperle, dove il saperle non è punto giovevole a liberarsene. E se ben
parve detto da un antico, filosofante di Dio secondo il cortissimo intendere
che ne faceva, ch'egli nullum habet in praeterita ius, praeterquam
oblivionis, potendo dimenticar l'avvenuto, per non turbarsi delle
ordinazioni del Fato contrarie al voler suo – ed io, ragionando de' cieli,
raccordai il girar che ne fanno le sfere (secondo il misterioso favoleggiar di
Platone) non le Muse, ma le Sirene che cantando addormentano l'anime colasù
beate, alla memoria de' mali sostenuti qui in terra; altrimenti,
rammaricandosene, non sarebbono compiutamente felici – non si de' egli dire
altrettanto del non sapere i mali avvenire, per non provarli mille volte che
non ci si debbono, per una sola che ci hanno ad intervenire? Per ciò esclama
colà un poeta, lagnandosi delle predizioni degli augùri funesti, i quali, per
soprapiù delle sciagure che di poi a suo tempo apportavano, col prenunziarle sì
in avvantaggio le facevano provar presenti ancor prima che fossero:
Cur
hanc tibi, Rector Olympi,
sollicitis visum mortalibus addere curam,
noscant venturas ut dira per omnia clades?
Or che è a dire de' mali solo imaginati, ma
nondimeno operanti sì come pur fossero veri, in quanto si ha per infallibile la
scienza del prevederli e veritiera la pratica del predirli? Quanti, che per una
mal consigliata voglia di sapere o di sé o de' propri figliuoli quel che ne
decretaron le stelle e ne profetizza l'astrolago, si son dati a condurre ad
alcun di loro, salendo per ad una ad una tutte le sfere dall'infima alla
suprema e cercando per li cantoni di quelle chimeriche dodici case celesti, con
quanto ha in esse di promessioni e significati: e qual pregio degno dell'opera
v'han finalmente trovato da riportar qua giù? Miracolo a dire: dal cielo, cui
Iddio creò perché addolcisse, veggendolo, le amarezze di questa infelice vita,
mostrandoci qual de' esser, dentro, la reggia dell'immortalità e della
beatitudine che colasù ci aspetta, se n'è si ricco e bello il rovescio del
suolo che la sostiene, i miseri, la lor mercé, ne han riportato un mezzo
inferno, da menarvi in tormento tutto il residuo della lor vita: cioè presagi e
risposte di funestissimo annunzio, per cui non e mai più sorto per loro un dì
tutto sereno, non han più saputo che sia vera allegrezza; peroché non v'è
balsimo che giovi a saldar le ferite del cuore dove rimasero punti, né dittamo
possente a cavarne le punte delle saette. Il buon vecchio Giacobbe, ingannato
come ad un prestigio con quella da ognun saputa frode de' suoi figliuoli,
quanto amare lacrime e quanto dirotte versò sopra l'insanguinata e lacera
sopravesta del suo Giuseppe! In vederla e ravvisarla per dessa, si stracciò i
panni in dosso, e battendo palma a palma diceva: Tunica filii mei haec est:
fera pessima comedit eum; bestia devoravit Ioseph; e chiamando sé
parricida, perché inviandolo giovane, scompagnato, a viaggiar lontano tra
foreste e boschi, l'avea egli come dato a sbranare alle fiere; e qual che
imaginasse quella da cui il credea divorato, orso o lione, gliel pareva veder
fra le branche e sotto i denti, dibattentesi in vano e fors'anche invocante lui
in aiuto. Da gli squarci della vesta ne misurava quegli del corpo: e quante
volte tornava a rinfrescar con le lagrime quel sangue ch'egli credeva di suo
figliuolo, ed era d'un infelice capretto svenatogli sopra la tonaca per
fargliel credere divorato; sì come gli squarci eran fattura delle mani de' suoi
fratelli, né altra fiera v'avea che quella del suo dolore, che gli teneva
continuo l'unghie nel petto e i denti fitti nel cuore. Che pro dunque di lui
che Giuseppe vivesse, e non vivesse solo, ma in fortuna di principe? A Giacobbe
egli era morto, e Giacobbe morto in lui, ch'era il suo cuore: senza il quale,
quanti anni visse fino a risaperne il vero, non li contò per anni di vita. Sol
quando finalmente il riebbe, come chi ricovera l'anima sua perduta, rinacque,
ancorché allora decrepito: o, per più veramente dirlo con la Scrittura,
risuscitò, che è sol de' morti: Et resurrexit spiritus eius. Eccovi come
può far da vero infelice un padre la non vera miseria d'un figliuolo, indarno
felice per chi ingannato da una falsa credenza il reputa sventurato. Ciò che
mille volte si è veduto rinnovare, ma colpa loro, in que' mai consigliati dal
troppo amore, e per ciò vogliosi d'antivedere qual buona o rea fortuna sia lor
decretata in cielo, onde ne han dati ad esaminare i punti, squadrar le nascite
e predire da' matematici il futuro. Con qual degno pro del voler mettere gli
occhi dentro a quell'abisso di luce de' liberi decreti di Dio sopra le cose
nostre avvenire, invisibili fuor che a lui solo? Null'altro che accecare alla
veduta ancor delle presenti; e pieni di tenebre e d'errori, veggendo ombre
fantastiche e vane, atterrirsene come a veri oggetti, e quinci aver di che
piangere per inganno le altrui imaginate miserie, senza avvedersi che altre non
ve n'avea che le lor proprie procacciatesi con la curiosità e fatte vere dalla
sconsigliata loro credenza, mentre,
quidquid
dixerit astrologus, credunt a fonte relatum
Ammonis.
Peroché, quante volte son tornati dall'indovino
oracoli di funestissimo annunzio sopra la morte del figliuolo, o acerba nel più
verde dell'età e nel più bel fiorire degli anni, o violenta di precipizio, di
ferro, di rompimento in mare, o infame di mannaia e di capestro? Materia
bastevole ad un intero volume sarebbe, a quanti han messe le caste mogli in più
che sospetto d'adultere e fattine abbominare i figliuoli, come parti
illegittimi o almeno incerti; a quanti odiare i propri fratelli come
insidiatori, i parenti come nimici domestichi, gli amici come infingevoli e
traditori: ben avverando a fatti il dir che di tutte quest'arti indovine fece
il grande Agostino: che in esse omnia plena sunt pestiferae curiositatis,
cruciantis sollicitudinis, manifestae servitutis. De' prìncipi poi, si
dimandi alle istorie greche e alle latine, che vi conteranno quanti di loro,
per gelosia d'imperio, han date a calcolare a gli astrolaghi le nascite de' più
onorevoli e prodi fra' lor vassalli; e guai allo sventurato che l'avesse
avventurosa, con isguardi di stelle promettitori d'esaltazione e di signoria.
Con sol tanto erano nati rei di maestà offesa e, come presi convinti d'aspirare
all'imperio sol perché, giudice il malnato giudiciario, eran nati portandone
l'investitura dal cielo, si condannavano al ferro; niente meno bastando a
sicurar che non agognerebbono la corona, cui, perduta la testa, non aveano ove
porla. Pazzi, credendo a gli astrolaghi dovere esser re quelli che essi
uccidevano; e pazzi anche, credendo poter essi uccidere cui il cielo avea
decretato che fosse re: essendo verissimo il detto di Seneca a Nerone, che niun
principe mai poté uccidere il suo successore. Al contrario, molti che si
dormivano spensierati all'ombra del paterno lor tetto, contenti d'una anco men
che mediocre fortuna, desti dall'astrolago e fatti aprir gli occhi a leggere
nelle regali loro nascite una irrevocabile carta di donazione fra' vivi, fatta
lor dalle stelle, d'un imperio, d'un regno, si son trovati, a
quell'incantesimo, invasati da una legione di spiriti, prima frodolenti, poi
furiosi, sì come lor bisognavano o l'ingegno o la forza ad aprir con inganno o
spianare con violenza la via per cui giungere a mettersi in trono, precipitatone
chi vi sedeva. Quinci le simulazioni, le insidie, i tradimenti: l'intendersi di
segreto amor con le mogli, di sedizione co' mal contenti, di franchigia co'
vassalli, di libertà co' popoli; e le notturne congiurazioni, e l'armi aperte,
e le porpore tinte nel sangue degli innocenti. Tutta mercé dell'astrolago, non
delle stelle: ché non v'ha bisogno di stelle che esaltino chi ha sì possente in
capo l'ambizione, l'ardire in petto e 'l ferro in mano. Così venne all'imperio
di Roma Otone, urgentibus mathematicis, e solo fra cento altri il
nomino, per soggiungere il famoso epifonema di Tacito sopra la pestilente
generazione di tali astrolaghi: Genus hominum potentibus infidum,
sperantibus fallax, quod in civitate nostra et vetabitur semper et retinebitur.
Ma qual maraviglia che sì dannosi riescano gli
astrolaghi alle signorie degli uomini, se per fino a Dio tolgon di mano lo
scettro, per cui la natura e il tempo, che ne ubbidiscono i cenni, traggono
successivamente dall'avvenire al presente e dal presente rispingono nel passato
ciò che comincia e finisce per ordine di providenza? Così sterminatolo
dall'universo, il confinano dentro sé stesso. Peroché, a che far di lui nel
mondo, ove, senza lui governante, le private e le publiche cose, le naturali e
le sacre, le avverse e le prospere, come anelli in catena l'una l'altra da loro
stesse si tirano, e tutto avviene e si divisa per influenze di cieli e per
accozzamento di stelle? Il niegano in parole, per non parer fra gli uomini meno
che uomini e dare, come l'ateista [L]uciano, in un branco di cani, che
credutili alcun sozzo animale gli sbranino: pur, voglianlo o no, pruovano a'
fatti quel che indarno ripruovano con le parole. E di quanti abbattutisi a
scontrare avverata o in sé stessi o in altrui alcuna lor predizione, per
l'entrar che fanno in pensiero che i cieli tutto dispongano e facciano, avviene
di potersi dire quel che già di Tiberio: circa Deum et religionem
negligentior: quippe addictus mathematicae, persuasionisque plenus, cuncta fato
agi. E nol provò egli Iddio stesso col sempre incredulo Israello, quando
mise un coro de' suoi profeti a contrasto con una turba d'astrolaghi,
prenunziando gli uni cose estremamente contrarie a gli altri, da avvenire in
brieve spazio, o queste o quelle, sopra Gerusalemme? Vedevano i profeti nello
specchio della mente di Dio loro svelata, e descriveano come presente l'ancor
lontano sterminio di Gerusalemme. Mostravano le campagne per tutto intorno
allagate da una al pari improvisa e impetuosa inondazione di barbari orribilmente
in armi: branche d'orsi essere le lor mani, i denti di lione, le unghie di
tigri, il cuore di fiera, immobile, anzi insensibile a pietà. Da essi
mostravano Gerusalemme chiusa in istretto assedio: qui le batterie, qui gli
assalti, né niuna via allo scampo, ne niuna forza bastevole al riparo; di fuori
inevitabile il ferro, insofferibile dentro la fame. Così vinta e data a ruba
degli arrabbiati, correr le infelici sue vie fiumi di lagrime e di sangue; e 'l
santuario profanato, e diroccati gli altari, fattivi sopra vittime i sacerdoti;
e il tempio, d'un re che tutto era in manto d'oro, spogliato e, come un
mendico, rimasosi con le sole ignude pareti. Quinci ecco le numerose turme de'
vecchi chiedenti per mercé la morte e non esauditi; delle matrone scapigliate,
scinte, a piè scalzi, con parte in seno e parte a mano i miseri lor pargoletti
cascanti della fame e in vano chiedenti del pane. Colà altre schiere di giovani
incatenati, altre di vergini, ah mal difese dalle lor lagrime contro
all'impudicizia de' soldati! Tutti con sul collo il giogo di ferro d'una
perpetua servitù: inviati, anzi, a maniera di bruti in greggia cacciatisi
inanzi da' vincitori, e dove? In Babilonia, a sortirvi padrone, a ingrossarne
con le lor lagrime i fiumi, per la dolente memoria della non più loro
Gerusalemme lasciata in albergo alle fiere, mezza rovine e dentro sé medesima
sepellita. Tal era il dire de' profeti in ispirito: cioè pieni di Dio e in lui
veggenti quel che prenunziavano in suo nome. Tutto all'opposto gli astrolaghi.
Non mai di più sereni, né ciel più cortese, né Gerusalemme più ben agurata e
felice, sì come non mai guardata di più ridente occhio dalle stelle e di più
benefici raggi da tutti insieme i pianeti: e ne mostravano in carta le
direzioni, gli aspetti infra loro e verso lei, le salutevoli guardature. Qui
vedersi tante volte sicurata di vincere quante uscisse in armi a combattere.
[T]ornerebbe dal campo cinta di palme, coronata d'allori, ricca di preda,
accresciuta d'un nuovo regno, traentesi dietro al carro in trionfo i nemici
incatenati, schiacciante col piè vittorioso la testa e la corona al re di
Babilonia. Dunque i profeti di Dio son menzoneri. Così gridavano e popolo e
grandi a un medesimo dire: giudicando quelle minacce di Dio esser bravate in
aria, mentre i cieli, le stelle e con esse il destino, così immutabile
nell'operare come infallibile nel predire, promettevano altrettanta felicità
quante Iddio denunziava miserie. Ma il fatto andò qual Geremia, che ne fu
testimonio di veduta, nelle sue lamentazioni il descrive; né il successo fallì
d'un grano la profezia. Allora Iddio, come ben loro stava, schernendoli della
credenza più a ciurmatori astrolaghi che a' suoi messaggieri prestata, udite
come loro il rimprovera; o se ad altro tempo mirava (ché i o non mi fo a
decider quistioni d'interpreti), almen come rende indubitato quel che da
principio io diceva, non aver egli formati i cieli con magistero da osservarne
i movimenti e leggere in essi descritte le buone e le ree fortune degli uomini:
Stent, et salvent te augures caeli, qui contemplabantur sidera, et
supputabant menses, ut ex eis annuntiarent ventura tibi. E forse ch'egli
nol ridice assai delle volte, e ben chiaro? Come colà appresso Isaia: Haec
dicit Dominus redemptor tuus et formator tuus ex utero: "Ego sum Dominus
faciens omnia, extendens caelos solus, stabiliens terram, et nullus mecum.
Irrita faciens signa divinorum et ariolos in furorem vertens". E per
bocca di Salomone: Multa hominis afflictio, quia ignorat praeterita et
futura nullo scire potest nuncio. Ma questi per avventura saran successi
antichissimi, né di poi rinnovati per somigliante pazzia de' popoli, incantati
dalle vane promessioni degli astrolaghi. E non mi son io trovato poche miglia
lungi ad una città, che dalla peste in cui noi ci disfacevamo difesa un tempo
per manifesta protezione della gran Madre di Dio, ivi avuta in somma
venerazione, poco appresso perdé la mal conosciuta grazia, riconoscendola, per
lo dir degli astrolaghi, beneficio delle stelle, che lei non guardavano di quel
maligno occhio che noi e altre città di colà intorno? Così bene stava loro in
bocca quel d'Isaia: Flagellum inundans cum transierit, non veniet super nos,
quia posuimus mendacium spem nostram et mendacio protecti sumus. Ma si
voglion soggiungere quell'altre due parole di Giobbe, che provarono troppo
vere: Morientur et non in sapientia.
Qual termine v'è poi sì inviolabile, che costoro
col piè profano arditamente non passino? Qual opera sì riserbata a Dio e da lui
promessa o minacciata, e attesa, ch'essi non rechino a destino? Non han fatto
il patriarca No è astrolago, e l'universal diluvio naturale effetto d'un
fortuito accozzamento di stelle? Per ciò egli – dicono – che cento e più anni
prima il previde, provide allo scampo suo e della piccola sua famiglia, chiudendosi
dentro l'arca e dandosi a portare all'acque in trionfo di tutto il mondo; per
ciò sol distrutto, perché ignorante di quel che a lui fu salutevole il sapere.
La liberazione del popolo ebreo dalla servitù egiziana, l'aprimento del mare, e
la legge data a Mosè su le cime del Sina non l'han costoro recata ad operazione
dell'Ignea Triplicità, che in que' medesimi tempi accadette? Nasca il Redentor
del mondo, e publichi per salute nostra la nuova legge di grazia: non se ne
maraviglian gli astrolaghi, veggendo nella gran congiunzione di Saturno e di
Giove, rifattasi sotto Augusto, dover così essere. Rimaneva loro altro che
rizzare la nascita a Cristo stesso e mostrar quanto gli avvenne fino al morir
crocefisso, non so se dicano decretato. ma indubitatamente prenunziatogli dalle
stelle? L'han fatto. Ma l'infelice, che vide in cielo e registrò ne' suoi libri
la violenta morte del Figliuolo di Dio, non previde già quella d'un suo
medesimo figliuolo, che lasciò la testa in mano al carnefice, spiccatagli da
una mannaia. Così son ciechi a veder le cose future, mentre si fan tutto occhi
a conoscere che le passate doveano avvenire: ma se con quelle stabiliscono
l'arte nell'opinione de' creduli, come non la distruggon con queste
nell'estimazione de' savi?
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