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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO PRIMO
    • CAPO PRIMO
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LIBRO PRIMO

CAPO PRIMO

Il mare in porto: cioè il Savio dalle turbazioni di fuori ritirato alla quiete d'entro sé stesso.

 

Il mare Atlantico, tempestato da' venti che sopra lui le implacabili loro inimicizie disfogano, avvenutosi nello stretto di Gibilterra, colà ove l'Africa e l'Europa s'affrontano, quivi entro si caccia eliso fluctu irrumpens, dice il Filosofo, ut dicere eum possis in portum se recipere; e quanto può allargandosi, viene a far questo nostro Mediterraneo, in cui, per la strettezza de' liti e per le tante isole che l'interrompono, i venti hanno al più uno steccato in cui azzuffarsi a duello, non, come colà nell'oceano, una campagna aperta dove accamparsi e far battaglia. Così più tranquillo per sé e non men profittevole alla terra, per ancoraggio del porto ch'ella gli fa in riparo dalle tempeste le paga quanto è il grand'utile che dalla navigazione e dal commercio si trae. Or anch'io son del parere di Sidonio Apollinare et illum praecipue puto suo vivere bono qui vivit alieno. Ma un tal vivere al ben commune è un esporsi all'indiscrezione de' venti, possenti a mettere in tempesta i pensieri coll'agitar che fanno la mente i gran negozi, or l'uno or l'altro or molti insieme: come quando

 

una Eurusque Notusque ruunt creberque procellis

Africus et vastos volvunt ad litora fluctus.

 

E percioché l'adoperarsi in pro del publico non è mestiere da altr'uomo che savio, chi può ragionevolmente negargli il ritirarsi anch'egli talvolta in alcun porto e, come disse il Crisostomo de' marinai infastiditi da una lunga e penosa navigazione, collar le vele, dar fondo, e uscire a diportarsi e svagare, vedendo alcuna città e le contrade intorno? Per infino gli Stoici, quegli uomini di pietra viva, la cui filosofia a chi n'era assetato dava bere le acque di quel fiume di Tracia

 

quodpotum saxea reddit

viscera, quod tactis inducit marmora rebus

 

pure anch'essi tal volta si rammollivano e, di statue insensibili al movimento delle passioni morte in essi, ripigliavano senso, ravvivavansi e tornavano uomini; e il lor Deucalione e padre, Zenone, era maraviglia veder come ne' conviti non parea desso: così tutto festevole e caro niente adoperava di quella sua salvatica e disgustosa agrezza: tal che gli fu mestieri difendersi da chi se ne maravigliava, con dire che se i lupini amarissimi pur s'addolcivan nell'acqua, perché non egli nel vino? E prima di lui Democrito solea dire la vita senza ricreazione essere un lungo viaggio senza osteria. Così facevano essi e altrui insegnavano fare; né io gli ho raccordati per trame in esempio il modo: altro dovendosi, come ognun vede, alla ricreazione del corpo, altro a quella dell'animo di cui sola ho preso qui a ragionare.

 

E a dirne il come, non mi sovvien con che meglio rappresentarlo che col giucar che soleva Teodorico, di cui un suo familiare e compagno del giuoco – Putes illum– dice – et in calculis arma tractare. Sola est illi cura vincendi. Il ricrearsi d'un re guerriero era quanto far si poteva guerresco: così inteso a ordinare un giuoco come un esercito, a vincere una partita come una battaglia. Né v'imaginaste per ciò vederlo in quell'atto niente rigido o severo: anzi, cum ludendum est, regiam sequestrat tantisper severitatem: hortatur ad ludum, ad libertatem communionemque. Dicam quod sentio: timet timeri. E Scipione, come raccorda lo Stoico trattando questo medesimo argomento, triumphale illud et militare corpus movit ad numeros; non molliter se infringens, anzi con un sì fatto andare che vi si riconosceva quel passo con che s'entra in battaglia; e sembrava la sua una danza fatta non al sonar della cetera, ma al battere del tamburo. Or io vo' dire che adatto alla professione d'ognuno vuol essere il suo ricrearsi: e se al guerrier da guerriero, dunque al savio da savio.

 

Ma che? Forse tutto intra sé solo e romito, quale il vescovo di Cirene Sinesio descrive sé stesso filosofante colà ne' diserti dell'Africa, dove "Io non ho" dice "maestro all'imparare altro che la solitudine compagno al discorrere altro che l'eco, la quale, non ne avendo di sue, toglie di bocca a me le mie medesime parole e con esse dimezzate e tronche, come sa il meglio, m'interroga e mi risponde. Così ad ogni altro fuor che a lei il mio parlare è non che forestiere, ma barbaro e non inteso: conciosia che qui nella Libia mai per l'addietro non si siano udite sonar voci di sapienza". Così egli di sé. Ma la ricreazione non è soliloquio, se non per avventura a coloro qui pigri mente, come disse Platone, pascere se cogitatione, quoties soli proficiscuntur, solent. Ella vuol compagnia e, per quanto a me ne paia, in quel numero che gli antichi solean dire richiedersi a un convito, cioè né meno delle Grazie, né più delle Muse: peroché men di tre è solitudine, più di nove è turba; quella volge in malinconia, questa in ischiamazzi.

 

Tre dunque almeno dovranno essere i miei: e primieramente il savio e la natura, che a sé non dirò sol cortesemente l'invita, ma avidamente il trae; e ne ha ben ragione: conciosia che, se la bellezza è cosa altrui, cioè fatta per dilettarsene chi la vede, qual maggior bellezza che quella della natura, in cui sola quanto è tutto il bello visibile si rauna? E quali altri occhi ne possono esser giudici e pregiatori, se non sol quegli del savio? Per ciò udite come un d'essi, che n'era vaghissimo, ben s'appose a giudicar che fosse interesse della natura, curante non men di sé che di noi, l'innestarci nell'animo quell'insaziabil desiderio di sapere con che tutti indifferentemente nasciamo: Curiosum nobis natura ingenium dedit et, artis sibi ac pulchritudinis suae conscia, spectatores nos tantis rerum spectaculis genuit: perditura fructum sui, si tam magna, tam clara, tam subtiliter ducta, tam nitida et non uno genere formosa, solitudini ostenderet. Et ut scias illam spectari voluisse, non tantum aspici, vide quem nobis locum dederit; e siegue lungo spazio a dire che appunto in mezzo all'universo: dove niuna sua parte ci si nasconde, né noi possiamo aprir gli occhi ch'ella subito non ci presenti a contemplate un mezzo mondo. Che se v'è a cui, per timore che gli s'aggiri il capo, non dà l'animo di gittarsi con la mente a volo per aria e poggiar su fino a salire di cielo in cielo dietro a' pianeti e osservare in ciascuno il maraviglioso e 'l bello nella concatenazion delle sfere, nell'armonia de' moti, nell'ordine de' nascimenti, nella varietà delle influenze, nell'efficacia degli aspetti; indi su altissimo farsi a raggiungere il corso inarrivabile delle stelle, e descriverne il numero e misurarne i corpi e divisarne i luoghi e comprenderne le virtù, non per ciò gli mancheranno a vedere bellezze incomparabili di natura senza levar gli occhi d'in su la terra; anzi, come le linee che attraversano un circolo tanto più dense sono quanto elle son più da presso al centro, così le bellezze della natura, che son le sue medesime opere e i loro effetti, tutte in fine s'adunano e metton capo qua giù verso il centro dell'universo. Ma il pur solamente discernerle, non che goderne, egli non è mestiere da ogni occhio: ché dove il rozzo non troverà intorno a che inarcar pur una volta il ciglio in atto di maraviglia, il savio (credasi al grande Agostino che ne parlò per pruova) obstupescit obruiturque miraculis. Quanti, col piè anche fangoso, nulla curanti, calpestano il bellissimo pavimento della chiesa cattedrale di Siena? e vagliami l'averlo più d'una volta veduto al raccordarlo qui, dove non mi cade male in acconcio. Egli è tutto a gran lastre di fin marmo bianco, istoriate con tratti di scarpello in semplici linee piane che sol descrivono i corpi; ma l'opera è d'eccellente lavoro, e basta dire mano di Mecarin Beccafumo, la cui perizia nel disegno ivi ben si conosce a' colpi mastri con che fa intendere tutta una figura, comunque si vuole atteggiata, con sì poche linee, ma quelle sì proprie di quel che fanno, che, come non può torsene alla figura senza disfigurarla, così né anche aggiungerne senza confonderla. Or quel che a' rozzi non serve fuorché al basso ufficio di sostenerli mentre vi passan sopra, a gl'intendenti, che han l'occhio o della professione o del buon giudicio naturale, offerisce a ogni passo intorno a che fermarsi e quasi non sapere andar oltre; se non che non si lascia addietro cosa bella a vedere che non se ne truovi subito inanzi un'altra similmente bella e nuova. E questo è quello appunto ch'io diceva avvenire alle diverse condizioni degli uomini, o rozzi o savi, che caminan su questo commun pavimento della terra: che, di quegli, non ne senton pro altro che i lor vilissimi piedi; di questi il nobilissimo, ch'è il capo, mentre studiandola vi ritruovano, come a suo luogo vedremo, maravigliosi lavori e bellezze della natura; e pari alla felicità dell'intenderle è il diletto che pruovano in vagheggiarle. Né io raccordo qui solamente il diletto, come non altro che diletto se ne raccolga; ben che, dove ho preso a discorrere della sola ricreazione del savio, io non sarei tenuto ad altro per debito dell'argomento. Ma v'è l'utile altresì: ché come il sapore al cibo per allettamento a prenderlo in ristoro del corpo, così ancora è il diletto alla considerazione, per più volentieri valersene a profitto dell'animo, se già la natura, ordinatissima in ogni suo operare, non fosse stata più curante e più provida a farci vivere in quanto animali al senso che in quanto uomini alla ragione. Or nelle opere della natura il primo utile che si trae dal saperle è il saperle. Che se ben rispose Aristippo a chi il domandò in che gioverebbe a un suo figliuolo il darglielo ad ammaestrare nella filosofia: "Ove altro non sia" disse "almeno gli gioverà a far che quando egli venga nel teatro spettatore de' giuochi che vi si fanno, non sieda una pietra su un'altra pietra". E tal è veramente chi in un si gran teatro di maraviglie quanto è questo universo, e in lui le innumerabili opere della natura, siede insensato come una pietra, scolpita in effigie d'uomo: così nulla v'è che ne tragga a sé gli occhi col merito della bellezza, nulla che gli alletti l'ingegno coll'eccellenza dell'arte; ma senza né pur quel primo frutto della savia ignoranza ch'è il maravigliarsi, è più veramente da dirsi spettacolo che spettatore. Sbandire la filosofia, cioè il savio discorrere, da' conviti egli è, disse Plutarco, almen tanto come spegnervi il lume: ché per di preziose e ben condite vivande che sia piena la tavola, chi vorrà sedervi e andar con le mani brancolando dove l'odor le invita, e così al ventre sordo aggiungere la gola cieca? E appunto l'ha chi usa il mondo coll'ingegno tutto allo scuro: ché quantunque il lume non aggiunga condimento né sapore alle vivande, le tenebre nondimeno le spargono d'una sì disgustosa caligine, che altro che la fame di Tantalo non le appetisce. Dunque, quod erit pretium operae? dimanda Seneca a sé stesso del cercar ch'egli andava facendo le cagioni e gli effetti stranissimi del tremuoto; e risponde: Quo nullum maius est, nosse naturam. Neque enim quicquam habet in se huius materiae tractatio pulchrius, cum multa habeat futura usui, quam quod homines magnificentia sua detinet, nec mercede sed miraculo colitur.

 

Pur nondimeno, a ben considerare il mondo, egli non è solamente un teatro d'innumerabili maraviglie e il savio in esso semplice spettatore, né sol vi s'inghirlanda la mente di fiori, cioè di bei pensieri, ma sterili a fruttar nulla per uso del ben operare: ma egli è anche una scuola di civile e di morale filosofia; anzi, come dimostra Tertulliano, chi v'entra a farvisi, come appunto egli dice, discipulus naturae, ch'è la maestra che per tutto ha catedra e per tutto insegna, v'apprende lezioni eziandio di più elevato e salutevole argomento. Mirate, disse Plinio il vecchio, la pietosa madre e di noi mirabilmente sollecita che è stata la natura! Èvvi rupe sì alpestra, spelonca sì orrida, solitudine sì romita, terren sì magro, selva sì incolta e salvatica, ove non nasca alcuna pietra, alcun semplice o sterpo o radice o minerale giovevole a medicina? Ne silvae quidem horridiorque naturae facies medicinis carent, sacra illa parente rerum omnium nusquam non remedia disponente homini, ut medicina fieret etiam solitudo ipsa. Così ella in rimedio e cura de' corpi; priva di pietà e di senno e difettuosa nel meglio, se in quella dell'animo, tanto più nobile nulla men cagionevole e più sovente infermo, non è stata almeno altrettanto sollecita in provedere. Ma vaglia a dire il vero, non v'è Stoa, né Academia, né Peripato che alla curazion de' costumi e al buon temperamento delle republiche detti o più universali o più salutiferi aforismi come il semplice insegnamento della natura, le cui opere acconciamente interpretate sono un publico magistero di quanto la morale e la politica filosofia comprendono.

 

Quanto consumò d'anni, incontrò di pericoli, sofferse di patimenti, errando per terre e mari incogniti, quell'altrettanto famoso che vagabondo Ulisse d'Omero, per finalmente tornarsene alla sterile e sassosa sua Itaca ricco di savie cognizioni, comperate a sì gran costo della sua vita? A guisa d'un avido mercatante che, messa al timone la Fortuna nocchiera de' suoi viaggi, per qualunque faccia il mare, tempestoso o tranquillo, gli si gitta a traverso in cerca d'un altro mondo, e a mille terre approda, a mille porti fa scala e vi traffica e contratta fin che, se non sazia la voglia almen piena la nave, dà volta in verso la patria a godervisi l'acquistato. Massimo Tirio, presa in mano e distesasi inanzi la carta del navigare in cui di passo in passo tutti s'appuntano i viaggi d'Ulisse (ed è il poema che Omero scrisse di lui, cieco veramente qual è opinion ch'egli fosse, mentre presosi a ricondurre il suo eroe alla patria, quante volte seco si rimette in camino tante gli fa fallire la strada), "Con che pro" dice "un sì gran divertire? Eccovi il pellegrino del mondo Ulisse, qui mores hominum multorum vidit et urbes, trasviato dalla fortuna, ma guidato dalla virtù, mille volte errante in mare, ma gli errori suoi sono una publica emendazion de' costumi, peroché la virtù non ha vie più brievi né diritte alla gloria che le lunghe e torte de' viaggi d'Ulisse alla patria: tanto vi guadagnò di prudenza e raffinossi nel senno. Ma che vide egli onde tanto avanzasse con la fama sopra sé stesso e col capo sopra gli altri uomini? Vide i Traci senza legge e, fra loro, i Ciconi senza umanità, i Cimmeri senza sole, Circe trasformatrice de' suoi amanti, il Ciclope divorator de' suoi ospiti, le Sirene incantatrici de' loro uditori, i vani orti d'Alcinoo, le vili mandre dell'armentiere Eumeo, i rabbiosi cani di Scilla, le ingorde voragini di Cariddi, e in fin sotterra la negra reggia di Plutone: un mescolamento di poco vero con molto falso, in un tutto leggiere quanto le fantasie d'un poeta; e non per tanto egli pur si credette di ben apporsi a formar di queste informi chimere il ritratto, anzi l'originale idea d'un savio. Ah non così il mio "segue egli" di cui vo' che sia pellegrino il pensiero, condottiera la verità, maestra la natura e scuola il mondo: mentre senza pericolargliene il corpo, anzi in un soave riposo, a guisa di chi dorme e con la mente è desto a veder sogni veri, lievasi col più leggiere dell'anima in su l'ali de' suoi pensieri e vola a tutta intorno la terra; e senza né gelar presso all'Orse né avvampar sotto la zona ardente, non che sol valli e pianure e selve e monti e città e castella, ma quante v'ha monarchie e regni, strane leggi e costumi vede e considera. Tutto anche circonda il mare; e non in balia de' venti: anzi, ne interviene alle battaglie e, immobile in mezzo ad essi furiosamente moventisi, non è vinto dalle loro vittorie. Che tema ha poi egli di stravolgersi o dare attraverso, rompere o naufragare dove il mar fortuneggia e tempesta, se ancor vi si tuffa dentro e v'aggiunge a misurarne il fondo e trovar dove da lui le fonti e i fiumi, per sotterranei condotti, derivano? Così va per entro l'oceano come la luce, che se s'immerge nell'acqua ne tiene i raggi asciutti, né al suo turbarsi si turba, né all'ondeggiare ondeggia. Indi si lieva, e passa oltre al regno degli elementi: e sien di sottile aria fusa o d'impenetrabil diamante i cieli, niuna durezza ostante li penetra e vi continua ad ali spiegate il volo. Entra nel labirinto degl'intrigati circoli per cui la Luna s'aggira, né vi si perde o smarrisce; siede in carro col Sole e ben fisso il mira, e non s'acceca; anzi di mezzo cieco ne divien tutto veggente: peroché, fatta luce degli occhi suoi quella medesima che da sé gitta il Sole, per essa vede e intende quanto egli opera nella natura. Lunghi, è vero, sono i suoi viaggi, altissime le sue salite, immenso il campo che scorre, smisurati i giri che compie: ma dove non arriva il pensiero? O quando ha egli bisogno, né di tempo al giungere per lontananza, né di riposo al quietare per istanchezza? Egli nasce, gira, tramonta e convolgesi con le stelle, danza co' pianeti, fin nel supremo cielo si specchia: né v'è colasù bellezza che in lui non si rifletta, né bontà ch'egli in sé non derivi. Così maggior di sé stesso ritorna in sé stesso, di dove senza partirsene era uscito. O dunque" conchiude egli "peregrinationem beatam! o spectacula pulchra! o insomnia verissima!".

 

Tale, in alquanto più copiosa sposizione, è la differenza tra il finto savio d'Omero e 'l vero di Massimo Tirio, amendue come di maestro e d'arte così d'invenzione e di lavoro affatto dissimili; cioè, quello, disegno a capriccio di furor poetico, questo a regola di ragion filosofica: l'uno tutto chimerico e sol d'apparenza mirabile per dilettare, l'altro esistente e di pari soavità ed efficacia per giovare. Quindi è che la scuola de' Platonici, la quale era in architettura di stile pitagorico, cioè tutta corrispondenze di numeri e di linee in misteriose proporzioni (che appunto, a chi ne intende il vero, è l'operar proprio della natura) lei sovente facevano salire in catedra a dar lezioni di costumi, proponendo l'opere sue come uniche in tal magistero; conciosiaché, così il privato viver morale come il commun politico, tutto si guidi a regola di proporzione: di che il mondo è un perfettissimo esemplare. Per ciò ben disse Filone, stato un de' più eminenti maestri di quella scuola: Quisquis naturae ordinem contemplatur et eximiam quandam huius mundi rempublicam, vel silentibus praeceptoribus discit sub legibus et in pace vivere, componens se ad exemplar pulcherrimum. E l'imparò, non ha dubbio, dall'Intelligenza motrice d'ogni suo buon discorso, Platone, che in quella divina sua opera, il Timeo, si prese a mettere in veduta de' savi tutto di parte in parte il componimento dell'uno e dell'altro mondo, elementare e celeste, non solo a fine che dalla maestria del lavoro s'intendesse la valentia dell'artefice e dalla bellezza, dall'armonia, dall'ordine, dall'incomprensibile magistero delle copie si conghietturasse l'eminenza degli eterni loro esemplari, che sono le Idee nella mente di Dio (e queste, come qui appresso vedremo, erano il termine del suo savissimo filosofare), ma altresì a fin che un così regolato, armonico e tutto intellettual lavoro, quanto ne cape entro materia sensibile, fosse al viver nostro regolamento e legge. Per ciò la natura non averci, dice egli, prostesi giù come i bruti animali in su quattro piedi e bocconi gittatici su la terra, con gli occhi in verso lei, come guide a cercar dove pascere e null'altro; ma per troppo più degno uso, e solo a noi conveniente, sollevatici in piè e nella dirittura del corpo ordinatici sì che la parte di noi brutale fosse tutta inferiore alla mente che la signoreggia, e alla mente fosse superiore il cielo, per impararne, col perpetuamente vederlo, le regole del governarsi: ordinando, secondo i canoni di quelle aggiustatissime rivoluzioni del ciel supremo, i circoli con che la mente in discorso tutta entro sé medesima si rivolge, mai non isvariando dal centro, ch'è il puro Vero intorno a cui l'intendimento, e 'l vero Buono intorno a cui il ragionevole appetito s'aggira; poi con civile impero governando gli affetti dell'animo, stelle erranti, cio è con indifferenza a tenere diverse anzi contrarie strade, secondo il moto che ricevono dalle impressioni o della ragione o del senso, a, cui sono in mezzo, per ubbidire all'imperio di qual d'essi prevale. Ma se altresì in noi come nel mondo si disporrà il tutto col dovuto ordine delle parti, assegnando a ciascuna luogo proporzionato al più o men sublime grado della propria nobiltà, il brutal nostro e di condizion servile sì mostruosa cosa parrà che mai si lievi a sottomettersi la ragione, che meno sconvenevol sarebbe se, volgendoci sottosopra, avessimo i piedi ove de' stare naturalmente il capo. Così egli. Ed io non rimango in debito di farvel sentire, conciosia che la chiosa fattane comprenda bastevolmente il testo: e voglio anzi dar luogo al vescovo S. Eucherio, che in quella sua parenetica a Valeriano, tutta degna di leggersi scritta in oro, gl'insegna a farsi discepolo della natura nella scuola del mondo, e apprendervi un'altra niente men profittevole lezione. Cernis, dice egli, ut etiam dies atque anni et cuncta haec ornamenta caeli Dei verbum mandatumque infaticabili observatione conservent praeceptorumque eius custodiant, irremissa lege, famulatum. Numquid nos, quorum ista usibus fabricata sunt, quorum luminibus ingesta sunt, caelestium mandatorum non nescii nec divinae voluntatis ignari, praeceptum Dei surda aure transibimus? Et his quidem praedictis mundi adminiculis, quid in saecula observarent semel iussum est; nobis vero tot voluminibus divinae legis iterantur imperia. Ad haec saltem, quod homini ipsi attributum est voluntati Auctoris parere praeceptisque eius vacare discat. Quia omne istud, cum praebet mi isterium, praestat exemplum. Così avremo il savio in discorso con la natura, e con altrettanto profittevole che dilettosa ricreazione. Or che sarà al dovervi intervenire Iddio per terzo? non già con in volto quella più che augustissima maestà, che non v'è occhio mortale che possa in lei affissarsi né volgere uno sguardo: ma come Ovidio disse del Sole, che per farsi accostare il figliuol suo Fetonte, che alla insofferibil luce accecavasi,

 

circum caput omne micantes

deposuit radios propiusque accedere iussit,

 

così egli, toltosi d'intorno quell'ammanto di luce che quanto più chiaro tanto men visibile il rende, tutto, per dir così, alla dimestica interverrà, solo in quanto egli è l'artefice di quell'ingegnoso e l'originale idea di quel bello che opera la natura, a cui noi diam nome di mastra essendo semplice manuale, come la mano che non ha ella il magistero da foggiar cose artificiose, ma tanto sol è ingegnosa quanto, come altrove diremo, ubbidisce all'ingegno che le dà l'impressione dell'arte e le regola il moto cui ella servando riesca ammirabile ne' lavori. Perciò, come nelle fatture dell'arte fuor di misura pesanti noi sogliam dir per giuoco: "E' v'è dentro il maestro", così eziandio delle più semplici e delle più in apparenza leggieri opere della natura verissimo è il dire che v'è dentro il maestro. Ed io a' suoi luoghi ne metterò in veduta alcune, scelte a bello studio di fattura le più schiette e le più inutili all'umano servigio, e per ciò non degnate da noi né pur quanto è il torcer d'un passo o neanche il voltar d'un occhio per sol badarvi e andarcene. E pure, la Dio mercè, tanto vi troverem dentro dell'ammirabile e del divino, che non così dalle zanzare restò doma la forza e umiliata la superbia di Faraone, come l'alterezza de' nostri orgogliosi ingegni abbassata da cotali menome fatturuzze della natura. Ma ne cesserà la maraviglia l'intendere che v'è dentro il maestro; il quale come si dia a conoscere in esse, nel discorso seguente se ne parlerà in generale. Qui solo resta a mostrare che, tolta dalla considerazione della natura quella di Dio, è tolta la più degna e la più dilettevol parte alla ricreazione d'un savio: come sarebbe se alcun bramoso di vedere il maggior lume del mondo si fermasse coll'occhio nel solo raggio che di riflesso balza fuor d'uno specchio, nulla o sapendo o curando dell'altro diritto che, per lui mettendosi, il porterebbe fino al centro del Sole.

 

A' Cinesi, che sono la più civile e colta nazione dell'Oriente, sera in alcune provincie, non so come, smarrita l'arte del contrapunto e rimaso loro non altro che gli strumenti della musica, vari e male accordati; e per nondimeno trarne quel più o quel solo diletto che lor rimaneva, sonavangli tutti insieme: e, come in nulla consonanti e d'accordo a ragion d'armonia, facevano alle orecchie degli Europei il più sconcertato concerto che sofferir si possa; ma alle loro riusciva gustevole, in quanto o non sapean di più, o non avean di meglio. Altrettanto è de' filosofi che Platone dalla sua Republica sterminò: uomini che si fermano nel material delle cose, e non salgon per esse né alla immutabile e perfettissima idea della bellezza, di cui tutto il bello è un'ombra mutabile e imperfetta, né all'origine dell'infinita bontà, di cui tutto il ben creato è una scarsa partecipazione. Perciò non filosofi, dice egli, ma ciurmatori che van per le piazze vendendo sapienza all'ignorante volgo, e degli elementi e de' misti perfetti e imperfetti che di lor si compongono, e de' cieli e del moto e del tempo e in fin di ciò ch'è natura e universo spaccian miracoli, con ischiamazzi e grida che paion voler mettere in chiaro la verità, come la Luna eclissata, sonando cembali e tamburi e gridando fino alle stelle: essendo veramente così, che nome di savio non si dee a chi non truova il primo essere delle cose nelle Idee di Dio, dove il successivo è tutto insieme, il manchevole è immortale, il partecipato indipendente, il difettuoso perfettissimo, il molteplice uno: quod semper secundum eadem eodem modo se habet. E questo è il filosofare solo degno d'un savio: non far delle opere della natura come i barbari del Brasile delle vaghissime penne de' loro uccelli, inghirlandarsene il capo per dar di sé una più riguardevole apparenza; ma impennarsene l'ingegno e sollevarsi a Dio, cuius harmoniae, come disse l'Areopagita, sanctaeque pulchritudinis plena sunt omnia. Se già perch'elle, una sì gran parte, sono fatture materiali non valessero a portarci la mente al puro immateriale, dove elle sono più perfettamente che in loro stesse: come se le penne, perciò che anco esse sono un qualche poco pesanti e da sé naturalmente discendono, piantate nell'ali e per lo moto dell'anima messe a volo, non potesser levare in alto e portar fin sopra le nuvole.

 

Vero è, che a ciò far da sé solo si richiede valor d'ingegno e veduta di mente che non si fermi, come quella dell'occhio, nell'estrinseco delle cose: fra le quali, quante ve ne ha che sotto una superficie di semplicissima apparenza nascondono una tanta profondità, che l'ingegno, avidissimo di penetrare, come chi cerca tesori, preziose miniere, vi truova onde uscirne beato. E serva a dichiararlo una savia ponderazione di Proclo, filosofo platonico e matematico eccellente. Mettete inanzi all'occhio il material disegno d'una dimostrazion geometrica, come a dire, la famosa del primo libro d'Euclide. Se le sue linee non son tirate o d'oro macinato o di fina lacca o di cinabro o d'altro simil vago colore, l'occhio che ne goderà più che nulla? Ma la mente, a cui quelle son cifere ed ella ben ne intende il significato, dal veder apparire, per infallibil discorso, i due minor quadrati a cui fanno base i minor lati d'un trigone rettangolo essere amendue insieme uguali al solo terzo di cui un lato è l'opposto all'angolo retto, con que' mirabili conseguenti che ne derivano, tanto ne gode che non è da maravigliare se Apollodoro scrisse che Pitagora, che ne fu l'inventore, come d'un tesoro trovato sacrificò cento bovi in rendimento di grazie alle Muse. Or che tutti i lavori della natura sien come delineazioni e figure che dimostrano alcuna cosa di Dio, v'ha qui appresso luogo più conveniente dove rapportarlo. Anzi tutto intero l'argomento del primo di questi due libri sarà non altro che dal mirabile artificio del mondo dimostrare il suo artefice, e l'universale sua providenza dall'ordinatissimo disponimento delle cagioni superiori, mezzane ed infime, collegate fra loro col nodo d'una tale scambievole necessità, che una insuperabil discordia di nature con una insuperabil concordia d'operazioni tutte a un sol fine intese si unisca. Il che, a ben intenderlo, è machina di troppo altro magistero che il semplice trabboccare che ogni anno fa il Nilo sopra le rive e d'ogni parte versando fecondar l'Egitto, che senza lui, per lo fitto e riarso terreno ch'egli è, nulla o non altro che giunchi e lappole menerebbe; e pur que' savi della misteriosa Ierapoli ebber ciò a tanto, che figuravano il loro iddio Serapi avente in capo uno staio e un cubito: lavoro d'ingegno ed effetto di providenza dichiarando essere nel cubito il dare un tal misurato crescimento all'acque del Nilo, che per lui abbondanti ne provenissero le ricolte significatevi con lo staio. Dall'esservi per necessità Iddio e dal governar che fa il mondo con dirittissima providenza dimostratogli dalla natura, agevole riuscirà il savio il didurre le pratiche conseguenze, che saran la materia del secondo libro, di pari anch'esse profittevoli e dilettose. Che se il dare il lascio ad un levriere e il vederlo velocissimamente in corsa disteso dietro a una lepre, coll'ali messe ai piè dell'uno dalla speranza e dell'altra dal timore, parve a Senofonte spettacolo possente, dice egli, per l'inesplicabil diletto a far dimenticare d'ogni altra eziandio se la più cara cosa del mondo, ah che piacer della mente (e appunto cacciatrice la chiamò Filone, e gli atti suoi dello speculare, segugi e veltri che rintracciano, lievano e arrivan quello dietro a che si gittano) vedere i suoi pensieri lasciati incontro a una pellegrina verità discorrendo raggiungerla e fame preda: massimamente s'ella è di quelle più nobili, delle quali disse il filosofo che il saperne anche solo un pochissimo (e parla de' cieli) è da pregiarsi oltre modo più che il saper moltissimo delle men nobili. Ma queste saran cognizioni per la materia divine, per la certezza infallibili, e sì fattamente universali che non per tanto egli potrà valersene al particolar suo pro come fosser sue proprie: dal che glie ne proverrà il menar sua vita navigando in un mare veramente pacifico, almeno in quanto le tempeste il potran dibattere ma non turbare, sapendo d'aver nocchiera assistentegli al timone la Providenza, sollecita di lui sì, che mai non ne lieva la mano; mai, per qualunque vento il guidi, non divolge l'occhio e la proda di verso quel sicurissimo porto dell'eterna tranquillità dove il conduce. La fortuna, poi, essere un nome senza suggetto, una fantasima conceputa in capo al delirio e nata in bocca all'ignoranza; conciosia che le sorti della vita umana anch'elle mittuntur in sinum, sed a Domino temperantur e qualunque buono o mal punto dicano al savio, vi riconoscerà dentro la mano del Signore, che con invisibile operazione della or manifesta or occulta sua providenza volta le facce a' dadi e fa riuscirne quel che ci torna meglio d'avere. Così anch'egli farà, come solea nel medesimo giuoco il sopraccennato re Teodorico: in bonis iactibus tacet, in malis ridet, in neutris irascitur, in utrisque philosophatur.

 

Ma in questo dire mi par sentirmi da due contrarie parti, per contrarie cagioni, riprendere: cioè, in prima, che a un troppo grande argomento un troppo piccol luogo apparecchi, tal che se non rannicchiandolo, anzi tutto storpiandolo, non vi cappia: essendo impossibile a inchiudersi, con ciò che han d'ammirabile, la natura e 'l mondo entro un piccol volume, quanto sol permette a dettarlo il brieve spazio del tempo consentito anche a me per ragionevole ricreazione, dopo una lunga e ben increscevol fatica. Doversi ancor ne' libri por mente ad osservar quel precetto d'architettura lasciatoci da Vitruvio, cio è disegnar le piazze d'ampiezza rispondente con proporzione al corpo della città: altrimenti, nelle troppo anguste il popolo affollerassi, nelle troppo ampie si perderà. Similmente ne' libri: doversi corrispondere a giusta misura il numero delle carte con la moltitudine delle cose che vi si prendono a mostrare. Per la contraria parte, eccomi il divin Platone e 'l discepolo suo, se pure Aristotele n'è desso l'autore, e mi mostrano, quegli il Timeodi pochi fogli, questi il libro De Mundo, finito in sette capi, e mi condannano di profuso: come chi, dovendo (com'essi ben fecero) rappresentare un milione di cose, segnasse un milione di unità separate, potendo, senza punto lasciarne, spacciarsene con sette figure: una sola unità e sei zeri. Anzi il secondo d'essi mi porge a vedere quel che lasciò in avviso a gli scrittori del medesimo argomento: Miserari quivis vere possit, ut pusilli animi scriptores res quaslibet vulgo expositas summa admiratione prosecutos; qui nobis unius loci naturam, aut urbis cuiusdam formam situmque, aut magnitudinem fluminis, aut denique amoeni montis aspectum describere instituerunt, cum interim magnifice de se ipsis sentiant, ob exilem quampiam naturae perceptionem. Id quod ideo evenit quod illis maiora vidisse non contigit: mundum scilicet et praecipuas eius partes. Or che sarà di me, che non che le montagne d'Ossa e di Nisa e la spelonca di Corito, ch'egli quivi nominatamente raccorda, ma mi prenderò a farvi, il più che possa minuto, vedere la notomia d'un invisibil seme, il mirabile lavorio d'un guscio di chiocciola, il magistero nel componimento d'un vermine, d'un fiorellino?

 

Ma io non avrò gran che fare a riscuotermi da tutto insieme gli uni e gli altri, conciosiaché siano uomini savi e ben intendano che a diversi fini diverse vie si convengono. Chi viaggia di pura necessità, vadasi per la più brieve; chi per diporto, stornisi e diverta: non però tanto che si trasporti a veder ciò ch'è di riguardevole in tutta la terra. A una ricreazione lo svagarsi è dicevole; a una ricreazione da savio, il farlo con quella salubri suavitate vel suavi salubritate che disse sant'Agostino, definendo il miglior modo dell'insegnare: ché in fin le Muse, come ben ne parve a un saggio dell'antichità, non vogliono essere né pitagoriche né commedianti, cioè né austere né rilassate. Quanto poi allo sceglier che ho fatto alcune particolari minuzie – a quel che solo ne giudican gli occhi, ma non così al considerarle ben dentro – mi sono in qualche modo attenuto all'esempio del tanto degno scrittore Polibio, il quale in verità non si prese a girar per tutto, osservando, testimonio di veduta, que' luoghi de' cui avvenimenti compilava l'istoria: ma ben il fece, e a non piccol suo costo, d'alcun più degno di farsene esatta descrizione, così dovendosi al fatto che quivi intervenne. Tal fu, com'egli medesimo riferisce, il passaggio d'Annibale in Italia per attraverso le Alpi, dove a guisa di torrente si fece la strada che non vi trovò. Polibio dunque, tutto a piè, si mise per su quegl'inaccessibili balzi, notandone a passo a passo i torcimenti, l'erte, i dirupi, le altezze paurose a vedere e, dov'ell'erano insuperabili, le spianate per mezzo a scogli di vivo sasso, non possibili a fendersi e domare altro che da un Annibale a forza di ferro, di fuoco, di mordacissimo aceto, con che li rose e sminuzzonne saldezze: tanto che in fine spianò quelle per tutti i secoli addietro inespugnabili fortificazioni con che la natura avea messe in difesa reale le frontiere d'Italia. Io altresì con tal regola mi son fatto prima a vedere poi a descrivere non tutto ciò che mi si offeriva a ragionarne, ma quel solo che o m'è paruto più degno o, dove meno il fosse, più abile a rappresentarsi, per modo che anche i non isquisitamente addottrinati nelle maggiori scienze, senza gran fatica d'ingegno, il comprendano. Né punto men sicuro maestro ho preso a seguitare nella qualità dello stile, obligato a confarsi con la materia: se non errò quel grande in sublimità di pensieri e in eloquenza, ma per isquisitezza d'arte, coltissima, appo me senza pari, san Gregorio Nazianzeno, colà dove nella seconda delle tre gravissime sue Orazioni Teologiche, presosi a trattare il medesimo argomento, del conoscere Iddio artefice nell'artificio delle opere naturali, Liceat mihi, disse, hac in orationis parte, delitias facere: e il fa mutando tuono al dire, come quivi cantasse un poema sacro in su l'arpa di David. Che se poi, come disse Agostino, tante ferite si saldano in capo ad uno quanti errori se ne tolgono, massimamente se nocevoli alla salute – e a me non mancheranno, a cui medicare il cervello, ateisti (se pur questi han cervello onde possa medicarsi come ferito, e non debba affatto rimettersi come perduto), Democritisti in tutto all'antica, adoratori della Fortuna e astrolaghi trascendenti i confini del permesso a cercare e del possibile a rinvenire – mi sarà conceduto d'usar con essi la regola del medesimo Santo, facendo quemadmodum medici, qui cum alligant vulnera, non incomposite, sed apte faciunt, ut vinculi utilitatem quaedam pulchritudo etiam consequatur.

 

Voglionsi, come ognun sa, permischiare il piacevole e l'utile per modo che si trasformino insieme e passino l'un nella natura dell'altro: così di due, che da sé soli varrebbono l'un poco e l'altro nulla, si componga un terzo che tutto sia l'uno e l'altro, cioè giovevole mentre diletta e dilettevole mentre giova. Tal è il batter de' fabbri, mentre dan forma all'informe massa del ferro sopra l'ancudine: tutto è in uno stesso musica e lavoro, non possibili a separarsi, provenendo amendue dal medesimo battimento. E ben sallo Pitagora, che cercata indarno fin colà sopra i cieli la misura de' numeri producitori delle proporzioni armoniche, un dì finalmente se la trovò contata e divisa in su l'ancudine a un fabbro: percioché osservato il rispondersi che facevano a note di perfettissima consonanza tre che battevano un ferro, ne pose in bilancia i martelli e trovò concordiam vocis lege ponderum provenire. Or così vadan congiunti, quanto il più far si può e l'argomento il richiede, l'utile col diletto: e n'avverrà che piacciano le percosse delle salde ragioni con cui la Verità ci martella e forma, mentre non manca loro numero a l'armonia, peso al lavoro.

 




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