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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO PRIMO
    • CAPO TERZO
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CAPO TERZO

I campi del nulla, fecondi dell'universo al solo seminarvisi del divin Verbo.

 

Opera e, come suol dirsi, mano di S. Gregorio Nisseno, fratello del gran Basilio, è il ritratto al naturale d'un pazzo: lavoro a penna, ma cui simile la pittura, con quanto ha di colori e d'arte, non è mai giunta né ha che sperar di mai giungere a formare: peroché egli è di tale artificio che molti, in affacciarsi a mirarlo, vi raffiguran dentro sé stessi effigiati tanto al naturale che non san veramente distinguersi da quel pazzo, se non che quello è la copia, essi l'originale. Eccone l'invenzione. Un pellegrino spasimante di sete per lo viaggiar che ha fatto al cocentissimo sollione, dal dì nascente sino al meriggio, tutto a piè, per campagne erme e diserte, avvenutosi finalmente in una altrettanto fresca che chiara fonte d'acqua offertagli da una viva selce onde sgorga, le siede incontro e pien d'una folle maraviglia la guarda, e con lei e di lei seco medesimo così litiga e disputa: e d'onde mai dee trar sua origine cotesta bella fonte? Quanto da lungi viene? Chi la scorge per quelle cieche vie di sotterra? Chi le ha aperto all'uscirne il seno di questo duro macigno? Dove mette ella la bocca, e da qual mare o lago bee quel che le passa per le vene e qui scarica? Com'è sì limpida e sì monda, e pur tanto si striscia e convolge su per la terra? Come sì fresca, e ne vien, di mezzo alle viscere? Come sì dolce, s'ella è derivata dal mare? O pur non si origina altronde, ma nasce di sé medesima per un grosso vapore che, da gli abissi di sotto terra levandosi, si rappiglia e condensa nel concavo delle caverne e torna in acqua, per ciò purissima perché distillata? Così detto, qual venne sitibondo e riarso tal se ne parte, senza pure attignerne una stilla con che rinfrescarsi le labbra. Se costui non fosse morto di sete, al vaneggiar della mente sarebbe da credere ubbriaco: dunque egli è pazzo; e tal n'è il ritratto. Eccovi ora l'originale. Que' di noi pellegrini – siegue il Nisseno – (ché pellegrini siam tutti in quest'erma solitudine della terra), i quali non so s'io debba dire assetati, so ben certo che necessitosi di quel gran refrigerio che solo Iddio, fonte di tutti i beni, può dare; poiché egli si fa loro incontro, essi, in vece di prenderne quel di che sommamente abbisognano per ravvivarsene l'anima e proseguire con miglior lena questo fatichevole peregrinaggio, si perdono, gli sciocchi, a cercar di lui quel che né giova l'investigarne, peroché è segretissimo, né gioverebbe il trovarlo, sì come sol dilettevole alla curiosità dell'ingegno e niente utile all'invigorimento del cuore. Di cotali sciocche dimande alcune ne ha registrate S. Agostino, quelle appunto che mi cadono in proposito dell'argomento, cioè a dire: dov'era Iddio prima che vi fosse il mondo? Come può dirsi o intendere che gli si debba fino ab eterno il titolo di Signore, se fuor di lui non v'era chi egli signoreggiasse, monarca senza regno, principe senza vassalli? E se poteva i mille e mille secoli prima creare il mondo, perché tanto indugiò a mettervi mano? E in quanto ne differì il lavoro, in che degno di lui si occupava? Stavagli la podestà di far tutto tutta oziosa in pugno? Onnipotente, e nulla operante; provido, e non in che; immenso, e tutto in sé solo raccolto; sommo bene, e perciò sommamente inchinevole a communicarsi, senza mai niuna grazia uscirgli di mano? O spese una intera eternità a concepir l'idea del mondo, a farne il disegno e modellarlo, ordinarne le parti e concatenarle, aggiustar le misure, apparecchiar la materia e divisar come variamente formarla, come unirla, come dividerla, come abbellirla?

 

Non crediate che non si truovino a centinaia de' pazzi a' quali il cervello dà volta e fa giri quanto più grandi tanto più vani intorno a questi punti: e, quel ch'è il finissimo della pazzia, par loro in ciò esser savissimi, potendo, quel che niun savio ardisce, muovere, come disse S. Giovan Damasceno, metas aeternitatis e rintracciare in essa quel che Iddio era o faceva. Fosserelle d'un palmo (ché non è da dirsi punto maggiore la capacità nel nostro, eziandio se ampissimo, intendimento), da quanto in qua avete voi compreso tutto il mare oceano di quel che v'è lecito sapere dell'essere e dell'operar di Dio, onde sol vi rimanga il mettervi a cercarne, per assorbirlo, anche l'occultissimo e 'l profondissimo degli abissi? Così piccole a voi riescono le grandezze di Dio che ci mostrano i due gran lumi della Natura e della Fede, che possiate distendervi a vedere ancor quello che, a dirlo con S. Ilario, archangeli nesciunt, angeli non audierunt, saecula non tenent, propheta non sensit, apostolus non interrogavit, Filius ipse non edidit? Ma non per tanto io vo' farvi rispondere a due valentissimi Africani, Tertulliano e S. Agostino, e appagar la curiosità delle vostre dimande intorno al dove essere e al che fare e non far di Dio nell'eternità antecedente. Sappiate dunque, e vi basti, che ipse sibi ante omnia erat mundus et locus et omnia. Sappiate che nec sine caelo sedis indiguit; nec facto caelo sedem tamquam finitis erroribus peregrinus invenit. Sappiate che a Dio ogni cosa nella indivisibile sua eternità è presente, né gli trascorrono le passate né gli sopravengono le avvenire; né è più possente quando opera, né più ricco quando ha, né più giusto quando punisce, né più benefico quando dona; né gli accrescono padronanza i sudditi né sovranità l'imperio né maestà gli ossequi né providenza il governo; né mai nulla gli manca, né gli si può aggiunger nulla: perché egli, col non essere altro che sé medesimo, è ogni cosa. Il quando poi, proprietà del tempo, nell'eternità non si truova: e il ben intenderlo non è cosa da noi, che imaginiam quell'immenso indivisibile essere una estensione di secoli aventi prima e poi e, quantunque ne allunghiamo i milioni, siam da lungi a comprendere l'eternità una sempre egualmente intera eternità. Tanto ho io detto a fin solo di raccogliervi la mente tutta in sé stessa richiamandone i pensieri, se per avventura una mal consigliata curiosità ve li portasse a svolazzar fuori del mondo e oltre al tempo, dove non troverebbono né che veder nel nulla né dove mai fermarsi a posare nell'eternità. Così tutto intero v'avrò meco a goder d'un tale spettacolo qual è la prima formazione del mondo, di cui vedrete ammirabile sì il lavoro, ma l'operar dell'artefice soprammirabile.

 

Non vi paia fatta per giuoco, avvegnaché veramente ella sia da giuoco, ma con arte da far meglio intendere il vero, una graziosa dimanda che S. Ambrogio fece a' suoi uditori, ragionando loro della virtù creatrice di Dio: "Ditemi: a scegliere il luogo, a mettere i fondamenti e palarli, già che son gittati nell'acqua, ad alzar le mura, ad aggiustar le parti e divisar gli ordini, a condurre dall'imo al sommo quest'immenso edificio del mondo, ad arricchirlo d'innumerabili nature, ad abbellirlo d'impareggiabili ornamenti, a dargli stabilità, vaghezza, ordine, proporzione, chi sumministrò a Dio l'ingegno e l'arte? Chi gli prestò le spalle e le braccia? Chi gli apparecchiò la materia? Chi l'aiutò al lavoro? Quis humeris saxa convexit? Quis congessit impensas? Quis laboranti Deo suam operam ministravit? Ebbevi, per avventura, lieve a smuovere, carri a sospignere, argani e ruote con che rizzare in piedi e metter per tutta la terra ferme su le lor basi quelle gran guglie de' monti, levandoli fino a piantarne i piè degli uni sopra le teste degli altri, sovraponendone sì che paiono montagne di monti? E per le caverne che ne' sassosi lor fianchi aperse, furonvi subbie e picconi a incavarle, a sospenderne saldamente le volte, con un rozzo sì e rustico ordine, ma pur nella rozzezza sua un non so che maestoso? E a fare il ritondato della terra e de' cieli, che gran compasso gli dovette bisognare, da metterne un piè nel centro che dovea essere il mezzo dell'universo, e coll'altro disegnare i circoli, a ciascuno elemento e sfera il suo, con diametri ben misurati? Poi, con che succhielli e trapani traforò le dure viscere della terra per aprir la via a quel sottil filo d'acqua che gittano le fontane? E a que' ciechi ridotti e conserve degli abissi che le si occultano in seno, su che pilastri ne voltò gli archi saldi sì che reggessero al peso della terra e de' monti che portano su le spalle? Chi il servì a zappar sì profondo e cavar sì ampie le fosse all'oceano e fargliele sì misurate al bisogno, che s'empiono fino all'orlo de' liti ed egli mai non trabocca? Come vi piantò in mezzo gli scogli e le isole, immobili alle scosse de' venti e salde al battimento dell'onde? Ma troppo che fare avremmo, a dimandar di tutto. Sol ci si mostri il torno sul quale lavorò gli smisurati globi di tante stelle; le machine col cui aiuto tirò e condusse, qual più e qual meno alto, i pianeti. E del Sole, come ne accese il fuoco? O dove battè il focile che fece scintillar tante stelle?".

 

Bel vaneggiar che è questo, ma non però vano a riferirsi: impercioché questi in verità furono (a dirlo con sant'Agostino) magnorum magna deliramenta doctorum: i quali misurando Iddio, peggio che Eraclito il sole, con un palmo, non è da maravigliare che il mondo paresse loro tanto maggior di quello che in Dio trovavano di sapere ad architettarlo e di forza a metterlo in opera di lavoro, che altri affatto il negarono sua fattura, altri gli diedero in aiuto una moltitudine di Dei minori, ingegneri, fabbri, manuali, che fra lor si ripartirono l'opera e divisero la fatica, tanto insuperabile ad un solo, che fu il sommo e l'ultimo sforzo di tutti insieme. Ma il mio sole – dice il grande Areopagita e intende Paolo apostolo suo maestro – ben vide e c'insegnò che più sa lo stolto di Dio, che il savio degli uomini. Venga dunque la Palestina a confonder la Grecia, Gerusalemme Atene, un pescatore tutta insieme la turba de' filosofanti. Compaia il più giovane degli apostoli, san Giovanni, quale cel rappresenta il vescovo S. Ilario: piscator egens, ignotus, indoctus, manibus lino occupatis, veste uvida pedibus limo oblitis, totus e navi; e condottici in quell'alto mare dell'immenso esser divino, ivi nell'interminabile suo profondo ci mostri quello che a vederlo da sé tutto il mondo è cieco: l'eterna generazione del Verbo, e in esso una sapienza esemplare di tutte le idee e un poter pari al lavoro di tutto il possibile ad essere; e gridi il figliuol del tuono: Omnia per ipsum facta sunt. E come? Come alla sovraposta dimanda risponde il medesimo S. Ambrogio, che la fece: Non egent humanis divina mysteria. Caelum Deus fieri iussit, et factum est; terram creari statuit, et creata est. In momento haec facta sunt. Vis scire quam brevi? Dixit, et fecit. Ma veggianlo più alla distesa; e a parte a parte e tutto insieme la potenza e la providenza, quella nel modo, riguardante il principio, questa nell'ordine, misurato dal fine.

 

Ma percioché le divine cose di troppo gran lunga trascendono i confini dell'intendere umano, né noi materiali possiamo esprimerle altrimenti che dipingendole a chiaro e scuro, cioè mostrando la luce con le ombre, lo spirituale col sensibile e il vero col falso (ma però a disegno e con ragion d'arte sì fattamente unendoli che sien divisi, e s'intenda che il simile non è il desso, né proprio il preso in prestito per povertà di concetti) perciò, dico, delle cose che ci son note, o perché nostre o perché a noi famigliari, converrà che ci vagliamo a comprendere le divine: nella maniera, però, che delle armadure e de' ponti senza i quali non si può fabricare, ma condotto a fin l'edificio, come già non più bisognevoli se ne rimuovono. Tragga dunque inanzi a farsi udire per me il grande Agostino. Domus, dice egli, quam aedificat structor prius in arte erat; et ibi melius erat, sine vetustate, sine ruina; tamen ut ostendat artem, fabricat domum, et provenit quodammodo domus ex domo; et si domus ruat, ars manet. Similmente in Dio: la sua Sapienza, cioè il Verbo, questo è il teatro delle imagini esemplari, il volume delle originali idee in vivo disegno espresse di ciò che abbraccia tutto il possibile a crearsi. Elle, a contarne il numero, sono oltre a ogni numero infinite, e non perciò moltitudine fuor che a noi, sì come quelle che in Dio tutte sono un medesimo: e delle cose manchevoli son perpetue e delle temporali eterne; e vive anco delle insensibili, e semplicissime delle composte; e delle incostanti immutabili, e delle materiali purissime; e di qualunque essere e natura, divine. Tal è dunque il Verbo in Dio, e tale cel definì il medesimo Agostino: Ars quaedam omnipotentis atque sapientis Dei, plena omnium rationum viventium et incommutabilium, et omnes unum in ea sicut ipsa unum de uno cum quo unum. Ibi novit omnia Deus quae fecit per ipsam.

 

Or poiché nell'indivisibile immenso della divina eternità giunse quel momento del cui giungere a noi è incomprensibile il come, Iddio fattosi a mettere in opera l'eterno e liberissimo suo decreto di dar fuori di lui (e pur tuttavia in lui, peroché nulla ne può esser da lungi o facendosi o durando) il primo essere al mondo, pulchrum pulcherrimus ipse mundum mente gerens similique ab imagine formans, mise lo sguardo in sé medesimo, e affissatosi nel suo Verbo, fra le infinite idee che in esso ha tutto il possibile, di questa unica si compiacque, in cui tre diversi ordini di nature in un bel tutto maravigliosamente si legano: le une pure spirituali, le altre all'opposto pure materiali, e fra esse una mista che d'amendue partecipa e in sé fra loro le unisce: e siam noi, ne' quali lo spirito ci sollieva all'angelico, il corpo ci deprime all'animalesco. Quinci facea bisogno apparecchiare un albergo con un tal nuovo ordine d'architettura divisato, che a tutti insieme questi tre generi d'abitatori si confacesse e non per tanto anch'egli fosse come nella loro unione diviso, così nella sua divisione unito. Ciò furono i cieli e gli elementi, alla cui creazione accintosi Iddio, che chiama ea quae non sunt tamquam ea quae sunt, non abbisognò d'altro che di far sentire il suo comando al Nulla, e nel punto medesimo l'infinita distanza ch'è fra il non essere e l'essere, vinta da un imperio d'infinita potenza, quanto egli ordinava nel suo medesimo ordinarsi era fatto. David, il nostro Simonide, il nostro Pindaro, il nostro Alceo, come il chiamò S. Girolamo, per mettere in musica al suon della sua poetica lira quelle mutole e pur sonantissime e mai non interrotte voci con che il gran coro di tutte le creature in accordo e in silenzio cantan di Dio, finge, con libertà di poeta, di trovarle o stanche o sonnacchiose e tacenti; sì le desta e lor grida: Laudate Dominum. Sopra che fattosi S. Agostino dimanda: Quare, cum laudent, dicit: Laudate? E soggiunge: non perché elle già mai si rimangano di lodare chi le creò, ché in questo la lor musica è a coro pieno e non ha interrompimenti né pause, ma come noi a' cavalli barberi gareggianti al corso, quantunque essi a più non potere battendo s'allunghino e volino anzi che corrano, alziam verso loro il braccio quasi minacciante la ferza e gli sproniam con le grida, così egli a tutte le creature rivolto, dicit: Laudate, quia delectatus est in eo quod laudant, et placuit ei quasi adiungere exhortationem suam. Così invitandole ad una ad una per ordine, dalle più nobili alle men degne, poich'egli si vide loro in mezzo fra i cieli e gli elementi, fermossi, riguardolli, e sorpreso da uno spirito che di poeta il trasformò in profeta, quasi veggente Iddio nell'atto di produr dal niente que' due grandi ordini di nature, ne rivelò il come, quale appunto io vel divisava, cioè dixit, et facta sunt. Dunque sicuramente io mi varrò d'una brieve, ma ben significante parola di S. Ambrogio, raccordando che a fare che il niente producesse il tutto a Dio, egli in quello sterilissimo ma a lui solo fertile campo del nulla, nulla altro che verbum seminavit; e 'l truovo altresì detto dal poeta Aratore, colà ove dice che, lavorando Iddio artifici sermoneil mondo,

 

rerumque creans per nomina formas,

cum fierent vox semen erat.

 

Dunque, verbum seminavit, e il ciel supremo, scavato in un massiccio e saldissimo diamante, o a dirlo con Eliu colà appresso Giobbe, fuso e gittato come bronzo in istampa, abbracciandosi con sé stesso, intorniò tutto il mondo e in quel massimo cerchio ne circoscrisse il termine fin dove solo il nulla, che fuor di lui ha gli spazi dell'imaginario suo regno, può giungere. A lui in seno gli altri cieli minori, fasciando il concavo dell'une sfere il convesso dell'altre, tutte a spazi misurati, non so se ad armoniche proporzioni, so ben che sì vasti che sembrano sterminati, e che la mente umana, alla cui capacità niuna gran cosa è grande, se non vi perde almen vi stanca i pensieri qualora gli spedisce a prenderne le misure; e se l'immensità potesse aver termine, una immensità le parrebbono.

 

Ma egli era un mondo da ciechi, tutto caligine d'oscurità e densissimo buio. E qui anche, Iddio verbum seminavit, e in un baleno ei fu pieno di luce, correndolo dall'un termine all'altro e tutto inondandolo un diluvio d'oro, quanto glie ne capiva in seno. Con ciò, resplenduit subito aer, et expaverunt tenebrae novi luminis claritatem, repressit eas et quasi in abyssos demersit repente per universa mundi fulgor lucis infusus. E qui nel fiat lux s'ode la prima volta sonare nelle Scritture la voce di Dio; non senza mistero avvertito da S. Ambrogio, dicente: Unde vox Dei in Scriptura divina debuit inchoare, nisi a lumine? In fede che tutto in essa è verità, scritta in caratteri di luce, oscura solo in quanto la profondità de' misteri a' nostri deboli occhi eccessiva ci abbaglia: non però mai imbrattata di tenebre per nulla di falso che le si intramischi. Ma che pro di una luce senza né spartimento né ordine? A guisa d'una imagine, dice S. Agostino, a pennello senz'arte, che tutta fosse d'uno stesso invariato colore, non tratteggiata d'ombre, onde sol si risentono i chiari, non divisata con linee, da cui gli atteggiamenti hanno forma e spirito: senza contorni che la finiscano, senza diversità che la figurino; tutta ugualissimamente distesa, e per ciò non imagine, ma tintura in nulla valevole a rappresentare. Creò dunque Iddio la luce, poi la formò, come chi inanzi apparecchia, dice san Cesario, una gran massa d'oro informe, poi la divide e forma e ne stampa monete. Ciò furon le stelle: altre da per sé sole, isolate in aria e pendenti e, per cerchi e sfere lor proprie qual più e qual meno ampie, movevoli; altre affissate, per andar tutte insieme come un esercito in ordinanza, ma in un'ordinanza disordinata, per l'ordine che non pare: piantate qua e là con disegno, e sembrano seminate a caso; confuse con ben intesa distinzione le massime, le mezzane, le minime: punti di luce a vederle di qua giù lontanissimo, ma di sì gran corpo che ben posson dirsi altrettanti inondi in un mondo. Ma le mobili eran cieche; non so già, né il sanno quei che più sanno, se ugualmente anco le fisse. Che che si fosse, Iddio verbum seminavit, e spuntò in mezzo d'esse il Sole, e in solo lui (se egli solo tutte le illumina) quello sterminato oceano di luce che allagava il mondo, adunandosi, diventò una fonte: ma fonte da cui tanti mari di luce continuo si derivano quante sono le stelle che di lui si riempiono. Egli in solo vederle dà lor la veduta, in solo toccarle con la punta de' suoi raggi le fa altrettanti soli: e se a migliaia più fossero, con nulla più che quello che di lui versa e diffondesi per tutto il cielo, migliaia ne formerebbe. Così fin d'allora mostrandosi il reggimento monarchico esser cosa celeste: riducendo il tutto a un supremo e dando alla natura un re, quanto per lo splendore maestoso altrettanto benefico per lo calore; e a lui, da ogni altro indipendente, prìncipi e popoli dipendenti: conciosia che, a distinguerne la condizione dalla grandezza in che appaiono,

 

sunt stellae procerum similes, sunt proxima primis

sidera, suntque gradus, et proxima iuncta priori.

Maximus est populus, summo qui culmine fertur.

 

In tanto la natura nel medesimo nascere parea morta, sì come senza moto e senza vigore, e 'l mondo era un teatro di statue piantate in loro medesime, tanto inutili quanto né per tutto se ne vedeva il bello, né l'utile era universale: standosi le stelle ferme in piè su i lor centri, dove sol tutte si posano, e questo, immobile su quel punto che da prima le ricevette. Ma ciò sol fino a tanto che Iddio loro accennò; e in un momento, come date le mosse a corsieri, spiccaronsi tutte le stelle da quel vero e unico loro Oriente: e le superiori misuratissime nell'andare, mantenendo in fra sé a passi contati le primiere distanze dall'una all'altra, e le inferiori libere a trasviarsi in guisa di vagabonde, ma in verità con legge d'un regolatissimo sregolamento, qual veloce e qual lenta, secondo il più o men ampio e lontano cerchio che corrono – ond'è poi il sovente scontrarsi, disgiungersi, contraporsi – cominciarono una carriera intorno al mondo e tuttavia la prosieguono, né fia mai che s'arrestino: peroché, dove ha la meta per fermarvisi il circolo, se dovunque finisce ivi medesimo ricomincia? Con esso il loro moto venne al mondo il tempo, nato a un medesimo parto che il moto, ma secondogenito, in quanto, per ragion di natura, il precede quello di che egli è numero e misura. Atque ita, dice Platone, fecit aeternitatis in unitate manentis aeternam quandam in numero fluentem, imaginem, quam nos tempus vocamus. Ma in cui pro faticavano così aggirando le stelle, e in seno a chi votavano i tesori delle loro influenze, chi avvivavano col lor moto, in chi mettevano le benefiche lor guardature, se non appariva suggetto in cui niuna loro virtù operatrice utilmente ricevere? Ma già fin dal primo giorno Iddio verbum seminavit. Ed eccovi in mezzo al mondo la Terra portante sé medesima, e nulla grave a sé stessa: e per suo immobile fondamento sostenuta dall'indivisibil punto del suo medesimo centro. Ella è tutta in aria, ma non perciò, come il volgo imagina, sospesa o pendente: Idcirco manet stabilis, quia totus ab illa tantundem refugit mundus, fecitque cadendo undique ne caderet: medium totius et imum est. Involgevala tutta intorno un mare altissimo senza piaggia né lito, in cui sepolta anzi che nata si giacea, madre da sé indarno feconda, sì come non iscoperta a ricever niun seme da concepire. Fin che sopra essa Iddio parlò, e le soperchie acque, rendute per assottigliamento leggieri, s'alzarono sopra i cieli. Fin dove e a che far colasù non è da noi il pescar in esse cotanto a fondo. Chi ne fa un rinfrescatoio al cielo, perché le tante stelle che v'ardono non l'avvampino e si fonda e strugga. Chi n'empie laghi e mari dentro a' pianeti. Chi la trasforma in aria (se però il solo rarefarsi trasforma) e l'uscir che poi fecer dell'acque lor produttrici i pesci e gli uccelli maggiormente gl'invita a crederlo: parendo che, nati del medesimo elemento. nel medesimo vivano e il volar degli uni sia come il notar degli altri: tutti dentro un oceano, quegli d'aria, cioè d'acqua rarissima, questi d'acqua, cio è d'aria densissima. Così essi. Con ciò la Terra, d'un ugualissimo globo ch'ella era disuguagliandosi ad arte, qui si levò in poggetti e colline, qui più alto in montagne, altrove tutta, per così dire, si rizzò in piè nell'Alpi ertissime; e lor tra mezzo, valli profonde; e alla lungi d'intorno, rispianati e campagne immense. Così, percioché delle piante e d'ogni altra generazione di biade e d'erbe alcune meglio pruovano e fan più messe al piano, altre al monte, certe aman l'ombroso e certe il solatìo, queste non crescono che alla greppa e al sasso, quelle sol ne' luoghi bassi e acquidosi, oltre che quasi tutte richieggono diverse poste a diverse plaghe e guardature del cielo, perciò al ben di tutte, in così divisarsi la Terra, e insieme alla varietà per dilettarsene fu proveduto. Del tràttone (se pur fu vero) per inalzarla ne' monti, rimasero le scavature e 'l vano in cui raccogliere il mare, e i men profondi seni a' laghi, e i bassi piani dove ristagnano le paludi. Per tutto poi, entro le viscere traforate e venose, pienovi d'acque vive e correnti e, non so se per ingegno di moti spiritali o per sublimazione o per che che altro meno inteso da chi più vi pensa, fatte leggieri al salire fin su i dirupi e a gli altissimi gioghi de' monti, onde sboccano e ricaggiono nelle valli: e per tutto altrove polle e surgenti, o gemitìi e gronde, o grossi capi onde hanno origine i fiumi: ché mal per gli abitatori della terra. se tutta per innaffiarsi dovesse sommergersi, traboccando i fiumi e facendosi laghi e mari, come il Nilo in Egitto perché v'è solo. Perciò con mille rami, che poi finalmente a un sol tronco s'adunano, per mille diversi luoghi spargendosi e serpeggiando, tutta la corrono e innaffiano. Né ringorgano e versano, peroché come in aquidocci aperti, chiusi entro le rive, van per le vie lor disegnate, fin che mettan foce e scolino in mare: e quanto ivi in palese scarican d'acqua, altrettanto per sotterranei canali ne traggono, con un vero e natural moto perpetuo; che maraviglia se mai non imitato perché mai non inteso? Ma un così divisar la Terra che altro è in fine se non ben ordinare il campo a cui, se mancano le sementi, l'opera del lavorarlo è perduta? Or qui sì che veramente Iddio verbum seminavit, et subito terrarum germina pullularunt et diversae rerum species refulserunt. Hinc pratorum virens gratia abundantiam pabuli ministravit, inde camporum spica flavescens imaginem pelagi fluctuantis commotione segetis uberioris expressit. Sponte omnes fructus terra suggessit. Et si arata sine cultore esse non poterat (nondum enim eratformatus agricola) inarata tamen opimis messibus redundabat. Subito ut floribus herbarumque viriditatibus ita nemoribus terra vestita est. Concurrerunt arbores, consurrexerunt silvae, vertices repente montium fronduerunt. Hinc pinus, hinc cupressus in alta se extulerunt cacumina, cedri et piceae convenerunt. Abies quoque, non contenta terrenis radicibus atque aerio vertice etiam casus marinos tuto subitura remigio, nec solum ventis, sed etiam fluctibus certatura processit. Umbrosae quoque ilices verticem protulerunt inhorrentem comam hibernis quoque temporibus servaturae. E così le innumerabili altre piante dimestiche: quelle che lagrime odorose distillano dalle cortecce, quelle da' cui frutti si spremon licori qui voluptati sunt et saluti. Altre che ci sumministrano onde caricar le mense con una maravigliosa varietà di sapori e de' lor sughi ci condiscono i cibi; altre, per ciò più rade al mondo perché più preziose, che producono aromati.

 

Ma sposte al sole, e le più utili al più cocente, non si morranno elle, se lor non si dà di che vivere? E di che viveranno, dove lor manchi alimento che succino per le radici e convertano in sustanza? E le selve piantate su le altissime ciglia de' monti e su per i lor dossi, con che ingegni di machine si dovran condurre l'acque de' fiumi a irrigarle, e ciò bastevolmente a' gran corpi che sono e allo smisurato ingrossare e crescer che fanno? Eccone il modo. Iddio sopra l'acque e 'l Sole verbum seminavit, e queste, assottigliate in vapori dal caldo e fatte più leggieri dell'aria, le salgono sopra alto fin che già più non v'arriva il riverbero del Sole, che, ripercotendo alla terra i raggi, in loro stessi gli addoppia. Ivi, perduta quell'anima del calore che aveano solo imprestato, a poco a poco si tornano alla natural loro freddezza e si rappigliano in nuvoli; e questi, con lo stringimento in loro stessi più e più addensandosi, tornano in acqua. Non tutta insieme una nuvola rovinando giù a diluvio, ché ciò, non che far niun prode alla terra, anzi le nocerebbe col dilavarla e menarne il buon sugo e i semi; ma come il pennecchio a fiocco a fiocco, così elle vengon giù a stilla a stilla: o, per dirla più vagamente con David, Iddio, di cui ella è invenzione e magistero, cribrat aquas de nubibus caelorum. Così quel che la terra dà senza niun suo danno, con immenso utile sel ripiglia, tornandole i vapori in pioggia, cio è il soperchio in necessario.

 

Bellissimo è un tal lavoro; se non che, dove gli mancasse il buon uso, tornerebbe in poco utile alla natura. Percioché solo i luoghi umidi e che han molto del vaporoso saranno gl'innaffiati: quegli appunto che men ne abbisognano; e ciò avverrà se le nuvole tolte da essi tornino in acqua sopra essi: e mestieri è che vi tornino, ove non abbiano altro muoversi che dirittamente in alto, né vi sia niuna estrinseca forza che le sospinga altrove. Videlo Iddio, parlò, ed ecco in aria i venti: una invisibil generazione di spiriti che han per anima il muoversi, e in solo quietare son morti. Non v'è parte del mondo a cui i suoi propri non siano assegnati e diverse nature in tutti e, secondo esse, proprietà e ministeri diversi: l'un torbido, l'altro sereno, questo a rattiepidir l'aria, quello a rinfrescarla, altri a inumidire, altri a diseccare, traendo, come le fonti, le qualità de' luoghi per dove passano. Ve ne ha de' placidi e de' furiosi, de' distesi e de' senza regola svolazzanti, e di lunga e di brieve durata, e degl'improvisi a mettersi e di quegli il cui certo dì del rinascere torna ogni anno e si sa il quanto vivere, cioè spirar che faranno, fino all'ultimo fiato. Tutti dunque diversi, fuor che in questo solo che a tutti è commune: d'aggirare il mulino a vento della filosofia in testa a quegli che ne cercan l'origine altrove che ne' tesori di Dio; che, se son tesori, son chiusi ed essi non ne hanno le chiavi. Or quindi l'aria è dibattuta e purgata perché, covandovi i vapori, non infracidi e impuzzolisca. Quindi le nuvole qua e là diversamente sospinte divengono commun beneficio a tutta la terra, giovando, insieme alle contrarie, con torre il troppo umore alle per sé medesime acquidose e abbeverarne le arsicce: con che divengon fruttiferi quei che altrimenti sarebbon diserti, e le montagne, alle cui cime e fianchi altre acque non salgono, sono anch'elle irrigate de superioribus suis.

 

E già compiuta la fabrica dell'universo e a gran dovizia fornita d'ogni convenevol copia di beni, altro più non rimaneva che introdurvi gli abitatori. E qui per ultimo Iddio verbum seminavit: e le acque e la terra s'impastarono, ed egli ne stampò tante forme d'animali, d'uccelli, di pesci, che chi può contarne il numero, divisarne le specie, comprenderne le proprietà, figurarne i corpi, descriverne le inclinazioni, l'ingegno, e i tanti usi a che vagliono? Fiere e dimestiche, solitarie e civili, timide e guerriere, libere e servili, semplici e scaltrite, docili e smemorate, mutole e musiche, aliae coriis tectae, aliae villis vestitae, aliae spinis hirsutae: pluma alias, alias squama videmus obductas, alias cornibus esse armatas, alias habere effugia pennarum. Aliae gradiendo, aliae serpendo ad pastum accedunt, aliae volando, aliae nando, cibumque passim oris hiatu et dentibus ipsis capessunt: partim unguium tenacitate arripiunt, partim aduncitate rostrorum. Aliae sugunt, aliae carpunt, aliae vorant, aliae mandunt. Ma questo è come l'esercito di Serse, che per la troppa gran moltitudine non si potea contare altrimenti che misurandolo con empierne e votare un procinto in cui ne capivano dieci mila. E pur d'essi non si cercava altro che il numero, che negli animali, avvegnaché oltre numero, pur è la menoma delle lor maraviglie rispetto alla varietà delle nature, alle diverse forme de' corpi convenientissimi all'anime e alle proprietà di ciascuno: al bello che mostrano e all'utile che se ne trae, di che non è qui luogo da ragionare.

 

Tutti insieme questi, e mille altri non men preziosi lavori di Dio che compongono e abbelliscono il mondo, cum fierent, vox semen erat. Non così l'uomo, per cui formare recogita totum illi Deum occupatum ac deditum, manu, sensu, opere, consilio, sapientia, providentia, et ipsa in primis affectione, quae lineamenta dictabat. E sia questo detto di Tertulliano un pegno che lascio in promessa di quel che ne dirò al disteso, ove il decorso dell'opera mi porterà a luogo più convenevole di favellarne.

 




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