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| Daniello Bartoli La ricreazione del Savio IntraText CT - Lettura del testo |
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CAPO SESTO La natura sempre la medesima e sempre un'altra nella successiva perpetuità delle cose che mancano.
Degna del beneficio fu la mercede che gli ateniesi rendettero alla nave che portò Teseo in Candia, e vittorioso nel riportò, uccisovi il Minotauro nel Laberinto e liberata Atene dal sanguinoso tributo degl'innocenti che colà ogni anno s'inviavano a divorare. A lei dunque, per cui tanti nobili giovani eran campati dalla morte, decretarono in premio il sempre ringiovenire, e con ciò il vivere immortale: immortale come sol può una fabrica di legni già morti. Esentaronla da ogni servil ministero e fatica di portar pesi o uscire in mare altro che tranquillissimo e per diporto: nel rimanente, ritirata nell'arsenale come in un sacrario, vi stava in publica venerazione; e percioché, invecchiando con gli anni e morendole in dosso le membra già putride e tarlate, le cadevano i pezzi or da poppa or da' fianchi, quanto di vecchio ella perdeva altrettanto ripigliava di nuovo: rappezzandola artefici a quel sacro ministerio deputati, serbata però l'antica forma nella nuova, e quanto il più far si potesse somigliante nella materia. Così ella visse più secoli, e dessa e non dessa: già che delle antiche sue parti, per così dir primigenie, non glie ne rimaneva in corpo oramai più niuna, e pur con le nuove e piccole giunte che di tempo in tempo le si andavan facendo si manteneva la medesima. Perciò quante volte i filosofi disputavano dell'aumentazione de' corpi vivi, a definire se dopo molti anni eran più quegli stessi che nacquero traean fuori in esempio la nave di Teseo. Ma quanto inutilmente, s'ella serviva solo ad accrescere la difficoltà, non a decidere la quistione! Tale appunto, ma in vero fuor di ragione, contendevano alcuni di loro essere il mondo, almeno in questa sua principalissima parte de' corpi misti, i quali, come son nature patibili e stanno in mezzo a' contrari, continuo è il loro distruggersi e il succeder de' nuovi in iscambio de' distrutti. Muoiono gli animali, gli uccelli, i pesci; muoiono i fiori e l'erbe e gli arbori; muoiono in fino i sassi, ancorché i sassi non vivano; non però mai muore la specie: ché altri vivi sottentrano in luogo de' morti, e questo perpetuo fiume delle cose manchevoli (come tante volte il chiama S. Agostino) sempre si vuota e sempre è pieno, sumministrandogli di che riempirsi le fonti delle continue produzioni quanto perdono nel non mai sazio mare della continua distruzione: e ciò non ristorandosi la natura come la morta nave di Teseo, con sustituire alla perduta una parte niente altro che simile, ma dando a ogni vivente virtù da rimaner quasi egli medesimo nel suo seme, e così farsi immortale in quella più vicina maniera che il può essere una cosa che muore. E questa, a chi ben n'esamina il modo, è in verità una delle più considerabili maraviglie che abbia il mondo, e in cui, più riluce il saper di Dio e l'arte della sua regolatissima providenza:
Te Dominum Natura probat, servata caducis partibus, et iussam seriem datus ordo fatetur. Tu dociles numeros destinguens, pondera librans, mensuras varians, modulos motumque gubernans, alternas servire vices iugemque recursum rerum stare iubes; et mentis imagine plenum edere nota tibi iam saecula volvere mundum.
I re del Messico nel coronarsi, presenti grandi e popolo che a quella maggior di tutte le loro solennità convenivano, eran costretti a giurare che continuerebbono il suo corso alla natura, né consentirebbono a' cieli il mai fermarsi, né al Sole e alla Luna l'interrompere o mutare gli antichi spazi della notte e del dì, de' mesi e dell'anno, né l'ordinato succedersi delle stagioni. Farebbon soffiare i venti, cader le piogge, correre i fiumi, e alla terra produr le biade, gli arbori, i metalli. Così lor pareva che il Messico fosse il mondo, e che in farne uno re il facessero Iddio. E appunto il maggiore, e come a dire il Giove de' loro Iddii, era una statua gigantesca, tutta composta di semi d'alberi, d'erbe e di fiori, impastati di sangue umano e tramischiativi de' minuzzoli di quante altre specie di cose nascevano in quel fertilissimo loro paese, Filosofia e teologia da barbari, non ha dubbio; ma nondimeno un non so che somigliante al vero, se non più, almeno come i zoofiti s'avvicinano all'animale. Percioché intendevano che a continuare il corso delle perpetue produzioni nella natura bisognava possanza, autorità, avvedimento di principe, e supremo; e che il mondo, lor principale iddio, era quale appunto S. Agostino disse: essere il mondo opera di Dio, a quo sunt semina formarum, formae seminum, motus seminum atque formarum; e di tutti essi il mondo è come impastato: non però tutti insieme provengono alla rinfusa e fuor d'ordine, ma sol quanti e quando avutane licenza da' cenni della Providenza governatrice dell'universo, acceptis opportunitatibus prodeunt. Così dovendosi (com'egli va altrove filosofando) provedere all'uomo manchevole di cose manchevoli, accioché loro soverchiamente non s'affezioni; e nel loro distruggersi gli raccordino il suo morire, e nel loro rifarsi il risuscitare dovutogli; al qual fine ordinò questa maravigliosa intrecciatura o, come altrove la chiama, catena d'anella che l'un l'altro si tirano: cioè le distruzioni i producimenti e i producimenti le distruzioni, senza già mai sconcatenarsi o restare. Ma di ciò, in quanto egli è ammaestramento morale, ragionerò alcuna cosa in miglior luogo. Questo è sol dovuto all'ammirazione di che è sommamente degna la sapienza e l'arte del ristorare che Iddio fa le rovine della natura, sì che, non restando mai dal distruggersi, duri mai sempre intera. In pruova di che, vagliami il sol raccordare quel gran maestro di guerra Sertorio, di cui avvisa l'Istorico ch'egli per mala condotta de' suoi legati ebbe alcuna volta delle battaglie infelici e vide il suo esercito rotto, fuggente, disfatto: Sed plus admirationis corrigendo accepta damna, quam victoria adversarii duces, meruit.
Per mostrar dunque quanto in ciò sia da ammirar l'arte di Dio, prenderò a considerare il piccol seme d'un albero: peroché i semi son quello in che tutti i viventi trasfondono e quasi riproducon sé stessi e in essi durano ancor poi che son mancati; e tacerò di quel che tocca al propagare degli animali, per non avere a involgermi il capo e nascondere il volto, come Socrate colà dove ragiona d'amore con Fedro. Come che nondimeno i semi de' sol viventi sian troppo meno artificiosi che que' degli ancor sensitivi, pur non è che non siano uno stupendo miracolo, se – come Galeno disse che alia corpora mango, alia Hippocrates laudaturus est – truovino occhi di tal perspicacità che veggano l'invisibile e discernano il bello che tutto dentro occultano. Verissimo è il detto di S. Agostino, che tutte indifferentemente le creature sono caratteri di scrittura et quemadmodum si litteras pulchras alicubi inspiceremus, non nobis sufficeret laudare scriptoris articulum, quomodo eas pariles, aequales decorasque fecit, nisi etiam legerimus quid nobis per illas indicaverit; ita Dei opus qui tantum inspicit, delectatur pulchritudine operis et admiratur artificem; qui autem intelligit, quasi legit. Ma come è solito avvenire che i componimenti de' più sollevati ingegni siano peggio scritti, per la velocità del pensiere focoso e per ciò impaziente ad aspettar che la mano dia buona forma al carattere, così par che dove la sapienza di Dio opera, per dirlo al modo nostro, con più ingegno, ivi il material del carattere abbia meno del bello. E che bellezza ha un seme per cui dilettarsene l'occhio? Per bellezza, l'occhio nol guarda. Ma il così mal formato carattere ch'egli è, che maraviglie d'inarrivabile sapienza dà a leggere, eziandio a chi solo un poco ne intende? Veggianlo.
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