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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO PRIMO
    • CAPO OTTAVO
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CAPO OTTAVO

Il mondo, con nuovo ordine d'architettura scomposto e per ciò più artificiosamente composto.

 

Ma io, fin ora, descrivendo il primo edificarsi del mondo, e la bellezza dell'ordine che il divisa, e la varietà delle discordi nature che si accordano a comporlo, e 'l maraviglioso continuar de' viventi ne' loro semi in cui quasi rinascono di sé stessi, sento dirmi che l'ho dipinto non in faccia spiegata, affinché tutto apertamente si vegga, ma in profilo, celandone la metà del viso, cioè il suo deforme: nella maniera che Apelle, per nasconder la cecità dell'un occhio che mancava ad Antigono re, il ritrasse, excogitata ratione vitia condendi. Obliquum namque fecit, ut quod corpori deerat picturae potius deesse videretur. Il mondo ha di gran mali. Li proviamo s[ì] gravi, sì continui e tanti che non fa bisogno descriverli per provarlo: colpa del primo nostro parricida anzi che padre, che guastò un così bel lavoro al suo artefice, e a noi suoi malnati figliuoli, perché in lui eravamo prima d'essere in noi stessi, meritò che il palagio, da signori che dovevamo essere della natura, si mutasse in prigione di condennati, quali per lui nasciamo, dirò così, innocentemente colpevoli. Ma che sarà, se io non per tanto vi mostrerò che dal mondo così disformato e guasto ne torna a Dio il doppio più di ammirazione e di lode che se tuttavia durasse nella sua primiera integrità e bellezza? Disse vero Platone: Fas neque erat neque est quicquam nisi pulcherrimum facere eum, qui est optimus; e il nostro poeta:

 

Tutte le cose di che il mondo è adorno

Uscir buone di man del Mastro eterno.

 

E come avvertì Cornelio Celso, che pazzamente fa chi sentenzia sopra qual fosse un corpo vivo giudicandone da quel solo ch'egli mostra quando è cadavero, così del mondo già tutto armonia e bellezza, ora per noi in non poche delle sue parti sconcio e distemperato. Sentane altrimenti a cui piace, ch'io né voglio ad essi il loro, né posso a me contendere il mio sentimento; e già che sono a scriver di ciò in tempo di primavera, fattomi a corre una rosa chieggo a chi il sa: ebbe ella al primo suo nascere queste mille saette, non volanti e d'un sol colpo ond'ella in fin si disarmi, ma, come un istrice arruffata, piantategli in tutto il corpo e pungenti ogni volta che toccano? Che pare una specie di tradimento chiamar da lungi con la soavità della fraganza, invitar da presso con la bellezza del fiore, poi ferire, come fosse latrocinio il corla, non atto di signoria. Rispondemi S. Ambrogio che no: Surrexerat ante floribus immista teneris sine spinis rosa, et pulcherrimus flos sine ulla fraude vernabat; postea spina sepsit gratiam floris. E perché ciò se non, come avea detto prima di lui san Basilio, ut nos voluptatis inde capiendae oblectamento, propinquo afficiamur dolore, recordatione delicti, cuius causa factum est ut spinas et tribulos tellus huic addicta condemnationi, nobis proferret. E non è la stessa cagione che ha inasprita anche ogni altra parte della natura e fattala, di tutta innocente ch'ella era, poco men che tutta nocevole? O vogliam noi dire che anche allora i cieli e le stelle s'unissero a versar qua giù influenze salutevoli miste a malefiche, quasi facendo come di poi Caligola, che gittava su d'alto al popolo brancate di monete rammescolate con ferri acuti, onde i ricoglitori ne portavano più ferite che danari? E l'aria, indurava ella, come fa ora sovente, in lunghi e ostinati sereni, o tutto in contrario fondevasi in diluvi di piogge? Erano anche allora pazzi i venti e furioso il mare e né quegli né questo da niuna catena domabili? Sboccavan fiumi di fuoco dalle montagne e non avea l'inferno il precetto del mare, di non uscir de' suoi termini? Pativa la terra que' mortali parosismi che la fan traballare e dibattersi co' tremuoti, o era infedele a rendere tal volta né anche il capitale, non che il frutto delle sementi? E le fiere, se armate di coma e di zanne e d'ugne e d'artigli, erano anco fiere, e non quali Adamo innocente le si vide tutte avanti, anch'elle innocenti, suddite ad accettarne il nome, riverenti a ubbidirne l'imperio e per natura ugualmente dimestiche e vezzeggianti? Certo che no, a quel ch'io me ne persuado. E se altri, come rispettoso a non raddoppiare a Dio la fatica del mutar quasi natura alla natura, vuole ch'egli, antiveduta la disubbidienza d'Adamo, componesse il mondo scomposto qual si doveva ad un reo e in lui a tutta la sua condannevole discendenza, voglialo e per lui sia: ch'io per me sento che Iddio in prima desse alla sua bontà la bontà del lavoro, poi, quando altro convenne, alla sua giustizia. È egli forse più agevole il cambiar subito voce ad un organo con solamente allentarne un registro, che a Dio il far prendere altro tuono alla natura? Pur, che che sia di ciò, verissimo è il detto di S. Agostino: utrumque simul currit in isto quasi fluvio et torrente generis humani malum quod a parente trahitur, et bonum quod a Creatore tribuitur. Or, come saviamente avvisò un antico che fra l'erbe assai ve ne ha delle orridamente spinose, e per lo gambo e intorno al fiore e in su l'orlo alle foglie, e il così armarle non è stato rigore, anzi pietà e providenza, dice egli, della natura; peroché, essendo cotali erbe in gran maniera utili per medicina, conveniva con gelosia difenderle dagli animali, che non le calpestino o spiantino: e fecelo, his muniendo aculeis telisque armando, remediis ut tuta et salva sint. Ita hoc quoque quod in iis odimus hominum causa excogitatum est. Così è veramente di quel che nel mondo ci riesce aspro e spiacevole a provarlo: dico le sterilità, i tremuoti, le pioggie distemperate e tutta la gran piena de' mali che inonda e allaga la terra. Ma i pazzi, de' quali la moltitudine è più che de' sassi in paragon dei diamanti, non è maraviglia che non sappiano filosofarne da savi. E che vi par egli di que' raccordati da sant'Epifanio, e fu anche in parte delirio de' Manichei, che insegnarono due Creatori esser concorsi all'intera formazione del mondo, l'un buono, da cui è tutto il bene, l'altro reo, da cui è tutto il male della natura: e ciò perché lor pareva esser cosa indegna di Dio il molestare altrui, non che con le corna de' tori, per non dir con le percosse de' fulmini, ma pur solo col pungolo d'una zanzara. Così per dargli la bontà gli tolsero la potenza, non bastando egli a reprimere il suo contrario, tal che non gli guastasse il buon lavoro tramischiandogli altrettanto di male. Ma se questo nocevole era Dio, come non è cosa da Dio il nuocere ad alcuno? Se creatura, come non poté Iddio incatenargli le braccia e renderlo impotente al mal fare? Ma lasciam costoro, ché non è saviezza il venire alle mani co' pazzi, de' quali ben si può dire quel che Lattanzio di Leucippo primo inventore degli atomi: quanto melius fuerat tacere, quam in usus tam miserabiles, tam inanes habere linguam. Et quidem vereor, ne non minus delirare videatur qui haec putet refellenda. Veniamo anzi a mostrare che il mondo così com'è in parte guasto cresce lode a Dio e ne fa più riguardevole la providenza del governarlo. A guisa d'un sonatore a cui si mettesse in mano un liuto in parte distemperato per le corde quali troppo allentate e quali troppo tese, ed egli sapesse così maestrevolmente ricercarle che ne traesse una soave armonia e dotta, niente men che soave, tramezzandovi a luogo a luogo delle crudezze che verrebbono dalle corde disaccordate, ma secondo i precetti dell'arte legandole e risolvendole in consonanze, che è come condire l'agro col dolce e così farlo gustevole all'orecchio.

 

Sovviemmi d'aver veduto in un palagio di ricreazione d'un principe, fra le altre bellissime, una particolar camera tutta finta a capriccio di rovine, con un nuovo stile d'architettura che ben potrebbe chiamarsi l'ordine scomposto, e da adoperarvi non meno ingegno e giudicio che negli altri: dovendosi dare unità al dissipato, grazia al deforme, regola allo sconcio, simmetria allo sconcertato e arte al caso. In entrarvi cagiona orrore e diletto il vedersi diroccata in sul capo una fabrica rovinante, se non che nel cadere, scontratesi a ventura, come mostra lo strano andamento delle pendenze, l'una parte slogata coll'altra tutta in piè si sostiene, posando bizzarramente sopra membra non proprie e pur così ben adatte che l'occhio non che risentirsene come a mostruosità, sommamente gode, trovata una non più veduta specie di proporzione e di bellezza nella deformità e nella sproporzione. Io per me credo che chi ne formò il disegno vi studiasse intorno il doppio più che a una fabrica ben ordinata; ma non è da ognuno l'intenderne il magistero. Così neanche del mondo, che tale appunto mi sembra, mentre vi riconosco, negli effetti del male che vi patiamo, la rovina che ne fece il peccar d'Adamo e, nella continuazion del bene che ne godiamo, l'ingegno di Dio a così ben sostenerlo ch'egli è pur anche tuttavia bello: e pruova che gran maestro convien dire che sia chi ha saputo dare al disordine una così ben intesa e regolata disposizione. Parlerò altrove in più d'un luogo de' beni ch'eziandio dentro a' termini della natura ci provengono da alcuni mali in particolare. Qui vo' che udiate in pruova dell'universale argomento propostomi, ragionar S. Giovanni Crisostomo. Se il mondo, dice egli, fosse affatto libero dalla gran turba de' mali che a guisa di masnadieri il mettono mezzo a saccomanno (e ne conta egli le varie truppe o, per meglio dire, eserciti; né io qui mi prendo a farne la mostra, per non allungarmi soverchio) oh, non diremmo noi che in verità sì, Iddio soprantende e governa il mondo? Così avviene de' naviganti che passano oltre mare. Se il vento intavolato per poppa ne porta a vele piene la nave diritta al porto, a ciel sereno, a mar tranquillo, volando senza né pur parere di muoversi, tutti que' passaggeri stanno intorno al piloto e ne ammirano l'arte e glie ne dimandano; e par loro quel suo un gran fare, dove non è sentiero né orma che segni la via non trasviarsi, e imbroccare un termine a cui si mira e non si vede se non se fra le stelle, dove il nocchiero tal volta alza l'occhio con un gran miracolo del saper ritrovare in cielo delineato l'itinerario della terra. Così fanno e dicono, e ne han ragione; e nondimeno la parte che il piloto adopera del saper suo nell'arte navigando in bonaccia è sì poca ch'egli allora non avanza di molto un semplice marinaio: temperar tal volta un poco diversamente le vele, sì come il vento o carica o allenta o torce, e volgere or a poggia, or ad orza il timone, che così alternando in contrario tien diritto. Ma fate che rompa e si metta improviso una fortuna di vento, per cui il mar si rabbuffi e infurii, come fa quando fa da vero: in pochissimo d'ora tutti i passaggeri, l'un dopo l'altro, vuotan la piazza, e giù sotto coperta al buio ivi si stanno, con ogni altro pensiero che del piloto, la cui maestria e sapere poco avanti alzavano alle stelle, ora né pur la raccordano. Il mugghiar del mare che sentono e i fischi del vento, lo scrosciar delle tavole che al gran patir della nave par che si scommettano, i rovinosi colpi del fiotto che la percuote ne' fianchi, il barcollare e travolgersi e raddirizzarsi che van continuamente facendo aggira loro il capo e li tiene in tanta passione che, non che altro, non rammentan sé stessi, e poco più d'agonia ha la morte. Or questo è il vero tempo da intendere e ammirare la maestria del piloto, tanto altra da quella poco avanti lodata, come il valore d'un capitano veduto in pace e poi in battaglia. Secondare in parte e così deluder le furie della tempesta, schermirsi da' colpi e rompere i troppo impetuosi scontri dell'onde, voltando loro il fianco a riceverle obliquamente in taglio e gittarlesi dietro snervate: e tutto insieme con la mano al timone, l'occhio al mare e il comando a' marinai; collar la vela a mezz'asta, avvolgerla in parte, distenderla: ogni cosa movevole presta alla mano, in rimedio del presente, in apparecchio al possibile ad avvenire. Così su e giù, per montagne e voragini, andar come alla piana sicuro, e in tanto sconvolgimento e scompiglio sola la mente del piloto non confondersi né turbare, non è egli questo il soprafino dell'arte? E non è questo il governar che Iddio fa il mondo, quando egli va come in tempesta per lo disordine degli elementi? Ma è di pochi l'intenderlo (siegue Crisostomo), e che maraviglia s'è di pochi l'attendervi? Sì deboli di capo siam noi e sì possenti sono a levarci di senno i mali; e dove sarebbe più che mai da levare alto la testa e stupir l'arte del gran nocchiere del mondo Iddio, come il chiamano anche i filosofi idolatri, ci abbandoniam perduti, e né pur rammentandolo crediam la natura, di cui mai non gli esce di mano il timone, andar senza governo che ne ordini gli sconserti e le dia regola nelle tempeste. Per ciò, quando gli apostoli nella barchetta, sorpresi da una troppo violente burrasca a un troppo debil legno, svegliarono il Salvatore, che, più che in porto, tranquillamente dormiva, scotendolo un di loro e tutti insieme gridando: "Domine, salva nos, perimus", egli, risentitosi, non si volse ad acquetare in prima il mare, ma il cuor de' discepoli; e ciò con un amoroso rimprovero d'uomini di poca fede: come quegli a cui il timore avea sollevata nell'animo maggior turbazione e tempesta che il vento in mare. S'egli era desto e veggente, montassero l'onde alle stelle: non temerebbono affondare. Dorme: il credono come non presente e l'han come se non l'avessero; ed essi soli erano i lontani da lui, essi i veramente addormentati, non intendendo i misteri di quel sonno, e molti e grandi; fra' quali ancor questo: insegnar loro che non perciò che Iddio si mostri a guisa d'addormentato nel governo del mondo mai ne abbandona le redini o la natura glie le ruba di mano in quel poco allentarle ch'egli tal volta fa, a gran consiglio, quando ella imbizzarrisce a guisa di sciolta dall'ubbidienza e libera dal maneggio in che perpetuamente la tiene. Sopra che sarebbe da udirsi, con ugual pro e diletto, una intera orazione di Basilio vescovo di Seleucia, in cui fa sentir Cristo, nell'atto di por giù il capo a dormire, dare un cotal segreto ordine al mare: Esto mihi discipulorum praeceptor et, pro flagro, fluctum terrorem iniice. Attollantur undae tuae, armentur venti, iactetur undequaque scapha, naufragii minae intententur, mors ostentetur, mortis expectatione pendeant. Usque ad spem tamen instet terror: nam terreri volo, non occidi. Poi, rappresentate al vivo le due tempeste, e del mare e dell'animo degli apostoli, e l'affannoso ricorrer di questi al porto che aveano in barca, e pur come ne fosser da lungi temevano di perire, fa ergere il Salvatore e dir loro: "Che sbigottimento è cotesto in che vi veggo paurosi e disanimati? Il vostro timore accusa la vostra miscredenza ond'egli nasce. Turbati dentro nell'animo all'estrinseco turbamento del mare, come voi altresì foste un'insensata natura che s'abbandona a che che sia che la sospinga e rapisca. Ancora sta il vostro legno su l'acque, ancora è intero, e la vostra fede già è rotta, già naufraga e profonda? Così mirate sol dove siete, e non con chi siete? O non ha la fede forza da stabilirvi nell'istabilità del mare e piantarvi in mezzo alle sue onde fermi come uno scoglio? O dignas Domini voces! Vult fidei vim rebus conditis esse valentiorem et ad fidei praesentiam omnen ab anima desperationem eliminari". Così egli.

 

Ma forse a intendere quanto più d'estimazione e di lode torni a Dio da gli sconcerti che dal regolato ordine della natura, varrà il rammentare un'antica e veramente strana legge de' Persiani: ed era che, morto il re, si vivesse in tutto l'imperio per cinque dì senza legge. Per ciò, come rimosso dalla bocca della caverna d'Eolo il sasso che indarno repugnanti ve li chiudeva, ne usciron, colà appresso il Poeta, i venti a mettere la terra e 'l mare in iscompiglio, così allora, data licenza alla licenza, tutto l'imperio si sconvolgeva. Ognuno in guardia e in armi: chi a vendicar le ingiurie, chi a farne; non sicura l'onestà se non nascosa, non la roba se non difesa; chiusi i tribunali alla ragione, e tanto libero quanto impunito il mal fare: in somma, tolto il timore, cioè il freno di bocca all'ardire, nulla v'era che non si ardisse; e il regno, poco anzi tutto in pace e in silenzio, diveniva un campo di battaglia, un bosco di masnadieri, un serraglio di pazzi, ma scatenati e sicuri dalla sferza. Proclamato il nuovo re, rinsavivano: e tanto più caro l'aveano quanto freschissimi dal provare a proprio costo il danno ch'era mancarne: ché a questo sol fine, di far intendere il bene dell'un contrario dal male dell'altro, si ordinava. quella barbara sì, ma non isciocca né inutile dispensazion dalle leggi. Or non c'insegna egli la sperienza che appena mai si lievano gli occhi a Dio e riconoscerlo re e governatore della natura, che quando egli alcuna volta l'assolve dall'imperio di servirci? E non poetizza il Savio colà ove la esprime quasi avente conoscimento e sdegno delle offese che a Dio si fanno e come un lione in catena rugghia, infuria e s'avventa, ma non può altro, s'egli non la discioglie; e ben nel priega: Creatura enim tibi factori deserviens, exardescit in tormentum contra iniustos. E se alcuna licenza le dà, ben allora s'intende qual signoria egli abbia sopra questo universo: se il compose chi lo scompone, se l'ordinò chi il disordina, se gli di è il primo essere e gliel mantiene, e può, sol che il voglia, come disse il fortissimo Macabeo, universum mundum uno nutu delere. L'artificio poi di questa aggiustatissima machina e l'ingegno del così bene organizzarla e l'assistenza al tenerla continuo in opera di servirci, accordando per ciò le tante e fra lor sì diverse, o per meglio dire avverse e contrarie sue parti, quando mai più chiaro si vide che s'egli un pochissimo la sconcerti? L'ammirabil lavoro de' gigli (e il medesimo è d'ogni altro fiore) S. Ambrogio non trovò maniera per cui più metterlo in istima di cosa all'umana industria del tutto impossibile ad imitare, che ponendone avanti di qual che sia gran maestro, d'ingegno e di mano spertissima a ogni lavoro, uno smembrato e diviso nelle sue parti. Qui il gambo, qui le foglie, qui le fila che gli sorgon nel mezzo e quella polvere d'oro onde sono asperse in capo: ogni cosa di per sé. Or voi ricommettete queste membra in un corpo: rappiccate a suo luogo le foglie al gambo, ordinatele come prima, rivestitelo delle sue pelli, riformatene un giglio. Èvvi chi tanto possa, o almen ne sappia il come? Si quis hunc florem decerpat et sua solvat in folia, quae tanti est artificis manus, quae possit lilii speciem reformare? Quis tantus imitator naturae, qui florem hunc redintegrare praesumat? E di qualunque sia parte della natura non è egli vero altrettanto? Se la terra trema e si dibatte, chi la sa puntellare tal che la rifermi? Se il mar trabocca, chi gli può mettere argini al lito e racchiuderlo ne' suoi confini? Se i monti s'aprono e gittan fiamme dalle viscere o versan rivi di fuoco, dov'è l'arte per condur fiumi alle lor cime e rispegnerli? Che contraveleni abbiamo da sanar l'aria quando ella ammorba e ci attossica con la peste? Che ordigni per tirar da lontano le nuvole a innaffiare i nostri, per lo lungo secco, aridi seminati? E come possiam cacciarnele e tornare il sereno e 'l sole? Chi può sgroppare il nodo de' turbini, chi mettere o spennar l'ali a' venti? Non si adopera l'ingegno, che non v'è, a rifar quel che Iddio guasta, ma ben sì ad intendere ch'egli che il guasta il fece, e solo egli può riconciarlo. Per ciò a lui solo se ne invian le suppliche, a lui si porgono i voti, come a chi solo il può. E se ciò mai non avvenisse, quanti si persuaderebbono esser necessità di natura quello che è liberalità del Creator d'essa? E se tanti v'ebbe che altro Dio non conobbero che il mondo, avvegnaché così facile a sconsertarsi, che sarebbe – dice il Boccadoro – se nol provassimo sì sovente or in una or in altra sua parte manchevole e difettuoso?

 

Così dunque Iddio più si conosce e per noi gli si rende più ossequio per lo guastamento che per lo continuato ordine della natura. Come già ad Apelle una sua Venere maravigliosamente dipinta e da Augusto dedicata nel tempio di Giulio Cesare che l'adottò in figliuolo. Ella era, o dal tempo o da qual si fosse altra cagione, in parte guasta; onde, a ristorarla, chiamaronsi i più famosi maestri dell'arte: ma niun vi fu per miracolo che s'ardisse a mettervi mano, disperati d'uguagliare con la lor giunta il rimanente, o d'avvicinarglisi almen tanto che l'accozzamento di quelle parti troppo diverse non paresse un mostro. Con ciò Apelle salì più che per altra sua opera in pregio d'impareggiabile, et ipsa iniuria cessit in gloriam artificis.

 




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