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| Daniello Bartoli La ricreazione del Savio IntraText CT - Lettura del testo |
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CAPO DECIMOQUARTO L'originale del volto umano ritratto in noi dalla Providenza con innumerabili copie, tutte d'invenzioni diverse e pur tutte al naturale.
Scesi di grado in grado per le diverse nature che dal sommo all'imo compongono questo gran mondo, converrebbeci ora, per lo medesimo ordine, risalire dall'imo al sommo del piccolo, che è l'uomo. Così facendo, riuscirebbeci come a Galeno, che di sé per pruova il testifica, diventare, di notomista, teologo e, trovando in noi, a cento doppi, miracoli più che parti, nel descriverle ad una ad una comporre, dice egli, un vero inno di lode a Dio, della cui sapienza siamo artificio e delle cui sacrosante mani lavoro. Ma il ciò fare sarebbe quel che ben avvisa il Crisostomo, un mettersi a correre per attraverso un pelago altrettanto profondo che immenso, e da perdervi, non da ricrearvi, la mente: che per ciò, secondo il consiglio di Plutarco, conviene o passeggiar lungo il mare o barcheggiar lungo la spiaggia: cioè, dice egli, né ingolfarsi in troppo alte speculazioni, né ritenersi dentro il puro material delle cose, ma temperar discretamente l'uno coll'altro: come si fa in riguardo dell'occhio, che muore così nella troppa come nella nessuna luce, peroché qui non s'illumina e ivi s'acceca; dove alla temperata d'opacità e di chiarezza in un bel colore tutto si ravviva e conforta. E ciò vuole intendersi anco nel solo imprendere la considerazione del corpo umano: peroché l'anima, maggior d'ogni altra cosa, sol non è pari a sé stessa, in quanto per molto che dell'essere e dell'operar suo specoli e comprenda, mai non ne adegua il tutto, che è testimonianza di quel somigliante a Dio ch'è in lei; onde anch'ella a sé stessa dee quel che alle divine cose: riverirsi con la maraviglia, non comprendersi col pensiero. E ben giusto fu il correggere che il teologo san Gregorio fece quel commun detto, che corre anco fra' savi ed è continuo in bocca del volgo, l'uomo essere un piccol mondo: essendo egli veramente tutto all'opposto un gran mondo entro ad un piccolo; conciosia che, a mettere in proporzione fra loro la vastità della mole nell'uno coll'eccellenza de' pregi nell'altro, questi trascendono quella a sì gran misura che l'eccesso non può comprendersi con misura. E pur tuttavia, fermandoci tra' confini del puro essere naturale, quale scienza, qual arte v'è che a ben descrivere quel tutto d'artificioso e d'ammirabile ch'è in noi non sia di mestieri più che mezzanamente saperla e averla continuo alla mano? Io per me, anche in solo divisarne i generi, v'ho scoperto materia da potervisi sodisfare, per non dir atterrire, ogni grande ingegno, e compilarne un ben ampio volume. Per non far dunque il convito della gru e della volpe d'Esopo, che, secondo Plutarco, è ragionar troppo alto o disputar profondo, e male sta dove si parla con molti e solo a fin di ricrearsi con utile, ristringerommi nella presente materia, quanto al corpo, a considerarne solo il volto e le mani; quanto all'anima, null'altro che i sogni: cose, intorno al cui materiale non fa bisogno di faticar per intenderle; ma chi mai crederebbe ch'elle pur tanto avessero del divino, e sì possenti e chiare dimostrazioni fossero di quella savissima Providenza che a sì grand'utile le ordinò? E veggianlo primieramente ne' volti.
Lionardo da Vinci dipintor lodatissimo, singolarmente nella proprietà e vaghezza dell'arie e non men felice ad esprimerle con la mano che a figurarsele con la mente, anch'egli, come Diogene con la lanterna in mano di mezzodì e dove più folta e varia era la turba degli uomini, andava tutto aggirandosi in cerca d'un uomo. Ma come Diogene, da filosofo, un ne desiderava di bell'anima per la bontà de' costumi (miracolo a trovarlo in que' tempi) così il Vinci, da dipintore, ve ne cercava di bel corpo, per la ben misurata proporzion delle parti e grazia delle fattezze. E se, fra tanti che gli si paravano finanzi difettuosi e mal figurati, gli avveniva d'abbattersi in chi che si fosse, uomo di bella testa, cioè, com'essi dicono, pittoresca, e d'aria in volto ben disegnata e rispondente, dimentico ogni altro suo affare si dava a seguitarlo senza mai dipartirne l'occhio, studiandolo e facendo il ritratto di quel pellegrino originale, se altrimenti non gli era permesso, con effigiarselo tutto al naturale dentro la fantasia: e di cotali vive e scelte imagini se ne avea fatto un teatro, una piena galleria in mente, di varie età e varie forme, ciascuna, in suo essere, singolare; le quali poi copiava mirando in sé medesimo, e usavale al bisogno. Saviamente in quanto pittore: di cui sì gran lode, e di sì pochi, è la dovizia, la proprietà e la sceltezza dell'arie; onde ancor questa degnamente si conta fra l'eccellenze dell'incomparabile Bonaruoti: non essergli mai usciti di mano due volti d'un medesimo volto; così tosto formata che avesse una qualunque effigie, ne rompeva la stampa, cancellandosene l'idea di mente, o pur serbandola solo per riscontrarla e dare, ad ogni altra nuova figura, nuovi lineamenti ed aria d'invenzione. E chi ha il vero gusto nell'arte, e per conseguente l'occhio che ne intenda il fino, oltre alle diverse attitudini delle vite, e posate e moventisi, col risentimento di tutti e soli que' muscoli che così atteggiate richieggono (nel che il Bonaruoti fu obedientissimo alla natura) incredibile è il piacer che riceve dall'esaminare i volti del suo famoso Giudicio, in cui ha un sì gran popolo di figure; e, confrontandoli, trovar ciascun'aria sì propria di ciascuno, ch'ella fra tutte è sola, e per ciò singolare.
Ma chi vuol dilettarsi innocentemente e da savio intorno a qualunque sia volto eziandio se di fattezze, comunque esser possano, mal disegnate, fermisi in faccia ad una moltitudine d'uomini, quanto più numerosa tanto al goderne più acconcia, e lento lento vada coll'occhio avvisandone a un per uno i volti e vegga se, fra cento mila, due soli ne troverà al medesimo conio invariabilmente stampati. Ben ne vedrete de' simili e, quel ch'è maggior maraviglia, in gente che non s'attengono l'uno all'altro in niun grado di parentela, anzi han le fonti del proprio sangue più lontane che l'Indo e 'l Tanai; ma nondimeno, salva la similitudine, li troverete dissimili, e sovverravvi a dirne, come il poeta delle dee marittime che Vulcano effigiò nel carro del Sole:
facies non omnibus una est, nec diversa tamen: qualem decet esse sororum.
Or non è questa una delle più vaghe in sé, delle più curiose per la cagione e per gli effetti che ne sieguono, delle più considerabili maraviglie che abbia il mondo? Ma chi neanche degna di pur badarvi? Et miratur alla homo, cum sit ipse mirator magnum miraculum, disse vero S. Agostino. Così anche di ciò è ragionevole il dolore che per tanto meno avea quell'istorico che, veggendo in un de' più frequenti luoghi di Roma una statua, non si sapea di cui mano, ma di sì eccellente lavoro che per fin Prassitele ne perdeva, e qualunque altra nobil città, avendola, ne diverrebbe il doppio più nobile, riputandosi a gran pregio il farle di tutta sé un teatro, quivi nondimeno, niente più che in un diserto, non v'era chi, non che fermarsi a considerarla qual fosse, neanche levasse in verso lei gli occhi a veder che vi fosse. E ciò, dice egli, perché, come Roma era la patria commune e delle arti e delle nazioni di tutto il mondo, v'avea quivi due popoli oltre numero grandi: l'uno di statue condottevi da ogni parte, l'altro d'uomini accorsivi da ogni patria; e quelle, ancorché di straordinaria bellezza, per la moltitudine si rendevan cosa ordinaria, questi, per le faccende che gli svagavano ad altro, non v'attendevano: quoniam otiosorum et in magno loci silentio apta admiratio talis est. Così è dell'aver noi continovo inanzi questi, non per ciò meno ammirabili perché poco avvertiti, lavori della sapienza di Dio, la quale è la statuaria che ci forma e delinea le fattezze, figurandone a ciascun le sue proprie, con una prodigiosa fecondità di sempre nuove invenzioni. E ben l'osservò il moral Filosofo, e 'l di è anco ad ammirare al suo Lucilio, come spettacolo degno delle lor menti; avvegnaché per quella loro stoica alterigia, ch'essi avvisavano esser grandezza d'animo e nobiltà di pensieri, appena degnassero d'ammirare i miracoli. Or egli, Inter cetera, dice, propter quae mirabile divini Artificis ingenium est, hoc quoque existimo, quod in tanta copia rerum, nunquam in idem recidit: etiam quae similia videntur, cum contuleris, diversa sunt. Il che come sia da stupire singolarmente ne' volti intenderassi, osservando quanto sian poche le membra che li compongono, quanto angusto lo spazio in cui tutte s'alluogano, e ch'elle han sempre la medesima situazione, sì fattamente che il punto disordinarle (come a dire piantando l'occhio in fronte a' Ciclopi) sarebbe far de' mostri; nondimeno, tanta diversità di figure abbiano i volti quanti sono in numero i volti: e dove, come bene avvisò sant'Agostino, similitudinem iustius videtur exposcere natura communis, miracolo di natura poi sia il trovar fra due, eziandio se gemelli, tanta similitudine di fattezze che non abbiano in che l'uno disferenziarsi dall'altro.
E qui vo' che per diletto insieme e per più interamente comprendere ed ammirar l'ingegno di quel divino artefice, lavoro delle cui mani noi siamo, avvertiate quel che il medesimo sant'Agostino e prima di lui Minuzio Felice e Galeno, e poscia altri ottimi intenditori dell'artificio de' nostri corpi considerarono: e piacenti darvelo a vedere a un tal lume che, se mal non avviso, varrà a metterlo mirabilmente in chiaro. Quel re Demetrio, a cui, pari al valore, la perizia dell'espugnar le città meritò il glorioso titolo di Poliorcete, non men bravo ingegnere che capitano, lavorava machine militari, incontrastabili quanto alla forza dell'atterrar le indarno saldissime mura delle fortezze e gittar per tutto dentro la città pietre di smisurata grandezza, che macinavan le fabriche e tal menavano un fracasso che n'era lo spavento commune niente minor che il danno particolare. Ma quelle medesime machine erano tutto insieme, quanto all'apparenza, sì belle, che chi non ne vedeva gli effetti le potea giudicar lavorate sol per vederle e dilettarsene l'occhio: e raccorda lo Storico che per fino i nemici chiedevano a prieghi un po' di triegua e traevano a vederle, e lor pareva miracolo ch'elle quiete fossero quelle terribilissime che, movendosi, le provavano; come altresì di poi, provandole, ch'elle fosser quelle dilettevolissime che le avean poc'anzi vedute. Ma che accade dir de' nemici? Mole sua etiam amicos terrebant; elegantia etiam hostes delectabant. Or vengo a' nostri corpi. Quattrocento e alcuna cosa più muscoli, che gli danno il muoversi diversamente; trentasette (anzi ancor più, secondo la notomia più moderna) paia di nervi, che dal cervello le sette, le trenta dalla midolla del dosso, che anch'essa è della medesima pasta del cervello, derivano, e, distendendosi, innumerabili sono i tronchi e i rami con che per ogni parte serpeggiano. Tante vene, che non può dirsi quante; e altrettante arterie, inseparabili lor compagne: quelle sorte dal fegato (nel che mi par da sentire co' notomisti e co' medici), queste dal cuore: che sono i due mari del sangue, l'un più grosso, in pro del semplice nutrimento, l'altro più spiritoso, al ministero delle operazioni propriamente animali; e fanno, così le arterie come le vene, innumerabili fiumicelli e rivoli e canaletti che per tutto si spandono, e corrono tutto il corpo e con insensibili trasudamenti il riempiono. Poi le cartilagini, che sono, come a dire, osso ammorbidito e pieghevole; e i tenacissimi legamenti che annodano e concatenano le giunture; e le tonache, le membrane, i veli, in tanta diversità e più e meno finamente tessuti, sì come più o men dilicato è quel che debbon vestire; e le sottili ma fortissime fibre, da attrarre, da ritenere, da gittar fuori; e le carni, di temperamento e pasta, secondo i diversi loro uffici, diverso; e le midolle, e 'l grasso per cui e le caldissime viscere non inaridiscono e, ungendosene, gli strumenti del moto son più lisci e spediti all'operare; e gli umori terrestri e densi, focosi e sottili, aquatichi e aerei, trasparenti e opachi, chiusi dentro a vasi e dispersi: e finalmente (di che vuol dirsi alcuna cosa più al disteso) ducento e più ossa, che sono la travatura che lieva su alto, incastella, figura e sostien tutto il corpo. Altre in piè di gran fusto e, come si dee, ben fusate: altre coricate attraverso e inarcate, come le costole. Il cranio, tutto in volta serrata. Le vertebre dello schienale, infilzate nella midolla e, oltre che insieme congiunte, entrando le inferiori prominenze dell'una nelle superiori scavature dell'altra, anco infra sé unite con indissolubili legamenti, onde senza pericolo di scavezzarci si snodano, e noi c'inarchiamo col fusto quanto è convenevole al bisogno: oltre che, sconcia cosa sarebbe se stessimo intirizzati e tesi come fossimo un fusto di quercia; e vi staremmo, s'elle fossero un sol osso continuo. Havvene di tali altri che per la durezza sembrano impetriti: e di qui trassero appresso i Greci il nome quelle due forti ossa che sicurano le cavità dell'udito. Altri, al contrario, rari, leggeri, spugnosi; e certi ancora bucherati come un vaglio: né v'è in essi un menomo pertugetto che non abbia il suo proprio che fare. Sonvi delle ossa vuote e midollose dentro; sónvene delle in tutto salde e massicce; delle tirate in un pezzo continuo e delle commesse di più insieme con maniere d'ammirabile ingegno; sì ben si combaciano e augnano, che hanno insieme gli effetti del diverso per la temperatura e del simile per la continuazione. Così anche il cranio, e per isvaporare il celabro e perché tutto, percotendosi, non gitti peli e crepacci, è di più pezzi d'ossa composto. Ma chi può, com'è degno, ammirar l'artificio delle giunture o, come i notomisti le chiamano, cuciture, con che si commettono? non appressandosi solamente, ma entrando gli orli dell'uno dentro a que' dell'altro, con un lavoro di sì aggiustato intaglio, che a ben considerarlo s'intende di cui mano sia opera. Finalmente son da osservarsene le scavature. Quanti vi si truovan per tutto e nicchi e canaletti e docce e condotti: e altri ciechi, altri traforati, per cui trasmetter le vene, le arterie, i nervi, o da purgar le superflue colature; e caverne che voltano e l'una entra nell'altra, come ove rimbomba il suono e si forma l'udito, e quella massima ove s'alluoga il celabro, e dove gli occhi s'incassano, e dove i denti si piantano, e dove le mascelle commettono le lor chiavi, e dove le cosce s'incavigliano alle menature dell'anca.
Or sommiam tutta in uno questa lunga ragione. Adunate voi in un tutto questa gran moltitudine e varietà di sostanze, non meno quanto alle loro intrinseche forme che quanto all'esterior figura dissomiglianti, e organizzatele in un corpo. Anzi, per non tenervi vanamente occupato intorno a cosa d'impossibile riuscimento, mirate lo stupendo artificio con che Iddio le ha insieme congiunte, disposte e fra loro ordinate, con tale avvisamento che, di tante che sono, niuna ve ne ha che non operi: e non operi secondo il natural principio dell'esser suo; e tutto insieme niuna la quale, non dico meglio, ma bene e tolerabilmente stesse altrove che dove appunto è situata; e ciò così per lo particolar suo bene come per lo commune: peroché nulla è in noi che sia di per sé, ma ciascuna parte è così ben collegata con iscambievole dipendenza e nell'essere e nell'operare, che né ella può star senza il tutto, né il tutto senza lei. Tal che, mettendo l'occhio in sol questo, non par che Iddio, formandoci il corpo, abbia atteso ad altro che all'utile, senza in nulla attendere all'apparenza. Voltate ora pensiero e, dimentico ciò che d'artificioso ha dentro questa impareggiabile machina, consideratene solo la rispondenza e proporzion delle parti, l'attitudine, il bel garbo, la grazia: e converrà che, tutto in contrario, diciate parer che Iddio non abbia atteso ad altro che all'estrinseca sua bellezza, facendo a lei sola servire l'ammassamento e la disposizione di tutte le parti interne; appunto come noi facciamo lavorando una statua di gesso: che i legni e i ferri che dentro ne formano l'ossatura e la paglia con che s'impolpano e prendon corpo non riguardano ad altro che a farne riuscir nell'estrinseco quella figura e in lei quell'atteggiamento che disegnammo. Questa, com'io diceva, è riflessione de' sopradetti autori; fra' quali S. Agostino: Quamquam – dice dopo averne a lungo di scorso – et detractis necessitatibus operandi, ita omnium partium congruentia numerosa sit et pulchra sibi parilitate respondeat, ut nescias utrum in eo condendo maior sit utilitatis habita ratio quam decoris; e per non mi dilungare dalle dissimili somiglianze che abbiamo in faccia, di che qui a parte ragiono, eccola saggiamente considerata da Minuzio Felice nel suo eloquentissimo Ottavio: in cui dimostra Dio inteso a formarci i corpi con pari avvedimento all'utile e alla bellezza, che non per tanto riuscisser ciascuno in così propria maniera effigiati, che tutto insieme fossimo simili e differenti. Così è, dice egli: nihil in homine membrorum est, quod non et necessitatis causa sit et decoris; et quod magis mirum est, eadem figura omnibus, sed quaedam unicuique lineamenta deflexa: sic et similes universi videmur et inter se singuli dissimiles invenimur. Or percioché questa, con esser tutta arte di Dio, pur nondimeno è insieme opera secondo natura, in cui ha i suoi princìpi efficienti, chi vi può penetrar sì a fondo, che li rinvenga propri e immediati? Chi sa rispondere alla dimanda di san Gregorio Nisseno, onde sia il nascere d'un figliuolo con in volto, per dir così, vari pezzi de' volti d'amendue i suoi genitori? Gli occhi e la guardatura o la fronte dell'uno, e la bocca, il naso, le guance dell'altra: anzi, o tutto ad un solo o né all'uno né all'altra in nulla somigliante, ma con l'effigie dell'avolo e forse anche di più lontano? Appunto, dice egli, come i già cenere e terra tornassero a stampar de' lor volti i loro discendenti e riformarsi e quasi risuscitarsi in essi. O se pur tuttavia dura alcuna cosa di loro entro le vene della famiglia, che ove truovi opportunità convenevole si risenta ed operi, quasdam sibi similes semper parere, quasdam viro, quasdam nulli, quasdam feminam patri; marem sibi, che dovrà dirsi essere quel possente a formare niente più che una simil fronte, o una simile bocca, un labbro, o che che altro particolare degli antichi lor volti? E perché tanti v'ha che né da' genitori, né da gli antenati ritraggono un menomo lineamento? Vorrem dire che ognuno abbia in corpo le virtù seminali e in esse le imagini de' suoi maggiori fino a Iddio sa qual grado? E ch'elle tutte insieme alla propagazion della specie concorrendo e, o permischiandosi o distinte, come l'una è più debole o più forte dell'altra, or in tutto or in parte prevalgano e stampino il bambino in cui si trasfondono senza perderle il padre, or con intera, or con solo in parte, or, se si distemperan per l'ugual forza, con affatto dissimile aria di volto? La natura, dice il Filosofo, quanto a sé, mai non fallisce che non operi l'ottimo, al qual solo, come dee la saggia maestra e come vuole la pia madre ch'ella è, sempre intende; e sol tanto dall'ottimo si diparte e dechina più o men verso il peggio quanto la materia ab intrinseco e, per sua rea disposizione, contumace, non ubbidisce al lavoro, come creta male impastata contrasta le mani e l'arte del buon vasaio; o a estrinseco, per mala attitudine della stampa, onde sovente avviene che l'opera ne riesce con alcuna a lei per altro non dovuta deformità. Or qui l'ottimo delle fattezze, qual dovrà dirsi che sia? Il più regolatamente disegnato secondo la perfetta idea d'un bel volto? O il più simile all'agente, di qualunque aria egli sia, secondo quell'altro canone, pur della natura, che ogni operante si studia di produr l'effetto, il più che possa, a lui simile? E non sol nella specie: percioché essendo la propagazion de' viventi un supplir la manchevolezza degl'individui, i quali perciò, generando, quasi sé stessi riproducono ne' lor parti, par conseguente che il più perfetto e più dall'agente inteso sia quello che più da vicino al tutto il rappresenta, per modo che, veggendo il figliuolo, in lui si ravvisi il padre e possa dirsi:
Sic oculos, sic ille manus, sic ora ferebat.
Ma sopra ciò fantastichi ognun come vuole: e se gli verrà fatto di rinvenire il vero perché di così stupendi e segreti miracoli della natura, abbiasi per lo più fortunato di quanti ben adoprano filosofando. Già nol fu il Nisseno, avvegnaché in cotal professione eminente e continuo in discorso con suo fratello Basilio il Grande, e in disputa con Macrina loro sorella, cui per la virtù venerava come santa e per la sapienza udiva come maestra: ond'è che, proposte più ad ammirar che a discutere le sopradette quistioni, se ne ritrae, come da nodi affatto inestricabili. Et haec quidem omnia, dice, admirabilia sunt, sed quo pacto fiant, nobis ignotum est. Ben possiam noi, con più diletto e più certi di rinvenirla, metterci in traccia della ragione per cui indotta la Sapienza di Dio, che nulla opera senza disegno, ordinò questi innumerabili e tutti fra lor differenti caratteri di fattezze, per contrasegnare ciascun col suo proprio: e perché ciò nel volto, cioè in quella parte di noi che non v'è al mondo nazione sì scostumata e barbara che non la porti in publico svelata e ignuda.
Avvedimento e consiglio fu questo d'una savissima providenza, e sì generale e al commun bene sì necessaria che, toltane lei, le città andrebbon diserte e noi scommunati e, senza niuno scambievole legamento di leggi, d'amistà, di commercio, saremmo mezze fiere, in quanto mezzo salvatichi e solitari. Ed è ben anche in ciò degna di singolarmente ammirarsi la sapienza di Dio, che con sì poco, e forse anche perciò da pochi avvertito, tanto ci conferisca. Come la natura, dicono i savi, ed è vero, ben si mostra nel suo operare maestra anche in ciò: che col meno ella fa sempre il più, arrivando a' suoi fini per cotal via che non ve ne può essere altra più brieve. Percioché dunque l'uomo, per natural suo istinto, è animal compagnevole e del commun vivere amantissimo, sì perché egli è armonico e civile e perché abile a ben fare altrui ed egli bisognoso di ricever bene, che per ciò anche nasciamo sforniti di quel che ci fa mestieri al sustentarci, all'abitare, al difenderci da' contrari: ciò non poteva altro che pessimamente avvenire, ove fra noi non fosse e distinzione, e unione: l'una delle quali toglie il confondimento, l'altra la divisione; e quella ci vien dal diverso carattere con che ciascuno è contrasegnato in volto differentemente da gli altri, questa dall'avere il medesimo volto scopritore e interprete de' sentimenti dell'animo, che in lui si fa come visibile e s'accommuna. E, quanto alla distinzione, fu già tempo che la porpora era interdetto usarla in Italia altro che i re; onde Teodorico, ingiungendo a Teone di soprantendervi, sì che i tintori, per frode, tramischiando al vero alcun altro simile color bastardo, non la falsassero, ne dà per ragione ch'ella regnantem discernit, dum conspicuum facit: et praestat humano generi, ne de aspectu principis possit errari. Tal che facendosi quel che Aristippo disse de' filosofi e degl'idioti, che a farli conoscere quel che sono conviene mandarli fuor della patria in estranio paese ignudi: tolta di dosso al re la porpora, non gli rimarrebbe in che, sol veggendolo, divisarlo dallo scudiere. Ma chi può separar da una faccia quegl'inseparabili lineamenti che la figuran dissimile da ogni altra? Chi accecarne l'imagine per cui ciascuno apparisce quel desso che egli è? E qual maggior debito alla verità, qual più necessaria condizione alla giustizia che ciascuno non parer tutti, e tutti non parer ciascuno, senza in che distinguere all'apparenza il savio dal mentecatto, il dimestico dal forestiere, il traditor dall'amico, il meritevole dall'indegno, il benefico dal micidiale, l'innocente dal reo, oltre che il fratello dallo straniero, l'adultero dal marito, i figliuoli propri da gli altrui? Quinci tolta la verità a' giudici, la distinzione a' meriti, la sicurezza a' commerci, la sincerità a' sangui, l'unione a' popoli; l'usar civile, l'operar giusto e le umane e le divine cose in fascio: che tutti son conseguenti necessari della presupposta confusione. Quis ergo videns differentes hominum in tot millibus formas, et nunquam secundum omnia convenientes, non mirabitur opus? Considerans vero causam, providentiae gratia differentiam formae in singulis transmutatam inveniet. Così parla Nemesio, e siegue a descriver gli effetti che seguirebbono dal contrario, come io appunto li divisava.
E non veggiam noi che un de' più usati e bei nodi con che s'intreccino le commedie è introdurvi due personaggi somigliantissimi di fattezze, come i Menehmi di Plauto:
ita simili forma pueri; ut mater sua non internosse posset, quae mammam dedit, neque adeo mater ipsa, quae illos peperit.
Quindi i fatti e i misfatti dell'uno attribuiti all'altro; il colpevole vittorioso, l'innocente, sol perché simile al reo, convinto reo del non suo fallo e in altrui scambio condannato, con que' tanti altri intrecciamenti di fortuna e giunchi d'astuzia che l'ingegno de' poeti sa farvi; e sono, quanto simili al vero, tanto dilettevoli a rappresentare: e con ciò chiaro si mostra che se gli uomini non si potessero l'un dall'altro discernere al proprio e diverso conio delle fattezze, se non ut mater geminos internoscit consuetudine oculorum, come disse Tullio in questo medesimo argomento, il vivere umano sarebbe una perpetua commedia, anzi, troppo più sovente, tragedia. E forse non ci raccordano, sì le antiche e sì le moderne istorie, di ribaldi, finissimi menzoneri, che per la somiglianza delle fattezze che aveano a' re e ad imperadori poco prima defunti, si son presentati come dessi, non morti ma trafugati, a chiedere e rivoler da gli eredi le corone e gli stati? E han saputo rappresentar sì al naturale il personaggio di cui aveano naturale la maschera, che d'alcuni anche oggidì il mondo sta in forse: come gli astronomi, delle stelle di nuovo apparite, se eran vapori tirati ad estrinseco in aria e quivi accesi, o legittimi corpi celesti. Di cotali uomini, di condizione abbiettissima e alcuni anco servile, i quali a nobilissimi personaggi si rassomigliavano, alcuni pochi ne registrò Plinio fra le maraviglie della natura, e per dare a' curiosi materia d'investigare come ella abbia sparse qua e là per la terra, dirò così, le stampe d'un medesimo volto, onde poi riesca accozzarne di lontanissimi paesi due otre che sembrino il medesimo, nato in due o tre diversissime patrie. Per ciò, ancorché falsa, pur nondimeno fu vera la ragione con che Torano, uomo di malvagio mestiere, si scolpò a Marc'Antonio dell'avergli venduti schiavi a prezzo di ducento sesterzi due giovinetti, come fosser fratelli partoriti a un medesimo ventre; ed eran nati l'uno in Asia l'altro in Europa: ma di volti tanto fra sé somiglianti, che l'un parea copiato dall'altro, se non che non si discerneva qual fosse l'originale; né altrimenti potevan distinguersi che alla favella: e appunto quel che l'occhio non ave a saputo toccò all'orecchio d'Antonio il discernerlo: e forte adirato contra il barattiere Torano, respondit versutus ingenii mango, ob id ipsum se tanti vendidisse, quoniam non esset mira similitudo in ullis eodem utero editis: diversarum quidem gentium natales tam concordi figura reperiri super omnem esse taxationem; adeoque tempestivam admirationem intulit, ut ille proscriptor animus, modo et contumelia furens, non aliud in censu magis ex fortuna sua duceret. Or che argomento bastevole al bisogno sapremmo noi ritrovare per dissomigliarci con arte, se tutti fossimo simili per natura? La geometria, per le antiche memorie che ve ne sono, nacque in Egitto. Madre le fu la necessità, padre l'interesse, assottigliatore de' più grossi ingegni. Conciosiecosa che, ricoprendo il Nilo, che ogni anno versa e allaga, i poderi d'ognuno e cancellandone i confini per lo gran lezzo che mena, continuo era il litigare che sopra ciò si faceva, anzi il venire alle mani, volendo quegli usurpare l'altrui, questi difendere il proprio: fin che s'intramise giudice incorrotta de' termini la geometria, allora solo dotta nel misurare la superficie con che a ciascuno determinava il suo, così figurato e sotto i tali angoli e lati indubitatamente compreso. Noi dunque altresì, per non esser continuo in lite sopra non che gli eredi ma i propri nostri figliuoli, dovremmo inventar mille strane figure e caratteri, e con essi bollarci in fronte. Se non volessimo far quel che Amerigo Vespucci vide fra certi barbari d'Africa: aprirci con de' gran tagli il volto, in sei e più parti, e incassarvi altrettante petruzze di diversi colori, diversamente ordinate, e grandi, dice egli, come susine; travisandoci per divisarci. E tanto basti aver detto di ciò che da sé medesimo parla: della mirabil providenza di Dio nello stamparci che fa il volto con tal varietà di fattezze, che togliendone la confusione e 'l disordine, tutto insieme dà luogo alla verità e alla giustizia, senza le quali riuscirebbe incomportabile il vivere adunati.
Non punto men necessaria della divisione, per lo medesimo fine, è l'unione, dovendosi poter far palesi dall'uno all'altro, e tal volta da un solo a molti, gl'interni sentimenti dell'animo e gli affetti del cuore: di cui come ben se ne comprendono le alterazioni al distemperato battimento del polso, così se ne intendono le passioni dal confacevole atteggiamento del volto: né fa bisogno aver la tanto ricantata finestra di Momo nel petto, dove il sembiante medesimo della faccia è un cristallo per cui l'interno, per altro invisibile, apparisce. Ben è anche a tal fine acconcio il ministerio della lingua, ma solo a gl'intendenti del medesimo idioma, solo a pochi, solo volendolo il passionato: e non in quegli affetti che, dove siano vementi, rendono mutolo. Non così il volto, che ancor tacendo parla, perché parla a gli occhi e, come segno per istituzion di natura veridico, sol veduto s'intende. Per ciò la simulazione, che immaschera l'anima di tutto altro sembiante che il dovuto al suo cuore, è tanto esecrabile a raccordarla, a rinfacciarla obbrobriosa, a provarne gli effetti dannevole: perch'egli è un far mentir la natura, forzandola ad essere testimonio falso, consapevole di congiurazioni, ministra d'insidie, complice di tradimenti. Quindi le grida e le giuste disperazioni che ne fa lo Stoico: Tempestas minatur antequam surgat: crepant aedificia antequam corruant, praenuntiat fumus incendium; subita est ex homine pernities. Eo diligentius tegitur quo propius accedit. Erras si istorum tibi qui occurrunt vultibus credis: hominis effigies habent, animos ferarum. Ma non vo' che l'artificioso reo del sembiante mi distolga dal naturale innocente, interprete degli affetti: e prosieguo ad ammirarne prima la varietà e poscia il decoro.
Tre diverse maniere di scene troviam divisate dal maestro degli architetti Vitruvio: la civile comica, la reale tragica, la boschereccia satirica, che ci è passata in uso delle pastorali; aggiungete loro la marittima a' pescatori, l'infernale a gli spiriti, e se altra ne usano i teatri. Come varie sono le azioni del principal personaggio, così lor confacevole vuol essere il luogo da cui elle si rappresentano. Or non è egli maraviglioso il diverso prendere scena che fa il volto, sì come diverso è l'affetto che in esso comparisce, dirò così, a recitarvi la sua parte? Ciascuno affetto ha la sua propria, in cui sola si rappresenta, e tal una di queste scene è sì differente dall'altra come l'infernale dalla celeste. Né punto meno da stupire è la prestezza del tramutarsi l'una nell'altra. Peroché su' teatri non è una medesima scena che prenda varie apparenze: come a dire, la boschereccia che si trasformi in reale; ché bel miracolo d'arte maga sarebbe le foreste cambiarsi in piazze, i fiumi in istrade, le colline in tempi, le selve in palagi: ma ritirata l'una, l'altra si sporge e viene in mostra. Nel volto sì, che questo tal miracolo di natura si vede: peroché rimanendo il medesimo muta scena e tutto in contrario si trasfigura. Come a vedere una faccia atteggiata di malinconia e di tormento, dolentissima al par d'una Niobe che tutta si fonde in lagrime sopra i cadaveri de' suoi figliuoli, al recarsi d'una novella d'altrettanto estrema che inaspettata allegrezza passa tutta in istanti dall'un contrario all'altro, e fassi giuliva e festeggiante, che non v'è cielo, divenuto repente di nuvoloso sereno, che sì al naturale la contrafaccia. Or chi sa dirmi che funi, per ciò fare, si tirino, che ruote si voltino, che machine dentro si muovan dal cuore, ch'è l'ingegnero che fa questi subitanei cambiamenti? E che cambiamenti: dall'un nell'altro estremo, con nulla più che un po' rialzare una parte del volto, un'altra deprimere, quella spiegare, questa raccogliere, col ministero de' muscoli, o per meglio dir delle fibre, già che secondo il sentire de' notomisti la faccia non è lavorata di muscoli. Tutto è magistero insegnato da Dio suo artefice alla natura, e da lei con segretissimi ingegni esercitato in noi, senza saperne noi medesimi il come.
Veggianne ora il decoro, cioè la convenenza del rappresentar l'affetto con un sembiante a lui sì dicevole e aggiustato, che meglio far non si possa. Ma per dimostrarlo porrovvi inanzi uno spettacolo, che per lieve che sembri, pur non sarà indegno di voi, chi che vi siate, già che fu degno degli occhi del grande Agostino e d'altri suoi compagni e discepoli. Diportavasi il Santo per ristoro della sanità stemperatagli dall'eccessivo studiare, e gli venne veduto un sanguinoso duello di due gallinacci, per avventura rivali. Fermossi: e bello – dice – era vederli rizzarsi in su i petti, ergere, levar alto i colli e farsi l'uno, quanto il meglio poteva, superiore all'altro, come ben intendenti di quel vantaggio; indi, scoccare i colpi col becco, ch'è il lor saettare, e sempre alle creste più tenere o a gli occhi; e l'altro schermirsene e cansare: tutto con arte, avendovi i suoi contratempi, le sue finte, e 'l sottentrare e guadagnare, come a dir, l'arme al contrario, o 'l passo e 'l tempo, talché due schermidori non potrebbono meglio; et in omni motu animalium rationis expertium nihil non decorum, quippe alia ratione desuper moderante. Andò oltre la pugna tanto che l'un fu vinto, e partissi con la confusione dovutagli, l'altro glorioso con la vittoria. E qui anche bellissimi a considerare furono gli atteggiamenti delle vite, in che amendue si posero, aggiustatissimi alle diverse loro fortune. Il vincitore, in un cantar chiaro, in un andar superbo, in un paoneggiarsi altero, tutto raccogliersi in sé stesso e portar la vita come signore. Così noi faremmo in palco, se ci mettessimo in contegno di re. Il misero vinto, tutto all'opposto, con le creste sanguinose abbattute, con uno strillar lamentevole, con un andar tutto cascante, come da abbandonato: ch'era la confession d'esser vinto; et in eo ipso, naturae legibus, nescio quomodo, concinnus et pulcher. Così terminato il duello, andossene Agostino, ma seco portandone espressa al vivo l'imagine e ammirandovi l'ordine della natura, come convenientemente a gli effetti accommoda le apparenze, ed esclamava sovente: Ubi non lex? ubi non modus? e sopra ciò egli e i compagni filosofarono tutto quel dì.
Quanto più degno argomento per farlo sono le diverse figurazioni con che gli affetti ci si mostrano in volto, ciascun col sembiante a lui proprissimo e mirabilmente acconcio? Che non è stato arbitrio degli uomini, convenutisi a così usarli come de' segni affatto liberi o misti; ma propria istituzione della natura, mai non errante in eleggere quel che meglio sta in ciò che opera, come discepola esecutrice d'un superior magistero che la muove con regola di perfettissimo intendimento. Lungo a dismisura, oltre che fuor del bisogno, sarebbe l'andar qui delineando ad uno ad uno i diversi atteggiamenti che può prendere un volto, e riscontrarli con la disposizione o movimento dell'animo che li cagiona. Odio e amore, desiderio e dispetto, malinconia e giubilo, disperazione e fidanza, ardimento e codardia, piacevolezza e furore, compassione e crudeltà, leggerezza e contegno, disprezzo e maraviglia, modestia e alterezza, abbiezione e maestà, e che so io? E d'un medesimo affetto sembianti più o meno espressivi, come forte o rimesso è il grado dell'alterazione a che salgono. Ben sa per pruova chi ha per arte l'imitarli in disegno quanto malagevol riesca atteggiar più volti d'una medesima passione, dandone a ciascuno il suo giusto dovere, secondo quel poco o molto che ne partecipa. Quindi il velar che Timante fece ad Agamennone il volto, non trovando come effigiar convenientemente al decoro un padre addolorato per l'uccisione d'una sua innocente figliuola; ma padre insieme e re: onde il dolore, come di padre, dovea esprimersi tenero, e come di re, maestoso. Né sol di padre e di re, ma tutto insieme di guerriero e conduttore d'eserciti; e come accordar con la tenerezza e la maestà de' due primi la generosità del terzo personaggio, già che egli solo tanti ne rappresentava? E questa, per mio credere, fu la cagione onde quel valente uomo disperò l'impresa, confessando l'ingegno suo, e quello dell'arte in lui, vinto dall'eccellenza dell'argomento: non perché solo, come racconta l'istorico, nell'esprimere i volti mestissimi de' circostanti, tristitiae omnem imaginem consumpsisset. Quindi anche il martoriar che Parrasio fece un infelice vecchio, schiavo di guerra, da lui sol per ciò comperato: straziandolo a stiramenti di nervi, a trafitture e tagli, a vive vampe di fuoco, tanto che in fine l'uccise: e ciò per vedere come crescendo in un tormentato il dolore, glie ne cresceva in volto l'espression dell'effigie, sino ad averlo qual gli faceva bisogno, degno d'un Prometeo che da lui ritraeva, incatenato al Caucaso, col petto squarciato e 'l cuore in continuo pasto d'un'aquila: il che fu, come ben disse Argentario, fare un Prometeo vero per dipingerne un favoloso. Or tutte queste varietà di sembianti, eziandio molti e diversi in un medesimo affetto, sì come a ciascun suo grado è dovuto, veggonsi in ogni volto per magisterio della natura rappresentati. E per non mi diffondere anco a dir de' colori con che sì al natural si dipingono (ché questa altresì è parte della materia e da poterne discorrere nobilmente) gli occhi, comunque il cuore sia passionato, anzi, che che egli si voglia o non voglia, nol dimostran chiarissimo? Non par che l'anima in essi, stetti per dire, si vegga? E ben secondo il vero li chiamò sant'Agostino finestre dell'anima, perch'ella ivi si affaccia, non a veder solo, ma ad esser veduta sino al profondo de' suoi pensieri, fino all'intimo de' suoi affetti. Essi ridono così ben come piangono, e chiamano e ributtano, e lusingano e minacciano, e concedono e niegano, e comandano e insospettiscono e si maravigliano: e l'amore e l'odio, e la pietà e la fierezza e la stima e l'impudicizia e l'onestà e qualunque altro sia buono o reo movimento dell'animo ha con che farsi intendere le sue proprissime guardature.
Così eccovi dimostrato come la distinzione e l'unione, amendue, né so qual più, necessarie al commun viver degli uomini, le ha Iddio, con altrettanto facile quanto maraviglioso artificio della savissima sua providenza, ordinate, senza altro fare che divisarci i volti, effigiando a ciascuno il suo proprio con fattezze dissomiglianti da quelle d'ogni altro: e collegando gli estrinsechi e visibili cambiamenti nel variar del sembiante a gl'intrinsechi e invisibili movimenti nell'alterarsi dell'anima. Or niente men dilettevoli a noi, e a cui ne fu l'inventore gloriose, ci riusciranno a considerare le mani: scelte da me più volentieri che niun'altra parte di noi, peroché per intenderne l'artificio e l'uso non sarà mestieri a chi legge essere né matematico né notomista, ciò che l'occhio e 'l cuore, il doppio più ammirabili, necessariamente richieggono.
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