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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO SECONDO
    • CAPO PRIMO
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LIBRO SECONDO

CAPO PRIMO

L'ignoranza filosofante senza giudicio ne' giudìci della sapienza di Dio.

 

Che la Luna si eclissi e scuri, quando ella ci apparisce, più che mai sia, piena di luce, i filosofi della Cina, prima che il Padre Matteo Ricci gli addottrinasse nelle naturali e nelle divine scienze, il recavano non al tramezzarsi della Terra, la cui ombra sale fino alla Luna e l'involge e ottenebra, ma ch'ella, trovandosi dirittamente in faccia al Sole e divenuta tutto occhio a vagheggiarlo, tanta è l a bellezza che scuopre in lui, ch'ella ne va, come a dire, in estasi e perde i sensi e lo spirito, onde tutta misviene. Così l'eclissi della Luna da que' savi si definiva un forte accidente di maraviglia, per l'eccessiva e insofferibil bellezza che la Luna vede nel Sole quando n'è piena. Al contrario poi, ch'ella eclissi il Sole sarà perché allora scema, anzi affatto vuota di luce (in quanto appare a' nostri occhi) come cieca nol vede: così, non che l'ammiri, neanche il conosce, e gli passa inanzi e l'offusca. Questa a me pare una di quelle piante che lasciata nel suo natio terreno è velenosa, ma traspiantata in altro paese e sotto altro cielo divien salutifera, non che innocente. Tolta adunque dal naturale in cui nacque e dove è falsa, e trasportata nel morale, diventa verissima. Conciosia che, se il lume del Sole nella Luna altro non è che il conoscimento di Dio in noi, eccone tanti gradi quante apparenze ha la Luna. Due ve ne ha estremamente opposti, gli ateisti e i santi: quegli, scemi o, per meglio dire, affatto vuoti di luce, eclissano il Sole, cioè niegano che vi sia Iddio; questi, al contrario, se ne riempion di tanto, che sovente avvien loro d'eclissare, cioè smarrire i sensi, e in un'estasi di maraviglia perdersi e disvenire. Tutti gli altri si truovano in alcun grado fra questi due estremi: e chi più s'accosta allo scemo, e chi più al pieno. E per dire ora sol de' primi, che sono in maggior numero eziandio tra' fedeli, ben credono esservi Iddio; ma avete voi mai osservata in occidente la Luna fatta d'un dì? Ella è un tanto sottile mezzo cerchiel di luce, che pare un fil d'argento: e nulla men che fosse, nulla parrebbe. Tale in essi è il conoscimento che han di Dio: una sì debil cosa, che se la Luna è specchio che rappresenta il Sole, chi nella lor mente può ravvisare Iddio? Sì difformi dal vero, sì mostruosi sono i concetti che talvolta ne formano. Se il priegano, e la grazia per quantunque piangere e aspettare non viene; se sono oppressi, massimamente a torto, e l'altrui malvagità alla loro innocenza prevale; se veggono morir giovinetto chi meritava di viver sempre, e vivere un secolo chi non era degno di nascere; se prosperar gli empi, e le ricchezze, gli onori, la sanità, la numerosa prole e tutti alla rinfusa i beni di qua giù votarsi loro in seno, come già il fariseo, veggendo la Maddalena tanto affettuosamente toccare i piè ignudi a Cristo, disse fra sé medesimo: Hic si esset propheta sciret utique, quae et qualis est mulier quae tangit eum, quia peccatrix est, similmente ad essi entrano in cuore certi, io li vo' chiamar mitemente, mezzi pensieri: conosce egli Iddio i perversi uomini che son costoro? E non lascia egli careggiarsi da essi, ma essi lui strapazzano ed ei li careggia? E in tanto i buoni non gli sono in niun conto? Vede egli le cose di qua giù? E non le vede sol, ma le cura; né consente o permette, ma di sua mano distribuisce e comparte i beni e i mali: e d'onde tanta disuguaglianza, senza rispetto a' meriti? tanta parzialità, e il più sovente in danno dell'innocenza? Starebbene ella peggio, s'ella fosse in ira al cielo? Tanto sol non perde quanto non ha; par che non le si dia nulla, perch'ella merita tutto: così, o accatta o muor di fame; e quante volte, non udita se chiede, se dice sua ragione non intesa, se litiga condannata: oppressa, perché non resiste con violenza, carica di patimenti, perché li porta con pazienza.

 

Al contrario la malvagità: essa è la prosperata, la ben in carne, la ricca, la sempre ridente, la beata. Pensier molesto mai non le rompe il sonno; malinconia mai non le annuvola il cuore; timor di disastro mai non le intorbida l'allegrezza. I giorni a lei corron sereni, le notti tranquille, il cielo sempre ugualmente benefico: né ha speranze che la tradiscano, né desiderio in fiore che non leghi e fruttifichi e maturi. Èvvi nave a cui tutti i venti spirino in poppa, tutti i mari si spianino in bonaccia, tutte le stelle ridenti la guidino, tutti i porti, a lei sola franchi, l'accolgano e carica di quanto ne sa volere la spaccino? Ella è la fortuna della malvagità. Èvvi rocca per munizione sì ben difesa, per sito da sé medesima sì guardata, che né v'entri disastro a sorprenderla per tradimento, né miseria arrivi a darle scalata, né batteria d'alcun danno vi possa, non che far breccia, ma giungere di volata? Questa è la sua casa. Quivi ella regna: quivi le dignità la coronano, gli onori la corteggiano, i contenti la servono, le delicie le imbandiscon la tavola, l'abbondanza le accumula i tesori, la felicità sul dado del piombo veduto da Zaccheria le tien ferma l'età dell'oro, favolosa nel secolo degl'innocenti che mai non fu, vera in quel più che anno platonico de' malvagi che mai non finisce. In tanto il cielo spesso s'adira e si annuvola e romoreggia e minaccia: e dopo mille tuoni che scoppiano a vuoto, pur finalmente carica e gitta un fulmine; ma che? O egli va a spegnersi in mare, o trapassa il fianco a una insensata montagna, o, come tirasse vanamente al bersaglio, spunta una torre, o peggio che innocente conquassa un tempio e ne rovina i sacri altari: come non v'avesse prostiboli da mettervi fuoco, né empi da diroccar loro in testa le case. Che direm poi de' diluvi, de' tremuoti, delle pestilenze, de' turbini, delle tempeste, delle sterilità, delle inondazioni de' barbari? Havvi in nulla rispetto a merito? Havvi differenza fra innocenti e rei? E ne' subbissamenti delle città, nello scempio de' popoli o per infezion d'aria o per allagamento d'acque o per fame che gitti o per guerra che tutto metta a ferro e a fuoco, si dà salvaguardia a' buoni, passaporto, franchigia, scampo? O non va tutto in un fascio a una medesima sorte la zizzania e 'l buon grano? Ed io non per tanto ho a credere indubitato che le cose umane vadano non a ventura di caso, ma a regola di providenza, e che mal dicono gli empi, colà appresso il Savio, Iddio, pago sol di sé stesso, non curar nulla di noi, e tutto maestà, tutto gloria, passeggiando i cieli non degnar sì basso che di colasù altissimo metta l'occhio in questo vile e fangoso tugurio della terra?

 

Così essi; e voglia Iddio che in bocca loro io non abbia messo il cuor di molti, e i taciti lor pensieri espressi in favella sensibile. Conciosia che, d'onde altro in quasi tutta la dolente schiatta d'Adamo, le scontentezze, i lamenti, le inconsolabili smanie, qualvolta ci sopravengono delle calamità tutte nostre, o delle universali di cui noi altresì siamo a parte? D'onde allora le freddezze del cuore nell'amor di Dio, e 'l parerci di non essergli né figliuoli, né servi, né nulla che gli s'appartenga o gli sia in cura? E di qui gli abbandonamenti d'animo e le sconfidanze e i timori; e certi mezzi tramortimenti dalla Fede, barcollante fra 'l sì e 'l no del governarsi il mondo, e quanto in lui si fa, con infallibile providenza; e in fine l'aver le cose della vita avvenire come quelle del Gran Cataio, che par cortesia anzi che debito il crederle: tutto ciò, dico, onde altro avviene che dal non esser noi indubitatamente persuasi nulla avvenirci, or sia prospero or avverso, che Iddio nol sappia, nol voglia, nol faccia? E verità necessaria, non ingrandimento fuor di misura, esser quel detto, sopra cui Giesù Cristo impegnò la sua fede, avere Iddio numerati e conti i capegli de' nostri capi, e non cadercene pur un solo, ch'egli non glie ne dia licenza. Quanto più poi del venirci in capo una corona o piombarvi un fulmine? Voglio dire, del divenir noi felici o miseri, secondo il significato di questi vocaboli nel linguaggio eziandio delle cose umane.

 

Che se poi una temeraria curiosità, la qual ne' più ciechi per ignoranza suol essere più vogliosa di vedere quel che non è visibile ad occhio vivente, ci porta a rinvenire il perché del rimanersi tuttavia al buio della verità e della fede tante nazioni incognite al nostro mondo; e del morir prima di nascere tanti bambini privi della grazia battesimale e, per conseguente, della beata vision di Dio; e del ravvedersi alla morte uomini sceleratissimi, e de' buoni mancarne a mezzo la via e rovinar perduti; e, per dir brieve, di ciò che s'attiene all'ordine dell'eterna predestinazione, qui sì che il capo debole ci si aggira e a' più savi pare indovinarla a divertirne il pensiero e tornarsi di volo a chiudere nell'oscurità dell'arca, come la colomba di No è, che mandatane non trovò su che posare il piede. Quasi non vi sia in che acquetar l'animo fino a godere di quanto Iddio dispone in questo altissimo affare come d'opera, secondo ogni dovere, così ben ordinata che meglio non si potrebbe: nulla perciò nocendo il non poterne noi qui veder le cagioni né comprendere il modo.

 

Or come io nel libro antecedente v'ho di passo in passo condotto salendo per le opere di Dio a Dio loro operatore, rifermandovi in questa indubitabile verità, e credo anche evidente, ch'egli v'è e ciò ch'è fuor di lui è da lui; così ora da lui scenderò giù a voi, e da questo principio, dell'esservi Iddio e dell'esser sua opera il mondo, ne andrò traendo conseguenti già non più solo speculativi per istruzion della mente, ma, dirò così, maneschi, e da usare al bisogno per quiete dell'animo, per moderazion degli affetti, per regola della vita. Il che come mi sia per venir fatto sallo chi m 'ha a dare quel più o meno intendimento che gli sarà in piacere ch'io adoperi. Ben so io certo che il saldamente apprendere le seguenti certissime verità è mettere il timone a una nave, cioè al cuor d'un uomo che, senza esso, è costretto ubbidire ad ogni vento e andare all'incerta qua e là fortunando, continuo su l'affondare e, con esso, a ogni vento si fa ubbidire, naviga a termine disegnato e, sia tempesta sia calma, né pericola né si trasvia.

 




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