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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO SECONDO
    • CAPO TERZO
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CAPO TERZO

Il filo d'una sola risposta, che striga da tutti i laberinti de' dubbi intorno alle più segrete disposizioni della providenza di Dio.

 

L'esservi Iddio e il non potere Iddio essere altro che un tal sommo bene di cui non possa idearsene un maggiore, in qualunque sia genere di perfezione a lui conveniente, è, come altrove dimostreremo, una di quelle che chiamano prime massime, quanto più semplici tanto più universali e ricche d'altri princìpi e conseguenti che ne derivano o immediatamente o per successivo diducimento dell'un vero dall'altro. E sì come l'impressione al moto, per cui la nona sfera, secondo la volgare filosofia, si rivolge, contiene in sé virtualmente il muoversi delle sfere inferiori, che ne secondan la forza e ne sieguono il rapimento, non altrimenti a chi il sopradetto principio muove con ordine il discorso, non ne proviene all'anima punto manco di bene di quel che tragga d'utile la natura dal movimento de' cieli, da cui ella trae ogni bene. Né per utilmente adoperarlo fa mestieri avere in capo un elevatissimo ingegno, o essere uso alle scuole de' filosofanti, o far da sé lunghe e ben concatenate speculazioni. Il talco, per isfogliarlo, non abbisogna d'altro che d'esser preso al taglio per la sua vena: per qualunque altro verso egli si dividesse andrebbe in fregoli e minuzzame da non valersene a nulla; ma fesso per l'andar suo, senza niuna fatica, non v'è numero alle falde, eziandio sottili com'aria, in che si diparte, come fosse aprire un libro d'innumerabili fogli un po' strettamente uniti. Così appunto va in questo di che ragiono. E piacemi di mostrarlo in un genere che indubitatamente è il più scabroso che sia in tutto l'ordine della Providenza; e in cui l'ingegno, come entro uno spinaio, quanto più si dibatte e s'avvolge tanto più ne addolora e s'impaccia: cioè nella division degli aiuti per l'eterna salute, e per ciò nella elezione de' predestinati alla gloria e nel ributtamento de' reprobi; e il potervisi affissar con la mente, non che senza turbazione ma con somma tranquillità e sicurezza d'animo, è virtù del sopraccennato principio, come or ora vedremo.

 

Presunzione e temerità insofferibile è il voler noi sapere il perché o il come di quello che Iddio, per ben nostro medesimo, non vuol che sappiamo. Rimandato un egiziano che fosse quel non so che ch'egli si portava sotto il mantello, rispose all'importuno, com'era degno della dimanda: "Io per ciò il porto sotto, perché non vo' che si sappia". Quis ergo revelabit, disse Tertullian, quod Deus texit? Unde sciscitandum est? Unde et ignorare tutissimum est. Praestat per Deum nescire, quia non revelaverit, quam per hominem scire, quia ipse praesumpserit. Èssi mai trovato uomo di così vogliosa e pazza curiosità, che s'affissasse con gli occhi in aria per vedervi l'armonia d'una musica, o la fragranza de' buoni odori, o l'ali e 'l volo de' venti, o qualunque altro simile oggetto che non ha colore né figura o movimento visibile? Altrettanto è – dice sant'Agostino – scrutari inscrutabilia quanto velle videre invisibilia. I savi areopagiti, cioè il senato d'Atene e tribunale della giustizia senza appello, uomini in prudenza e sapere il fior della Grecia, adunatisi a dar sentenza sopra non so quali due litiganti, poiché ne sentirono il pro e il contro delle ragioni e, ripigliatele ad esaminare, quanto più le dibatterono tanto più vi trovarono insolubile il nodo, alla fine, salva l'equità e la riputazione, convennero in questo nuovo e saggio partito, di citar le parti a comparire di lì a cento anni; e se ne registrò il perentorio negli atti publici di quel tribunale. Voller dire, come ognun vede, quello essere un viluppo da non potersi strigare a vita d'uomo. Or quanti e quanto strani e di scioglimento impossibile sono i gruppi che ci si presentano a snodare intorno alle libere operazioni di Dio nello spartimento delle sue grazie? Delle quali, com'egli medesimo ci dicesse quel che Cristo a San Pietro, Quod ego facio tu nescis modo, scies autem postea, altro savio partito non ci rimane a prendere che dir loro: "Tornate di qua a cento anni: ché sol dell'altra vita è intendere quel che qui neanche è lecito d'investigare; perché questo e non quel bambino muoia avanti il Battesimo; perché a tanti regni, a tante isole incognite e perdute nella vastità dell'oceano non giunge a farsi vedere la luce dell'Evangelio; e se uomini apostolici ve la portavano, in giungerne alla vista o surse una fortuna di vento, che li risospinse e gittolli un mezzo mondo lontano, o per traversia di tempesta rotti o stravolti annegarono.

 

I Caiani eretici, raccordati da sant'Epifanio nella sua Africa in cui adunò tutti i mostri delle antiche eresie, usavano d'un tal libro apocrifo intitolato La salita di Paolo apostolo al terzo cielo. Ivi ne leggevano le arcane parole e non lecite ridirsi da uomo: e dove il medesimo Apostolo, ragionando degl'incomprensibili giudìci di Dio e delle non investigabili sue vie, si gitta nello stupore e dà nelle sclamazioni sopra l'altitudine delle ricchezze della sapienza e della scienza di Dio, e protesta non essere privilegio d'uomo vivente il poterne rinvenire il capo, que' malnati vantavano d'avere in carta diciferato dalla sua penna quel che in voce non s'ardì a spiegar la sua lingua. Ma che fede a notissimi mentitori? La donna operatrice del miracolo d'Eliseo, nel divider l'olio multiplicato e riempirne le vasa vuote, si serrò l'uscio dietro; e quel gran mistero dello spartire che l'infallibile Providenza di Dio, cui ella figurava, fe' l'olio della misericordia ne' predestinati, andò segretissimo, a porte chiuse: e il fatto sopra ciò ab eterno, sta in fondo al cuor di Dio tuttavia sì chiuso che altro che l'agnello col cui sangue si scrissero i nomi degli eletti alla gloria non può schiuderne i suggelli e leggere quel sopra ogni altro impenetrabil segreto. Quindi il bel nome che sant'Agostino gli di è di profondo della Croce: che porta e tiene in veduta tutto il rimanente d'essa, ma egli sta sepellito in terra e non si dimostra a niuno: peroché ben si veggon gli effetti della divina predestinazione, che sono il levarsi e il distendersi della Croce, di cui ella è frutto, ma ce ne son nascose e al tutto impenetrabili le cagioni. Quare ergo, dice egli, illi datum est et illi non datum? Non me piget dicere, hoc est profundum Crucis. De profundo nescio quo iudiciorum Dei, quae perscrutari contemplarique non possumus, procedit omne quod possumus. Quod possum, video, unde possim non video: nisi quia et hoc hactenus video, quod novi esse a Deo. Quare autem illum, et non illum? Multum est ad me. Abyssus est: profundum Crucis est; admiratione exclamare possum, disputatione demonstrare non possum. Quid possum exclamare de ista profunditate? Quam magnificata sunt opera tua, Domine! Gentes illuminantur, Iudaei excaecantur. Quidam parvuli sacramento baptismatis abluuntur, quidam vero parvuli in morte primi hominis relinquuntur: quam magnificata sunt opera tua, Domine!

 

In tanta profondità e abisso di tenebre che, in sol mettervi l'occhio, smarrisce e fa girare il capo non dico solamente alla curiosità temeraria, ma alla più considerata sapienza, èvvi per avventura su dove posare il piè fermo e con che invigorir la mente, sì che quello non isdruccioli e rovini, questa non vacilli e si divolga? Puossi in questo pelago senza fondo non profondare, anzi caminarlo a piedi asciutti più sicuramente che già su quello di Galilea san Pietro, prima ondeggiante, poi mezzo assorto; e si lievino alto le onde e s'avventino, come a lui, furiosi i venti, tenervisi ritto su' piedi a galla? Puossi, eziandio se il mondo tutto in disordine si sconvolgesse; e provollo in sé fin da mille dugento anni addietro, e 'l lasciò in pruova ad ogni altro, Salviano vescovo di Marsiglia, colà ove fatte a sé medesimo alquante dimande, richiedenti il perché di certe solo a Dio note disposizioni della sua providenza, Possum, dice in prima, rationabiliter et satis constanter dicere: nescio secretum et consilium divinitatis ignoro. Ma percioché questo non pare altro che un chiuder gli occhi contro alla luce del sole per non abbagliarsi, riapreli, e in lui fissamente mirando il riconosce Dio, e sol tanto gli basta perché, come da un irrepugnabile antecedente, ne diduca per necessaria conseguenza: dunque, ciò ch'egli fa è ben fatto. Via di qua le dispute; via non che la temerità a dimandare, ma la sapienza umana, e sia anco l'angelica, a rispondere e dar ragione sopra qualunque esser possano le ordinazioni e i fatti della Providenza divina. Nihil in hac re opus est aliquid audire. Satas sit pro universis rationibus auctor Deus.

 

Chi mi sa dire, se può vedersi né più chiaro né più inanzi? Sì fattamente che, se fossimo da Dio introdotti nel suo Consiglio di stato a udirvi, dirò così, discutere le ragioni e vincere il partito di qualunque sia decreto che vi si stabilisca in ordine all'universal governo del mondo e alle private disposizioni di ciascuno (già che, come parla sant'Agostino, trattone sol le colpe nulla si eseguisce in questa visibil republica dell'universo che non ne venga ordine espresso dall'invisibil gran corte del sommo imperadore Iddio), più forza non avrebbono ad acquetarci l'animo le immediate cagioni di qualunque particolar decreto, di quel che per tutti insieme l'abbia questa sola universale: Iddio fa, dunque è ben fatto. Altrimenti, olà, portinsi qua a giudicare da gli uomini le bilance della giustizia di Dio, e si vegga s'elle hanno il centro in mezzo, le braccia equilibrate, la lingua diritta, i pesi legittimi. Vuolsi sapere come giustamente sopra esse s'alzino i predestinati alla gloria, si deprimano i presciti alla dannazione? Traggansi dall'archivio del suo criminale i processi, e si diano a riesaminar le cause e le sentenze capitali degli arsi vivi da' fulmini, de' profondati in mare con le tempeste e sommersi co' diluvi dell'acque, de' nabissati dal tremuoto, degli spenti dalle pestilenze, de' morti in corpo alle madri, de' nati ciechi, assiderati, lunatichi. Si rechino i suoi libri de' conti e riscontrinsi, a vedere se batton pari: se le partite sue e nostre dalle prime loro piante si ragguagliano, o s'egli è in debito di scontare; e dia anco ragione del non risponderci con gli effetti alle dimande che con prieghi e con lagrime gli facciamo. E già che siamo nel volerne risaper tutto, tragga fuori, e ci mostri le mani, e misuriangliele, se per avventura elle fossero come quelle del re Artaserse, cio è d'Assuero marito d'Ester, sopranomato Longimano, percioché l'una mano avea più lunga dell'altra; e intendasi: perch'egli ad alcuni dà scarsamente, e solo quanto è bisogno, o gli aiuti della grazia o i beni che chiamiam di fortuna, ad altri sì abbondantemente che lor sopravanza e traboccano. Sventurati, o che che altro starebbe meglio il dirci, se non sentiamo sì degnamente di Dio che pensieri a questi in nulla somiglianti né pur ci si affaccino alla mente, non che entrarci nel cuore a riempirlo d'ombre e d'altrettanto nocevoli che forsennate perplessità: come (per non dir nulla dell'operato da Dio a ben nostro in pruova del suo mero gratuito amore) il solo essere Iddio quell'infinito e incomprensibile cumulo d'ogni perfezione, d'ogni bene che convien concepirlo (altrimenti non si concepisce Iddio) non si tragga necessariamente dietro l'intendere impossibile il mai farsi da lui nulla che sia men che rettissimo: talché ad averlo per indubitatamente vero non sia punto mestieri comprenderne le ragioni, essendo di vantaggio pro universis rationibus, auctor Deus.

 

Noi veggiamo, poco men che non dissi cotidianamente, de' manifesti giudìci di Dio, ora in difesa degl'innocenti, ora in esaltazione de' meritevoli, ora in gastigo de' rei; oltre che le divine Scritture ne son piene quanto ve ne cape, e le sacre e le profane istorie ne contano memorabili esempi: per tutti i quali, ben è cieco da vero chi non arriva a discernere che Iddio ha l'occhio in cima allo scettro, né mai si scompagnano dal giustissimo suo governo il tutto vedere e 'l provedere a tutto. Or nelle opere sue v'ha altresì de' misteri: ché bene sta cotal nome a quelle che poco dianzi divisava sant'Agostino, e a moltissime somiglianti; delle quali, percioché sono velate come i misteri, non arriviam coll'occhio a vedere il perché; ma il ricordarci dell'altre che l'han palese ci de' far credere indubitato che l'abbiano altresì queste, e giustissimo avvegna che occulto; secondo il canone di san Paolino: si qua sunt in arcanis statutorum eius altiora sensibus et cogitationibus nostris, etiamsi rationem eorum consequi et colligere non possumus, tutius tamen nobis est occultas esse rationes, quam nullas credere. Quia non ambigendum, omnia Dea; etsi nobis non sint perspicua, tamen esse consulta. E vuolsi in ciò imitare a miglior uso la modestia di Socrate a cui data a legger da Euripide non so quale delle opere d'Eraclito, gran filosofo ma studiosamente oscuro, e dimandatogli che glie ne paresse: Quae intellexi, disse, fortia sunt: puto autem et quae non intellexi: verum Delio quodam natatore indigent. Così noi de' giudìci di Dio. D'un medesimo autore sono tanto i segreti come i palesi: di questi arriviamo al perché, quegli altresì l'hanno, ma in un tal profondo d'oscurità che il gittarsi a nuoto per ripescarlo è gittarsi a perdere e non trovarlo. Ma non ha mestieri affaticar l'ingegno cercandone. L'essere anch'essi cosa di Dio, senza altro saperne, basta per una più che geometrica dimostrazione a far intendere con evidenza ch'ella è ottimamente fatta. Né questo è appagarsi di ragion tutto estrinseca qual suol essere l'autorità: peroché v'è la cagione intrinseca dell'autorità, ch'è l'infinito saper dell'Autore. E qui sovvengavi di quell'Archimede, uomo, in sottigliezza d'ingegno quanto qualunque altro sia che ne abbia pregio e fama nel mondo, fra ' primi: operatore poi non di maraviglie solamente, ma di miracoli di natura e d'arte, nella professione sua di matematico. Una nave aveva Ierone tiranno di Siracusa fatta edificare, di sì smisurato e greve corpo che a condurla dall'arsenale al mare, per inviarla in dono a Tolomeo re d'Egitto, tutto l'ingegno e tutta la forza de' Siracusani era indarno; e sarebbe invecchiata e morta ivi medesimo dov'era nata, se non che Archimede, profertosi a far che Ierone solo, senza punto affaticarvisi, la varasse, congegnò certa sua machina per cui Ierone, senza altro che volgere una piccola ruota, spiantò e trasse in mare quella per altro immobile montagna di legno; del che maravigliatissimo decretò: Ab hac die de quocunque dixerit Archimedes, illi credendum est. Or chieggo io se tanta, o no, crediamo essere in Dio la sapienza, la rettitudine, la providenza, che ad acquetarci l'autorità sua ci sia per ragione: e qualunque cosa egli faccia, a crederla ottimamente fatta ci basti pro universis rationibus auctor Deus. Con questo forte appoggio in mano non vi riuscirà difficile, non che periglioso, l'andar salendo per su i più rovinosi dirupi ch'esser possano al mondo: cioè a dire, il pensare alle in apparenza più strane e in verità non comprensibili disposizioni della misericordia e della giustizia divina, secondo gli ordinatissimi decreti dell'eterna sua providenza; e vedere la gran varietà di quelle che chiamiam sorti umane, sì dentro come di fuori all'ordine della natura: che in verità è rispianare e farsi pacifico un mare oceano, in cui non entra pensiero che o non affondi o non angosci, per lo grande ondeggiar che vi fa, se sol si governa col suo discorso e non s'attiene e regola a questa indubitabile verità: ciò che Iddio fa è ben fatto; e sì infallibilmente, che dal vederne io i particolari accidenti nelle loro immediate ragioni, maggior certezza non ne trarrei per sicurarmene, che dal tutti insieme vederli in questo universal principio che a tutti indifferentemente si adatta, come la luce a ogni colore. E parlo qui sol del fare, ché del permettere, con quel che poi ne consiegue, ragionerò qui appresso in disparte. Tal che non temo io che a me niun dia quell'acerbo rimprovero che Aristotile, caldo più d'ira che di febbre, di è a un medico, il quale, curandolo infermo, gli ordinò un non so qual si fosse rimedio senza accennargliene il perché. Non mi curar, disse egli, come faresti un armentiere, un bifolco. Vagliami a ben della mia vita l'essere io filosofo; vagliami a consolazione dell'animo l'intendere alcuna cosa della natura. Dammi ragione di quel che fai. Or io curo forse come una rozza pecoraia l'umana curiosità, idropica quanto superba, e per ciò continuo sitibonda di sapere il perché ancor di quegli effetti che hanno impenetrabile la cagione? Consigliovi io a chiuder gli occhi, come si fa a coloro che, valicando un fiume, massimamente se rapido, o salendo in alto, patiscono le traveggole e 'l capogirlo? O non anzi ve gli apro, a farvi veder quello in che il discorso umano, debile di cervello, non può affissar lo sguardo e tenersi in piedi, o non balenare? E ciò a una luce sì chiara, che l'evidenza stessa non è più chiara. Se no, traggan fuor le ragioni che, in pruova dell'essere, che che sia, ottimamente fatto, prevalgano a questa: pro universis rationibus auctor Deus. Una delle pruove che della insuperabil sua forza faceva quel prodigioso atleta Milone era stringersi in pugno un pomo, indi offerirlo a trarnelo a quanti si fossero uomini di gagliardia: né tutti insieme adoperando potevano schiodargli pure un sol dito, non che da tutte strappargli e riaver quel frutto dell'inutile loro fatica. Or pruovisi chi che si voglia, e con quantunque abbia nervo e forza d'ingegno, a trarvi di pugno questa irrepugnabile verità: fallo Iddio, dunque è ben fatto. O vi mostrino in che altra e più universale e più particolar maniera da noi conoscibile ha da sicurarsi la rettitudine e l'equità delle operazioni di Dio.

 

Con questa dunque (per rimetterci anche un poco colà onde ci partimmo) può senza pericolo andarsi col pensiero mirando i giudìci di Dio, per cotali erte, che senza essa il mettervisi sarebbe altrettanta temerità come rischio di rovinare. Osservaste voi mai una greggia di capre (e non vi paia vile quel ch'è pensiero di Dio, come or ora vedrete) andar qua e là pascendo, per su greppi e balzi dirupati di montagne, in altezza paurosa a vedere? Ma elle non temon nulla di sé, né de' lupi, che in quelle fortezze inaccessibili non s'ardiscono ad assalirle. Quivi, con talvolta i quattro lor piè aggroppati su la punta d'un sasso isolato dove altro non cape, pascon quelle saporitissime erbe, e coll'occhio, che han d'acutissima vista, si veggono sotto a' piè un mezzo mondo. Ma mi toglie la fatica del descriverle più a minuto l'eloquentissimo sant'Ambrogio, che con quattro tratti di penna le ritrasse da quel valente maestro ch'egli era. Vides, dice egli, quod in altis grex iste pascitur, audax in monte. Itaque ubi aliis praecipitia, ibi capris nullum periculum, ubi aliis periculum, ibi gregis huius alimentum, ibi cibus dulcior, ibi fructus electior. Spectantur a pastoribus suis dumosa de rupe pendentes, ubi luporum incursus esse non possunt, ubi fecundae arbores fructum integrum subministrant. Cernere licet uberi lacte distentas super teneram sobolem materna pietate sollicitas. Ideo elegit eas Spiritus Sanctus, quibus coetum venerabilis Ecclesiae compararet. E vi si rassomigliano nelle Cantiche, e prosiegue egli a farne ingegnosamente il riscontro. Né più viva imagine si poteva esprimere a rappresentare quel ch'io diceva operare in noi il valerci del sopraccennato principio: cioè vedere ampio e lontano a maraviglia e andar senza rischio di svolgersi né il cervello né i piè rovinosi su le punte a' dirupi, cioè a gli altissimi giudìci di Dio, piani e sicuri a salirvi solo alla generosa umiltà della Fede confortanteci l'intendimento, di cui non ispegne né offusca il lume, anzi maggiormente il ravviva: ché verità non è mai contraria a ragione. Torniamo ora (poiché meglio compariranno) alle miserabili perplessità conseguenti al mancarne, scegliendo a specificare un non so che determinato, e assai corrente per le bocche eziandio delle femine.

 

Strano in filosofia naturale pareva a san Cesario, degno fratello del teologo san Gregorio Nazianzeno, la terra, secondo il chiaro testo di David, esser fondata sul mare; e tutto sopra ciò contorcendosi coll'ingegno, così da sé a sé ragionava: come può esser ciò, che l'acque si lievino in ispalla e sostengano e portin la terra, e questa lor sopranuoti e galleggi? Come, più di lei pesante, non profonda e sommergesi, anzi neanche ondeggia e vacilla? Come non la premono e non la fanno almen dare alla banda e traboccar da alcun lato gli altissimi monti, senza rispetto a far equilibrio disordinatamente ordinati? In questo dire, a guisa d'uomo che a tutta corsa vien giù per un'erta di monte precipitoso fin che a mezzo scontra a che tenersi e riavere, rinviene e sclama: "Ahi me perduto! A che mi lasciava io portare da' miei pazzi pensieri? Oblitus sum mei? ad Deum dicens: Quomodo?". E siegue ad ammirare quel che non comprende, né perciò punto men crederlo perché nol comprende, bastandogli, a provar che sia, il dirlo Iddio, e che sia fatto secondo ogni ben intesa ragione l'averlo fatto Iddio. Ora che s'avrà egli a dire del mettere uno la lingua ne' maggior fatti di Dio, o costituirne arbitri i suoi pensieri? Sovviemmi di quel savio Crate Tebano che, scontratosi in un giovane che in certo luogo rimotissimo passeggiava, il domandò che andasse ivi facendo tutto in disparte del publico, tutto solo. E il giovane: "Parlo" disse "con me medesimo". A cui subito Crate: "Priegoti dunque ad avvertir bene che, parlando con te medesimo, tu non parli con un tristo: ché dov'è un terzo buon consigliere che possa entrar di mezzo a due così stretti fra loro che l'un non si distingue dall'altro, e rimetterli quando s'accordano a trasviare?". Or io vo' dire che ben assai si truovan degli uomini che ragionano con un pazzo, quando de' giudìci di Dio ragionano con sé stessi, e si domandano il quomodoin sì difficultose materie che, essendo così ignorante quegli che risponde come temerario quegli che interroga, non pensano esservi quella ragion che non truovano, e a poco a poco si rendono a non del tutto approvare quel che lor non va del tutto a verso, e poco men che non dissi credere ch'essi a ben fare farebbono diversamente da Dio. E siane in particolare esempio quello intorno a che per fina le femine vogliono e filosofare e contendere, accioché ancor Pallade abbia le sue Amazoni, come Bellona: appunto come dalla conocchia s'avesse a trarre il filo per cui uscire d'un tale inestricabile laberinto, che non v'è altra via da portarsene fuori che non v'entrar dentro. Il fatto è: poi che Iddio antivedeva infallibile che Adamo, crollandolo Eva, non si terrebbe saldo e, lui sovverso, tutta l'umana generazione ch'egli come suo fondamento portava in sé seco rovinerebbe, perché il creò? O perché anzi, creatolo, nol sostenne e raffermollo per resistere alle lusinghe d'Eva con quella forza di spirito che di poi, con tanto minor utile, diede a Giobbe per ributtar le suggestioni della disperata sua moglie? Nol poteva Iddio? Non era atto di maggior pietà il volerlo? Perché dunque nol volle?

 

Chi fu quel non men savio che valoroso maestro di guerra che, fattoglisi avanti un filosofo il quale, lisciatasi due o tre volte la gran barba, cominciò a disputar del valore e della disciplina militare fino a volere entrar ne' precetti dello schierare gli eserciti e dar la battaglia, e di tutto il mestiere dell'armi? Ma quegli gli rammezzò la diceria con voltargli le spalle, e fare una ritirata che il filosofo non sapeva: dicendo tuttavia, nell'andarsene, che di battaglie e d'armi non vogliono sentirsi cicalare le rondini, ma trattarne le aquile, che sole degnamente il possono, sì come quelle che maneggiano i fulmini e sanno quel che sia guerra, perché continuo guerreggiano. Tal è nel proposito nostro: e quest'aquile, chi sarebbe a dire che fossino se non que' sublimissimi spiriti che poco fa dicevamo volar fino ad abbracciare Iddio coll'ali? Ma egli non s'odono disputarne, ma con quel triplicato Sanctus, che san Cirillo Gerosolimitano chiamò Theologia Seraphica, incessantemente lodarlo. Or bene, rondini cicaliere, dice sant'Ambrogio, Seraphim indefessis vocibus laudant, et tu discutis? Quod utique cum faciunt, ostendunt nobis non aliquando discutiendum Deum, sed semper esse laudandum. Traetevi dunque del capo il cervello, che non v'avete, e diponetelo a piè di questo inarrivabil giudicio di Dio, come gli antichi adoratori se ne traevano le ghirlande e le posavano a piè degl'iddii scolpiti in istatua da gigante. Se così avesse fatto quel prosuntuoso giovinastro, " avversario della legge e de' profeti", cui sant'Agostino convinse di pari ignoranza e temerità con due dottissimi libri, egli non andrebbe con su la faccia que' mille fregi che gli di è la penna di quel grand'uomo. E quanto al fatto di Adamo, eccovene la risposta in un sol periodo, ma egli è la sassata di David in fronte a Golia, bestemmiatore di Dio, che il butta rovescio in sul campo, e in lui rompe ed atterra tutto l'esercito de' suoi seguaci: Quibus autem videtur sic hominem fieri debuisse, ut peccare nollet, non eis displiceat sic esse factum, ut non peccare posset si nollet. Nunquid enim, si melior esset qui non posset peccare, ideo non bene factus est qui posset et non peccare? An vero usque adeo desipiendum est, ut homo videat melius alaquid fieri debuisse et hoc Deum vidisse non putet, aut putet vidisse et credat facere noluisse, aut voluisse quidem, sed minime potuisse? Avertat hoc Deus a cordibus piorum.

 




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