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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO SECONDO
    • CAPO QUARTO
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CAPO QUARTO

Le ombre usate con arte dalla pittura, cioè i mali di colpa bene ordinati dalla Providenza.

 

Se un uomo venuto di fuor del mondo vi domandasse: "Che fan di bene gli scuri nella pittura?", voi potreste rispondere demandando scambievolmente a lui: "Che fa di ben la pittura senza gli scuri?". Toglietene gli scuri: ne son tolti i chiari; toglietene le ombre: n'è tolta la luce; perduta la luce, la pittura è cieca, anzi a dir meglio è morta: peroché menare un colore sopra una tela senza distinzione di chiaro e scuro, questo non è dipingere, è tingere o campire. In pictura autem, disse Plinio il giovane, lumen non alia res magis quam umbra commendat. E d'onde altro proviene il fuggir delle lontananze nelle prospettive con ragione e con regola digradate, l'apparir delle figure l'una più dietro dell'altra, che è quel tanto difficile a' pittori di dar l'aria fra mezzo, convenevole alla distanza de' corpi ch'entrano l'un più dell'altro? Poi nelle figure gittate in iscorcio, massimamente prostese, far intendere quello che non si vede, anzi pur far vedere quel che non si vede, mostrando in due palmi la lunghezza e la lontananza di molti, e così giudicarne l'occhio ingannato dal vero; o farle sporgere e risaltar della tela, ora tonde e intere, ora con un braccio disteso, con un piè rilevante, con che che altro si vuole: e v'ha in ciò figure di valentuomini miracolose, quanto per avventura il fosse quel tanto celebrato Alessandro d'Apelle, espresso in atto di fulminante con tanto spirito e sì grande sporto del braccio, ch'egli parea tutto in aria e le punte del fulmine risaltarne. E di ciò tanto e con ragione si gloria la pittura, che in quella famosa e non mai decisa lite di preminenza ch'ella ha con la scoltura, sorella sua, sì come amendue figliuole della imitazione e del disegno, ma gareggianti d'ingegno e, direi, combattenti a duello – se non che pennello e scarpello non sono armi pari – una possentissima ragione della pittura è il far ella in piano quel che la scoltura in rilievo: tal che, se questa è più faticosa di braccia, quella l'è più d'ingegno, avendo la scoltura il lume dalla statua medesima, le cui membra col risaltar che fanno si prendono da loro stesse il chiaro e lo scuro che lor si dee, variamente, secondo le varie guardature del lume a che sono esposte. Non così la pittura, a cui, lavorando in piano uguale, convien far tutto a forza d'ingegno e per magisterio d'arte: spartendo il lume, qui temperato e sfumante, con mezze tinte dolci e unite, qui con isbattimenti ed ombre contornate e taglienti, ricercando ogni menoma prominenza, fin de' capegli, e dandole quelle botte più o men risentite che le si debbono a ragione dell'essere in veduta al lume o nascose: come nel panneggiar diverso, massimamente nelle figure che siedono, difficilissime a ombreggiare, sì che sporgano la metà e la metà rientrino, e le parti inferiori e prominenti con le superiori e più addietro s'uniscano: che tutto è forza del maestrevole adoperare i chiari e gli scuri, sì che lavorino convenientemente alle parti che debbon nascondere e ricacciare.

 

Questo ho io preso a dire in grazia d'un pensiero di sant'Agostino che mi sarà di vantaggio a mostrare come alle disposizioni della providenza di Dio soggiacciano ancor le cose ch'egli non fa, ma solamente permette: dico le colpe nostre, con quel di reo che da loro proviene. Havvi dunque, dice egli, due generi di cose: le une, che Iddio le fa e le ordina, le quali tutte son buone e comprendonsi dentro a quell'ampissimo cuncta quae fecerat, a cui egli stesso di è l'approvazione e la lode di valde bona. Le altre non le fa egli, ma le dispon solamente: che però non specie, sed ordine placent. Nam vitiorum nostrorum non est auctor Deus, sed ordinator. Come dunque i tristi delle cose buone a male si servono, così Iddio ottimo ancor delle male sa valersi a bene. Le tinte nere, ombre della morte e filiggini dell'inferno, chi le guarda come colore da dilettarsene? E senza magistero usate, a che vagliono, fuor che solo ad imbrattare, accecando ogni bel colore che offuscano e smorzando il chiaro a ogni luce, che non muore se non ispenta dal nero? Or queste sì dispiacevoli per natura e sì maligne si pongano in mano alla pittura: ella, con null'altro che ordinarle compartendole a' lor debiti luoghi, ne trarrà quel grand'utile e quell'incomparabil bene che le danno le ombre. Ché non si val mica la pittura del fosco e del nero in grazia di lui, ma in servigio del chiaro, che è quel solo che mette in veduta gli oggetti e li rende sensibili all'occhio; e presso a gli scuri ben ordinati opera que' miracoli delle apparenze che poco fa dicevamo. Or riscontrandone il Santo la comparazione all'intendimento propostosi, Pictor, dice, novit ubi ponat nigrum colorem, ut sit decora pictura; Deus nescit ubi ponat peccatorem, ut sit ordinata creatura? E se ne specifica il come in mille luoghi delle sue opere: imperoché, come verità pratica e sommamente giovevole a ben intenderla, se la fa tornar sovente alle mani, sempre variamente illustrandola, com'era proprio del suo ammirabile ingegno. E per almeno accennare, delle moltissime, alcuna particolarità, non vi paiono ottimamente ordinate queste ombre delle perverse opere de' malvagi, mentre elle fanno spiccar sì chiara la generosità della pazienza di Dio in sofferirli e aspettarne il ravvedimento e riceverli a perdono? Nulla in tanto gravandoli de' flagelli loro giustamente dovuti: anzi, le scure nuvole che quegli alzano in faccia al sole, e offuscandolo il fanno apparir men bello, egli non le converte in fulmini e in tempeste, ma lor le ritorna in piogge di continui benefici, ordinando alla natura che, senza in nulla divisarli da' buoni, sollecitamente li serva. Quindi ben disse il martire san Cipriano: Videmus inseparabili aequalitate patientiae, nocentibus et innoxiis, religiosis et impiis, gratias agentibus et ingratis, Dei nutu tempora obsequi, elementa famulari, spirare ventos, fontes fluere, grandescere copias messium, fructus mitescere vinearum, exuberare pomis arbusta, nemora frondescere, prata florere. Et cum crebris, imo continuis exacerbetur offensis Deus, indignationem suam temperat et praestitutum semel retributionis diem patienter exspectat. Cumque habeat in potestate vindictam, mavult diu tenere patientiam. E questo è un sì gran fare, che, come avvisa Tertulliano, v'ha assai di quegli che interpretando la mansuetudine a trascuranza, si fanno a credere Iddio non degnar sì basso che nulla curi il governamento degli uomini, solo per ciò, che nol sentono romoreggiare se non vano co' tuoni, saettare se nol a vuoto co' fulmini; de' quali disse Cassiodoro quegli essere il romor del suo carro, questi il lampeggiar de' raggi delle sue ruote. Quindi il dir che soleva Diogene, d'Arpalo, corsale e ladron famosissimo e avventurosissimo, ch'egli era un argomento a non pochi insolubile contro alla Providenza. Che se Iddio adoperasse in gastigo de' malfattori quelle saette che gitta anco a terrore degl'innocenti, ne trarrebbe a forza quel che indarno è sperar per amore:

 

arma tenenti,

Omnia dat qui iusta negat.

 

Ma avvegnaché la natura, eziandio insensibile, si risenta e s'accenda in isdegno (come ne parla il Savio, rappresentandola a guisa d'intelligente) e chiegga a Dio un sol cenno che le consenta di diroccare il mondo, come Sansone il tempio, addosso a tutta insieme la malnata generazione degli empi, egli non gliel consente, e stassene il vero pacifico Salomone con per su gli scaglioni del maestoso suo trono i dodici lioni: la fame, i diluvi, le pestilenze, le guerre, i tremuoti, gl'incendi e quant'altri sono i flagelli onde batterci; e mordenti la catena e avventantisi contro alla terra, li reprime col piè, e sì domi e sì mansueti li rende, che sembrano non ministri di punizione, ma statue per ornamento; sofferendo che plures Dominum idcirco non credant, quia seculo iratum tandiu nesciunt. Or dunque, potevansi ordinar più saggiamente gli scuri dell'umana malizia, che adoperati a fare che il suo contrario, della divina bontà, spicchi più chiaro? E tutto insieme dare al mondo una lezione d'esempio il più sublime per la dignità del maestro e il più conveniente che esser possa per la forza dell'incomparabile comparazione, insegnandoci a così trattar noi i nostri nemici come Iddio tratta noi suoi ribelli? Vergognomi a raccordarlo, ma vergogna appunto vuol ch'io raccordi, quel savio sì, ma idolatro Cleante che, dimandato perché, sì agevolmente potendolo, non prendesse vendetta de' suoi oltraggiatori: "Parvi egli" disse "che ciò sia da sofferirsi né a me né a qualunque altro eziandio se possentissimo re, mentre Ercole e Bacco, messi in favola da' poeti, sel soffrono in pazienza; e pur hanno, quegli la noderosa mazza e il braccio che si levò in ispalla il mondo, e questi l'asta ferrata e le tigri?".

 

Ma in fine, il sofferir di Dio ha suo termine; e lo reale scettro che David gli vide in pugno è una verga di ferro, lieve a reggere chi l'ubbidisce, pesante a rompere chi la contrasta. Non parliamo ora de' gastighi della vita presente, ma sol degli eterni avvenire: ché quegli mi torneranno alla penna sotto altro più convenevole argomento. Mal fa, dice sant'Agostino, chi nel sole vorrebbe vivo il lume perché il rischiara, e morto il calore perché l'abbronza, e in un medesimo l'ama per quello e l'odia per questo, e altresì in Dio la pietà che perdona e la giustizia che punisce: essendo egli ugualmente amabile, come ugualmente Dio, punitore de' rei che premiatore de' giusti. Altrimenti, come ben disse Tertulliano dell'insensato Dio fintosi da Marcione, stupidissimus est qui non offenditur facto, quod non amat fieri; e se in mano a Giove fictile fulmen erit, i ragni gli tesseran le tele su gli occhi, e le rondini gli appiccheranno alla barba i lor nidi e gli listeranno il petto d'altri fregi che d'oro e di perle. Or come quando Roma per la sontuosità delle fabriche era tutta miracoli, il maggior d'essi erano i sotterranei scolatoi delle immondezze, tal che Plinio le chiamò cloacas, operum omnium dictu maximum, suffossis montibus, atque Urbe pensili, subterque navigata, e il Re Teodorico, celebrandole anch'egli per bocca di Cassiodoro come quelle quae tantum visentibus conferunt stuporem, ut aliarum civitatum possint miracula superare, soggiunse: Hinc, Roma, singularis quanta in te sit potest colligi magnitudo. Quae enim urbium audeat tuis culminibus contendere, quando nec ima tua possunt similitudinem reperire? Non altrimenti nella Città di Dio (dico in questa delle cui grandezze, del cui ordine, del cui governo a regola di providenza sant'Agostino compose que' ventidue libri, ne' quali, come negli altri ogni altro, così in essi vinse e passò sé medesimo) maravigliose oltre a ogni umano intendere sono le vie apertevi per sotterra a menarne fuori le anime lorde d'ogni bruttura di vizi, e con esse le infinite sporcizie che col tocco infettano e col puzzo ammorbano il mondo, e tutte scolano ed hanno lor ricettacolo colagiù nell'inferno, dove solo è il luogo degno di loro: tal che ivi, così ben collocate che altrove meglio non si potrebbe, compiono anch'esse il buon ordine dell'universo; e nell'orribile scuro di quella eterna notte e nell'abisso di quelle inconsolabili tenebre campeggia a maraviglia il chiaro della giustizia di Dio, ordinatore delle ombre, dice il medesimo sant'Agostino, cio è de' vizi nostri, cum eo loco peccatores constituit, quo ea perpeti cogit quae merentur. E tanto basti aver detto in rispetto di lui. Siegue ora a vedere com'egli niente meno providamente ordini il male de' reprobi a bene degli eletti, facendo trionfar la sua grazia ne' vittoriosi combattimenti della loro virtù, non provata e non chiara al mondo se non a forza di contrario, col porlesi a canto gli scuri dell'altrui malvagità. Nel quale argomento, peroché, come ognun vede, egli è ampissimo, basterà uno o due testimoni in diverso genere celebratissimi, con quel dipoi che ne verrà dietro per conseguente in confermazíone del sopradetto.

 

E sia il primo quel già un'altra volta raccordato e sempre memorabile avvenimento tra Giuseppe figliuol di Giacobbe e l'impudica moglie di Putifari suo padrone: la quale, peroché è istoria da ritrarsi non solamente col carbone d'Archita, ma col magisterio di Timante, nelle cui opere in pittura poco si mostrava e tutto s'intendeva, io, che non ne ho l'arte, per non fare uno storpio in luogo d'uno scorcio, lascerò in bianco la tela, solamente scrivendovi in oro di perfetto cimento il nome di quel Giuseppe quem domini sui uxor peius amare coeperat, quam oderant fratres. E chi mai si sarebbe fatto a credere che una sì candida perla orientale si nascondesse in seno a una di fuori sì disadorna conchiglia, se non v'era una mano rapace che, stendendosi per involarla, la dimostrasse? Che in un povero servidore, anzi schiavo, fosse tanta signoria di spirito sopra il proprio e l'altrui disonesto appetito? Tre potentissimi consiglieri furono in quel punto a gli orecchi di Giuseppe, per tutti insieme tirarlo al dormi mecumdella ribalda: la solitudine, la gioventù, le preghiere. La solitudine, che col silenzio più d'ogni eloquenza possente non persuade solo, ma incanta: perché, non v'essendo chi vegga, toglie la vergogna d'esser veduto, e promettendo di sepellir fra due mura il misfatto, il fa nascere più facilmente. La gioventù, che per amare non ha bisogno d'essere amata, per consentire non accade che sia richiesta: sì fattamente che etiam non irritata, invitis foeminis violenta esse consuevit; e ben assai fa se fuggita si resta: che ancor seguitata fugga, questo è più raro al mondo che la fenice. Le preghiere, che non consigliano solamente, peroché non mettono in deliberazione il fatto, ma sforzano a commetterlo, tanto più violente quanto più dolci. E poi, preghiere d'una padrona, che come l'arco prende forza dal piegare, elle col mostrar suggezione acquistano il doppio più imperio. Dunque, miracolo che la solitudine mutola non l'incanti, la gioventù precipitosa nol crolli, il fiato del basilisco non l'avveleni; anzi, perché si venne alle prese, il tocco dell'appestata in nulla il contamini. Ma sua mercé che le lasciò in mano la vesta, più non avendola, e giustamente, per sua, da ch'ella si tenea con colei, quasi seco intendendosi di tradimento. E valsegli a fuggir più spedito, Ma dove? Entro una carcere: accusato dalla rea l'innocente, dall'adultera il casto; ma pur così meno avversa nimica che amante, men dannosa con le catene che con le braccia, cui indarno gittò per con esse allacciarlo, nulla in fine operando altro che quel ch'io diceva: scoprire un giglio perché ne apparisse il candore che senza lei si occultava: mettere uno scuro sì denso quanto è un adulterio appresso il chiaro d'una vergine onestà, perché meglio spicchi e a tutto il mondo si manifesti, messagli in veduta, in venerazione, in esempio da Dio stesso, ivi allora presente e intimo ad amendue; ma, come disse Agostino di due, l'un cieco e l'altro veggente, ambobus sol praesens est, sed praesente sole, unus est absens. Poscia impareggiabili, cioè pari al merito, sono le lodi con che i Padri, Zenone, Ambrogio, Basilio di Seleucia e tanti altri, verborum liliis (per usar le parole di san Gregorio Nisseno) han coronata e messa in ammirazione al mondo l'immacolata onestà di Giuseppe. Così anche i mali di colpa soggiacciono alle disposizioni di Dio, in quanto ciò che altri mal opera egli ben ordina a pro de' giusti, loro assistendo con gli aiuti della sua grazia perché, riuscendone vincitori, a lui crescano gloria e merito a sé stessi: e mentre alios probat et de aliis probat, omnes ordinat.

 

Venga ora in campo Giobbe, che è l'altro, in altro genere, e per ciò avvedutamente l'ho scelto. Le battaglie della pazienza e le vittorie della fortezza di questa, come Teofane Niceno il chiamò, torre di vivo diamante furono sì illustri che meritarono aver teatro il cielo, gli angioli spettatori e Dio panegirista. E certo non furono al mondo mai infelicità più beate, debolezze più forti, abbassamenti più eccelsi, infortuni più fortunati, ignominie più gloriose, perdite più trionfali. Né quella tanto famosa Arabia Felice dove egli era re – dice il Crisostomo – sparge mai sì lontano e sì amabile la fragranza de' preziosi aromati ch'ella produce, quanto le innocenti piaghe di Giobbe, le quali tutto empiono e confortano il mondo con tale un odor che ne spira, che simile non ne ha la terra se nol trae dal paradiso. Congiurarono contro a lui il cielo con insolite piogge di fuoco, l'aria con impetuosi gruppi di vento, la terra con improvisi abbattimenti di fabriche; e le masnade de' ladroni che ne predaron gli armenti; e i vermini che, nati di lui, lui cadavero vivo rodevano; e gli arrabbiati demoni che il carminaron con le unghie e dal seggio reale lo strascinarono fino a lasciarlo su un fetido mondezzaro; dove, veduto da tutti, compatito da pochi, non soccorso da niuno, non avea né pure un cane cirugico che, come a Lazzero, gli leccasse le piaghe; ond'egli da sé testa saniem radebat. Sola in tanto abbandonamento gli fu lasciata la moglie; e fu una pietà da nemico doppiamente crudele: serbandola ut ipse diabolus haberet adiutricem, non ut maritus consolatricem. Peroché, presolo il demonio a combattere con tutte insieme le arti da vincere una real fortezza – e per assedio, degl'importuni e calunniatori amici; e per fame, togliendogli ogni suo avere; e per assalto, de' messi che l'un presso all'altro gli portavan le dolorose novelle; e per tradimento, in fin dentro al suo cuore, ove il tentò a rendersi l'amor di padre verso dieci figliuoli uccisigli in un giorno; e per batteria, facendogli breccia in tutto il corpo laceratogli a mille piaghe – indovinando che con tanto fare nulla farebbe, si riserbò per ultimo la scalata, e presentogliela adoperando a ciò la moglie: cor enim mulieris tenuit (dice san Gregorio il Magno) et quasi scalam qua ad cor mariti ascendere posset, invenit. Occupavit animam coniugis, scalam mariti. Ma che pro, se, come ben disse sant'Agostino, più forte Giobbe mezzo morto nel mondezzaro che Adamo immortale nel paradiso, dimostrò che avea gustato il frutto dell'albero della scienza del vero bene e del vero male, mentre con un aspro sì, ma degno rimprovero fe' ammutolire quella sua Eva, quanto a lui stolta parlatrice tanto a' demoni inutile consigliera. Chi naviga in bonaccia e a ciel tutto sereno con cuor sì tranquillo come Giobbe nella buia notte delle sue desolazioni, nelle furiose tempeste de' suoi travagli? Chi ama Iddio nelle prosperità sì focosamente com'egli nelle sue pene? A guisa delle grandi faccelle, che riversate si volgono con la fiamma il doppio maggiore al cielo, e il soffiar per ispegnerle è maggiormente accenderle. Grandi erano le sue piaghe e di pari grande il dolore che per esse gli entrava nel vivo a tormentarlo; ma troppo maggiore la sua pazienza, che non gli uscì mai in un gemito che non fosse un ruggito di lione, in una parola che non fosse un misterio di profeta. Gli cadeva la carne di dosso, o squarciata a brani o risoluta in fracidume: ed egli cantava le glorie della risurrezion della carne; e quanto gli si levavan d'inanzi, perdendole, le cose della presente mortalità, tanto a lui si scoprivano, ed egli a tutto il mondo manifestava, quelle dell'immortalità avvenire. E come i tronchi del balsimo ove si feriscono nella corteccia ivi stillano quel prezioso licore che salda a noi le ferite, così egli delle sue piaghe facea medicina alle nostre: quanto salutevole sallo il mondo, che da trentatré secoli il pruova, e proverallo fin che siano al mondo miserie e finché duri la memoria di Giobbe, la quale, per volger d'anni, mai non sarà che invecchi e discada. Verrassi ad apprendere la saldezza incontrastabile ad ogni contrasto da quello scoglio di bronzo, immobile a quanto d'onde in tempesta può muover l'inferno sconvolgendosi fin dal fondo. Verrassi nelle perdite d'ogni bene del corpo a far ricca l'anima in quelle miniere d'oro della sua vita, in cui i tanti fulmini che scoccarono i demòni, tutta rompendola, apersero un tesoro bastevole a provedersene tutto il mondo. Verrassi a prendere spiriti di generosità insuperabile da quel cuore, da cui tutto il gran peso delle miserie che il premettero non poterono spremer per gli occhi una lagrima d'amarezza: per quegli occhi, che si videro inanzi il frantume di sette figliuoli e tre figliuole innocenti, sfracellati tutti insieme a un punto dalle rovine d'una casa diroccata lor sopra, per iscossa d'un turbine mosso da spiriti non dell'aria, ma dell'inferno. Né morì in essi dieci volte il suo cuore, come avrebbe fatto in ogni altro, perch'egli avea la sua vita immortale in Dio; il qual solo, in tante perdite, non perdé, e per cui solo non perdé nulla, avendo in lui solo ogni bene: per ciò anche quando Iob omnia tolerabat, dupla non sperabat. Qual maraviglia dunque ch'egli, come dice il Crisostomo, avesse intorno più angioli che l'ammiravano, che demòni che il combattevano? E che a Dio bisognasse trovare una nuova foggia di corona che, come stato in ogni suo membro combattente e vincitore, tutto da capo a piè il circondasse?

 

Or come vi par egli che Iddio ben sappia ordinare gli scuri e far che per essi campeggino i chiari? Valersi della malizia de' reprobi in accrescimento di gloria a gli eletti. Che saprebbe ora il mondo di Giobbe, se il padre delle tenebre non l'avesse renduto sì splendido, battendolo come si fa delle selci, che dalle ferite gittano luce e fuoco, onde, di fredde ch'erano, ardenti, d'oscure si rendono luminose? Togliete, disse colui, dalla vita d'Ercole, Euristeo, Gerione, Caco, Diomede, Busiride, i Giganti, e l'Idra e 'l Lione e le Stinfalidi e Cerbero, scorrere tutto il mondo, faticare, combattere: egli è perduto; quell'eroe che si corona di stelle in cielo non avrà in terra una scintilla di gloria che ne tenga vivo il nome e in memoria il valore. Similmente la vita di Giobbe: toglietene i Caldei predatori, i Sabei ladroni, le piogge del fuoco, i turbini, le rovine, la strage de' figliuoli, la povertà, l'abbandonamento, i vermini, le piaghe, il dolore, la moglie seduttrice, gli amici rimproveratori, il demonio tutto movente: il mondo ha perduto Giobbe, e Giobbe ha perduto il mondo, che non sarebbe ora teatro delle sue glorie, se non fosse stato campo delle sue battaglie e spettatore de' suoi trionfi.

 

Come dunque no? Che alla disposizione della rettissima providenza di Dio non soggiacciano anco le ree volontà de' perversi, in quanto egli ne ordina le male opere a buoni effetti, crescendo merito e premio a gli eletti con quel medesimo onde i reprobi a sé crescon demerito e pena? Quindi eccovi come ben si riconosca dalla bontà di Dio ancor quello che ad affliggerci ha sua origine dalla malizia degli uomini: permessa a questi la colpa, voluta in noi la pazienza e 'l merito che ne proviene, Ne son pienissime le Scritture, fino a dir colà David di quel villano di Semei che il lapidava non meno con le oltraggiose parole che con le pietre: Dimittite eum ut maledicat. Dominus enim praecepit ei ut malediceret David; et quis est qui audeat dicere, quare sic fecerit? Ma non vo' dilungarmi da Giobbe. Spogliato di ciò che avea, sino alla propria pelle stracciatagli indosso, disse egli per avventura: Dominus dedit, diabolus abstulit? Intendat charitas vestra (siegue a dire sant'Agostino) ne forte dicatis: Haec mihi diabolus fecit. Prorsus ad Deum tuum refer flagellum tuum. E uditene il perché, e se Giobbe dirittamente argomenta per bocca del medesimo Agostino: Quantum accepit ille potestatis, tantum ego patior. Non ergo ab illo patior, sed ab illo qui potestatem dedit.

 




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