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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO SECONDO
    • CAPO SETTIMO
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CAPO SETTIMO

La madre dolente per non aver chi le succi il latte: cioè la benignità di Dio avente a grazia il far grazie.

 

Ancorché io m'avvegga che, in farmi a discorrere sopra un tale argomento com'è l'infinito piacere che Iddio per inclinazion di natura ha in farci del bene soprabbondante al debito dell'universal providenza, io m'arrischi a trovare, in chi leggerà, più dubbi che credenza, pur nondimeno vo' dirne almen quanto si debbe a un certo debito di non tacerne. La cagion poi onde m'è lecito sospettare d'un poco allegro riuscimento, spiegherolla con un grazioso pensiero di san Basilio il Grande, raccordato da me ancor altro ve e adattissimo a questo luogo. La mente nostra (dice egli, appunto sul cominciare di quella sua celebratissima omelia sopra l'Attende tibi ipsi) fatta sensibile ad altrui per via del suono interprete degl'insensibili pensieri dell'animo, in esso come in su una barchetta passaggera si mette, e via per lo mare dell'aria navigando, va a prender porto nell'orecchio degli uditori: se però ella truova silenzio, ché il silenzio è la bonaccia in cui sola la voce naviga sicuramente. Ma se grida e romori, come venti per grande impeto tempestosi, metton l'aria in fortuna e la rivoltano in turbatissimi ondeggiamenti, il misero legnetto, vinto in pochi passi dalla gagliardia del fiotto, si rende, e si contorce e aggira e travolgesi tanto che affonda, e seco, qual che si fosse, il tesoro della sapienza che in lui la mente portava a scaricare in seno degli ascoltanti si perde. Or chi mi rassicura che, nel discorrere ch'io farò della incomparabile beneficenza di Dio e (per favellarne al nostro modo) del patir suo, quando per noi rimane ch'egli non diffonda per tutto i tesori delle sue grazie, non si lievin da mille parti esclamazioni e grida, raccordanti le tante grazie pur chieste con incessanti preghiere e non per ciò ottenute? Comperate con dirottissime lagrime, vivo sangue del cuore, e non per ciò mai rendute? Il che come s'accorda col bramar più Iddio di beneficarci che noi di riceverne benefici? Facciamoci a dirne alcuna cosa più da lontano, ma tal che non poco ci avvicinerà all'intendimento del vero.

 

Finge Luciano, in un de' suoi graziosissimi dialoghi, d'udire alle porte delle corti, come appunto a quelle dell'inferno,

 

diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d'ira,

voci alte e fioche, e suon di man con elle.

 

E i così lamentantisi alla disperata sono un'infinita turba di malcontenti che, venuti chi ad ottener grazie per pietà e chi ricompensa per merito di servitù fatta a' grandi, dopo un lunghissimo pendere che han fatto sostenuti in aria dalla speranza, alla fine cadutine e stramazzati in terra, quivi tanto inconsolabilmente si dolgono quanto irremediabilmente disperano. Entraste mai – siegue egli – nel tempio di Nettuno? E v'attorniò una moltitudine di sventurati, più che mezzo ignudi, con le barbe rabbuffate e i capi rasi, squallidi in volto, e chi con vere lagrime e chi con finte, quegli amaramente, questi dolcemente piangenti? Egli son tutti avanzi o rifiuti del mare, campatine dalla tempesta; infranta a uno scoglio la nave e seco ogni loro avere perduto, essi ignudi e mendichi accattano di che vivere da' circostanti; e portano appesa in sul petto una tavoletta, dipintavi la dolente istoria del loro naufragio: il mare alle stelle tutto schiumante e furioso, il lor legno in pezzi, le mercatanzie e i corpi de' miseri annegati qua e là sparsi dove li trabalzano d'onde, essi, afferrati a una tavola su la punta d'un'onda, invocanti colà Nettuno per non morire e qui la pietà de' divoti per vivere. Tale appunto è l'angosciar di questi altri e 'l querelarsi, nel ridire o i molti anni perduti in corte, o le fatiche della fedel servitù mal gradita e peggio rimeritata; o le suppliche sparse al vento; le promesse, dopo lungo aspettare, ingannevoli; le grazie, per quantunque affettuoso chiedere e pregare, non però mai impetrate. Così egli.

 

E a dir vero, ella è sì corta negli uomini l'umanità e la cortesia, e 'l ben fare altrui sì difficile e scarso, eziandio dove assai delle volte non costa più che il volerlo, che io per me credo anzi scemo che d'una sola parola soprabbondante il ritrar che Seneca fece al naturale il meschin genio d'una cotale tenacità. Quis non, dice egli, cum aliquid a se peti suspicatus est, frontem adduxit, vultum avertit, occupationes simulavit, longis sermonibus et de industria non invenientibus exitum, occasionem petendi abstulit, et variis artibus properantes necessitates elusit, in angusto vero comprehensus, aut distulit, idest timide negavit, aut promisit, sed difficulter, sed subductis superciliis, sed malignis, et vix exeuntabus verbis? Dunque, non era un far da pazzo quell'andar che soleva Diogene dimandando limosina alle statue, per così avvezzarsi a ricevere in pazienza le ripulse degli uomini; non vi essendo cosa né che più caro costi né che più dolga il non conseguirla di quella che si compera a preghiere contanti, cio è con la più preziosa moneta che possa spendere un uomo che si pregia d'onore. Or ch'egli ne debba reiterar cento volte lo sborso senza altra derrata riceverne che speranze in fiore che mai non lega, questo è far come a Democrito i suoi amici, che tre dì moribondo il tennero in vita, cioè gli allungarono l'agonia, sustentandolo di puro odor di pane: miracolo ordinario a vedere e ben anco maggiore in quegl'innumerabili che, disfacendosi chi in servire e chi in chiedere, vivon molti anni sustentandosi all'odor del pane che aspettano, e sel veggono come il levriere la preda che gli fugge d'avanti ed egli ancor non l'ha raggiunta, e pur così da lungi l'addenta aurasque momordit inanes.

 

Quanto indugia e pena a spuntare il Sole a coloro che abitan (se pur ve n'è) sotto il polo! E quante circuizioni e girate fa loro intorno, come se, ad alzarsi tanto che s'affacci al loro emispero, egli montasse per su una chiocciola di novanta e più scaglioni quanti sono i giorni che mette in salire, per altrettanti gradi, dal Tropico all'equinoziale, che in tal ponimento di sfera è altresì orizzonte. In tanto quegli hanno una quasi perpetua aurora, che va lor continuamente intorno e promette il dì che non finisce mai di spuntare, né il riveggono, se non sei mesi interi da che loro tramonta. Tale è appunto l'ordinario venir delle grazie, quando elle pur vengono, per un così lungo girare e aggirare in espettazioni e promesse, che assai delle volte riesce meno insofferibile spem praecidi quam trahi.

 

Così è in uso di ragionare sopra il venir che fanno le grazie dalle mani de' grandi, scarse e stentate, a guisa delle cose che si lambiccano con gran magistero d'arte e vengono a stilla a stilla; e atteso le molte cagioni che ve ne ha, non è da troppo maravigliarsene. Conciosia che, primieramente, la liberalità è virtù di pochi, perché è virtù che costa: come alle gioie le schegge che se ne tolgon da' lati, e convien che le diano, se voglion ricevere quelle facce e quel pulimento senza il quale han poco pregio e niun lustro. Di pochi altresì è l'aver sortito per nascimento un animo splendido e signorile e, oltre a ciò, servito da una fortuna abbondevole: altrimenti, che pro d'un volere che comanda opere grandi, se il potere non gli risponde e ubbidisce in niuna? Poi, natural cosa è che le necessità altrui non si sentano così al vivo come il privar sé del proprio bene per rimediarvi: parendo in ciò far come le piante del balsimo, che, per dar quello onde altri sana le sue ferite, ricevono esse una ferita; già che, come poco avanti dicemmo, dove col ferro s'intaccano nella corteccia, ivi distillano quel licore. Oltre che, le altrui necessità rappresentate in brievi parole e sol vedute in iscorcio, anzi in ombra, riescono non solamente inferme, ma morte e prive di spirito e d'efficacia per muovere. Infinita poi è la turba de' pretendenti, né v'è cagion sì lieve d'alcuna grazia che si presenti a fare, che il principe non si truovi assediato da un esercito di chieditori: come, quando un sassolino si gitta nell'acqua, innumerabili sono i cerchi che gli si lievano intorno e sel chiudono in mezzo, l'un sempre maggior dell'altro, fino a moltitudine da non potersi contare; ma i beni da ripartir fra tanti, eziandio negli abbondantissimi, son misurati, e con quella irremediabil condizione di tutto il finito, che col dividerlo impiccolisce e scema col darlo. Finalmente v'è a tutto il sopradetto quella gran giunta della ritrosia de' ministri, a' quali, nelle grazie de' padroni, non sembra avere altra parte che lo stentarle, azzoppandole, non solo perché vengano lente, ma per necessità appoggiate ad essi: e così da loro si riconosca quel che, dandosi prontamente, alla sola benignità del principe si recherebbe.

 

Or di quanto fin ora si è detto nulla cade, né mai fia possibile ad avvenire che cada in Dio, il quale, sì com'è ab intrinseco per natura la bontà stessa in grado nulla men che infinito, così altrettanto è inchinevole a diffondersi e beneficare: né resta mai di versare i tesori delle sue benedizioni sopra tutta la generazione degli uomini (nel che fare altro non gli è di mestieri che aprir la mano) se non se a noi non ne caglia e chiudiamo il seno per non riceverne. Così quella misteriosa donna a cui Eliseo commise la multiplicazione dell'olio (e rappresentavano in figura, quella la benificenza, questo le misericordie di Dio) non restò mai d'attignere, infondere e riempir d'esso le vasa finché ve n'ebbe di vuote e capevoli; ed è sua quella voce al figliuolo che in tal ministerio le serviva: Affer mihi adhuc vas, pronta ad empirli tutti per fino al sommo, avvegnaché molti glie ne fossero apprestati e offerti: come quella che da sé non poteva essere avara né parca in ciò che le tornava ad utile; né avea a temere che quella viva surgente dell'olio le venisse meno o neanche impoverisse col darsi, mentre appunto col darsi multiplicava. Ma poi che quegli, dimandato di porgere altre più e più vasa, rispose: Non habeo, la vena, fino allora corrente, si rimase dal più versare, stetitque oleum. Così anche un pieno fiume reale (disse il pontefice san Gregorio) mena giù le feconde sue acque, né ad ingrassare e rendere gratuitamente ubertose le campagne che le giacciono lungo le rive altro chiede che un'apertura e per essa l'entrata a diramarvisi e irrigarle; e trovatala, egli senza per ciò restar del suo corso, fa quello che san Pietro disse di Cristo: Pertransiit benefaciendo. Che se tutto gli è chiuso, tutte anco ritorna al mare le sue acque: imputi poi a sé solo la sterilità chi da lui non degnò di ricevere l'abbondanza.

 

Ma, per contrario, saranno forse in troppo gran numero i chieditori. E siano tanti più che non v'abbia qualsivoglia gran numero che li comprenda. Avrassi per avventura a temere che manchi a Dio il contante, e la liberalità sua, con un sì prodigo dare, pericoli di fallire? O farà egli come quel disleale Demetrio allora che, aperta al popolo ateniese una general segnatura di tutte le grazie possibili a volerne e data pegno la real sua parola di rimandar ciascuno pago della sua petizione, v'aggiunse il far egli medesimo seno del suo regio ammanto e ricogliervi a uno a uno i memoriali; ma veggendoli un sì gran fascio e vinto il potere dalla proferta, e smarrì, e 'l promesso a tutti non attese a veruno, gittando le suppliche con esso le infelici speranze de' supplicanti ad annegare in un fiume. Quell'amorevole uomo in cui Natan profeta figurò il male riconosciuto Uria per riprenderne David, che non faceva in quanto potea mostrarsi d'amore verso quella sua sì dimestica agnelletta! Creverat apud eum cum filiis eius simul, de pane illius comedens et de calice bibens et in sinu illius dormiens, eratque illi sicut filia: carezze di straordinaria benivolenza. Ma non è maraviglia: ei non aveva più che questa, essa sola era tutto il suo patrimonio, essa tutta la sua gregge in un sol capo: nihil habebat omnino praeter unam ovem parvulam. Che s'egli altresì, come que' primi e ricchissimi patriarchi, avesse posseduto degli armenti e delle mandre di grosso e di minuto bestiame quante una gran provincia appena era bastevole a pasturare, come potrebbe far loro que' medesimi cari vezzi ch'era solito a quella sua unica agnelletta, dare a ciascuna vitto nella sua tavola e a ciascuna luogo da riposar nel suo seno? Or tutti gli uomini, quali che siano e in quantunque gran numero, non sono eglino cosa particolare di Dio? E non è a tutti bisognevole un occhio sempre vegghiante e inteso ad essi, conoscitore delle private loro necessità? E una mano proveditrice, pronta altresì, come possente, a sovvenirli d'aiuto? O porta egli solo di fuori in petto per maestà i nomi di tutte le nazioni del mondo, come il gran Sacerdote quegli delle tribù d'Israello, e non ha ciascuno distintamente allogato nel cuore, cioè nel più intimo de' suoi pensieri e nel più caldo dell'amor suo? Rispondovi che ve gli ha; e che per noi non tanto si pregia del glorioso titolo di Creatore, come dell'amoroso nome di Padre; né altronde che dalla voce padre, volle che incominciasse la forma del pregarlo che ci dettò con la lingua del divin suo Figliuolo: per sicurarci che in solo aprir bocca per chiedere già l'avevam persuaso a concedere: Sicut enim – disse san Pier Crisologo – petere cogit necessitas genitum, sic urget charitas dare genitorem: ché ad un padre le sue medesime viscere, commosse e intenerite dall'amor suo, non le ragioni estrinseche sono quelle che, con una soave violenza o, come disse il Nazianzeno, una dolce tirannia della natura, il traggono a sovvenire alle necessità de' figliuoli quanto e più che se fosser sue proprie.

 

E forse l'indignità nostra, e 'l demerito per lo continuo fallir che facciamo al debito di figliuoli di un sì gran padre, de' renderci disanimati o men confidenti? Se ne dimandi a chi ne può dir per pruova: a quello sconoscente fuggitivo, a quel prodigo scialacquatore delle paterne sustanze, rifiuto prima delle meretrici, che, spremutone tutto il sugo, lui come già loro inutile gettarono a' porci; poi rifiuto anco de' porci, che nol degnavano della lor tavola, pascendo essi a dovizia le ghiande, egli sol di furto, o i lordi avanzi della lor mensa. Così mangiato vivo dalla fame che dentro il rodeva, tutto cascante per debolezza, scarmigliato, orrido, spunto, cencioso, se non più ignudo che mal vestito, e travisato dalla magrezza sì che a riconoscerlo desso non vi volevano altri occhi che quegli del proprio padre, di che altro abbisognò, per uscir di tutte insieme quelle tanto indegne, ma ben a lui degne miserie, che raccordarsi, anche solo per interesse, degli agi della paterna sua casa? Ma dove egli sol presumette d'acconciarsi in condizion di famiglio, non fu egli rimesso ancora più alto che nel primiero essere di figliuolo? Nol vide e, avvegnaché sì trasfigurato, nol raffigurò ben da lungi il suo buon padre? Non gli rammezzò la via, portandosi di buon passo e – perché non dico come l'Evangelista? – correndoad incontrarlo? Dove qui la senil maestà? Dove lo sdegno delle passate offese? Dove la memoria del mal chiesto e peggio dissipato suo patrimonio? Dove la schifezza e l'orrore di quella sì laida apparenza? Non ne ricoverse la nudità prima col suo medesimo seno, caramente abbracciandolo, che con la nuova e ricca vesta che gli mandò recare? Non ne cancellò tutte in un le partite e i debiti delle passate offese, coll'amoroso bacio che gli di è in fronte? E d'un vil paltoniere che 'l riceveva, nol rend è subito nobile, coll'anello che gli mise in dito? Non gli apprestò un solennissimo desinare e musica raddoppiata, in suoni e in canti, affinché parte niuna della casa vi fosse che non gioisse per lo racquistato figliuolo e col padre che, perdutolo, il racquistava non si rallegrasse? Così l'indovinò il pazzo giovane, in quel felice punto che le miserie sue il tornarono in buon senno e 'l fecero rinsavire. E udiam qui di nuovo il Crisologo, che ne rapporta in brievi parole il contender che fecero nel suo cuore le ragioni del diffidare e del confidare, con la vittoria del secondo. Ibo, disse egli, ad patrem meum. Voltoglisi la rea coscienza, tutta in sembiante e in atto di disperata, e Qua spe? disse; ed egli a lei: Illa qua pater est. Ego perdidi quod erat filii: ille quod patris est non amisit. Se questo amoroso ricevimento non l'avessimo così per minuto e alla distesa raccontato da Cristo, non so se gli angustissimi nostri cuori s'ardirebbon già mai a presumer tanto, e tanto promettersi dell'affetto di Dio verso noi ricorrenti a gittarci nelle paterne sue braccia a diporvi tutte in un fascio le innumerabili nostre miserie. Or che sarà, se vi faremo altresì una cotal giunta, che Iddio gode egli oltremodo più di farci del bene che noi di riceverne? E vagliami in esempio di ciò il dir che soleva un certo Canio, musico valentissimo e in sonare artificiosamente di flauto maestro incomparabile; perciò continuo per le case de' grandi col suo strumento in opera a dilettarli e riportarne mercedi pari al suo merito. Ma il diletto oltre misura maggiore era di lui medesimo: e ciò non per lo guadagno che ne traeva, ma perché sopra ogni altro gli aggradiva quel suono, e per lo molto goderne che vedeva fare ancor gli altri; e usava dire che, se gli uditori suoi gli potessero spiar dentro l'anima e vedervi il gran piacere ch'egli sentiva sonando, non che volessero pagar lui, che anzi, all'opposto, essi da lui riscoterebbono pagamento. E vuolsi dire acconciamente di Dio, al quale, se fosse in alcun modo possibile crescergli internamente il gaudio ond'è infinitamente beato, crescerebbegli nel continuo usar che fa della sua larghissima beneficenza: per sì fatto modo che, non che riscuotere egli da noi rendimento di grazie per ciascuna grazia che ci fa, ma anzi egli noi, del riceverle, con nuove grazie pagherebbe. E forse non è da lungi al significarlo il chiamar ch'egli fa le amorose effusioni della sua liberalissima carità un lattarci come bambini, e in promettersi largamente benefico dire ch'egli ci porterà attaccati alle sue poppe.

 

Il lavorio del latte è un magisterio di natura che insieme è misterio d'amore. Io ne parlerò qui secondo il creduto da' notomistí antichi, a' quali ancor non si era scoperto quel che poscia a' moderni pochi anni sono. Compiuto ch'è di formarsi il conceputo bambino entro le viscere della madre, il sangue, che v'accorreva in gran copia a sumministrar la materia da trasformare in lui, si rimane, e sol tanto ve ne deriva quanto a sustentare il crescente portato abbisogna. Il rimanente ringorga e per le segrete vie delle vene, a ciò con ammirabile avvedimento della natura disposte, sale a metter capo nelle mammelle, e forse ancor esse hanno virtù convenevole ad attrarlo. Or elle son due e non più: consiosia cosa che legge ordinaria della natura sia non aver più che due figliuoli a un ventre: come altresì nelle specie degli animali que' fecondissimi che di molti a un medesimo ventre ingrossano son proveduti di molte poppe, a ciascun parto la sua. Ora qual fine in noi piantate in sul petto? [P]er magistero di carità, dice Plutarco: il qual è che la madre, in quel medesimo tempo che nutrisce il bambino, il miri a suo diletto, l'abbracci e, sì commodamente com'è un chinar di volto, il baci; oltre che, essendo il cuore la fucina del calor naturale per cui il sangue adunato nelle mammelle si ricuoce e trasmuta in latte, ben gli stanno da presso. Dissi trasmuta, sia poi d'una in altra sustanza o sol di nuove qualità si rivesta, come i capegli – disse il maestro di Origene – coll'incanutire imbiancano quanto il latte e non per ciò mutan sustanza, basta avvertire il savio consiglio della natura in provedere che non ci alimentiamo di sangue, che il paia quando anche il sia, affinché non ci avvezziamo fin dalle fasce ad esserne sitibondi. Or il bambino lattante riceve in un medesimo e fa beneficio. Ricevelo, peroché a sé trae l'alimento, con tanti baci che dà al petto e al cuor della madre quanti sorsi di latte ne spreme; e fallo sgravando a lei le poppe che, soverchio ingrossando per lo continuo adunarvisi del latte, se non le si vuotano, ella forte ne addolora. Se dunque Iddio espresse il tenero amarci che fa con dire qui portamini ab utero meo, e 'l farcene provar gli effetti disse ch'era un metterci alle sue poppe e caramente allattarci, ciò fu un dire in mistero che, se possibil fosse, egli riceverebbe beneficio in farloci, appagando l'inclinazione dell'infinita sua bontà, ch'è diffondersi e giovare. Quinci tutto in su 'l vero, chi che si fosse lo spositore della sacra istoria de' Re, che va sotto nome del vescovo sant'Eucherio, Significatur, disse, gratia lacte; hoc enim est in carne gratuitum, ubi mater non quaerit accipere, sed satagit dare. Hoc mater gratis dat, et contristatur si desit qui accipiat.

 

In quanto si è fin qui ragionato della divina liberalità in beneficarci, non ci siam ricordati di quella così gran parte che il divin suo figliuolo e salvator nostro de' avere in questo medesimo argomento, almen solo cercando (ché a questo sol pochissimo io mi ristringerò) se egli, a cui mentre visse pellegrino in terra s'affollavano intorno le turbe de' miseri in mille fogge dolenti, fin solo a tanto che giungessero a toccarlo quia virtus de illo exibat et sanabat omnes, in salire al Cielo ha ritirata seco quella universal sua virtù sanatrice d'ogni malore e lasciate a noi qui giù senza cura le infinite nostre miserie. Allora egli era al vederle sì occhiuto che le avea presenti eziandio quando le avea dietro di sé: come il provò quella donna, che fin da dodici anni inferma d'un vergognoso e insanabile corrimento di sangue, apertasi in fra il gran popolo, a gran fatica, la via per rubarne la sanità, accessit retro e sol toccandogli il lembo della vesta incontanente fu sana. E furto l'avrebbe ella creduto, se non che il divin medico volle altresì guarirla di quel panno di scurità che avea negli occhi dell'anima e farla conoscente del vero: quella curazione esser dono da lui fattole scientemente, non da lei insidiosamente rapitogli; e chiamollasi inanzi, con quel che siegue a contarne la sacra istoria. Dunque, ripiglia san Pier Crisologo, erat totus oculus, qui post se supplicem sic videbat. Ora, dilungatosi quanto è di qua giù fino al sommo cielo empireo, dove tutta insieme la terra non apparisce maggiore d'un appena visibil punto, ci avrà perduti di vista? Allor egli, altrettanto umile che cortese, pregato di rassodar le spossate membra d'un povero servidore che, compreso da un forte accidente di paralisia, giacea quinci lontano immobile come un mezzo cadavero, dove il potea risanar da lungi in virtù d' un semplice proferir di parola, non isdegnò d'inchinar la maestà sua alla bassezza d'un misero servidore, e prontamente si offerse: Ego veniam et curabo eum: ora dalla suggezione in terra assunto alla monarchia de' cieli, e con avanti le ventiquattro corone d'oro che gli altrettanti re dipongono a' suoi piedi, avracci egli a vile e a schifo, e né pur degnerà di mettere sopra noi i suoi occhi, non che porgere di colasù altissimo la sua mano in riparo de' miseri? Farà anch'egli come Tiberio, che, succeduto ad Augusto nella signoria del mondo, al raccordargli che un antico suo confidente faceva l'avvenuto fra loro mentre quegli era privato, e talora dicendogli: "Meministi?" antequam plures notas familiaritatis proferret: "Non memini; inquit Tiberius, quid fuerim". Il così ragionar di Cristo, se mai cadesse in pensiero ad alcuno, sarebbe delirio, non discorso. Se la mutazion dello stato avesse cagionata in lui mutazion di pensieri, ella per certo non sarebbe potuta esser altra che quella che del suo Vespasiano assunto all'Imperio di Roma lasciò testificata al mondo chi ne vide in altrui e ne provò in sé gli effetti sì fattamente, che poté dirgli: Nec quicquam in te mutavit fortunae amplitudo, nisi ut prodesse tantundem posses et velles. Del Sole, sant'Anastagio Sinaita portò una strana opinione: ch'egli fosse da Dio creato qua su la terra, indi levatone e trasportato al quarto cielo, di dove quella virtù, che giù basso giacendo potea distendere a pro di pochi, diffondesse a beneficio di tutti, e colà fosse come il cuore della natura, dal cui vital calore ella si anima e de' cui spiriti ha vigore per muoversi ed operare. E nel Sole ravvisa Cristo, de' cui beni godé in prima la terra quanto allora n'era capevole; ora l'ha il cielo, ma non che punto per ciò men profittevole alla terra, ché anzi di colasù riempie ogni cosa della sua virtù, né v'è chi dal benefico e vital suo calore si sottragga o nasconda.

 

Egli è vero che mentre visse fra gli uomini e per essi operò e sostenne patimenti e morte, immensa era la ricompensa che ne attendeva, secondo le fedeli promesse sopra ciò espressamente a lui fatte dal suo divin Padre, di coronarlo re, e costituirlo giudice di tutta l'umana generazione; ma non per ciò l'amor suo verso noi fu calore accesogli nel cuore né avvivatogli dall'interesse, onde, pagato con altrettanto di gloria quanto avea di meriti, o si spegnesse in lui l'amore o neanche intepidisse. In esempio di che, ricordivi di quella fortunata donna, la madre di Mosè, da lei esposto, bambino oramai di tre mesi, nella giuncaia alla sponda del fiume, entro una cestella impiastrata di bitume e di pece, ma dalla figliuola di Faraone, colà venuta per bagnarsi, fatto ricogliere per una sua damigella e, piaciutole, dato ad allattare alla madre medesima di Mosè, senza saper ch'ella il fosse: onde, come a nutrice a cui quel bambino nulla appartenesse per sangue: Accipe – disse la principessa – puerum istum et nutri mihi: ego dabo tibi mercedem tuam. Or si potrebbe egli altro che scioccamente dire che non puro amor di madre, ma interesse di balia fosse in lei non che tutta ma né pure in menoma parte la cagion movente ad allattarlo? E tale appunto fu in Cristo la carità che il rendé con noi liberale per fin del proprio sangue. Non la scemò d'un carato il suo giustissimo attendere la ricompensa. Christus enim – disse il vescovo sant'Ambrogio – per naturam bonus, non propter praemii cupiditatem, ideo passus est, quia benefacere eum delectavit, non quia incrementum gloriae ex sua passione quaerebat. Or, come dovunque egli sia ha sé medesimo seco, non v'ha altresì il suo cuore? Non v'ha altresì il suo amore? Che altro insegna l'Apostolo, e tutta seco la scuola de' maestri interpreti delle divine sue lettere, che l'esser Cristo nostro capo e noi sue membra? E chi mai vide un tal miracolo, anzi mostro in natura, che lo star del capo nel più eminente luogo di noi cagioni in lui il non risentirsi a una trafittura del piede, ch'è la più servile e bassa parte del corpo? Anzi egli ne sclama e, dietro un doloroso oimè, grida: "Io son ferito": che è voce di carità, e vera, per l'unione che di tutte le membra fa un corpo e ne accommuna il male. Or odasi solo infra cento altri sant'Agostino: Caput ille salvator corporas, qui iam ascendit in caelum; corpus autem Ecclesia, quae laborat in terra. Hoc autem corpus, nisi connexione charitatis adhaereret capiti suo ut unus fieret ex capite et corpore, non de caelo quendam persecutorem corripiens diceret: "Saule, Saule, quid me persequeris?". Quando eum iam in caelo sedentem nullus homo tangebat, quomodo Saulus in terra saeviens adversus christianos aliquo modo iniuria percellebat? Non ait: Quid sanctos meos, quid servos meos, sed Quid me persequeris? hoc est Quid membra mea? Caput pro membris clamabat et membra in se caput transfigurabat. Vocem namque pedis suscipit lingua. Quando forte in turba contritus pes dolet, clamat lingua: "Calcas me "; non enim ait: "Calcas pedem meum ", sed se dicit calcari, quam nemo tetigit. Sed pes qui calcatus est, a lingua separatus non est.

 

E tanto basti, del moltissimo che ve ne ha, aver detto in pruova dell'essere, così Iddio come Cristo, fornito d'un cuor tenerissimo verso le nostre sciagure, e pronti a porgere di lasù la mano e rilevarcene. Or ci rimane a mostrare, il più che dir si potrà brevemente, providenza e pietà altrettanto degna di Dio e di padre essere il tal volta non esaudirci: sì salutevoli per la miglior parte di noi, ch'è lo spirito, sono le lezioni che il negar egli le grazie, forse anche più che il concederle, a' buoni intenditori dichiara.

 

E sia in primo luogo la confidenza, quella che tanto impetra quanto lungi da ogni presunzione presume: conciosiaché ella non a' meriti del chieditore, ma alla gratuita benignità del donatore tutta s'affidi. Noi, il più delle volte, porgiam le nostre suppliche a Dio, come già un certo fece ad Augusto, in atto, per diffidenza, sì timido e ritroso, che il magnanimo principe, come quello fosse un rimprovero d'esser egli intrattabile al par d'una fiera, se ne sdegnò: Et videris, disse a colui, obolum porrigere elephanto. Chi timidamente priega, scrisse un poeta, insegna a dinegare. Né per altro Iddio non ispedì, come ad Abramo così anco a Giefte, il prestissimo volo d'un angiolo, che d'in su l'altare e di sotto il coltello gli ritogliesse la mal promessa e forse peggio sacrificata vergine sua figliuola, se non perché pater doluit, disse sant'Ambrogio, filia flevit, uterque de Dei miseratione dubitavit. Non così David, che mille pericoli, quanti ne ha la sua vita, confidando e chiedendo si voltò in mille miracoli: e, co 'egli tenesse Iddio militante al soldo, in sorprenderlo i suoi nemici gli spediva volando un velocissimo grido del suo cuore, a dirgli in suo nome: Apprehende arma et scutum, et exurge in adiutorium mihi. Né sì presto era il messo all'andare come Iddio tutto in arme al venire, con quello che sant'Agostino chiamò magnum spectaculum, videre Deum armatum pro te. E sieno quanti esser possano in numero, e in qualità quanto si voglia diversi quegli che vi contrastano, con solo Iddio che v'assista che vi rimane a temerne? O avrà anch'egli a dirvi quel che già Antigono re al timido suo nocchiere, allora che schierando lo stuolo delle sue navi in punto di battaglia contro all'armata di Tolomeo e veggendo questa a molti doppi più numerosa di legni, tutto smarrì e rivoltosi ad Antigono: "Oh" disse, già prima di combattere, mezzo vinto "i pochi che siam noi per sostener contro a tanti, non dico per vincerli!". A cui Antigono, altrettanto animoso quanto quegli disanimato: Me vero praesentem, disse, quot comparas?

 

Insegnaci ancora a non chieder cose indegne di noi e, dimentichi o non curanti i maggior nostri bisogni, dimandar leggerezze da farne increscere chi ci vuol bene. Come uno schiavo, col ferro al collo e a' piedi, che tutto il suo pregare e 'l suo piangere consumasse in chiedere non che gli sciolgano, ma che gl'indorino le catene. Quanti v'ha, che se Iddio si prendesse a compiacerli delle loro dimande, non dovrebbe essere altro che loro agricoltore, lor vignaiuolo, loro armentiere, lor sensale, loro avvocato, lor medico? E non v'ha ad essere differenza fra le dimande nostre e quelle degli Epicurei, non credenti esservi altra beatitudine che i beni della vita presente? E, direi ancora, degli animali, se avessero una loro proporzionata facoltà di discorrere. Presentossi Pelopida tutto supplichevole a chiedere da Epaminonda la liberazione d'un cuoco, sostenuto, per non so qual suo demerito, in carcere. Glie la dinegò quel solo savio fra ' Tebani. Indi, appena richiestone, concedette quel reo ad una vil meretrice; e disse quella non esser grazia proporzionata alla dignità d'un Pelopida, ma ben sì a quella d'una tal chieditrice. Et tu cum oras – diceva sant'Ambrogio – magna ora: idest ea quae aeterna sunt, non quae caduca. Noli orare pro pecunia, quia aerugo est, etc. Ista oratio ad Deum non pervenit. Non audit Deus nisi quod dignum ducit suis beneficiis.

 

Peggio poi, se richiediamo il Salvatore, senza noi avvedercene, di cose nocevoli alla salute; nel che fare abbiam compagni de' nostri prieghi i prieghi de' nostri più mortali nemici: peroché e' son dessi i demòni che c'inteneriscono il cuore, ci tiran le lagrime in su gli occhi, e ci muovono i sospiri e la lingua a dimandar quello che ben per essi e mal per noi, se Iddio adirato cel concedesse. Non consideraste voi mai nell'Evangelio di san Marco quel misero invasato da un sì bestiale e fiero demonio che, ritoltolo alla compagnia degli uomini e alla luce del mondo, il teneva continuo sotterra, abitator solitario d'un sepolcro? Né di ciò pago, contro a lui medesimo l'attizzava, e messolo in furie da accanito gli moveva le mani a incrudelire contra le proprie carni, tritandolesi vive indosso con acute schegge di sassi. Era costui nella strada de' Geraseni; per dove abbattutosi il Salvatore, l'indemoniato saltò fuor del sepolcro, e via correndo al disteso si gittò a prostendersi a' suoi piedi e, quanto il più poté supplichevole in atto, adorollo; indi levò alto le grida, lagnandosi, e gridando: Quid mihi et tibi; Iesu fili Dei altissimi? Adiuro te ne me torqueas. Chi parla? E con che lingua? E per cui prode o danno? Il reo spirito della lingua stessa dell'invasato si vale, a chiedere di non esserne discacciato, per così durare a tormentarlo continuando a possederlo. Onde ragionevolmente il Crisologo: Quid agit, dice, quid patitur fragilitas humana, talibus ac tantis subiecta miseriis! Ecce diabolus patrona voce hominis hominem petiturus inclamat: et tota membra hominis hosti suo militant ad ruinam. Che appunto è quel ch'io diceva del pregare che in bocca nostra fanno i demòni quando chiediamo a Dio in conto di grazia quel che, ottenendolo, misera l'anima nostra: ed egli è benefico, col negarci ciò che al meglio di noi, concedendolo, nocerebbe.

 

Ma conciosiecosa che questa, fra più altre che lungo a dismisura sarebbe anche sol ricercarle, sia una delle più ordinarie cagioni che inducon Dio a ributtar pietosamente le mal consigliate nostre dimande, mi fa bisogno gittar qui appresso un fondamento sopra cui stabilire non questa sola irrepugnabile verità qui avanti appena solo accennata, ma altre ancora, che qui addietro verranno: tutte insieme ordinate a farci posar quieto il cuore nell'ugualmente savio e amoroso operar di Dio, movente l'innumerabile varietà delle cose umane tutte al vero ben nostro come a lor fine.

 




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