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Daniello Bartoli
La ricreazione del Savio

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  • LIBRO SECONDO
    • CAPO NONO
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CAPO NONO

Il bisogno, padre della vita civile; la povertà, madre di tutte l'arti. Amendue fra' primi ministri della Providenza governatrice del mondo.

 

La virtù non si eredita: ch'ella non è patrimonio che si tramandi per successione dagli avoli a' nipoti. E chi mai si trovò de' maggiori, che nella sua famiglia instituisse un fideicommissumdi pietà, di giustizia, d'onestà, di così fatte altre virtù non possibili ad alienarsi, tal che sempre intere, con inviolabil retaggio, dall'un primogenito scadan nell'altro? La nobiltà sì, che di vena in vena si trasfonde col sangue, qualificato da un illustre legnaggio per dove passa: come le fonti che scaturiscono di sotterra e ne imbevono e portan seco un non so che di quel prezioso che traggono dalle miniere d'oro, di zaffiri, o d'altre gioie e metalli, per dove hanno il condotto. Ma questa in fine non conferisce alla virtù più che al vizio, come la vernice serve alla dipintura sol per avvivarne i colori, bella poi o deforme che ne sia l'imagine, bene o male inteso il disegno; e di lei ben può dirsi quel che dell'avorio un antico: eodem ebore numinum ora spectantur et mensarum pedes: perch'ella altresì è materia indifferente a lavorarsene uomini che o s'adorino per la dignità de' lor meriti, o per l'indegnità si calpestino. Gli onori poi, i titoli gloriosi, le ricchezze sono, a dirlo col termine della legge, bona adventitia, o profectitia, che ci vengono altronde, ancor tal volta senza noi meritarli; dove la virtù sola è bonum castrense, che non si ha se non si guadagna con la spada in pugno o, come ben disse il valoroso Giefte, coll'anima in mano. Per ciò tanto ne ha ognuno quanto per merito se ne procaccia; e come già gli Spartani eran soliti dire che i confini del loro stato arrivavano in fin dove potean piantare le loro aste o far giungere le loro saette, su le cui punte aveano tutta la ragione dell'acquistare, non altrimenti la virtù è mercede di merito, e si fa sua come David la reale sposa Micol, comperata da lui con ducento anime di Filistei. E percioché sola la virtù è quella che ci fa veramente grandi, e tutto il rimanente, che sembra ingrandirci, sol può quel che il zoccolo alla statua, levarla più alto, ma non farla maggiore, di qui è che ognun può far sé quantunque grande ei vuole: che è quel nascere di sé stesso che Tiberio disse d'un valoroso soldato, che non avea da suo padre la nobiltà e la grandezza a che egli arrivò col merito della sua spada.

 

Parrà ch'io mi sia fatto a cominciare assai dalla lungi, a quel che mostra richiedere l'argomento: ma si vedrà come dovutamente il volevano amendue le sue parti, alle quali il sopradetto spiana la via e dà il termine ove finire. E quanto alla prima: quel che poco addietro si è ragionato, dell'inegual ripartimento delle sorti umane e, secondo esse, del participare altri più altri meno de' beni che chiamano di fortuna, tutto è stato a maniera di conseguente didotto da un principio sopranaturale: cioè dell'essere noi ordinati al conseguimento d'una felicità che d'infinito eccede quantunque grande esser possa il comprendere del pensiero umano, come quella ch'è, per durazione, eterna; per sicurezza, immutabile e, per grandezza, ogni ben possibile a volersi in un perfettamente beato; e per ciò tale e tanta, che viltà d'animo sconoscente è il non che disperatamente affliggersi, ma né pur leggermente turbarsi di qualunque sia la condizion dello stare o, per meglio dire, del trapassar nostro nella vita presente: essendo altrettanto i mendici che i re, su la via che in pochi passi ci porta dalla terra fin sopra 'l cielo, a godervi quella incomprensibil beatitudine che fin di qua è beatitudine a sperarla. Or io non debbo ommettere di mostrar vero che, eziandio secondo buona ragion di governo, la disugualità degli stati è non solo incolpabile, ma necessariamente dovuta all'intero ben esser del mondo; e che il torgli questo, in apparenza difforme, in verità bellissimo ordine di Providenza, intolerabil disordine gli recherebbe.

 

Al che dimostrare adoprerò come principio della union civile fra gli uomini quello che un antico insegnò della naturale fra gli elementi. Questo mondo inferiore, dice egli, come fabrica ben intesa si tiene in piè sicura dal rovinare, sol per ciò, ch'ella è con arte maravigliosa contrapesata: non si divide, perché la sua medesima disunione la mantiene indissolubilmente unita; non si contrasta e distrugge, perché la discordia delle sue nature, essa appunto è quella che naturalmente l'accorda. Il fuoco e l'aria, come leggieri, poggiano all'in sù: l'acqua e la terra, come pesanti, priemono all'in giù; ma, per sottile ingegno di chi ne bilanciò a pesi uguali le forze, e quegli e questi né vincono né son vinti; anzi, e vincono ambe le parti, e non perdono: peroché i due elementi leggieri sospendono i due grievi, sì che lor vietano il profondar che farebbono non so dove; e i due grievi, stretto afferratisi a' due leggieri, fermano loro il volo, sì che non montino, dovea egli credere, sopra le stelle. Ita, mutuo complexu diversitatis effici nexum et levia ponderibus inhiberi quo minus avolent, contraque gravia ne ruant suspendi levibus in sublime tendentibus. Così egli, semplicemente insegnando quel che semplicemente credette. Veggiam noi come in verità questo sia il fin magistero con che la Providenza governatrice del mondo adopera la discordia sì utilmente che, senza essa, noi non istaremmo in accordo, e 'l viver civile e proprio da uomo dissolverebbesi: indarno compagnevoli per istinto, mentre, levatane la contrarietà, quel medesimo esser tutti un medesimo ci renderebbe contrari.

 

Quel dunque che ci collega insieme è lo scambievol bisogno che abbiamo gli uni degli altri; e indissolubile è il suo nodo, conciosia che niun vi sia che in tutto basti a sé medesimo; tal che si ripon fra le maraviglie un filosofo sì industrioso che quanto avea indosso, e la camicia e l'abito e la cintura e i calzari e per fin l'anello, tutto era lavoro delle sue mani. Ma che che sia dell'esser questa o no lode che stia bene a filosofo, legge ordinaria è che chi più ha meno possa, e chi più può meno abbia: onde necessariamente avviene che l'avere di quegli e 'l potere di questi, dando quel di che abbonda e ricevendo quel di che manca, faccia un tal equilibrio fra ricchi e poveri, savi e idioti, guerrieri e timorosi, forzuti e deboli, prudenti a consigliare altrui e male sperti a saper regger sé stessi, che, per lo scambievol bisogno che gli uni han degli altri, non si posson disgiungere e non perire: nella maniera (disse Platone ragionando de' forti e de' savi in una ben ordinata republica) che l'orditura e la trama, se non si attraversano e non si abbracciano a filo a filo col vicendevol salire e scendere delle calcole e de' licci, non un drappo tessuto, ma una disordinata matassa ne proverrà e, per la confusion delle fila intrigantisi gli uni gli altri, a poco altro utile che a gittar gli uni e gli altri. Piacevi di vederlo anche più in particolare dimostrato nelle due tanto e communi e contrarie sorti, de' poveri e de' ricchi? Sopra il cui disugualissimo spartimento, per ciò che grande è lo stravedere di molti che pure imaginan di vedere assai, e simile il querelarsi di Dio, che non abbia diviso il mondo e i suoi beni ugualmente fra tutti, san Giovanni Crisostomo prese a ragionare in ispezie, o, per meglio dire, quasi fatto geometra, a delinearne in terra una evidente dimostrazione; e vuolsi andargli dietro colà, dove in un imaginario campo disegna, d'invenzione non mai più veduta, la pianta di due città, in istile di fabrica e in qualità d'abitatori quanto il più esser possano l'una all'altra contrarie. La prima in mezzo ad un'ampia e deliciosa pianura, tutta ridente di fiori, corsa d'acque vive, e con un quasi insensibile alzamento volta alla più salutevole guardatura del sol levante; e, affinché vento né troppo rigido né vaporoso e mal sano vi possa, difesa da una convenevole alzata di monti che, facendole spalla, ne la riparano. Essa poi, null'altro che palagi, reggie, teatri, per sontuosità, de' più fini marmi e, per vaghezza, d'ordini quanti oltre a gli ordinari può inventarne l'architettura. Compiuta la real città, v'entrino gli abitatori, e sian non altro che ricchi, i quali, con gran salmerie e gran carriaggi, si portino quanto hanno in gioie, in oro, in drappi, in che che altro sia il prezioso lor mobile, e se ne arredin le case; e per più sicurezza di vivere insieme e di per sé essi soli beati, su la porta della città sia scolpito a grandi lettere: "Pena il cuore, niun povero si accosti a mettervi dentro non che il piè neanche lo sguardo". Fuori i mestieri strepitosi, fuori la servitù affaccendata, fuori il bisogno mendico, la fame disperata, la necessità importuna, la nudità vergognosa, la sollecitudine inquieta, la sempre querula povertà. E tal sia l'una. L'altra città, tutta all'opposto: male assituata in un infelice diserto di sabbion morto, o in null'altro vivo a risentirsi e produrre che lappole e pruni, chiusa fra montagne alpestri e rovinose, sì che non la vegga il sole che in su l'ora del mezzodì. Le fabriche, una incomposta adunata di catapecchie, tuguri e botteghe da ogni mestiere. Gli abitatori, com'è degno del luogo, tutta poveraglia e, il meglio che tra lor sia, artieri e lavoranti. Or che vi pare aver fatto in quella prima città? (ché di lei sola mi basterà dir quello che s'ha da intendere d'amendue). Quando dureran que' beati a goder di sé soli, senza l'aver tra' piedi niuno ignobile o povero che li contamini e lor dia noia? Ma chi loro appresterà il mangiare? E quante mani, e quanti fra lor diversi mestieri son di bisogno all'intiero servigio d'una eziandio se non lautissima tavola? Potranno imbandirla a molte messe di piatti d'oro e d'argento: ma che pro alla fame del ventre, se non si pasce altro che la gola degli occhi? E se il danaro è il vero Proteo che si trasforma in tutto, a che giova l'averlo, se manca l'in che trasmutarlo? E chi coltiverà l e loro terre? E 'l di che rivestirsi d'onde l'avranno? E da chi i servigi domestichi alle loro persone? Non v'è in che andar troppo a lungo cercando per minuto, e ognun da sé vede che i ricchi senza i poveri o dovranno essi far da poveri fino a' più sordidi ministeri o, come conchiude il Crisostomo, pauperes velut tutelaria quaedam numina ad se revocare. E altrettanto avverrà anco de' poveri in quella loro adunanza: conciosiaché, a chi venderanno i servigi delle lor mani, le fatiche delle lor braccia, i sudori della lor fronte, i lavorii de' lor mestieri? I troppo magri, disse il maestro de' medici (e sono i poveri) più patiscono ab estrinseco; i troppo grassi, cioè a dire i ricchi, più pericolosamente ab intrinseco; i ben complessionati, cio è d'un mezzano temperamento fra questi due estremi, né dall'un patiscono né dall'altro: e questo è lo stato civile, in cui, per mantenersi, necessario è che i poveri e i ricchi sien permischiati alla tempera del bisogno, il quale accommuni quel che han di bene le parti e di tutte faccia uno, con lo scambievole legamento del dare quel di che si abbonda e ricevere quel di che si manca; sopra che degna di leggersi è una eloquentissima orazione del vescovo Teodoreto, che in difesa della providenza di Dio trattò al disteso questo medesimo argomento. E tanto sol basterebbe aver detto, per dimostrare con evidenza la povertà esser sì necessaria al vivere adunati, cio è al viver da uomini, che senza essa non vi sarebbon né popoli, né città, né direzion di leggi, né publico reggimento, né coltura di vivere costumato e civile; e oltre che tutti saremmo poveri e servidori ognun di sé stesso, andremmo come naufraghi su la terra in un pelago di miserie, dispersi e gittati qua e là all'incerta, e sempre esposti a tutte le ingiurie della fortuna. Ma vuolsi anche almen solo accennare un altro bene che dalla povertà n e proviene e, s'io mal non veggo, estimabile quanto il primo: cio è l'essere ella madre di tutte l'arti e di tutte le scienze che hanno alcuna cosa del pratico. Così è: la non finta Pallade inventrice dell'arti è stata la povertà; e l'ha tratta dal cervello umano il bisogno, con un colpo di scure, come Vulcano la favolosa, o per meglio dire la misteriosa, fuor del capo a Giove, e l'intesero anche colà i n capo al mondo d'allora, i Gaditani, che alla povertà e all'arti consagrarono un medesimo altare. Cercatele ad una ad una tutte: omnium actionum humanarum mater necessitas, disse sant'Agostino. Ella alla durissima cote del bisogno ci ha aguzzato l'ingegno e assottigliatolo fino a trovarvi conveniente riparo col ministerio delle mani, fatte ancor esse maestre a mettere in opera di lavoro quel che l'industria della mente inventrice solo ordinava in disegno. Così dobbiamo alla nudità il tessere e quant'altro intorno alle lane, alle sete, a' lini, prima che vengano al telaio, ha mestier che s'adoperi. Così l'agricoltura alla fame, e le mille industrie e ingegni che la caccia delle salvaggine e l'uccellare e 'l pescare hanno inventati per isfamarci. E per lo coltivamento de' campi, il domare e mettere al giogo i buoi nostri lavoratori a solcare e volger la terra, e poi a mano con istrumenti adatti tritar le zolle, spianare i solchi, sarchiare e mietere e spagliar la ricolta; e osservare i tre diversi nascimenti delle stelle e i lor nascondersi o tramontare: onde poi l'ingegno, ancor più alto salendo, si è condotto dall'una all'altra sino all'ultima sfera, e ridottovi a canoni lo svariato muovere de' pianeti, e alle stelle fisse prefisso il numero e le distanze onde si hanno i lor luoghi, e le torte vie dell'anno, e 'l partimento de' segni e quant'altro comprende l'astronomia. Che direm poi dell'arte marinaresca, per cui tanto e di cervello e di cuore bisogna, per ben guidare anche un mezzo mondo lontana una debil nave e darle stabilità sopra un istabile elemento e certezza di via dove non è vestigio non che sentiero e dirittura al porto in tanta confusione di venti che, lor mal grado cacciandola, così la portan mezzo per aria dovunque il nocchiero disegna? Che del cavare, del fondere, del raffinare i metalli e saggiarli e legarli e batterli in moneta? Che dello spacciar le robe, mercatando in permuta o in vendita; e de' maravigliosi giri che da una in altra mano voltano il danaro che non v'è su le fiere, e in sol così traspiantarlo il rendon fruttifero? Non sono elle tutte invenzioni del bisogno, che ha insegnato a provedere ad altrui per così giovare a sé stesso? Dovevam poi vivere in ogni stagione allo scoperto, condannati ad arder vivi nel sollione e a gelar mezzo morti sotto i freddi sereni del verno? Esposti, qualunque aria facesse, al cader delle piogge, al soffiar de' venti? O torre alle fiere i loro alberghi, o con esse abitar nelle caverne de' monti? E 'l dovevam, se mancava ingegno al bisogno: ma eccone nata l'architettura; e percioché, come avvertì Massimo Tirio, tutte l'arti sono fra sé unite come gli anelli d'una catena, che non può trarsene un solo che tutti gli altri nol sieguano qual più e qual meno da lungi, per questa sola quante altre arti ha mestier che lavorino, in creta in marmo, in legno, in ferro, e che so io? Se non che il medesimo è di tutte, né fa mestieri d'andar più a lungo contandole. In tal maniera il bisogno si può dire che ha fatto l'uomo uomo: percioché senza questi miracoli del suo ingegno, di quanto gli calerebbe quel pregio in che per essi sta tanto al disopra degli animali, proveduti dalla natura sol perciò che lor non si doveva ingegno da provedersi per arte? E ben fu cieco, poi che non vide, e da cieco battè Iddio, calunniandone la providenza, Celso: e basta aggiungere epicureo, perché s'intenda un sozzo animale, non videns (disse il valente Origene che il ribatté con otto eloquentissimi libri) quod Deus volens undecunque materiam intellectus exercendi praebere homini, ne sterilis maneret, rudisque artium, inopiam ei comitem addidit, ut cogeretur eas invenire: alias ad victum, alias ad amictum parandum necessarias. Cum enim non essent vacaturi rebus divinis, satius erat egenos esse, ut inveniendis artibus ingenium excolerent, quam per affluentiam rerum, mentem incultam negligere. Rimanci ora diffinire quel di che forse altrui rimane a dubitare, se la diversità degli stati e delle fortune lor conseguenti, che negli ordini naturale e civile è cosa ottimamente intesa a regola di providenza, il sia niente meno in quello della grazia, o se più da lungi alla virtù rimanga l'uno stato che l'altro: tal che il povero o 'l ricco, il letterato o l'idiota, e così degli altri massimamente contrari, truovi più intralciato il sentiero e più ripida e malagevole la salita al cielo. Sopra che troppo mi prenderei che fare, se m'obligassi a discorrere quanto all'ampiezza del ricchissimo argomento ch'egli è si richiederebbe: né tutto veramente si dee al bisogno presente, ma sol tanto che il dubbio e la risposta s'uguaglino. Tutte le virtù sono una famiglia (parlia qui delle infuse e di qualità sopranaturali), tutte sono sorelle; ma non tutte belle per una stessa aria di volto, né tutte operanti per una stessa inclinazione di genio. E quanto alla bellezza, se voi le riguardate ciascuna di per sé sola, e' vi parrà lei sola essere la più bella; se poi tutte insieme, non saprete a cui di loro dare il pregio della maggior bellezza. D'inclinazione poi tanto fra sé diverse quanto il sono di natura; e miratelo almeno in alcune poche. Ve ne ha delle generose, dell'eroiche: aquile fra le virtù, che con ali d'elevatissimi spiriti sopramodo alto si lievano e solo a grandi prede, cioè solo a nobili imprese si gittano; e ve ne ha delle tutto al contrario minute, che intendono a certe lor piccole opericciuole, come api fra le virtù, che volano a' fioretti del serpillo, del ramerino, dello spigo, del timo, e poco traggono da ciascuno, ma tutto è mele: e come nelle prime la rarità è compensata dall'eccellenza dell'atto, così in queste seconde la moltitudine del poco uguaglia il molto. Altre han del marziale: si scagliano contro a' pericoli, cercano de' nemici, e trionfano nelle battaglie: come il cavallo descritto da Dio in Giobbe, che da lungi sente al fiuto la guerra, e in sentirla fervens et fremens sorbet terram et ubi audierit buccinam dicit, vah. Altre all'opposto son timorose, e per ciò guardinghe: che mal si fidano di sé stesse, e tanto sicure si tengono dal perire quanto lontane si tengono dal pericolo. Sónvene di quelle che servono a chi comanda, e di quelle che comandano a chi serve. E qual fugge le preminenze per umiltà, e invitatavi, come Mosè se ne ritira: e qual per zelo le accetta e, tacitamente chiamatavi, francamente, come Isaia, vi si offerisce. Certe amano il publico, non per metter sé in mostra, ma, come linee di riflesso, per ispargersi e giovare altrui: certe, al lor solo privato bene rivolte e, come centro in circolo, chiuse dentro sé stesse e sol di sé consapevoli e paghe, se ne vivono ritirate. Alcuna ve ne ha nihil possidens praeter Crucem, come disse il Nazianzeno. Tutto il suo avere sta in non aver nulla: riccamente povera e felicemente mendica. Per contrario, alcun 'altra non ha tesori che bastino alla cortese sua mano. Le altrui necessità sente come sue proprie, e quanto altri è povero tanto ella vorrebbe esser ricca: facendola beata le altrui miserie, mentre a sé le appropria per ripararvi. In somma e' vi sono virtù da ogni stato, da ogni luogo, da ogni opera: da teatro e da cella, da corte e da romitaggio, da frequenza e da solitudine, da porpora e da ciliccio, da scuole e da campagna, da faticante e da ozioso, da cavaliere e da ignobile, da ricco e da pezzente, per chi s'incorona d'oro e per chi s'inghirlanda di spine, per chi tratta la spada e chi maneggia la zappa. Nulli praeclusa virtus est. Omnibus patet, omnes admittit, omnes invitat: ingenuos, libertinos, servos, reges et exules. Non eligit domum, non censum; nudo homine contenta est. Ella è una luce che si confà a tutti i colori; ella è un'acqua purissima che come latte di nutrice si trasmuta e s'appropria alla natura di mille diversi fiori che la si beono: alba fit in liliis, disse Cirillo il Patriarca di Gerusalemme, rubra in rosis, purpurea in hyacinthis, in diversis rebus diversa, in omnibus omnia. Per ciò sì bella a vedere è la sposa di Cristo, cioè l a Chiesa, secondo il ritratto che ne abbiamo di mano di David, perché, praeter aurum charitatis, disse l'altro Cirillo, varietatem habet virtutum. O 'l riconosciate nelle diverse fila che a questa bella rema in un vago cangiante di tutte le virtù intessono il manto, ch'è la sposizione ordinaria; o nella portatura dell'abito vi piaccia riconoscere in mistero la varietà ond'ella è circumamicta. Così ne parve al vescovo san Paciano. Non est, dice egli, coloris unius ista pictura, nec in uno habitu emicat tanta diversitas. Pars illa indumenti regit, ista componit: nonnulla pectori adhaeret, aliqua ultimo sinu trahitur, et inter vestigia ipsa sordescit. Quaedam purpurae Martyrum comparatur; aliqua serico virginali; nonnulla sinu placante subsuitur, aut acu inserente reparatur: alius enim sic, alius autem sic; et tamen una in omnibus Regina componitur. Che appunto è, in altra forma di dire, quel medesimo che sant'Ambrogio osservò avere accennato il sole del mondo Cristo salvatore, colà dove per san Giovanni avvisò che dodici eran le ore del giorno: non per solamente avvertire quel ch'era uso anco in Palestina sì come d'altrove, di partire tutti indifferentemente i giorni dell'anno in dodici ore, di spazio, quelle dell'un dì, disuguale a quelle dell'altro; ma per dichiarare in mistero sé essere il giorno e le sue dodici ore gli altrettanti apostoli, qui caelesti lumine distincto in se gratiae vicibus refulserunt. Conciosiaché, come diverso è il partecipar le virtù del Sole secondo le diverse ore (la quale è una varietà che rende a maraviglia bello il giorno), così anche gli Apostoli, e in essi quanti il medesimo sole per lor ministero de tenebris vocavit in admirabile lumen suum. E questo è veramente il tanto celebre carro descrittoci da Ezechiello, il quale ne fu testimonio di veduta, sopra cui Iddio s'asside in maestà e trionfa in gloria. Che se ben vide a conoscerne il vero quel grande interprete de' misteri delle Scritture san Gregorio papa, que' diversi quattro santi animali altro non sono che i diversi stati in che le varie operazioni delle virtù trasformano i Santi, tutti però insieme, non ostanti le contrarie loro inclinazioni, unitissimi: quia et dissimilia sunt quae agunt, uno tamen eodemque sensu, sibi Sanctorum voce virtutesque sociantur. Et quamvis alius rationabiliter cuncta agendo, sit homo; alius in passionibus fortis, adversa mundi non timendo, sit leo; alius per abstinentiam semetipsum vivam hostiam offerendo, sit vitulus; alius se in alta rapiendo contemplationis volatu, sit aquila; pennis se tamen, dum volant, tangunt, quia et confessione vocum et virtutum sibi unanimitate iunguntur. Poniamo ora in bilancia, e con una semplice alzata diamo a vedere se di maggior peso e forza abbiano aiuti per la virtù e per la santità i poveri o i ricchi: peroché, come addietro così ancor qui, di questi due soli communissimi stati, in esempio degli altri, ragioneremo. Lattanzio Firmiano, nel terzo de' suoi eloquentissimi libri in difesa della religione cristiana, si dà a far le disperazioni sopra la semplicità (come a lui pareva) di chi crede la terra essere un globo tutto abitabile e avervi antipodi. Correte, dice egli, quanto v'è d'alto mare dall'un orizzonte all'altro dell'emisfero inferiore, volate per tutta intorno la terra: non troverete antipodi fuor che nel capo a certi filosofastri digiuni e magri, i quali, percioché essi hanno stravolti i fantasmi, giurano che tal è altresì quella parte del mondo che non veggono fuor che in loro stessi, non essendovi nella natura. Mirate stupidità d'ingegno, se mai ne vedeste altra maggiore: credere che vi sieno al mondo uomini e animali che stiano capovolti e caminino con le gambe all'in su e con la testa dove andrebbono i piedi; e così ogni altra cosa al contrario. I seminati e gli arbori crescere con le cime dove naturalmente si dovrebbono le radici; e le piogge e le nevi e la grandine, per cader su la terra non iscendere, ma salire. E poi, siegue egli, si fa tanto romore degli orti pensili di Babilonia, mentre si truovan filosofi che ci danno a vedere città e montagne, terra e mare e un mezzo mondo tutto pensile in aria. Fin qui il buon Lattanzio: tirando tante linee false quante ne scrisse, perché non attese al punto, centro della terra e delle cose gravi, che glie ne avrebbe addrizzata la figura, la quale a lui, non a' filosofi del suo tempo, era stravolta. Poscia anco il grande Agostino (ma per altra meno irragionevol ragione) ebbe gli antipodi a beffe e li relegò fra le nazioni chimeriche de' ramanzieri. Ma veramente e' vi sono, non dico a noi, a' quali quel che risponde nell'opposto emispero è mare né altri antipodi abbiamo che i naviganti per esso, ma dove terra a terra per diametro si contrapone, gli abitatori dell'una sono antipodi a que' dell'altra; e l'imaginar che tal volta fan gli uni che gli altri stiano capovolti è aggiramento di fantasia: peroché o il sarebbono amendue o niuno, avendo e questi e quegli il medesimo riguardo al centro della terra, che ne regola la dirittura dello stare in piè e quello dello scendere d'ogni cosa mobile e grave.

 

Or la medesima falsa imaginazion di Lattanzio corre altresì, quanto al morale, fra i ricchi e i poveri, che nel globo della fortuna son veramente antipodi: ond'è che talvolta gli uni, non sapendone il vero, imaginan contra 'l vero che gli altri sien collocati contra il giusto ordine della natura: essi diritti e bene in piè, quegli al rovescio e capovolti; essendo in verità così, che amendue questi stati sono ottimamente posti rispetto al centro a cui sono ordinati e a cui tirano, ch'è Iddio: così chiamato dal vescovo di Cirene Sinesio, in un de' suoi inni platonici e sacri d'elevatissimo stile. La povertà e le ricchezze, disse Teodoreto, son due scarpelli messi da Dio in mano, l'uno a gli uni, l'altro a gli altri: né quel de' poveri è spuntato, né quel de' ricchi è di tempera troppo dolce, talché lavorando in marmo di vena durissima, cioè i ntorno ad opere troppo malagevoli a condurre, assai fatichino e nulla profittino, altro loro in fine non riuscendo che sconciature o mostri. Anzi, assistente loro il mastro con in mano il modello di altissima perfezione, a ciascun la sua propria, sì gl'indirizza e gli avvalora che, se porrete a riscontro le miracolose opere d'amendue, penerete, ove ne vogliate esser giudice, a cui dare il vanto della maggior eccellenza.

 

Beati chiamò Cristo i poveri che, della lor piccola sorte contenti, non si stimano poveri per quel che lor manca in terra, ma ricchi di quel che aspettano in cielo; e come già si vedessero pender diritta in sul capo la corona di quel felicissimo regno, sì vivamente sperano quel che saranno all'avvenire, che non curano quali che siano al presente. Guardili Iddio di querelarsi della sua providenza o diffidarne, quando le necessità, eziandio se estreme, gli stringono. Baciano e riverenti adorano la sua mano, aperta o chiusa ch'ella sia per essi; e, come la Cananea disse de' catellini, aspettano che di quello ond'egli carica la mensa de' ricchi gitti loro un minuzzolo o lasci cadere una briciola.

 

Beati chiama altresì Iddio per bocca del Savio i ricchi che non si lasciano incatenar dall'oro, né premere e tirare in giù dal suo peso, ancorché molto ne abbiano, né s'abbagliano a quel suo maligno splendore, sì che mai perdano di veduta la patria dove sono inviati; ed è quella soprana Gerusalemme, che fu mostrata all'Apostolo san Giovanni con le mura di gemme e la piazza d'oro: e perché lei sola stimano degna d'essere lor tesoro, in lei sola hanno il cuore. La lor vita (siegue a dire il Savio) è tutta istoriata a miracoli, tutta ricamata in trapunto d'oro, d'una virtù provatissima: percioché, come il fuoco cimenta l'oro, così l'oro lo spirito; e se in esso nulla ne svapora o si perde, egli così tien di fino tutti i ventiquattro carati, né resta in che altro più isquisitamente provarlo, se non se come Giobbe, spogliandolo di ciò che possiede fino a ridurlo a quell'estremo delle umane miserie, la mendicità. Ma egli, che altresì come Giobbe riconosce le sue ricchezze non come dono di fortuna o frutto d'industria, ma deposito o prestanza fattagli gratuitamente da Dio, dove Dio le rivoglia, sì glie le renderà come debito; e tanto più leggiere quanto più scarico, tanto più spedito quanto più ignudo, correrà a mettergli a' piedi per giunta anche lo spirito, che sol gli rimane, e la vita: ché non è in lui la carità come il fuoco fuori della sua sfera, che, in mancargli di che alimentarsi, si spegne. Arde di Dio sol per Iddio; e quanto è da lungi a dividere il suo cuore fra lui e null'altro che sia meno di lui, se mille cuori e più, se più ne potesse avere, non gli basterebbono ad amarlo.

 

Una scuola di tutte le virtù è la casa d'un povero. La superbia, che tiene il capo fra le nuvole a gonfiarvisi d'aria, non cape in un vil tugurio; né la gola siede a una mensa, non che moderata e parca, ma sì sproveduta che v'è sol da vivere quanto basta per non morire; né l'ozio e la lascivia truovano da quietare e trastullarsi dove la necessità tiene gli occhi in veglia e la carne in istento. La povertà rassegnata non ha due scintille di fomite della corrotta natura; anzi, come già nello stato dell'innocenza, ha quasi per natural dono la temperanza, l'onestà, l a modestia, l'umiltà, e di più anche la pazienza: per modo che il Crisostomo la riverisce come un certo martirio, veggendo un tal povero dato in mano alla nudità, alla fame, alla sete, al freddo, al duro letto, allo scommodo albergo come a carnefici, non per ciò più miti perché più lenti; compensandosi l'acerbità con la lunghezza del tormento. Ma con tante virtù le mancherà forse la misericordia? Sì, s'ella si misurasse con quanto si può allargar la mano e non con quanto si può stendere il cuore. Anzi non v'è chi più sappia esser misericordioso che chi per prova sa quel che sia esser misero e, se non ha che dare in sussidio altrui più che i due minuti di rame della vedova osservata e lodata da Cristo, dia con essi il buon cuore; e su le bilance di Dio pesa più quell'offerta di nulla che le brancate d'oro che i ricchi versano nel gazofilacio e, per molto che paia, è una insensibile stilla del mare che ne hanno: dove il povero non dà mai sì poco che non ne senta il calo e non ne resti più povero. Un tempio di santità è la casa d'un ricco fedele, né Iddio altrove più che in essa, quanto può farsi in terra, siede con maestà e abita con decoro. Miratene un disegno in figura nel tabernacolo di Mosè, che fu il primo ospizio che Iddio avesse in terra: mobile, percioch'egli altresì pellegrinava col suo popolo, dall'Egitto alla Palestina. Un gran procinto intorniato di colonne e chiuso di tavole di preziosissimo legno; e queste, posate ciascuna in su due piedistalli d'argento, quelle con capitelli d'oro; e similmente d'oro incrostate le tavole e le colonne profilate d'argento; e d'oro gli anelli e le sbarre che commettevan l'assi e le saldavano in guisa di muro. Poi, tutto intorno al gran cortile, disteso un preziosissimo cortinaggio a tessitura di violato, di porpora, di scarlatto, di finissimo lino ritorto, tutto corso di fila d'oro e trapunto ad opera di ricamo, e simile i padiglioni e i tappeti; e i teli del cortinaggio accoppiati con fibbie d'oro, e le pelli che facean tenda a quant'era ampio il cortile, tutte in color di porpora. D'oro il gran candelliero dalle sette lumiere continuo ardenti, tirato al martello e tutto un pezzo; d'oro gli altari e l'innumerabile vasellamento, e l'Arca e i due Cherubini che l'ombreggiavan coll'ali. Tante ricchezze e tesori quanti n'avea l'Egitto, cui l'Israelita, uscendone, dispogliò. Tutto a questo sol fine di collocar degnamente nell'Arca del santuario, ch'era la parte ivi più dentro, le due tavole di pietra, intagliatavi dentro la Legge col dito di Dio. Il quale non avea dunque altro in pensiero che onorar quella insensibil materia, e que' morti caratteri fare apparir preziosi al riverbero di tant'oro, e non anzi, come allora tutto era misterio, insegnarci che la sua legge ivi è, più che altrove esser possa, com'è degno di lei collocata, dov'ella è in mezzo alle ricchezze, tolte al mal usarle d'Egitto e a lei consacrate, in quanto ella si tiene in più pregio che quanto è di pregevole in tutto il mondo? Che vista non dà di sé una tal casa? Che famigliarità da padre non usa Iddio con una sì avventurosa famiglia? E dove anco siede egli con più maestà che in mezzo di loro? Dove ha sacrifici più accettevoli, profumi di più grato odore, splendori ed ombre più preziose? Dove più Cherubini, non lavoro d'ago o di martello come i finti del Tabernacolo e dell'Arca, ma somiglianti al vero quanto si può esserlo in terra? Le virtù, poi, cerchinsi altrove più che qui, e più insieme e più eroiche. Avere in abbondanza con che comperare all'amore e all'odio la carne e 'l sangue delle amiche e de' nemici, e solo in ciò essere avaro e tener digiune le insaziabili non che ingorde brame dell'uno e dell'altro. Antiporre alla gloria degli scettri l'obbrobrio della croce di Cristo e, più che di monarca, pregiarsi del titolo di suo infimo servidore; unir col meglio del mondo il dispregio del mondo, e con gli agi delle copiose sustanze i disagi delle volontarie penitenze; coprir di seta e di porpora i cilicci; con le laute mense accompagnare il digiuno, lo spirito umile con le grandezze e la modestia col signoril portamento. Ma che vo io facendo, in così descrivere la perfezione delle virtù delle quali lo stato de' poveri e de' ricchi è capevole? Disegno per avventura cose impossibili ad essere, o puramente ideali, o da non trovarsi fuor che cercandone in que' primi secoli della Chiesa, quando era quasi un medesimo esser cristiano e santo? Così anch'io meriterò d'esser ributtato, come Catone il minore non ammesso al consolato di Roma, perché dicebat sententias tamquam in republica Platonis, non tamquam in faece Romuli? Ma, vaglia il vero, ve ne ha di continuo, e in ogni tempo e altresì in ogni luogo: né sarà mai che si spenga o resti d'operar come degno è di lui quel primiero spirito che avvivò la Chiesa nascente e manterralla sempre a sé somigliante fino alla consummazione del secolo. E avvegnaché, in risguardo al gran numero de' fedeli, rari siano i perfetti (ché così d'essi come de' monti, in cui ben si figurano, pochi son quegli che si lievin alto fino a mettere il capo sopra le nuvole) non così pochi son quegli d'una virtù mezzana, ma più che bastevole a dimostrare quel ch'io m'avea proposto. Ogni condizione, ogni stato d'uomini, quantunque secondo natura, o quel che diciamo fortuna, gli uni opposti a gli altri, essere largamente proveduto d'aiuti convenevoli alla salute: così usando Iddio assistere a ciascuno, come il particolar suo bisogno richiede, e accommodar la sua grazia all'attitudine del suggetto.

 

E tanto basti aver detto in pruova dell'argomento prefissomi in questa seconda parte; avvegnaché egli sia pochissimo più di nulla rispetto alla troppo ampia materia, che altr'ozio che il mio richiederebbe a trattarsi come di ragion si dovrebbe. Or altro non mi rimane che adoperare il detto fin qui a metter silenzio a tre importunissimi contradittori alla providenza di Dio: e sono la pazzia de' savi che credono alla Fortuna, la sapienza de' pazzi che si reggono coll'astrologia, e l'una e l'altra unita insieme negli empi che professano l'ateismo.

 




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