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| Daniello Bartoli La ricreazione del Savio IntraText CT - Lettura del testo |
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CAPO DECIMOTERZO L'artificio del comporre i lunari per saper certo ogni giorno quel che non sarà.
Non ha dubbio essere in verità misterio sotto apparenza di favola quella tanto appresso gli antichi famosa e celebrata catena d'Omero, la quale da piè del solio di Giove (e ognun sa, che solio di Dio è il cielo) giù si distende in anella tutte d'oro, e lunga sì, che giunge fino alla terra, e l'accerchia e vi si annoda. Ciò sono, in poetico favellare, non solamente la luce e 'l calore, ma quell'altre ancora che chiamiamo influenze: delle quali il vocabolario della naturale filosofia – che, per molto ch'ella presuma e vanti, poco altro in fine sa che i generi delle cose, e poco più che in genere ne discorre – come non ha conoscimento del loro essere in particolare, neanche ha nomi propri per divisarle: onde poi è quel tanto ricorrere alle occulte qualità, che sono la ritirata in cui ci facciamo forti contro alle batterie che ci danno al cervello i particolari effetti, massimamente se un poco fuori dell'ordinario, de' quali non sappiamo allegar cagioni altro che universali, e spesse volte una medesima ad operazioni fra loro estremamente contrarie. Così dunque concatenata questa bassa parte elementare con quella sublime celeste, il mondo riesce non un'accidentale aggregazione di corpi sol materialmente ammassati, ma un vero tutto intero, ed una sola natura bene intesa e fra sé ordinata, con disposizione di parti aventi, secondo la dignità, il luogo conveniente alla più o meno perfezione dell'essere; e dipendenti le inferiori men nobili dalle supreme, che ne han quella signoria che il capo nelle altre membra; onde mai non si rimangono di trasfondere in esse vigore da mantenersi e spirito da operare. E percioché quigiù v'ha tanta varietà di nature quanta è la differenza e delle forme ne' misti e de' temperamenti e, dirò così, armonia delle qualità convenienti a ciascuno, e in ciascuno, come parla sant'Agostino, in diversa proporzione di numeri accordata, conveniva che ancor lasù fosse diversità di princìpi ed una certa come concorde discordia di cagioni, produttrici delle diverse virtù, confacevoli quale all'una e quale all'altra specie de' composti. E queste tali virtù le hanno i corpi delle stelle, così mobili come fisse, e forse anche il cielo stesso: ma non già quel fisso e finto dalla filosofia degli astrolaghi, i quali nel disegnar delle dodici case non attendono al corpo reale del cielo né al segno sensibile del Zodiaco con esso le stelle che que' suoi trenta gradi comprendono, ma ad un altro imaginato da essi, a cui questo visibile da tanti secoli addietro corrispondeva; e ad un tal cielo, che non è altrove che nella lor fantasia, attribuiscono quelle tanto miracolose virtù che in sì divisate forme ci stampano tutta la vita nel primo e fatal punto del nascere. Han dunque di certo, almeno le stelle, virtù possente ad operare. E mirate il saggio avvedimento di Dio, in far che le sette mobili, che chiamiamo pianeti, si raggirassero per intorno la Terra, non solamente col circuito diurno da levante a ponente, ma con un proprio loro, in contrario e in su poli diversi, e non lentissimamente come le stelle fisse; e che alcuni più presti, altri più tardi fossero a correre tutto intero il cerchio della loro sfera: conciosia che per tali andamenti unendosi, dilungandosi, opponendosi, rimirandosi l'un l'altro in diverse guardature d'aspetti quanta è la varietà degli accozzamenti che se ne fanno, tanto si multiplicano i diversi princìpi delle virtù e diversi ne nascono i temperamenti e i distemperamenti delle qualità, or avvalorate dalle simili, or rintuzzate dalle contrarie; e quinci i vari effetti, secondo le varie impressioni in questa inferior parte che n'è patibile e le riceve. Finalmente, o sia vero che le forme degli elementi si truovino in sustanza, o solo per qualità ne' composti di loro, ogni specie di composto simbolizza coll'elemento che in lui più che gli altri predomina e, quello alterato, ancor questa per natural legamento si altera e risente, come avvien di due corde di qualunque sia strumento di musica tese all'unisono o in alcuna delle due consonanze perfette che, in toccarsi l'una, l'altra avvegnaché non toccata si muove e guizza. E poté anche a ciò aver riguardo quello a prima vista incredibile detto di Giamblico, che la terra è in cielo, ma in modo celeste, e 'l cielo è in terra, ma in modo terreno: cio è a dire in mistero che quello e questa, salva la differenza delle nature, son permischiati con un non so che terzo commune ad amendue, che gli unisce e in genere di suggetto e d'agente li proporziona. Tal dunque è l'ordine dell'operare de' cieli in questa parte inferiore della natura. Essi, con tanto diversi princìpi di virtù quanti sono i corpi delle stelle e i lor vari accozzamenti, muovono in prima gli elementi, come a ciò tanto più proporzionati quanto più semplici e più simili al semplicissimo esser del cielo: e questi mossi o alterati, come voglia dire, muovono le specie de' composti in cui sono, almeno per qualità, e più le più collegate con essi; e or a meglio or a peggio le menano, secondo la conveniente o distemperata alterazione che in esse fanno; e avviene che per la contraria tempera delle nature richiedenti contrarie qualità, quel che fa prode all'una è nocevole all'altra. E tanto basti, in acconcio della materia, aver detto di questo bel magistero e aggiustatissimo ordine della natura: di che, come a me altre più cose si rappresenterebbono a dire se ne ragionassi non in ordine ad altro ma di per sé, così e molto più ne risovverrà ad ogni altro, facendosi a pensarvi.
Conceduta dunque alle stelle la virtù e l'impressione da muovere e alterar gli elementi e ciò che di loro è composto, per conoscere quali stelle a quali specie di cose sien utili o dannose, peroché non ne sappiamo fuor che quel solo che ci danno a vedere gli effetti, conviene attenersi alle osservazioni e sopra un convenevole numero d'esse ben rispondenti formar canoni e aforismi, che riusciran buoni altrettanto che questa ottima regola di discorso: quello che, posto il tal principio, è ordinario a succedere non dover succedere a caso, ma in virtù d'esso e per iscambievole legamento dell'uno coll'altro. Raccordami di quell'antico detto: plerumque abortus causa fit odor e lucernarum extinctu, e dico: quante sconciature cagionerà in questa sempre gravida madre, la terra, lo spegnersi dell'una o dell'altra lucerna del mondo, cioè l'eclissarsi del Sole e della Luna, con que' nocevoli effetti che natural cosa è che consieguano a quel repentino smarrimento del lume e del caldo onde gli spiriti, eziandio nelle cose morte, s'avvivano? Dunque, dalla sufficiente osservazione degli avvenimenti potran farsi regole da predirli. Sovviemmi ancora di quel grazioso detto di Sidonio Apollinare, che in cui Bacco s'affissa immobilmente con gli occhi, per via di quel medesimo sguardo gli fa entrar nel capo tanti spiriti di quell'ottimo vino ond'egli è tutto pieno, che quegli, eziandio digiuni, diventano ubbriachi:
dulce natant oculi, quos si fors vertat in hostem attonitos, solum dum cernit, inebriat Indos
e dico: ben tornerà vera la finzion del mirar di Bacco in quel di Saturno e di Marte, i due pianeti, per le ree qualità conseguenti un sommo freddo e un sommo caldo, distemperati, e alla natura, cui ogni eccesso danneggia, malefichi, se avverrà che di male aspetto e non emendato da niun altro benefico s'affissino a guardar la terra; e così dell'altre stelle mobili e fisse, massimamente della Luna, chiamata nel Genesi gran luminare, perché la vicinanza tal ce la rende e nell'apparenza e nella virtù dell'operare, singolarmente nell'umido, avvegnaché in verità ella sia il minimo di tutti i corpi celesti. Dunque, osservando in certi punti efficaci le stelle e riscontrando con le lor guardature gli effetti che ne provengono, avremo onde far regole da antivederli e predirli. Non però altrimenti che per fallacissime conghietture: ché non sono, quella superior parte del mondo e questa inferiore, come due occhi d'un capo, che dove l'un si volge, l'altro, in nulla da lui diverso o sia nella sustanza o nel numero o nella collocazione de' muscoli, istrumenti del moto, anch'egli invariabilmente si muove. Troppa è la varietà degli stati in che questa parte elementare si trasmuta: onde avviene che, non trovandosi ella sempre d'un medesimo temperamento né similmente disposta, neanche sempre ne sieguano da una medesima alterazione i medesimi effetti. Ciò però non ostante, l'arte marinaresca, l 'agricoltura e la medicina, fra l'altre, ne hanno de' poco men che sicuri, e si pronostican saviamente, osservatene le cagioni che assai delle volte s'avverano; avvegnaché certe altre, per accidentale impedimento, falliscano. Ma oramai troppo più lungamente che al bisogno presente non si richiede abbia tenuta la mente tesa in discorrere, e ci farà mestieri tornarvi di qua a poco. Intramezzia dunque, facendo come i fabbri, che e tuttavia tengono afferrato con le tanaglie in mano il ferro rovente e ne distolgono i martelli, dando con essi tre o quattro colpi a vuoto sopra l'ancudine, non senza qualche armonia, di cui ricreatisi tornano al lavoro. E venga qua inanzi alcuno di quella specie d'astrolaghi o, a dirlo più conforme al vero, zingani, che dan la ventura ad ogni dì che nasce in tutto l'anno, e del buono e del mal tempo che de' aver con essi il mondo stampano profezie e discorsi. Prendiancela un poco con alcun di costoro, ma in quel modo che Tertulliano si fe' a scoprire gli occulti e pazzi misteri della setta di Valentino: Congressionis lusionem deputa, lector, haud pugnam. Ostendam, sed non imprimam vulnera. Si et ridebitur alicubi, materiis ipsis satisfiet. Multa sunt sic digna revinci, ne gravitate adorentur. Vanitati proprie festivitas cedit. Congruit et veritati ridere, quia laetans de aemulis suis ludere quia secura est. Or vi sovvenga di quale Marziano ritrasse Apollo, e in lui raffigurate l'astrolago. Avea – dice egli – Apollo davanti a sé quattro urne, l'una di ferro, l'altra d'argento, la terza di piombo, l'ultima di cristallo. Quella di ferro era piena d'una purissima quinta essenza di fuoco, e chiamavasi la Sommità di Vulcano; quella d'argento, nominata Riso di Giove, conteneva il sereno, che dovea essere zaffiro liquefatto, e con lui mista l'amenità della primavera. Nella terza, di piombo, si chiudevano le tempeste, i venti, le piogge, la brina, il gelo e quanto di rigidezza, di malinconia, d'orrore ha il verno, e ben le stava il nome di Sterminio di Saturno. L'ultima, di cristallo, s'empieva di tutti insieme rammescolati i semi della fecondità onde l'aria s'ingravida; perciò avea in titolo le Poppe di Giunone. Fra queste quattro urne, Apollo, ch'è quanto dire il Sole, prendea qui dall'una e qui dall'altra, or poco or molto di quello ond'elle sempre eran piene, e, quando schietto, quando bene e mal temperato col simile o col diverso, versavalo sopra la terra: così ne venivano i tempi dolci o rigidi, l'aria serena o torbida, i dì allegri o malinconiosi, il mar tranquillo o in burrasca, le stagioni uguali o distemperate, le ricolte e le vendemmie ubertose o sterili; e tutta questa infima parte della natura, con quanto è in essa di semplice o di composto, a migliore o peggior essere menata, secondo l'impressione delle buone o ree qualità che l'alteravano, si risentiva. Or non vi par egli che tale appunto sia il mestiere di così fatti astrolaghi? E non manca loro altro che aver del Sole il lume della verità e dell'Apollo lo spirito della profezia; nel rimanente fanno come lui, o meglio, se altramente: peroché si recano inanzi come vaselli vuoti tutti i trecensessanta cinque giorni dell'anno, e gentilmente con un cucchiaio astrologico prendono ciò che da qualunque delle sopradette quattro urne lor prima viene alla mano, o sia da nuvolo o da sereno, e piogge e grandini, e nevi e venti, e freddo e caldo, e ne infondono in ciascuno quel che, voglialo o no, pur convien che vi cappia: e così alle vigne, a' seminati, a gli uomini, a gli animali, senza eccettuarne sé stessi, danno quel più o men di bene e di male che, alla disposizione in che sono le stelle, intendono giustamente doversi; e 'l divisato da essi immutabilmente avverrà, se non in quanto Iddio, ch'è il Signor della natura (e 'l protestano in corsivo) ne può mutar l'ordine, e fare egli un miracolo perché essi dicano una bugia. Ma da troppo alto originale, dubito io che abbia preso a fare in similitudine il ritratto de' nostri astrolaghi: perochè Marziano, in dipingere quell'Apollo – come altresì tutta quella sua opera, fior d'ingegno – adoperò ben sì i colori poetici, ma sopra un ben inteso disegno filosofico e tutto lumeggiato da chiarissime verità. Mettianci dunque più basso, e l'indovinere forse meglio.
Ho memoria d'un giuchevole detto d'Augusto, sopra il diportarsi ch'egli sovente faceva per diletto, con que' due gran padri della poesia latina, epica e lirica, Virgilio e Orazio; de' quali Orazio, così buon bevitore come poeta, era cispo degli occhi e continuo lagrimava; a Virgilio, pien d'ipocondriache ventosità, rugghiavano le budella ed egli spesso ruttava. Per ciò Augusto diceva di non aver mai miglior tempo che quando si trovava in mezzo a quell'impareggiabile paio di poeti, né mai averlo peggior d'allora: peroché, per sereno che fosse il cielo e l'aria in pace, egli avea la pioggia d'Orazio che il bagnava da un lato, e i tuoni e i venti di Virgilio che il battevan dall'altro. E così appunto va bene accompagnata questa tanto legittima quanto naturale specie d'astrolaghi; e si farebbe anche inanzi il filosofo Seneca ad aggiungere una non so quale altra proprissima somiglianza ch'è fra i lor venti e que' di Virgilio: ma se la cerchino essi nelle questioni naturali di quel filosofo. E de' venti singolarmente ragiono, perciò che sono la più difficil parte che sia da allogare nell'efemeridi; e non senza misterio protestò David che Iddio li serba ne' suoi tesori e ne li trae quando a lui è in piacere: significando ciò essere una delle più occulte opere della natura; ed essi altrettanto sicuramente gli annunziano come avesser l'utre dato già da Eolo ad Ulisse, e ne potessero trar fuori oggi l'uno e domane l'altro, senza nulla attendere alla qualità del luogo a cui il pronosticano, se mediterraneo o lungo il mare, se cavernoso, se piano, se umido, se alpestro, se ha valli o montagne o fiumi appresso: che tutte sono disposizioni a più o meno sumministrar la materia onde i venti si formano. Poi, quanto a' generali, mirate sciocchezza, il calcolare gli aspetti delle stelle al meridiano d'Italia (che appresso loro de' essere un cerchio largo delle miglia almen cento) senza saper che si faccia nell'Africa, nel Settentrione, o ne' mari da levante e ponente, dove in tanto s'ammassano l'esalazioni che poi, movendosi, ci porteranno le tramontane e gli ostri e così tutti gli altri. Vero è nondimeno che gli astrolaghi, percioché forse hanno que' sette magici anelli che Iarca donò ad Apollonio (un incantatore ad uno stregone), col recarsi in dito ciascun dì della settimana il suo proprio, cio è il suggellato coll'imagine del pianeta che denomina il tal giorno, indovinano il più delle volte; con tal legge, però, che si adoperi una regola usata da alcuni e riuscita infallibile, cioè intender sempre il contrario di quel che promettono; ché tal de' essere il lor vocabolario segreto: che carestia significhi abbondanza, sereno pioggia, e vento aria tranquilla. Di qui avviene che con le lor predizioni, a far saviamente, de' farsi come quel savio pazzo Diogene che, avvenutosi in un mal destro arcadore che si provava a saettare non so dove, corse a mettersi inanzi al bersaglio, sicuro che colui colpirebbe in ogni altro segno anzi che in quello dove mirava. E non è egli avvenuto votarsi d'abitatori le città e tutto rifuggirne il gran popolo alle cime de' monti, colà su alto campandosi da un imminente diluvio, che più d'un falso No è, e per ciò vero astrolago, avea predetto dover quasi tutto inondare e sommergere il mondo? E per ciò solo, già molto prima antiveduto, fabricar su le punte d'altissime rupi torri e rocche fornite di viveri a gran tempo? Sallo Tolosa che 'l vide, e di poi rise il diluvio delle pazze sue lagrime, che altro non ve ne fu; sanlo i viventi l'anno 1524, quando si fe ' quella famosa congiunzione di tanti pianeti in un medesimo segno, adunati ad alzar tutti insieme di forza le cateratte e dar corso all'acque di sopra i cieli, per metter la terra in abisso e farla tutta un mare. E la predizione, giusta la regola poco fa accennata, si avverò: peroché corsero i più sereni dì, con un'aria la più purgata e un cielo il più ridente che già mai si vedesse. Altrettanto è avvenuto delle intolerabili arsure per lo trigone igneo, minacciante alla terra l'incendio di Fetonte: tal che, struttisi i metalli entro le viscere delle montagne, rivi d'oro e d'argento scorrebbono per le secche vene delle fontane; e s'è avverato con una freschezza d'aria, quale io l'osservai, oltre all'usato grande, una state pochi anni addietro, in cui congiunto Marte col Sole acceso dalla canicola, l'Italia dovea essere un'Etiopia, la terra cenere e noi carboni: non so se vivi per l'arsione o morti per lo colore.
Predizioni tanto al riuscimento fedeli, e non in questo sol genere ma altresì nelle abilità a diverse professioni, hanno in gran parte origine dalla opinione in che sono appresso gli astrolaghi le quarantotto costellazioni antiche: d'operare effetti conformi alle loro forme o imagini in che già furono effigiate. Così la poppa della nave Argo,
quae nunc quoque navigat astris,
fa nascer piloti e nocchieri; la Saetta, arcadori infallibili a dar nel segno; il Can maggiore, che morde la maggiore di quante stelle abbia il cielo, eziandio del Sole, se Ticone l'ha ben misurata, genera cacciatori
nec tales mirere artes sub sidere tali: cernis, ut ipsum etiam sidus venetur in astris,
peroché gli fugge d'avanti la lepre, la quale, perch'egli mai non la raggiunge, a cui ella sorge in ascendente co' Gemini, il fa inarrivabile al corso. La Spiga in mano alla Vergine semina agricoltori e fa germogliare e nascere uomini di campagna. E per non allungarmi soverchio, la Lira,
cui caelestis honos similisque potentia causae, tunc silvas et saxa trahens, nunc sidera ducens,
produce che? Anfioni, Orfei, Terpandri? Appunto il diceste; udite che: criminalisti, fiscali, tormentatori, carnefici. Eccone il testo:
cumque Fidis magno succedent sidera mundo, quaesitor scelerum veniet, vindexque reorum, qui commissa suis rimabitur argumentis; hinc etiam immitis tortor, poenaeque minister.
Chi mai se l'aspetterebbe? E la cagione non è punto men nuova o meno ammirabile dell'effetto: cioè un mistero di proporzione fra il sonar della Lira e il tormentare de' rei, non saputa da Euclide, perch'ella è troppo più di quelle che chiamano perturbate. Su la Lira si tendon le corde, e 'l ceterista, toccandole, fa che lo strumento che prima era mutolo parli nel suo linguaggio, ch'è l'armonia del suono. Or le corde son funi, e le sottili son funicelle. Le funicelle sono un de' cento ingegni con che si tormentano i rei perché dicano il vero e confessino il misfatto; e qual più soave armonia della verità? Dunque, tanto è sonare una lira quanto tormentare un reo: e percioché l'effetto debbe essere proporzionato alla cagione che il produce, la lira in cielo ci produrrà fiscali e carnefici in terra. Io mi rendo, e confesso d'aver qui ora solo compreso il vero sentimento di quell'antico proverbio: asinus ad lyram. E di così fatti misteri n'è sì piena l'astrologia, che troppo fuori dell'argomento mi porterebbe il riferirne anche solo i più ingegnosi, a dimostrare che proporzionate alla figura d'ogni costellazione sono le sue influenze e gli effetti ch'elle cagionano. E se ciò nello stampar le vite degli uomini, molto più nel formare gli animali, le piante e ogni altra specie di natura inferiore al grado delle cose viventi; delle quali percioché ora singolarmente ragiono, veggiamone, in testimonio dell'altre, una particolare e sola corrispondenza.
Al nascere della Corona celeste, costellazione veramente reale, chi mai direbbe che da quanto si semina ne' giardini e negli orti altro fosse per generarsi che corone imperiali, che sono fiori prìncipi e, tra' fiori prìncipi, fiori re di corona? Ma la sperienza e le buone regole della coltura degli orti insegnano che non v'è punto in che più felice riesca a seminare rafani e ramolacci perché non tralignino in altre erbe più vili, e ingrossino e facciano gran pruova e gran corpo. Il che essendo vero, mi dican gli astrolaghi come può essere in cielo stella di così efficace virtù che trasformi un villano e ne faccia un imperadore o un re di corona, se le venti stelle contate dal Bayeri nella Corona celeste non bastano a trasmutare un rafano in un fior coronato? E tanto basti per intramessa di giuoco. Rispondiamo ora da vero alle ragioni da noi poste in bocca all'astrologia, provante l'imperio o, per meglio dire, la tirannia delle stelle e l'infallibile riuscimento delle sue predizioni intorno alle diverse fortune degli uomini.
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