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| Daniello Bartoli La ricreazione del Savio IntraText CT - Lettura del testo |
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CAPO DECIMOQUARTO Nel cielo dell'astrologia tutte le stelle esser malefiche, e cagionare col moto rivoluzioni di cervello e con le influenze malignità di cuore.
Nulla esce in opera per lavoro delle mani del sommo artefice Iddio, ch'egli fin da' secoli eterni non ne avesse nella sua mente espressa, spiegata e continuo presente una perfettissima idea: non copia delle cose, come in noi, che ne ricavia le ignude forme esemplari nettandole da ogni loro materia; ma originale e, com'è consueto ragionar de' Platonici, archetipa: in cui ciò che è stato, ciò che è e può essere (avvegnaché mai non sia) ha un essere immutabile, un durare eterno e un rappresentar sì proprio e sì perfetto, che in essa tanto le specie come i loro individui son cognoscibili meglio che in loro stessi. Tra queste pure forme ideali di tutto insieme il possibile infinito, negar non si dee esservi altresì il modello da foggiare un mondo quale gli astrolaghi di men reo giudicio han per sé divisato e altrui persuadono essere questo medesimo che abbiamo; e Iddio, tanto sol che il volesse, potea metterlo in essere, congegnandolo con altri pesi, altri numeri, altre misure, sì che il cielo e in lui le stelle mobili e le fisse, quanto a gli spazi in fra loro, fossero più o men gradi lontane; quanto alle sfere inferiori, elle sopra altri centri si rivolgessero e di più cerchi maggiori e minori composte intrecciassero altre irregolarità, altre anomalie; e che in ogni diversa elevazione di polo s'accozzassero al salire insieme su l'orizzonte questi luminari con quelli; e che nel proprio muoversi e nell'insieme esser rapiti in contrario i pianeti si contemperassero ad un tale andar lento e veloce, che i punti del lor primo spuntare, i gradi del salir fino al sommo e del volgere, il trovarsi in questo o in quell'angolo de' due emisferi spartiti dall'orizzonte, l'incontrarsi, il riceversi, il congiungersi, il fuggirsi, lo scambievole riguardarsi di vari aspetti, amichevoli o avversi secondo le passioni de' numeri che ne misuran la direzione de' raggi, tutto avesse misterio nelle cose umane: cioè contenesse, per fin nelle minutissime operazioni, l'istoria della vita nostra, delineata in tante figure quante i cieli, d'ora in ora, ne cambiano sopra ciascuno, dal primo istante del nascere fino all'ultimo del morire, tal che sapendone riscontrare i significati potrebbon formarsene canoni e regole d'infallibile predicimento, eziandio sopra le azioni libere; peroché, ove le stelle non fossero altro che puri segni prenunzi o interpreti dell'avvenire e non cagioni per influenza moventi, la libertà non ne verrebbe o sforzata con violenza o impedita.
Conceduto dunque il possibile, riman solo a discutere il di fatto e chiarire, quanto il più si può manifesto, se vero sia che Iddio abbia lavorati i cieli con avvedimento di descrivere in essi le cose nostre, per modo che le lor positure e le sempre varie configurazioni delle stelle, come cifere di mistero intese e svolte da' loro conoscitori e interpreti, profetizzino l'avvenire. Questo, avvegnaché forse il paia, non però è un mettersi dentro a quelle libere e per ciò segretissime intenzioni di Dio, che il denso buio in cui si nascondono non v'è occhio d'aquila, cioè intendimento creato di sì penetrante veduta, che basti a romperlo o rischiararlo: anzi, se punto v'è di tenebroso o di cupo, abbia guida inanzi e luce in mano sufficiente a scorgerci e dimostrarci ove metter sicuro il piede fino a giungere, pare a me, a toccar sensibilmente il vero. Ciò sono il ragionevole e 'l conveniente, e i lor contrari. Peroché Iddio, che per lo suo infinito sapere ha presentissimo e comprende tutto il possibile ad avvenire, non può far nulla alla cieca, anzi che perfettamente non vegga ciò che, facendolo, è per seguirne: dunque egli non può, contro al disegno della sua medesima providenza, aver formata una principalissima parte del mondo qual è il cielo, e le stelle sì fattamente ordinate che ne provengano effetti dirittamente contrari al fine dov'egli mirò e per cui s'indusse a produrre il mondo. Or se dell'astrologia altro mai non si trae che male a noi e a lui scemamento di gloria, ove ciò si dimostri potrassi altro che necessariamente conchiudere: dunque ella è un vano ritrovamento degli uomini e, per conseguente, i cieli non furon da Dio congegnati a mistero, né con principi d'arte da prenunziar l'avvenire. Che se poi udiremo Iddio stesso (e chi più di lui è consapevole di quel che siano e possano o no le sue medesime opere?) farsi a derider coloro che dan mente e fede a menzoneri astrolaghi e, imbriacati dall'allegrezza d'una predizione di felicità loro promessa, per Iddio sa quando, non badano a ripararsi dal mal presente che lor si volge sopra il capo, e compresine e tardi aperti gli occhi a vedere la lor volontaria cecità e a piangere sopra sé stessi, chiedenti mercè gli schernisce, e raccorda loro per rimprovero le configurazioni delle stelle, le profezie degli astrolaghi e la fiducia che aveano posta in essi fino a sperar nelle loro promesse più che a temer delle sue minacce; non sarà egli ben deciso e, senza rimaner luogo ad appello, sentenziato sopra qual credenza si debba avere alle costoro predizioni?
Ma prima d'udir sopra ciò Iddio ragionare, faccianci un poco a vedere qual pro si derivi dall'astrologia al viver nostro naturale, civile e virtuoso. Per quanto se ne cerchi, niuno: ma bensì, tutto all'opposto, mali in ogni genere molti e gravissimi. Talché, come già Empedocle, con solo far turare la bocca d'una spelonca, che dalle putride viscere d'una montagna menava un pestilenzioso fiato onde tutti gli abitatori di quelle contrade ammorbavano, rendette essi sani, l'aria salubre, e abitabile il paese: così sarebbe, ove potesse strozzarsi l'astrologia, o almen turarle la fiatosa e pestifera bocca, che non di sopra i cieli dalla malignità delle stelle, ma di sotterra dalle marce viscere dell'inferno raccoglie e sparge le velenose influenze onde tanti che le ricevono a bocca aperta s'infettano. E parlo ora dell'astrologia che si distende fino a quelle malvage predizioni che qui appresso soggiungeremo. Ed eccone i primi effetti: farci da noi medesimi, come disse colui, le tempeste e i naufragi in terra ferma, facendoci presenti i mali che forse mai non c'interverranno, con vane imagini, ma non con vani dolori. Giulio Cesare, esortato da gli amici gelosi della sua vita pericolante a recarsi in più guardia di sé, fornirsi di contraveleni e uscire in publico intorniato d'uomini ben in arme, nol volle, peroché, disse, Praestat semel mori, quam semper timere. Ove le sciagure siano inevitabili (e secondo il più corretto opinar degli astrolaghi il sono, se non ha a mentire il cielo che le profetizza solo, non le cagiona), se colgono improviso nuocciono sol presenti; antivedute e aspettate, tormentano anco lontane: tal che è beneficio il non saperle, dove il saperle non è punto giovevole a liberarsene. E se ben parve detto da un antico, filosofante di Dio secondo il cortissimo intendere che ne faceva, ch'egli nullum habet in praeterita ius, praeterquam oblivionis, potendo dimenticar l'avvenuto, per non turbarsi delle ordinazioni del Fato contrarie al voler suo – ed io, ragionando de' cieli, raccordai il girar che ne fanno le sfere (secondo il misterioso favoleggiar di Platone) non le Muse, ma le Sirene che cantando addormentano l'anime colasù beate, alla memoria de' mali sostenuti qui in terra; altrimenti, rammaricandosene, non sarebbono compiutamente felici – non si de' egli dire altrettanto del non sapere i mali avvenire, per non provarli mille volte che non ci si debbono, per una sola che ci hanno ad intervenire? Per ciò esclama colà un poeta, lagnandosi delle predizioni degli augùri funesti, i quali, per soprapiù delle sciagure che di poi a suo tempo apportavano, col prenunziarle sì in avvantaggio le facevano provar presenti ancor prima che fossero:
Cur hanc tibi, Rector Olympi, sollicitis visum mortalibus addere curam, noscant venturas ut dira per omnia clades?
Or che è a dire de' mali solo imaginati, ma nondimeno operanti sì come pur fossero veri, in quanto si ha per infallibile la scienza del prevederli e veritiera la pratica del predirli? Quanti, che per una mal consigliata voglia di sapere o di sé o de' propri figliuoli quel che ne decretaron le stelle e ne profetizza l'astrolago, si son dati a condurre ad alcun di loro, salendo per ad una ad una tutte le sfere dall'infima alla suprema e cercando per li cantoni di quelle chimeriche dodici case celesti, con quanto ha in esse di promessioni e significati: e qual pregio degno dell'opera v'han finalmente trovato da riportar qua giù? Miracolo a dire: dal cielo, cui Iddio creò perché addolcisse, veggendolo, le amarezze di questa infelice vita, mostrandoci qual de' esser, dentro, la reggia dell'immortalità e della beatitudine che colasù ci aspetta, se n'è si ricco e bello il rovescio del suolo che la sostiene, i miseri, la lor mercé, ne han riportato un mezzo inferno, da menarvi in tormento tutto il residuo della lor vita: cioè presagi e risposte di funestissimo annunzio, per cui non e mai più sorto per loro un dì tutto sereno, non han più saputo che sia vera allegrezza; peroché non v'è balsimo che giovi a saldar le ferite del cuore dove rimasero punti, né dittamo possente a cavarne le punte delle saette. Il buon vecchio Giacobbe, ingannato come ad un prestigio con quella da ognun saputa frode de' suoi figliuoli, quanto amare lacrime e quanto dirotte versò sopra l'insanguinata e lacera sopravesta del suo Giuseppe! In vederla e ravvisarla per dessa, si stracciò i panni in dosso, e battendo palma a palma diceva: Tunica filii mei haec est: fera pessima comedit eum; bestia devoravit Ioseph; e chiamando sé parricida, perché inviandolo giovane, scompagnato, a viaggiar lontano tra foreste e boschi, l'avea egli come dato a sbranare alle fiere; e qual che imaginasse quella da cui il credea divorato, orso o lione, gliel pareva veder fra le branche e sotto i denti, dibattentesi in vano e fors'anche invocante lui in aiuto. Da gli squarci della vesta ne misurava quegli del corpo: e quante volte tornava a rinfrescar con le lagrime quel sangue ch'egli credeva di suo figliuolo, ed era d'un infelice capretto svenatogli sopra la tonaca per fargliel credere divorato; sì come gli squarci eran fattura delle mani de' suoi fratelli, né altra fiera v'avea che quella del suo dolore, che gli teneva continuo l'unghie nel petto e i denti fitti nel cuore. Che pro dunque di lui che Giuseppe vivesse, e non vivesse solo, ma in fortuna di principe? A Giacobbe egli era morto, e Giacobbe morto in lui, ch'era il suo cuore: senza il quale, quanti anni visse fino a risaperne il vero, non li contò per anni di vita. Sol quando finalmente il riebbe, come chi ricovera l'anima sua perduta, rinacque, ancorché allora decrepito: o, per più veramente dirlo con la Scrittura, risuscitò, che è sol de' morti: Et resurrexit spiritus eius. Eccovi come può far da vero infelice un padre la non vera miseria d'un figliuolo, indarno felice per chi ingannato da una falsa credenza il reputa sventurato. Ciò che mille volte si è veduto rinnovare, ma colpa loro, in que' mai consigliati dal troppo amore, e per ciò vogliosi d'antivedere qual buona o rea fortuna sia lor decretata in cielo, onde ne han dati ad esaminare i punti, squadrar le nascite e predire da' matematici il futuro. Con qual degno pro del voler mettere gli occhi dentro a quell'abisso di luce de' liberi decreti di Dio sopra le cose nostre avvenire, invisibili fuor che a lui solo? Null'altro che accecare alla veduta ancor delle presenti; e pieni di tenebre e d'errori, veggendo ombre fantastiche e vane, atterrirsene come a veri oggetti, e quinci aver di che piangere per inganno le altrui imaginate miserie, senza avvedersi che altre non ve n'avea che le lor proprie procacciatesi con la curiosità e fatte vere dalla sconsigliata loro credenza, mentre,
quidquid dixerit astrologus, credunt a fonte relatum Ammonis.
Peroché, quante volte son tornati dall'indovino oracoli di funestissimo annunzio sopra la morte del figliuolo, o acerba nel più verde dell'età e nel più bel fiorire degli anni, o violenta di precipizio, di ferro, di rompimento in mare, o infame di mannaia e di capestro? Materia bastevole ad un intero volume sarebbe, a quanti han messe le caste mogli in più che sospetto d'adultere e fattine abbominare i figliuoli, come parti illegittimi o almeno incerti; a quanti odiare i propri fratelli come insidiatori, i parenti come nimici domestichi, gli amici come infingevoli e traditori: ben avverando a fatti il dir che di tutte quest'arti indovine fece il grande Agostino: che in esse omnia plena sunt pestiferae curiositatis, cruciantis sollicitudinis, manifestae servitutis. De' prìncipi poi, si dimandi alle istorie greche e alle latine, che vi conteranno quanti di loro, per gelosia d'imperio, han date a calcolare a gli astrolaghi le nascite de' più onorevoli e prodi fra' lor vassalli; e guai allo sventurato che l'avesse avventurosa, con isguardi di stelle promettitori d'esaltazione e di signoria. Con sol tanto erano nati rei di maestà offesa e, come presi convinti d'aspirare all'imperio sol perché, giudice il malnato giudiciario, eran nati portandone l'investitura dal cielo, si condannavano al ferro; niente meno bastando a sicurar che non agognerebbono la corona, cui, perduta la testa, non aveano ove porla. Pazzi, credendo a gli astrolaghi dovere esser re quelli che essi uccidevano; e pazzi anche, credendo poter essi uccidere cui il cielo avea decretato che fosse re: essendo verissimo il detto di Seneca a Nerone, che niun principe mai poté uccidere il suo successore. Al contrario, molti che si dormivano spensierati all'ombra del paterno lor tetto, contenti d'una anco men che mediocre fortuna, desti dall'astrolago e fatti aprir gli occhi a leggere nelle regali loro nascite una irrevocabile carta di donazione fra' vivi, fatta lor dalle stelle, d'un imperio, d'un regno, si son trovati, a quell'incantesimo, invasati da una legione di spiriti, prima frodolenti, poi furiosi, sì come lor bisognavano o l'ingegno o la forza ad aprir con inganno o spianare con violenza la via per cui giungere a mettersi in trono, precipitatone chi vi sedeva. Quinci le simulazioni, le insidie, i tradimenti: l'intendersi di segreto amor con le mogli, di sedizione co' mal contenti, di franchigia co' vassalli, di libertà co' popoli; e le notturne congiurazioni, e l'armi aperte, e le porpore tinte nel sangue degli innocenti. Tutta mercé dell'astrolago, non delle stelle: ché non v'ha bisogno di stelle che esaltino chi ha sì possente in capo l'ambizione, l'ardire in petto e 'l ferro in mano. Così venne all'imperio di Roma Otone, urgentibus mathematicis, e solo fra cento altri il nomino, per soggiungere il famoso epifonema di Tacito sopra la pestilente generazione di tali astrolaghi: Genus hominum potentibus infidum, sperantibus fallax, quod in civitate nostra et vetabitur semper et retinebitur.
Ma qual maraviglia che sì dannosi riescano gli astrolaghi alle signorie degli uomini, se per fino a Dio tolgon di mano lo scettro, per cui la natura e il tempo, che ne ubbidiscono i cenni, traggono successivamente dall'avvenire al presente e dal presente rispingono nel passato ciò che comincia e finisce per ordine di providenza? Così sterminatolo dall'universo, il confinano dentro sé stesso. Peroché, a che far di lui nel mondo, ove, senza lui governante, le private e le publiche cose, le naturali e le sacre, le avverse e le prospere, come anelli in catena l'una l'altra da loro stesse si tirano, e tutto avviene e si divisa per influenze di cieli e per accozzamento di stelle? Il niegano in parole, per non parer fra gli uomini meno che uomini e dare, come l'ateista [L]uciano, in un branco di cani, che credutili alcun sozzo animale gli sbranino: pur, voglianlo o no, pruovano a' fatti quel che indarno ripruovano con le parole. E di quanti abbattutisi a scontrare avverata o in sé stessi o in altrui alcuna lor predizione, per l'entrar che fanno in pensiero che i cieli tutto dispongano e facciano, avviene di potersi dire quel che già di Tiberio: circa Deum et religionem negligentior: quippe addictus mathematicae, persuasionisque plenus, cuncta fato agi. E nol provò egli Iddio stesso col sempre incredulo Israello, quando mise un coro de' suoi profeti a contrasto con una turba d'astrolaghi, prenunziando gli uni cose estremamente contrarie a gli altri, da avvenire in brieve spazio, o queste o quelle, sopra Gerusalemme? Vedevano i profeti nello specchio della mente di Dio loro svelata, e descriveano come presente l'ancor lontano sterminio di Gerusalemme. Mostravano le campagne per tutto intorno allagate da una al pari improvisa e impetuosa inondazione di barbari orribilmente in armi: branche d'orsi essere le lor mani, i denti di lione, le unghie di tigri, il cuore di fiera, immobile, anzi insensibile a pietà. Da essi mostravano Gerusalemme chiusa in istretto assedio: qui le batterie, qui gli assalti, né niuna via allo scampo, ne niuna forza bastevole al riparo; di fuori inevitabile il ferro, insofferibile dentro la fame. Così vinta e data a ruba degli arrabbiati, correr le infelici sue vie fiumi di lagrime e di sangue; e 'l santuario profanato, e diroccati gli altari, fattivi sopra vittime i sacerdoti; e il tempio, d'un re che tutto era in manto d'oro, spogliato e, come un mendico, rimasosi con le sole ignude pareti. Quinci ecco le numerose turme de' vecchi chiedenti per mercé la morte e non esauditi; delle matrone scapigliate, scinte, a piè scalzi, con parte in seno e parte a mano i miseri lor pargoletti cascanti della fame e in vano chiedenti del pane. Colà altre schiere di giovani incatenati, altre di vergini, ah mal difese dalle lor lagrime contro all'impudicizia de' soldati! Tutti con sul collo il giogo di ferro d'una perpetua servitù: inviati, anzi, a maniera di bruti in greggia cacciatisi inanzi da' vincitori, e dove? In Babilonia, a sortirvi padrone, a ingrossarne con le lor lagrime i fiumi, per la dolente memoria della non più loro Gerusalemme lasciata in albergo alle fiere, mezza rovine e dentro sé medesima sepellita. Tal era il dire de' profeti in ispirito: cioè pieni di Dio e in lui veggenti quel che prenunziavano in suo nome. Tutto all'opposto gli astrolaghi. Non mai di più sereni, né ciel più cortese, né Gerusalemme più ben agurata e felice, sì come non mai guardata di più ridente occhio dalle stelle e di più benefici raggi da tutti insieme i pianeti: e ne mostravano in carta le direzioni, gli aspetti infra loro e verso lei, le salutevoli guardature. Qui vedersi tante volte sicurata di vincere quante uscisse in armi a combattere. [T]ornerebbe dal campo cinta di palme, coronata d'allori, ricca di preda, accresciuta d'un nuovo regno, traentesi dietro al carro in trionfo i nemici incatenati, schiacciante col piè vittorioso la testa e la corona al re di Babilonia. Dunque i profeti di Dio son menzoneri. Così gridavano e popolo e grandi a un medesimo dire: giudicando quelle minacce di Dio esser bravate in aria, mentre i cieli, le stelle e con esse il destino, così immutabile nell'operare come infallibile nel predire, promettevano altrettanta felicità quante Iddio denunziava miserie. Ma il fatto andò qual Geremia, che ne fu testimonio di veduta, nelle sue lamentazioni il descrive; né il successo fallì d'un grano la profezia. Allora Iddio, come ben loro stava, schernendoli della credenza più a ciurmatori astrolaghi che a' suoi messaggieri prestata, udite come loro il rimprovera; o se ad altro tempo mirava (ché i o non mi fo a decider quistioni d'interpreti), almen come rende indubitato quel che da principio io diceva, non aver egli formati i cieli con magistero da osservarne i movimenti e leggere in essi descritte le buone e le ree fortune degli uomini: Stent, et salvent te augures caeli, qui contemplabantur sidera, et supputabant menses, ut ex eis annuntiarent ventura tibi. E forse ch'egli nol ridice assai delle volte, e ben chiaro? Come colà appresso Isaia: Haec dicit Dominus redemptor tuus et formator tuus ex utero: "Ego sum Dominus faciens omnia, extendens caelos solus, stabiliens terram, et nullus mecum. Irrita faciens signa divinorum et ariolos in furorem vertens". E per bocca di Salomone: Multa hominis afflictio, quia ignorat praeterita et futura nullo scire potest nuncio. Ma questi per avventura saran successi antichissimi, né di poi rinnovati per somigliante pazzia de' popoli, incantati dalle vane promessioni degli astrolaghi. E non mi son io trovato poche miglia lungi ad una città, che dalla peste in cui noi ci disfacevamo difesa un tempo per manifesta protezione della gran Madre di Dio, ivi avuta in somma venerazione, poco appresso perdé la mal conosciuta grazia, riconoscendola, per lo dir degli astrolaghi, beneficio delle stelle, che lei non guardavano di quel maligno occhio che noi e altre città di colà intorno? Così bene stava loro in bocca quel d'Isaia: Flagellum inundans cum transierit, non veniet super nos, quia posuimus mendacium spem nostram et mendacio protecti sumus. Ma si voglion soggiungere quell'altre due parole di Giobbe, che provarono troppo vere: Morientur et non in sapientia.
Qual termine v'è poi sì inviolabile, che costoro col piè profano arditamente non passino? Qual opera sì riserbata a Dio e da lui promessa o minacciata, e attesa, ch'essi non rechino a destino? Non han fatto il patriarca No è astrolago, e l'universal diluvio naturale effetto d'un fortuito accozzamento di stelle? Per ciò egli – dicono – che cento e più anni prima il previde, provide allo scampo suo e della piccola sua famiglia, chiudendosi dentro l'arca e dandosi a portare all'acque in trionfo di tutto il mondo; per ciò sol distrutto, perché ignorante di quel che a lui fu salutevole il sapere. La liberazione del popolo ebreo dalla servitù egiziana, l'aprimento del mare, e la legge data a Mosè su le cime del Sina non l'han costoro recata ad operazione dell'Ignea Triplicità, che in que' medesimi tempi accadette? Nasca il Redentor del mondo, e publichi per salute nostra la nuova legge di grazia: non se ne maraviglian gli astrolaghi, veggendo nella gran congiunzione di Saturno e di Giove, rifattasi sotto Augusto, dover così essere. Rimaneva loro altro che rizzare la nascita a Cristo stesso e mostrar quanto gli avvenne fino al morir crocefisso, non so se dicano decretato. ma indubitatamente prenunziatogli dalle stelle? L'han fatto. Ma l'infelice, che vide in cielo e registrò ne' suoi libri la violenta morte del Figliuolo di Dio, non previde già quella d'un suo medesimo figliuolo, che lasciò la testa in mano al carnefice, spiccatagli da una mannaia. Così son ciechi a veder le cose future, mentre si fan tutto occhi a conoscere che le passate doveano avvenire: ma se con quelle stabiliscono l'arte nell'opinione de' creduli, come non la distruggon con queste nell'estimazione de' savi?
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