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| Vittorio Alfieri Maria Stuarda IntraText CT - Lettura del testo |
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Scena 3
ORMONDO. Regina, a te raffermator di pace, e d'eterna amistà nunzio m'invia Elisabetta; il cui possente aiuto ad ogni impresa tua t'offro in suo nome. MARIA. A prova io già l'amistà sua conobbi; la mia per essa argomentar puoi quindi. ORMONDO. Perciò fidanza, e di pregarti ardire prendo io... MARIA. Di che? ORMONDO. Sai, ch'Imenèo finora stretta non l'ha de' lacci suoi; che il solo successor del suo regno è il figliuol tuo: per questo unico tuo sì dolce pegno, speme d'entrambi i regni, a noi non meno caro, che a te; dare all'oblio ti piaccia ogni rancor che in cor ti rimanesse contro il padre di lui. Tu stessa a forza sposo il volesti; ed or, fia ver che in breve spandea di me? stolto, o maligno ei sia, se al soglio pur di Elisabetta or giunge, trovar de' fede in lei? Né un sol pensiero del divorzio ebbi mai; ma, se pur fosse, che mi di' tu? spiacer potrebbe a quella, ch'ebbi già un dì sì caldamente avversa alle mie nozze? non di tua contentezza invida mai, fu Elisabetta allora. Al tuo regale libero senno ella porgea consiglio amichevole, e franco. Ella ti stolse da nozze alquanto meno illustri forse, che doveano spettarsi a par tua donna; ma nulla più. Convinta appieno poscia del tuo saldo voler, tacque; né, credo, resta or per lei, che appien non sii tu lieta. MARIA. È ver: non ella in duri ceppi avvinto tenne Arrigo, ch'io scelto aveami sposo; sì che al regal mio talamo ei veniva fuggitivo dal carcere; e sua destra livida ancor de' mal portati ferri alla mia destra ei congiungea: non ella, entro il suo regno, in ben guardata torre, or, tuttavia, ritien del mio consorte la madre a forza. Ella ben è, che sente oggi pietà di quello stesso Arrigo. - Trarla or tu dunque di sì fatta angoscia dei, col dirle, che Arrigo, a suo talento, sta in corte, o lungi, in libertà sua piena; ch'io dal mio cor nol tolsi; e ch'io le altrui private cure investigar non seppi giammai; né il so. ORMONDO. Né l'indiscreto sguardo entro tua reggia Elisabetta inoltra più che non lice. Ad ogni re son sacri, benché palesi sian, dei re gli arcani. Dirti m'è imposto in rispettoso modo, che un successor, sol uno, a doppio regno poo è, pur troppo; e ch'ella è incerta cosa, e di temenza piena ognor, la vita del suo gran cor, già nel mio core han desto emuli sensi. In me la speme è viva d'esser pur anco madre; e lei far lieta, lei che gioisce d'ogni gioia mia, di numerosa mia prole novella. Ma, se larga d'aiuto a me non mano che di consiglio ell'è, questo mio regno, non che mia reggia, in tutta pace io spero veder fra breve. primo mezzo in suo nome oso proporti... MARIA. Ed è? ORMONDO. Non dubbio mezzo. Ella ti brama più mite alquanto inver color, che il giogo di Roma sì, ma non il tuo s'han tolto. Sudditi fidi al par degli altri tuoi, e assai di forza e numero maggiori; uomini anch'essi, e figli tuoi non empi; a cui sol reca oppression sì fera
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