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| Vittorio Alfieri Maria Stuarda IntraText CT - Lettura del testo |
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Scena 3
MARIA. Ben giungi, o tu, che alle mie gioie e affanni indivisibil mio compagno io scelsi. Tu cedi al fine, e ai preghi miei ti arrendi: ecco, al fin nella tua reggia tu riedi; sai ch'ella - sempre tua, benché ti pia ia starne sì a lungo in volontario bando. MARIA. Ahi nome! Or, che non di' consorte? ARRIGO. Pari è fra noi la sorte? viver mi fai miei lunghi giorni... mio, tu nol vedi... la guancia, è ver, di lagrime di sdegno, ma d'amor no. ARRIGO. Sia che si voglia, io piansi; MARIA. E chi cessar può il duolo, chi rasciugar può il iglio mio, chi all'alma render mi può pura e verace gioia, chi, se non tu? ARRIGO. Di noi chi 'l voglia, e il possa, chiaro or tosto sarà. Ti dico intanto ch'oggi io non vengo a nuovi oltraggi... perché aspreggiarmi anzi che udirmi vuoi? Se oltraggio chiami il non veder piegarsi ad ogni tuo pensier l'altrui pensiero, certo, qui spesso, e mal mio grado sempre, oltraggiato tu fosti. Hanno, tu il sai, i re lor modi, e le lor leggi i regni, cui nuoce a tutti oltrepassar: né ardiva io vietarti il varcarle in altra guisa, che come a me tolto lo avrei, se a possa illimitata un mio voler non saggio spinta mi avesse. Ma, consorte amato, se pur di me, se del mio cor tu parli, e del mio amore, e dei privati affetti, di me qual parte non ti diedi io tutta? Tu mio signor, tu mio sostegno, e prima, e sola cura mia, dimmi, nol fosti? - E il sei tuttor, sol che deposto il truce sdegno non giusto, esser pur anco or vogli del regno, in quanto suo di legge il soffre, di me, senza al un limite, signore. ARRIGO. Oltraggio chiamo io l'alterigia, i modi superbi, usati a me dagli insolenti ministri, o amici, o consiglieri, o schiavi; ch'io ben non so come a nomar me gli abbia, quei che intorno ti stanno. E oltraggi chiamo quanti ogni giorno a me si fan; del nome appellarmi di re, mentre mi è tolto, non che il poter, perfin la inutil pompa apparente di re; vedermi sempre più a servitù che a libertà vicino; e i miei passi, e i miei detti opre e pensieri, tutto esplorarsi, e riferirsi tutto; e ogni dolcezza togliermi di padre; e il mio figliuol, non che a mio senno io 'l possa educar, né il vederlo essermi dato; e a me solo vietarsi. - Or, che più dico? - Ad uno ad uno annoverar gli oltraggi che vale? Il sai, quanto infelice, e oppresso, ed avvilito, e abbandonato, e forse tradito è quei, che mal tu scelto hai sposo; ma, che pur scelto, aver nol puoi tu a vile. MARIA. Io replicarti forse anco potrei, che l'opre tue non caute a tal ridotto t'han sole; e dirti io pur potrei, quant'era mal guiderdon, quel che al mio amor da prima rendevi tu; che a soggiogar più intento, che a guadagnarti con benigni modi gli animi altrui di freno impazienti, tu li perdevi affatto; e nei mentiti amici tuoi troppo affidando, in pria consigli rei, poi tradimenti e danni da lor traevi. Anco direi... Ma posso io proseguire?... ah! no... Fia lieve amore quel che d'amato oggetto osserva, o biasma, o giudica gli errori. - Or tutto vada in oblio sempiterno. Se a te piace ch'io m'abbia il torto, avrommelo: deh, solo che a niun di noi ne tocchi il danno! In calma te stesso torna, e gli altri tutti a un tempo: riapri il petto alla fidanza; e omai di novità desio non ti lusinghi. Di regnar l'arte entro tua reggia apprendi, regnando. Io di tant'arte a te per norma me non addito; che più volte anch'io errai, non molto esperta: il giovenile mio senno, il debil sesso, anco la poca capacità natìa, mi han tratta forse in molti errori. Altro non so, che scerre, per quanto è in me, destro consiglio e fido; quindi tentar con piè timido il vasto regale aringo. Ah! così, pure io fossi, come in amarti il sono, in regnar dotta! ARRIGO. Ma in corte ogni uom destro consiglio e fido appare a te, tranne il tuo sposo: ed egli pure il solo, in cui private mire Ma, cessa omai: tu nel mio cor la piaga del diffidare apristi; e tu la sana. Non che il rancor, né la memoria pure io ne serbo, tel giuro; or, deh! mel credi. Ma lo star lungi non accresce affetto, né il sospettar minora. Al fianco stammi; ognor beato io stimerò quel giorno, ov'io prove d'amor, per una, mille contraccambiare a te potrò. Maligna gente non manca, il so, cui fra noi giova il mantener la ria discordia; e forse fomentarla si attenta. Ma, se appresso mi stai tu sempre, in chi altri mai poss'io più affidarmi, che in te? odo, ma fatti ognor più duri io provo. MARIA. Ma, che vuoi? parla: io farò tutto... ARRIGO. Io voglio re, padre, sposo, essere in fatti; o i nomi spogliarmen vo'... MARIA. Meno il mio cor, vuoi tutto. Più che la chiesta tua duro è il rifiuto; pur voglia il ciel, che almen di ciò ti appaghi! Sì, tutto avrai, quanto in me sta; sol chieggio da te, che alcun contegno, al mondo in faccia, meco almen serbi, e che all'antica mostra di spregiarmi non torni. Altrui, deh! lascia creder, che almen mi estimi, se non m'ami. Tel chieggo a nome del comune pegno, non del tuo amor, del mio. L'amato nostro unico figlio, il rivedrai; fia reso agli amplessi paterni: ei ti rammenti che re, consorte, e genitor tu sei. ARRIGO. So quale incarco è il mio: se me da tanto io finor non mostrai, ne sia la colpa di chi mel tolse. Io voglio oggi, più ch'altri, contraccambiare con l'amor l'amore; ma, col disprezzo l'arte. - A chiarir tutto, bastante è il dì. Vedrò de' tuoi nel volto, alta norma di corte, il pensar tuo.
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