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Vittorio Alfieri
Maria Stuarda

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  • ATTO SECONDO
    • Scena 3
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Scena 3

 

MARIA. Ben giungi, o tu, che alle mie gioie e affanni

            indivisibil mio compagno io scelsi.

            Tu cedi al fine, e ai preghi miei ti arrendi:

            ecco, al fin nella tua reggia tu riedi;

            sai ch'ella - sempre tua, benché ti pia ia

            starne sì a lungo in volontario bando.

ARRIGO. Regina...

MARIA.                      Ahi nome! Or, che non di' consorte?

ARRIGO. Pari è fra noi la sorte?

MARIA.                                 Ah! no; che in pianto

            viver mi fai miei lunghi giorni...

ARRIGO.                                           Il pianto

            mio, tu nol vedi...

MARIA.                                 Io già bagnar ti vidi

            la guancia, è ver, di lagrime di sdegno,

            ma d'amor no.

ARRIGO.                    Sia che si voglia, io piansi;

            e tuttor piango.

MARIA.                      E chi cessar può il duolo,

            chi rasciugar può il iglio mio, chi all'alma

            render mi può pura e verace gioia,

            chi, se non tu?

ARRIGO.                    Di noi chi 'l voglia, e il possa,

            chiaro or tosto sarà. Ti dico intanto

            ch'oggi io non vengo a nuovi oltraggi...

MARIA.                                                         Oh cielo!

            perché aspreggiarmi anzi che udirmi vuoi?

            Se oltraggio chiami il non veder piegarsi

            ad ogni tuo pensier l'altrui pensiero,

            certo, qui spesso, e mal mio grado sempre,

            oltraggiato tu fosti. Hanno, tu il sai,

            i re lor modi, e le lor leggi i regni,

            cui nuoce a tutti oltrepassar: né ardiva

            io vietarti il varcarle in altra guisa,

            che come a me tolto lo avrei, se a possa

            illimitata un mio voler non saggio

            spinta mi avesse. Ma, consorte amato,

            se pur di me, se del mio cor tu parli,

            e del mio amore, e dei privati affetti,

            di me qual parte non ti diedi io tutta?

            Tu mio signor, tu mio sostegno, e prima,

            e sola cura mia, dimmi, nol fosti? -

            E il sei tuttor, sol che deposto il truce

            sdegno non giusto, esser pur anco or vogli

            del regno, in quanto suo di legge il soffre,

            di me, senza al un limite, signore.

ARRIGO. Oltraggio chiamo io l'alterigia, i modi

            superbi, usati a me dagli insolenti

            ministri, o amici, o consiglieri, o schiavi;

            ch'io ben non so come a nomar me gli abbia,

            quei che intorno ti stanno. E oltraggi chiamo

            quanti ogni giorno a me si fan; del nome

            appellarmi di re, mentre mi è tolto,

            non che il poter, perfin la inutil pompa

            apparente di re; vedermi sempre

            più a servitù che a libertà vicino;

            e i miei passi, e i miei detti opre e pensieri,

            tutto esplorarsi, e riferirsi tutto;

            e ogni dolcezza togliermi di padre;

            e il mio figliuol, non che a mio senno io 'l possa

            educar, né il vederlo essermi dato;

            e a me solo vietarsi. - Or, che più dico? -

            Ad uno ad uno annoverar gli oltraggi

            che vale? Il sai, quanto infelice, e oppresso,

            ed avvilito, e abbandonato, e forse

            tradito è quei, che mal tu scelto hai sposo;

            ma, che pur scelto, aver nol puoi tu a vile.

MARIA. Io replicarti forse anco potrei,

            che l'opre tue non caute a tal ridotto

            t'han sole; e dirti io pur potrei, quant'era

            mal guiderdon, quel che al mio amor da prima

            rendevi tu; che a soggiogar più intento,

            che a guadagnarti con benigni modi

            gli animi altrui di freno impazienti,

            tu li perdevi affatto; e nei mentiti

            amici tuoi troppo affidando, in pria

            consigli rei, poi tradimenti e danni

            da lor traevi. Anco direi... Ma posso

            io proseguire?... ah! no... Fia lieve amore

            quel che d'amato oggetto osserva, o biasma,

            o giudica gli errori. - Or tutto vada

            in oblio sempiterno. Se a te piace

            ch'io m'abbia il torto, avrommelo: deh, solo

            che a niun di noi ne tocchi il danno! In calma

            te stesso torna, e gli altri tutti a un tempo:

            riapri il petto alla fidanza; e omai

            di novità desio non ti lusinghi.

            Di regnar l'arte entro tua reggia apprendi,

            regnando. Io di tant'arte a te per norma

            me non addito; che più volte anch'io

            errai, non molto esperta: il giovenile

            mio senno, il debil sesso, anco la poca

            capacità natìa, mi han tratta forse

            in molti errori. Altro non so, che scerre,

            per quanto è in me, destro consiglio e fido;

            quindi tentar con piè timido il vasto

            regale aringo. Ah! così, pure io fossi,

            come in amarti il sono, in regnar dotta!

ARRIGO. Ma in corte ogni uom destro consiglio e fido

            appare a te, tranne il tuo sposo: ed egli

             pure il solo, in cui private mire

            non si ponno albergare...

MARIA.                                 O almen, nol denno. -

            Ma, cessa omai: tu nel mio cor la piaga

            del diffidare apristi; e tu la sana.

            Non che il rancor, né la memoria pure

            io ne serbo, tel giuro; or, deh! mel credi.

            Ma lo star lungi non accresce affetto,

            né il sospettar minora. Al fianco stammi;

            ognor beato io stimerò quel giorno,

            ov'io prove d'amor, per una, mille

            contraccambiare a te potrò. Maligna

            gente non manca, il so, cui fra noi giova

            il mantener la ria discordia; e forse

            fomentarla si attenta. Ma, se appresso

            mi stai tu sempre, in chi altri mai poss'io

            più affidarmi, che in te?

ARRIGO.                               Dolci parole

            odo, ma fatti ognor più duri io provo.

MARIA. Ma, che vuoi? parla: io farò tutto...

ARRIGO.                                                       Io voglio

            re, padre, sposo, essere in fatti; o i nomi

            spogliarmen vo'...

MARIA.                      Meno il mio cor, vuoi tutto.

            Più che la chiesta tua duro è il rifiuto;

            pur voglia il ciel, che almen di ciò ti appaghi!

            Sì, tutto avrai, quanto in me sta; sol chieggio

            da te, che alcun contegno, al mondo in faccia,

            meco almen serbi, e che all'antica mostra

            di spregiarmi non torni. Altrui, deh! lascia

            creder, che almen mi estimi, se non m'ami.

            Tel chieggo a nome del comune pegno,

            non del tuo amor, del mio. L'amato nostro

            unico figlio, il rivedrai; fia reso

            agli amplessi paterni: ei ti rammenti

            che re, consorte, e genitor tu sei.

ARRIGO. So quale incarco è il mio: se me da tanto

            io finor non mostrai, ne sia la colpa

            di chi mel tolse. Io voglio oggi, più ch'altri,

            contraccambiare con l'amor l'amore;

            ma, col disprezzo l'arte. - A chiarir tutto,

            bastante è il . Vedrò de' tuoi nel volto,

            alta norma di corte, il pensar tuo.

 




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