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Vittorio Alfieri
Maria Stuarda

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  • ATTO SECONDO
    • Scena 4
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Scena 4

 

BOTUELLO. Poss'io venir della tua nuova gioia

            testimon lieto? Il ricovrato sposo,

            di', qual ti par? migliore assai...

MARIA.                                             Lo stesso.

            Che dico? ei mesce ora allo sdegno antico

            un derisor sorriso: a scherno or prende

            i detti miei. Misera me! Qual mezzo

            più omai mi resta a raddolcirlo? Io parlo

            d'amore; ei parla di possanza: io sono

            l'oltraggiata, ei si duole. Invaso e guasto

            d'ambizion, ma non sublime, ha il core.

BOTUELLO. Ma pur, che chiede?

MARIA.                                 Illimitata possa.

BOTUELLO. L'hai tu, per darla?

MARIA.                                 Ei chiamerebbe or poca,

            quanta glien diedi pria ch'ei mi astringesse

            a ripigliarla. Appien dato all'oblio

            ha i perigli, ond'io 'l trassi.

BOTUELLO.                          Eppur non puoi,

            senza tuo biasmo, al tuo consorte or nulla

            negar di quanto è in te. Ciò ch'ebbe dianzi,

            ciò che a lui dan le leggi, anco a tuo costo,

            tutto render gli dei.

MARIA.                      S'io men lo amassi,

            più d'un consiglio avria; da sé lasciarlo

            precipitarsi a forza in mille e mille

            palesi danni: che a buon fin (pur troppo!)

            uscir non ponno i mal tessuti suoi

            disegni omai. Ma, combattuta io vivo

            in feroce tempesta. Ogni suo danno,

            per una parte, più che a lui, mi duole;...

            ma s'egli, ei sol, vuole il suo peggio... Eppure

            colpa mia grave ogni suo danno or fora.

            E il figlio... Oh ciel! se il figlio in mente io volgo,

            in cui forse gli error potrian del padre

            cadere un !... più allor non so...

BOTUELLO.                          Regina,

            tu non m'imponi d'adularti: ed io

            di servirti m'impongo. In te sol pugni

            l'amor di madre coll'amor di sposa.

            Tranne il figlio, dar tutto a Arrigo dei.

MARIA. E il figlio appunto, oltre ogni cosa, ei chiede.

BOTUELLO. Ma ne sei donna tu? Pubblico nostro

            pegno ei forse non è? Qual maraviglia,

            se reo marito, peggior padre or fosse?

MARIA. Pure, a placar la sempre torbid'alma,

            io gli promisi...

BOTUELLO. Il figlio? Egli disporne?

            Bada.

MARIA.          Ei disporne? non l'ardisco io stessa:

            pensa, se il lascio altrui.

BOTUELLO.              Dunque antivedi,

            ch'altri nol tolga a te.

MARIA.                                 - Ma, dove or vanno

            i tuoi detti a ferir? sai forse?...

BOTUELLO.                          Io?... Nulla...

            Ma penso pur, ch'oggi qui forse a caso

            non torna Arrigo. Ai delator, che molti

            sariano in corte, io primo tutte ho tronche

            le vie finora, onde (o supposte, o vere)

            mai non giungesser le minacce vane

            di Arrigo a te. Ma, se a più rei disegni

            ei mai volgesse il suo pensier, mio incarco

            ad ogni rischio allor fia di svelarti,

            non ciò ch'ei dice, ciò che oprar si attenta.

MARIA. Certo, ei finora i replicati inviti

            miei non curò... Chi può saper?... Ma, dimmi;

            qualche doppia sua mira oggi il potrebbe

            ritrarre in corte?

BOTUELLO.              Nol cred'io; ma stolto

            consigliero sarei, se a te non fessi

            antiveder quanto or possibil fora.

            Soverchio amor mai nol pungea del figlio:

            or, perché il chiede? Ormondo, anch'ei bramoso,

            veder pretende il regal germe: ei reca

            l'arti con sé della britanna donna:

            tutto esser può: nulla sarà; ma in trono

            cieca fidanza, è inescusabil fallo.

MARIA. Precipitar d'una in un'altra angoscia

            ognor dovrò? Fatal destino!... Eppure,

            che far poss'io?

BOTUELLO. Vegliar, mentr'io pur veglio;

            altro non dei. Sia falso il temer mio;

            purché dannoso altrui non sia, non nuoce.

            Sotto qual vuoi più verisimil velo,

            fa' soltanto che Arrigo abbia or diversa

            stanza da questa, ove il regal tuo pegno

            si alberga; e qui de' tuoi più fidi il lascia

            a guardia sempre. Ad abitar tu quindi,

            quasi a più lieto o più salubre ostello,

            con Arrigo ne andrai la rocca antica,

            che la città torreggia; ivi ben tosto

            vedrai qual possa abbia il tuo amor sovr'esso.

            Così al ben far gli apri ogni strada; e togli

            sol ch'ei non possa, né a sé pur, far danno.

MARIA. Saggio consiglio; io mi v'attengo. Intanto

            tu, per mia gloria sicurezza e pace,

            trova efficaci e dolci mezzi, ond'io

            prevenga il mal, che irrimediabil fora.

 




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