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| Vittorio Alfieri Maria Stuarda IntraText CT - Lettura del testo |
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Scena 2
ARRIGO. Ben venga Ormondo alla novella corte, tue vicende, pur troppo; e me non manda qui Elisabetta spettator soltanto: ma, piena il cor per te di doglia, vuolmi fra voi stromento d'una intera pace. ARRIGO. Pace? ove appien non è uguaglianza, pace? Men lusingai più volte anch'io, ma sempre deluso fui. ORMONDO. Pur, questo giorno a pace ARRIGO. T'inganni. È questo il giorno scelto a varcar meco ogni meta: e questo a un tempo è il dì, ch'oltre soffrir più niego. ORMONDO. Ma che? non credi che sincera in core Ma, né pur detti, onde affidar mi deggia, odo da lei. ORMONDO. S'ella t'inganna, è giusto lo sdegno in te. Benché di pace io venga mediator, pur oso (e a me l'impone Elisabetta, ove fia d'uopo) offrirti qual più brami, o consiglio, o aiuto, o scorta. ARRIGO. Ben io, per me, strada a vendetta aprirmi potrei, se in cor basso desio chiudessi: ma, pur troppo, né scorta havvi, né aiuto, che a disserrarmi omai le vie bastasse della pace, ch'io bramo. Oh duro stato, quello in cui vivo! Se alla forza io voh dolgo il mio pensier, tosto, se pur non reo, rassembro ingrato almeno: eppur, se dolce mi mostro alquanto, oltre ogni modo accresco baldanza e ardir di questi schiavi in core, che d'ogni mal son fonte. A nulla io quindi fra quanto imprender pur potrei, mi appiglio: e spontaneo prescelgo irmene in bando. ORMONDO. Che vuoi tu fare, o re? S'io dir tel debbo, peggior del mal questo rimedio parmi. ARRIGO. Tal non mi pare: e spero abbia a tornarne più danno altrui, che non a me vergogna. ORMONDO. Ma, non sai tu, che un re fuor di suo seggio, più che a pietà, vien preso a scherno? E ov'egli pietà pur desti, può appagarsen mai? ARRIGO. Che val superbia, ove di possa è vuota? Non obbedito re, minor d'ogni uomo io son qui omai. ORMONDO. Ma, di privato i dritti forse racquisti in mutar cielo? o il nome di re ti togli? Ah! poiché ardir men porgi col tuo parlar, ch'io ten convinca or soffri. - Dove indrizzar tuoi passi? in Gallia? pensa, ch'ivi e di sangue e d'amistà congiunta la regia stirpe è con Maria; che tutti fan plauso a lei colà, dove de' molli costumi loro ella da pria s'imbevve. Colà di Roma un messaggier, munito di perdonanze e di veleni, stassi presto ad invader, se glien dai tu il campo, questo infelice regno. A' tuoi nemici datti preso tu stesso: e reo sapranno farti essi tosto... ARRIGO. Ed agli amici in mezzo fors'io qui sto? ORMONDO. Stai nel tuo regno. - Indarno ti aggiungerei, come l'Ispano infido, l'Italo imbelle, asil mal certo l'uno, infame l'altro, a te sarian: più dico; (e vedrai quindi se verace io parli) dal ricovrarti a Elisabetta appresso, io primier ti sconsiglio. terra ov'io fui da libertà diviso? Ciò non mi cade in mente: ivi rattiensi chiaro or per te? la madre tua sarebbe qui men secura e libera, d'assai. Nol niego; avversa Elisabetta avesti: ma si cangian coi tempi anco i consigli. Vide appena di voi nascer l'erede del suo non men, che del materno regno, ch'ella, appieno placata, ogni sua mira rivolse in lui, quasi a sua prole; e schiva quindi ognor più di sottoporsi ell'era al maritale giogo. Udendo poscia, che da Maria tenuto eri in non cale; che i non schiavi di Roma erano oppressi, e che col latte il regio pargoletto superstiziosi error bevendo andava, forte glien dolse. Or quindi ella m'impone, che se Maria ver te modi non cangia, io mi volga a te solo; e mezzi io t'offra, (di sangue no, che al par di te lo abborre) ma tali, onde tu stesso al chiaror prisco t'abbi a tornare. - In un, libero farti; la mia sovrana compiacere; il figlio più in alto porre, ed in più stabil sorte; trar d'inganno Maria; tuoi rei nemici annichilar: ciò tutto, ove tu il vogli, tosto il potrai. puoi far ciò ch'altri né tentar pur puote. - Il regio erede, il tuo figliuol fia 'l mezzo di tua grandezza, e in un di pace... ARRIGO. Or, come?... ORMONDO. Servo ei s'educa a Roma in queste soglie; ei, che seder sovra il britanno trono pur debbe un dì. Ciò di mal ochio han visto Elisabetta, e il regno suo: recenti son nella patria mia le piaghe ancora, onde, instigata dall'ispan Filippo, altra Maria lo afflisse. Odio profondo, eterno, e tale in noi lasciò la ispana devota rabbia, che morir vuol pria ciascun di noi, che all'abborrita cruda religion di sangue obbedir mai. Forza fia pur, che il tuo figliuol si stacchi dal roman culto, il dì che al soglio nostro ei salirà: non fia 'l miglior per tutti ch'egli in error, cui dee lasciar, non cresca? ARRIGO. Chi 'l niega? E tu, credi me forse in core ligio a Roma più ch'altri? Ma il mio figlio, cui pur anco il vedere a me si vieta, ORMONDO. Ma tutto tutto otterresti, se in poter tuo pieno lo avessi tu. ORMONDO. E quindi ritor tu il dei. ORMONDO. Io te lo serbo. Al fianco d'Elisabetta ei crescerà: gli fia ella più assai che madre. Ivi altamente nudrirassi a regnar; sol ch'io pervenga a trafugarlo, e ti vedrai tu tosto signor del tutto. Reggitor sovrano di questo regno pel crescente figlio potrai tu quindi alla tua sposa parte dare qual più vorrai; quella che appunto ARRIGO. - Assai gran trama è questa. lieve si fa. ARRIGO. Troppo parlammo. Or vanne: ORMONDO. Fra poco dunque a te riedo: il tempo stringe... già ben oltre avanzata, a me ritorna, quanto più 'l puoi, non osservato. tuoi ne verrò. Pensa frattanto, o Arrigo, che il colpo, allor ch'egli aspettato è meno, più certo è sempre; e che ragion di stato il vuole; e ch'util sei per trarne, e laude.
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