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Vittorio Alfieri
Maria Stuarda

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  • ATTO TERZO
    • Scena 4
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Scena 4

 

ARRIGO. Che vuoi da me? Forse gli usati omaggi

            re chi al non tuo signore?

BOTUELLO.                          Io pur ti sono,

            benché mi sdegni, suddito ognor fido.

            A te mi manda la regina: ell'ode

            che tu, quasi d'oltraggio, alta querela

            fai risuonar dell'assegnato ostello

            Or sappi, ch'ella ivi albergar pur anco

            teco in breve disegna: a un tempo dirti

            deggio...

ARRIGO.        Assai più che la diversa stanza,

            duolmi il veder, che riferita venga

            ogni parola mia: pur non m'è nuova

            tal cosa. Or va'; dille, che s'io tenermi

            di ciò non debbo offeso, a me ne fia

            se non creduta più, più almen gradita,

            dalla sua propria bocca la discolpa;

            e non per via di nunzio...

BOTUELLO.              Ove più alquanto

            benigno a lei l'orechio tu porgessi,

            signor, ben altro di sua bocca udresti:

            né scelto io fora messagger: ma, teme

            ella, che a te i suoi detti...

ARRIGO.                                           Ella o' detti

            spiacermi teme; e in un, coll'opre, il brama.

BOTUELLO. T'inganni. Io so quant'ella t'ami; e in prova,

            io, benché a te sgradito, io, benché a torto

            a te sospetto, or mi addossai di farti

            tale un messaggio, che affidarlo ad altri

            non vorria la regina: e tal, che udirlo

            tu pure il dei; né di sua bocca il puote

            Maria spiegar: cosa, che a dirsi è dura,

            ma che pur segno ella è d'amor non lieve,

            se detta vien, qual me l'impone, in guisa

            di amichevol rampogna.

ARRIGO.                               Arbitro vieni

            d'ascosi arcani tu? - Ma tu, chi sei?

BOTUELLO. ... Poiché obliar vuoi di Dumbàr la fuga,

            donde, spenti i ribelli, entrambi voi

            qui ricondussi in vostro seggio; io sono

            tal, ch'or favella, perché il dir gli è imposto.

ARRIGO. Non mi è l'udirti imposto.

BOTUELLO.                          Altri pur odi.

ARRIGO. Che parli? Altri?... Che ardire?...

BOTUELLO.                          In queste soglie

            tradito sei; ma non da chi tu il pensi.

            Più che a noi tutti, a te dovria sospetto

            un uom parer, cui d'oratore il nome

            a perfidia impunita è invito e sprone.

            Messo di pace a noi non viene Ormondo;

            e a lungo pur tu l'odi; e a lui...

ARRIGO.                                           Felloni!

            Questo già mi si ascrive anco a delitto?

            Vili voi, vili, al par che iniqui; a male,

            voi tutto a male ite torcendo. Ormondo

            chiesta udienza ottenne: io nol cercai;

            messo ei non viene a me...

BOTUELLO.                          Perfido ei viene

            contro di te bensì: né fosse egli altro

            che traditor! ma non discreto, e meno

            destro, ei già si mostrò: troppo affrettossi

            a disvelar le ascose sue speranze,

            e i rei disegni: onde ei tradia se stesso

            anzi tempo di tanto, che già il tutto

            sa la regina, pria che teco ei parli.

            Né sdegno in lei, quanto pietà, ne nasce

            dell'ingannato. In nome suo, ten prego,

            esci d'errore, o re; né con tuo biasmo

            arrecar vogli ai traditor vantaggio,

            danno a chi t'ama.

ARRIGO.                    - O chiaro parla, o taci:

            misteriosi accenti io non intendo:

            soltanto io so, che dove al par voi tutti

            traditor siete, io mal fra voi ravviso

            qual mi tradisca.

BOTUELLO.              Egli è il vederlo lieve;

            cui più il tradirti giova. Elisabetta,

            invida ognora aspra nemica vostra,

            pace teme fra voi. Da lei che speri?

ARRIGO. Che spero?... Nulla: e nulla chieggio; e nulla...

            Ma tu, che sai? che mi si appon? che crede

            Maria? che dice?...

BOTUELLO.              A generoso core,

            chi può rimorder fallo, altri ch'ei stesso?

            Che degg'io dir? fuorché un iniquo è Ormondo;

            che a te si tendon lacci; e che pel figlio,

            per l'innocente figlio, or ti scongiura

            Maria, piangendo...

ARRIGO.                    Oh! di che piange?... Lacci,

            tendi a me tu...

BOTUELLO. Signor, te stesso inganni;

            io non t'inganno. Eran d'Ormondo note

            le fraudi già: già da' suoi detti incauti

            pria traspirò quell'empio tradimento,

            ch'egli a propor ti venne...

ARRIGO.                               A me?... Che dirmi

            osi, ribaldo?... Or, se prosiegui, io farti...

BOTUELLO. Signor, compiuto ho il dover mio.

ARRIGO.                                                       Compiuto

            ho il mio soffrir.

BOTUELLO. Parlai, per ch'io 'l dovea...

ARRIGO. Più del dover parlasti. Esci.

BOTUELLO.                          Che deggio

            alla regina dire?

ARRIGO.                    Esci; va'; dille,...

            che un temerario sei.

BOTUELLO.              Signor...

ARRIGO.                               Non esci?

 




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