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Vittorio Alfieri
Maria Stuarda

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  • ATTO QUARTO
    • Scena 1
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ATTO QUARTO

Scena 1

 

ARRIGO. Donna, il fingere abborro; a me non giova;

            e, giovasse pur anco, io nol potrei.

            Ma tu, perché di menzognero affetto

            perfide voglie vesti? Io già t'offesi,

            è ver; ma apertamente ognor ti offesi.

            Norma imparar da me dovevi almeno,

            come un tuo pari offendere si debba.

MARIA. Qual favellar? Che fu? già, pria che salda

            fra noi concordia si rinnovi, ascolto...

ARRIGO. Fra noi concordia? Sempiterna io giuro

            inimistà fra noi: schiudi i tuoi sensi;

            m'imìta: io voglio a te insegnar la via,

            onde trabocchi il rattenuto a lungo

            rancor tuo cupo: io risparmiarti voglio

            più finzioni, e più lusinghe omai;

            e più delitti.

MARIA.                      Oh cielo! e tal rampogna

            merto io da te?

ARRIGO.                    Ben dici. A tal sei giunta,

            che il rampognarti è vano. Assai fia meglio

            disdegnoso silenzio; altro non merti: -

            ma pur, mi è dolce un breve sfogo; e il farti

            or, per l'ultima volta, udir mia dura,

            al reo tuo cor non comportabil voce. -

            Mezzi appo me, più forti assai de' tuoi,

            e meno infami, stanno. In guise mille

            a te far fronte entro al tuo regno io posso:

            né il tuo poter mel toglie: a me nol vieta

            altri, ch'io stesso: avviluppar non voglio

            nelle private rie nostre contese

            quest'innocente popolo. - Ma, udrai

            al nuovo , ciò che di me n'avvenne:

            pur che a te presso io mai non rieda. Ai fidi

            tuoi consiglieri, e a' tuoi rimorsi in mezzo,

            (se pur ten resta) omai ti lascio.

MARIA.                                             Ingrato,...

            per più non dirti: e il guiderdon fia questo

            dell'immenso amor mio? del soffrir lungo?

            del soverchio soffrir?... Così mi parli?...

            Così ti scolpi? - In te il dispregio, or donde?

            Chi son io non rimembri, e chi tu fosti?...

            Deh! perdona; or mi sforzi a dirti cosa,

            che a me più il dir, che a te l'udirla, incresce.

            Ma, in che t'offesi io mai? Nell'invitarti

            a tornar, forse? in raccettarti troppo

            più caldamente ch'io mai nol dovessi?

            nel concederti troppo? o nel supporti

            di pentimento, e di consiglio ancora

            capace, o almen di gratitudin lieve,

            il duro petto?

ARRIGO.                    In trono siedi: e il trono

            alta efficace ell'è ragion pur sempre.

            Ma, stupor nullo è in me: quanto ora avviemmi,

            tutto aspettai. Pure, il saper ti giovi,

            ch'io né di furto oprerò mai, né a caso;

            che sconsigliato, debile, atterrito

            non son, qual pensi; e che vostre arti vili...

MARIA. Opra a tuo senno omai: sol io ti priego,

            che non s'interessa il tuo parlar di motti

            per me oltraggiosi, indi egualmente indegni

            di chi gli ascolta, e di chi gli usa.

ARRIGO.                                           In detti

            t'offendo io sempre; e me tu in fatti offendi.

            Fuor di memoria già?...

MARIA.                                 Profondamente

            memoria in cor dei tanti avvisi io serbo,

            ch'io non curai; saggi, veraci avvisi;

            che i tuoi modi, il tuo cor, te, qual ti sei,

            pingeanmi appien, pria che la man ti dessi.

            Creder non volli, e non veder, pur troppo

            cieca d'amor... Chi s'infingeva allora?...

            Rispondi, ingrato... Ahi lassa me! - Ma tardo

            è il pentirmene, e vano... Oh cielo!... E fia,

            fia dunque ver, che ad ogni costo or vogli

            nemica avermi?... Ah! nol potrai. Ben vedi;

            di sdegno appena passeggera fiamma

            tu accendi in me: solo un tuo detto basta

            a cancellare ogni passata offesa:

            pur che tu l'oda, è l'amor mio già presto

            a riparlarmi. Or, deh! perché non vuoi,

            qual ch'ella sia, narrarmi or la cagione

            del novello tuo sdegno? Io tosto...

ARRIGO.                                                       Udirla

            vuoi dal mio labbro dunque; ancor che nota,

            non men che a me, ti sia? ten farò paga.

            Non del finto amor tuo, non delle finte

            tue parolette; e non dell'assegnata

            diversa stanza; e non del tolto figlio;

            e non di regia autorità promessa,

            già omai tornata in più insolenti oltraggi;

            di tanto io no, non mi querelo: i modi

            usati tuoi, son questi; è mia la colpa,

            s'io a te credea. Ma il sol, ch'io non comporto,

            è l'oltraggio che a me novello or fai.

            E che? di tante tue stolte vendette,

            che ordisci ognora a danno mio, tu chiami

            anco la iniqua Elisabetta a parte?

MARIA. Che mai mi apponi? Oh ciel! qual prova?...

ARRIGO.                                                       Ormondo

            perfido è, sì, ma non quant'altri; invano

            a tentare, a promettere, a sedurre,

            e a lusingar, me l'inviasti. Udissi

            trama simìl giammai? Volermi a forza

            far traditore? onde ritrar pretesti

            poi di velata iniquità...

MARIA.                                 Che ascolto?

            M'incenerisca il ciel, s'io mai...

ARRIGO.                                           Non vale,

            no, spergiurare. Intera io ben conobbi

            la fraude tosto, e a consentirvi io finsi,

            per ingannar l'ingannator: ma stanco

            già son d'artevile: ebbe già piena

            da me risposta Ormondo. Or sprezzeratti

            Elisabetta, che ti odiava pria;

            ella a biasmarti, ella a gridar fia prima

            que' tuoi stessi delitti, a cui t'ha spinto.

MARIA. Vile impostura ell'è. Chi spender osa

            così il mio nome?...

ARRIGO.                    Atroce appieno han l'alma

            tuoi; non ten doler: solo, in dar tempo

            ai loro inganni, ancor non son ben dotti.

            Botuello e Ormondo in nobile vicenda

            spiar volendo nel mio cor tropp'entro,

            troppo hanno il loro, e troppo aperto il tuo.

MARIA. - Se in te ragion nulla potesse, o almeno

            se tal tu fossi da ascoltarla, è lieve

            chiarir qui tosto il tutto: entrambi insieme

            chiamarli; udire...

ARRIGO.                    A paragon venirne

            io di costoro?...

MARIA.                      E come in altra guisa

            poss'io del ver convincerti? la benda

            ome dagli occhi trarti?

ARRIGO.                               È tolta omai:

            troppo veggo... - Ma pur, convinto e pago

            vuoi farmi a un tempo tu? sol ten rimane

            non dubbio un mezzo. Io di Botuello chieggo

            a te l'altera ed esecrabil testa;

            d'Ormondo il bando immantinente. - A tanto,

            di' sei tu presta?

MARIA.                      Io veggo al fin (pur troppo!)

            veggo ove tendi. Ogni uom, che il vero dirmi

            possa, a te spiace: ogni uomo in cui mi affidi,

            nemico t'è. Su via, dunque la strage

            or di Rizio rinnova: uso tu sei

            a far le ingiuste tue vili vendette

            di propria mano tua. Botuello puoi

            nel modo stesso generosamente

            trucidar tu, da forte; a te non posso

            vietar delitti: a me ragion ben vieta

            le ingiustizie di sangue. Ov'ei sia reo,

            Botuèl si danni; ma si ascolti pria.

            Or, mentr'io sottopor me stessa a schietto

            e solenne giudizio non disdegno,

            a dispotica voglia anco il più vile

            sottoporre ardirò del popol mio?

ARRIGO. Giustizia a' rei mai non si vieta, e muta

            pe' buoni stassi: ecco il regnar, che giova. -

            Ti lascio; addio.

MARIA.                      Deh! m'odi...

ARRIGO.                                           Ultima notte,

            ch'io non al sonno, ma all'angoscie dono,

            passarla io vo' nell'assegnata rocca.

            L'invito accetto; e infin che l'alba lungi

            dall'abborrita tua città mi scorga,

            stanza ove teco io non mi stia, m'è grata.

            Confusion recarti, ancor che lieve,

            credea pur anco; ma il credea da stolto. -

            Securo il viso hai quanto doppio il core.

 




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