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| Vittorio Alfieri Maria Stuarda IntraText CT - Lettura del testo |
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Scena 1
ARRIGO. Donna, il fingere abborro; a me non giova; e, giovasse pur anco, io nol potrei. Ma tu, perché di menzognero affetto perfide voglie vesti? Io già t'offesi, è ver; ma apertamente ognor ti offesi. Norma imparar da me dovevi almeno, come un tuo pari offendere si debba. MARIA. Qual favellar? Che fu? già, pria che salda fra noi concordia si rinnovi, ascolto... ARRIGO. Fra noi concordia? Sempiterna io giuro inimistà fra noi: schiudi i tuoi sensi; m'imìta: io voglio a te insegnar la via, onde trabocchi il rattenuto a lungo rancor tuo cupo: io risparmiarti voglio più finzioni, e più lusinghe omai; e più delitti. MARIA. Oh cielo! e tal rampogna merto io da te? ARRIGO. Ben dici. A tal sei giunta, che il rampognarti è vano. Assai fia meglio disdegnoso silenzio; altro non merti: - ma pur, mi è dolce un breve sfogo; e il farti or, per l'ultima volta, udir mia dura, al reo tuo cor non comportabil voce. - Mezzi appo me, più forti assai de' tuoi, e meno infami, stanno. In guise mille a te far fronte entro al tuo regno io posso: né il tuo poter mel toglie: a me nol vieta altri, ch'io stesso: avviluppar non voglio nelle private rie nostre contese quest'innocente popolo. - Ma, udrai al nuovo dì, ciò che di me n'avvenne: pur che a te presso io mai non rieda. Ai fidi tuoi consiglieri, e a' tuoi rimorsi in mezzo, (se pur ten resta) omai ti lascio. per più non dirti: e il guiderdon fia questo dell'immenso amor mio? del soffrir lungo? del soverchio soffrir?... Così mi parli?... Così ti scolpi? - In te il dispregio, or donde? Chi son io non rimembri, e chi tu fosti?... Deh! perdona; or mi sforzi a dirti cosa, che a me più il dir, che a te l'udirla, incresce. Ma, in che t'offesi io mai? Nell'invitarti a tornar, forse? in raccettarti troppo più caldamente ch'io mai nol dovessi? nel concederti troppo? o nel supporti di pentimento, e di consiglio ancora capace, o almen di gratitudin lieve, ARRIGO. In trono siedi: e il trono alta efficace ell'è ragion pur sempre. Ma, stupor nullo è in me: quanto ora avviemmi, tutto aspettai. Pure, il saper ti giovi, ch'io né di furto oprerò mai, né a caso; che sconsigliato, debile, atterrito non son, qual pensi; e che vostre arti vili... MARIA. Opra a tuo senno omai: sol io ti priego, che non s'interessa il tuo parlar di motti per me oltraggiosi, indi egualmente indegni di chi gli ascolta, e di chi gli usa. t'offendo io sempre; e me tu in fatti offendi. memoria in cor dei tanti avvisi io serbo, ch'io non curai; saggi, veraci avvisi; che i tuoi modi, il tuo cor, te, qual ti sei, pingeanmi appien, pria che la man ti dessi. Creder non volli, e non veder, pur troppo cieca d'amor... Chi s'infingeva allora?... Rispondi, ingrato... Ahi lassa me! - Ma tardo è il pentirmene, e vano... Oh cielo!... E fia, fia dunque ver, che ad ogni costo or vogli nemica avermi?... Ah! nol potrai. Ben vedi; di sdegno appena passeggera fiamma tu accendi in me: solo un tuo detto basta a cancellare ogni passata offesa: pur che tu l'oda, è l'amor mio già presto a riparlarmi. Or, deh! perché non vuoi, qual ch'ella sia, narrarmi or la cagione del novello tuo sdegno? Io tosto... vuoi dal mio labbro dunque; ancor che nota, non men che a me, ti sia? ten farò paga. Non del finto amor tuo, non delle finte tue parolette; e non dell'assegnata diversa stanza; e non del tolto figlio; e non di regia autorità promessa, già omai tornata in più insolenti oltraggi; di tanto io no, non mi querelo: i modi usati tuoi, son questi; è mia la colpa, s'io a te credea. Ma il sol, ch'io non comporto, è l'oltraggio che a me novello or fai. E che? di tante tue stolte vendette, che ordisci ognora a danno mio, tu chiami anco la iniqua Elisabetta a parte? MARIA. Che mai mi apponi? Oh ciel! qual prova?... perfido è, sì, ma non quant'altri; invano a tentare, a promettere, a sedurre, e a lusingar, me l'inviasti. Udissi trama simìl giammai? Volermi a forza far traditore? onde ritrar pretesti M'incenerisca il ciel, s'io mai... no, spergiurare. Intera io ben conobbi la fraude tosto, e a consentirvi io finsi, per ingannar l'ingannator: ma stanco già son d'arte sì vile: ebbe già piena da me risposta Ormondo. Or sprezzeratti Elisabetta, che ti odiava pria; ella a biasmarti, ella a gridar fia prima que' tuoi stessi delitti, a cui t'ha spinto. MARIA. Vile impostura ell'è. Chi spender osa così il mio nome?... ARRIGO. Atroce appieno han l'alma tuoi; non ten doler: solo, in dar tempo ai loro inganni, ancor non son ben dotti. Botuello e Ormondo in nobile vicenda spiar volendo nel mio cor tropp'entro, troppo hanno il loro, e troppo aperto il tuo. MARIA. - Se in te ragion nulla potesse, o almeno se tal tu fossi da ascoltarla, è lieve chiarir qui tosto il tutto: entrambi insieme io di costoro?... poss'io del ver convincerti? la benda troppo veggo... - Ma pur, convinto e pago vuoi farmi a un tempo tu? sol ten rimane non dubbio un mezzo. Io di Botuello chieggo a te l'altera ed esecrabil testa; d'Ormondo il bando immantinente. - A tanto, MARIA. Io veggo al fin (pur troppo!) veggo ove tendi. Ogni uom, che il vero dirmi possa, a te spiace: ogni uomo in cui mi affidi, nemico t'è. Su via, dunque la strage or di Rizio rinnova: uso tu sei a far le ingiuste tue vili vendette di propria mano tua. Botuello puoi nel modo stesso generosamente trucidar tu, da forte; a te non posso vietar delitti: a me ragion ben vieta le ingiustizie di sangue. Ov'ei sia reo, Botuèl si danni; ma si ascolti pria. Or, mentr'io sottopor me stessa a schietto e solenne giudizio non disdegno, a dispotica voglia anco il più vile sottoporre ardirò del popol mio? ARRIGO. Giustizia a' rei mai non si vieta, e muta pe' buoni stassi: ecco il regnar, che giova. - ch'io non al sonno, ma all'angoscie dono, passarla io vo' nell'assegnata rocca. L'invito accetto; e infin che l'alba lungi dall'abborrita tua città mi scorga, stanza ove teco io non mi stia, m'è grata. Confusion recarti, ancor che lieve, credea pur anco; ma il credea da stolto. - Securo il viso hai quanto doppio il core.
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