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| Vittorio Alfieri Maria Stuarda IntraText CT - Lettura del testo |
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ATTO PRIMO Scena 1
LAMORRE. Se udire il vero osi, o regina, io l'oso a te recar, poiché il tuo popol fido mi tien da tanto; e poiché al soglio intorno non è chi voglia o ardisca dirlo. In seno fiamma, cui non son esca umani affetti, ma che tutta arde in Dio, libera io nutro. MARIA. Non lieve impulso è la licenza vostra (o sia da me concessa, o da voi tolta) alla licenza popolare. All'ombra santa de' templi, in securtà le mire vostre non sante crescono: svelati voi siete omai. Ma, perché aperto sia che udir non temo io 'l ver, più che tu dirlo, io t'ascolto; favella. LAMORRE. A te sgradito, duolmene assai, son io; ma forse or posso giovarti; e laude fia, più che il piacerti. Queste lagrime mie, finte non sono; non di timor fallaci figlie: il pianto questo è di tutti; e queste voci mie, son del tuo popol voce. - Or dimmi; a nome di Scozia tutta il chieggio; or dimmi: sei vedova, o sposa tu? Colui, che hai posto tu stessa in trono al fianco tuo, che ha nome di re, ti è sposo? ovver nemico, o schiavo? MARIA. Schiavo Arrigo, o nemico, a me? Che parli? Amante e sposo ei nel mio cuore è sempre; ma nel suo, chi 'l può dire? LAMORRE. Ei, da te lungi, tuoi veri sensi interpretar mal puote; e men tu i suoi. MARIA. Lungi da me ch'il tiene? S'impon da corte ei volontario il bando. Quante fiate al ritornarvi invito non gli fe 'io? Pur dianzi, ove ridotta morbo crudel mi avea di vita in fine, non che vedermi, intender del mio stato volea pur ei? Dell'amor mio quest'era premio, il miglior; taccio degli altri; e taccio, che di vassallo mio re vostro il feci, e per gran tempo mio; che ai più possenti re di Europa negai per lui mia destra. - Non rimembrar, far benefici io soglio; ed obliar saprei fors'anche i tanti non giusti oltraggi a me da Arrigo fatti, se in lui duol ne vedessi, almen pur finto. LAMORRE. Da te in bando lo tien fredda accoglienza, e susurrar di corte, e vili audaci sguardi de' grandi, e lo accennarsi, e il riso, e l'esplorare, e l'auliche arti a mille, atte a scacciar, non ch'uom che re si nomi, ma qual più umìle e sofferente fora. MARIA. E allor che a lui tutta ridea dintorno questa mia corte, altro il vid'io? Le faci ardeano ancor qui d'imenèo per noi, e mi avvedeva io già, che in cor gli stava non io, ma il trono. Ahi lassa me! deh, quante volte il regal tiepido letto io poscia bagnai di pianto! e quante al ciel mi dolsi d'altezza troppa, ove per essa tolto era a me d'ogni ben l'unico, il sommo, l'essere amando riamata! Eppure io, benché lungi da soverchia e falsa opinion di me, pur mi vedea di giovinezza e di beltade in fiore quanto altra il fosse; e d'amor vero accesa, che pregio era ben altro. Or, che n'ebb'io? D'ogni oltraggio il più fero in cambio n'ebbi. Largo al par del mio onore ei, che del suo, con empia man traea quel Rizio a morte; macchia eterna ad entrambi... LAMORRE. E che? nol desti or per anco all'oblio? Straniero vile, in soverchio poter salito, ei spiacque al tuo consorte: e al popol tuo... MARIA. Ma farsi ei l'assassin dovea di un vil straniero? Fare, o lasciar, che sel credesse il mondo, ch'io per colui d'iniqua fiamma ardessi? Giusto Dio, ben tu il sai! - Fedel consiglio, conoscitor degli uomini sagace, ministro esperto erami Rizio: in mezzo al parteggiar secura, per lui, stetti: vani, per lui, della instancabil mia aspra nemica Elisabetta i tanti perfidi aguati: Arrigo in fin, per lui, la mia destra ottenea con il mio scettro. Né disdegnava ei lo straniero vile, fin che per mezzo suo vedea da lungi la corona, il superbo. Ei l'ebbe: e quale mercé ne diede a Rizio? Infra le quete ombre di notte, entro il regal mio tetto, fra securtà di sacre mense, in mezzo a inermi donne, a me davanti, grave portando io il fianco del primiero pegno d'amor già dolce, al tradimento ei viene: e di quel vil, quanto innocente, sangue la mensa, il suolo, e le mie vesti, e il volto contaminarmi, e in un mia fama, egli osa. LAMORRE. Troppo era Rizio in alto. A un re qual puossi più oltraggio far, che averlo posto in seggio? Tor può il regno chi 'l diede; e chi il può torre, s'odia e spegne dai re. Ma pure, Arrigo a tua vendetta abbandonava poscia di tale impresa i complici: col sangue, parmi, il sangue lavasti. - Io qui non vengo d'Arrigo a tesser laudi: egli è minore del trono; or chi nol sa? Ch'ei t'è onsorte, vengo a membrarti; e che di lui pur nasce l'unico erede del tuo soglio. Un grave scandalo insorge dai privati vostri sdegni; a noi tutti alto periglio è presso. Fama è ch'oggi ei ritorna: altre fiate tornò; ma quindi ei ripartia più mesto, e assai più fosca rimaneane l'aura della tua reggia poi. Deh! fa' che invano oggi ei non venga: assai discordie, troppe, nutre in sé questo regno. In mille opposte sette straziar, non professare, io veggo religion, che giace. Ultimo danno fia la regal dissension; deh! il togli. Senza velen di menzognera lingua, di cor verace, arditamente io parlo. MARIA. Io tel credo: ma basta. Or deggio in breve dare all'anglo orator prima udienza. Lasciami: e sappi, e al popol di', se il vuoi, ch'io di me stessa immemore non vivo sì, ch'altri or debba il mio dover membrarmi. Ciò che a dirmi ti sforza amor del vero, dillo ad Arrigo, a cui più assai si aspetta. Oda ei (se il può) senza timor né sdegno, questo parlar tuo libero, ch'io in prova di non colpevol coscienza udiva.
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