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| Vittorio Alfieri Maria Stuarda IntraText CT - Lettura del testo |
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ATTO SECONDO Scena 1
ARRIGO. Sì, tel ridico; ad ottener vendetta de' miei nemici io vengo, o a queste mura io vengo a dar l'eterno addio. LAMORRE. Ben fai. Ma lusingarti di felice evento, o re, non dei, finché ai rimorsi interni, ai manifesti replicati segni del cielo, hai sordo il core. Appien convinto dell'error che professi in cor tu sei: di tua crudel persecutrice setta, a mille a mille, ad ogni passo, innanzi le dolenti vestigia a te si fanno: e il rio servaggio pur di Roma imbelle scuoter non osi; onde tu in faccia al mondo vile ti rendi, ed empio in faccia a Dio. La prima è questa, pur troppo! e la sola cagion terribil d'ogni tua sventura. ARRIGO. Più che convinto io son, ch'io non dovea mai ricercar regie fatali nozze: non, che atterrito dall'altezza io sia del grado, no; che questo scettro istesso ignoto peso agli avi miei non era: ma ben mi duol, ch'io non pensai qual vana instabil cosa ell'è di donna il core; e un benefizio, quanto è grave incarco, se da chi far nol sappia ei si riceve. LAMORRE. Uom non son io del volgo: odimi Arrigo. Grazia in corte non cerco: amor di pace parlar mi fa. Tutti ammendare ancora gli error tuoi scorsi, e a sentier dritto puoi teco tornar tua traviata donna; puoi far tuo popol lieto; i figli eletti, non del terribil Dio d'ira e di sangue, (cui Roma pinge e rappresenta al vivo) ma del Dio di pietade i veri figli, che oppressi son, puoi sollevarli; e impura nebbia sgombrar, che pestilente sorge dal servo Tebro, ove ogni inganno ha seggio. ARRIGO. E che? vuoi tu, che in disputar di vani riti e di vane opinioni io spenda il tempo, allor che del mio grado io debbo contender?... LAMORRE. Vane osi appellar tai cose? Pur mille volte e mille han dato e tolto e regno, e vita. In cor se Roma abborri, perché tacerlo? Alto il vessillo spiega; sostegni avrai quanti qui abborron Roma. ARRIGO. Di civil sangue io non mi pasco: altrove pace trovar, ch'io qui non ho... LAMORRE. Che speri? Per la patria vedere arder da lungi, pace ne avrai? Fuggirtene, e la fiamma destar di civil guerra, ei fia tutt'uno. Io non ti spingo all'armi; io no, ministro non son di sangue. A prevenir più atroci scandali, a trar d'oppression tuoi fidi, pria che sforzati a ribellarsi sieno, a null'altro, ti esorto. Usar la forza, tu non dei; ma vietare altrui la forza. Maria, che bevve a inesauribil fonte con il latte stranier stranieri errori; Maria, che a danno della Scozia accoppia nel suo cor giovenil di Roma i duri persecutor pensieri, e i molli modi delle corrotte Gallie; a te non dico d'obliar mai, ch'ella ti è sposa, e donna: ella a sua posta pensi; opri a sua posta: già non siam noi persecutori: pace noi sol vogliamo, e libertà: deh! s'abbia per te. Tu puoi mercare in un la nostra, e la tua pace. Oscuro un turbin veggio, che noi minaccia, e che piombar potria anco sul capo tuo, se me non odi. Pessima gente or qui si alberga, e molta, che perder vuolti, e ti calunnia e abborre. Franchezza e onore invan fra lor tu cerchi: se ancor v'ha Scotti, il siam pur noi; di Roma, di rie straniere effeminate fogge nemici al par, che di stranier sorgente dispotico potere. Ai buoni farti vuoi moderato re? tu il puoi pur anco: farti a' rei vuoi tiranno? havvi chi 'l brama più assai di te. V'ha chi di ferro scettro ha fatto già: troppo intricato è il nodo; non è da sciorsi, è da tagliarsi. Il cielo sa per ch'io parli; e s'altro io vo', che pace. - Opra dunque a tuo senno: io già non spero, che il ver creduto mai da un re mi sia.
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