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Vittorio Alfieri
Maria Stuarda

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  • ATTO QUINTO
    • Scena 3
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Scena 3

 

MARIA.                                 Che festi? ahi lassa!

            Ove mi hai tratta? Ancor d'ammenda è tempo:

            vanne, e gli armati tuoi...

BOTUELLO.                          Ma che? tu cangi

            or consiglio altra volta?

MARIA.                                 Io mai non dissi...

            tu primo osasti...

BOTUELLO.              Osai, sì, porti innanzi

            più dolce un mezzo ad ottener tuo fine,

            di quanti in te ne disegnavi: e cura

            a me ne desti; ed io l'impresi. Or viste

            ha le mie squadre Arrigo; udito ha il nome

            ei di Botuello; e per gli spaldi in arme

            corre, e provvede a disperata pugna.

            Andar, venire, infuriar, mostrarsi

            là di fiaccole ardenti al lampo il vidi;

            e scende al pian di sue minacce il suono.

            Lieve - l'armi ritrar; ma Arrigo poscia

            chi raffrenar potrà? Di me non parlo:

            vittima poca (ov'io pur basti) a sdegno

            sì giusto, io sono: ma di te, che fora?

            Arrigo offeso...

MARIA.                      Ah! dimmi: or or Lamorre

            non ne andava ad Arrigo?...

BOTUELLO.                          Io nol vedea. -

            Di quel ministro di menzogna hai forse

            udito i detti ancora?

MARIA.                                 Ah sì, pur troppo!...

            Benché ministro di nemica setta,

            che non svelommi? oh ciel! presagi orrendi

            ascoltai di sua bocca! All'ostinato

            mio consorte in messaggio il mando io stessa:

            deh! possa in lui quel suo parlar, non meno

            che in me potea! Chi sa? spesso ha tai mezzi

            l'invisibil celeste arbitro eletti:

            forse è Lamor stromento suo. Va', corri;

            fa' ch'ei parli col re.

BOTUELLO.              Lamor, nemico

            di nostro culto, a suo talento ei spera

            il debil senno governar di Arrigo;

            quindi a lui finge essere amico. Iniquo!

            Capo ei farsi di parte, altro non brama.

            Già in arme sta dei più rubelli il nerbo;

            manca il vessillo; e l'alzerà Lamorre.

            Quai sien costoro, il sai; tu, che in lor mani

            caduta un dì, dure dettar ti udisti

            ingiuriose leggi: ed io il rimembro,

            io, che ten trassi. - Or, finché l'aure io spiro,

            giuro, a tal non verrai: fia lealtade

            ora il non obbedirti. Il passo a ogni uomo

            è strettamente chiuso: a chi il tentasse,

            ne va la vita. Invano, anco il più fido

            de' tuoi, vi si appresenta; invan ci andava

            in tuo nome Lamorre...

MARIA.                                 E che? tant'osi?...

BOTUELLO. Oso, e voglio, salvarti: or, quel ch'io fa ia,

            appieno io 'l so. Se apertamente reo

            tu non convinci Arrigo, or che a lui festi

            aperto oltraggio, a mal partito sei.

MARIA. E sia che può: pria vo' morir, che macchia

            porre alla fama mia... Dunque, obbedisci;

            zelo soverchio in te mi nuoce: or tosto,

            va'; sgombra il passo... Ma che veggio? Oh cielo!...

            Qual lampo orrendo!... Ah!... quale scoppio! Trema,

            s'apre la terra...

BOTUELLO. Oh!... di squarciata nube...

            scende dal ciel... divoratri e... fiamma?...

MARIA. ... Si spalancan le porte!...

BOTUELLO.                          Oh! qual rimugge

            l'aura infuocata!...

MARIA.                      ... Ahi! dove fuggo?...

 




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