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1. La necessità di “manodopera”
Con gli anni ‘70
negli Istituti inizia la diminuzione delle forze effettive a causa del calo
delle vocazioni, delle uscite, dell’invecchiamento. Contemporaneamente
aumentata la complessità gestionale delle opere, e di conseguenza un
accresciuto carico di lavoro. È particolarmente evidente negli Istituti che
svolgono opere sociali, assistenziali, ospedaliere, educative. L’inserimento
dei laici avviene nei posti ritenuti “secondari”, lasciati “vacanti” da
religiosi e religiose.
La presenza sempre
più consistente di laici nelle opere non è sentita come una realtà positiva in
se stessa ma come un “male minore”, indispensabile per assicurare la
sopravvivenza dell’Istituto. Sono inseriti nelle opere più per necessità che
per convinzione; li si considera “aiutanti”, “collaboratori”, “impiegati”,
“dipendenti”. Non intervengono nelle decisioni fondamentali e non viene loro riconosciuta
una funzione specifica d’ordine ecclesiologico o carismatico.
L’inserimento
progressivo dei laici, che gradatamente costituiscono la maggioranza degli operatori,
trasforma le gestioni familiari delle opere in aziende, in cui i religiosi e le
religiose divenuti i datori di lavoro. Non sono infrequenti le contrapposizioni
sindacali, anche perché la comunità religiosa, abituata a conduzioni familiari,
non è attenta al rispetto di elementi contrattuali tipici della gestione di una
azienda.
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