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2. La “scelta” ecclesiologica del laicato
Alla fine degli anni
‘80 la collaborazione con i laici diventa una scelta positiva per la conduzione
delle opere. Si è più attenti al rispetto della varietà delle vocazioni e alla
loro complementarità in vista della testimonianza. Si dichiara che i laici
possono arricchire la vita spirituale della comunità ed arricchirsi nel
riferimento al carisma spirituale e apostolico di un fondatore e così
collaborare più profondamente con la congregazione nelle attività specifiche.
Progressivamente ci
si convince il compito del laici nelle opere degli Istituti non riguarda solo
ruoli gestionali, ma anche educativi (formatori, insegnanti, animatori) e che
il ruolo dei religiosi si identifica soprattutto nella testimonianza di
spiritualità, nel curare i rapporti personali, nella formazione spirituale e
nell’animazione. Ma ciò è ancora poco presente nella sensibilità comune ed anzi
non mancano le diffidenze verso una troppa apertura ai laici.
Questa fase è bene
espressa negli interrogativi che si pone, ancora nel 1987, il superiore generale
dei Giuseppini: «Consideriamo i laici davvero some soggetti di apostolato, con i
quali possiamo e dobbiamo collaborare, e cristiani che rispondono alla propria
vocazione battesimale, o invece li consideriamo solo nostri aiutanti, e
sostenitori delle nostre opere? Il loro inserimento è visto come dovere
ecclesiale, e caratteristica del nostro carisma e quindi arricchimento, o
invece come una necessità dettata da insufficienza di personale o da altre
esigenze esterne? Talora li troviamo impreparati spiritualmente e culturalmente
o discontinui, o invadenti. Ma d’altra parte è vero anche che i nostri laici
solo talora essi stessi dispiaciuti nel constatare che qualcuno di noi sia meno
aperto di loro allo spirito del Concilio e non si impegni in quella formazione
permanente di cui molti di loro invece sentono forte bisogno»5.
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