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3. La comunione con il laicato come “prospettiva”
Sotto l’incalzare
dell’ecclesiologia di comunione e l’evolversi della situazione di fatto i religiosi
non si sentono più membri autonomi del popolo di Dio, ma parte corpo ecclesiale
e sentono che il loro compito deve essere svolto con il contributo di tutti nel
rispetto delle diversità vocazionali. Cambiano i rapporti personali: ci si pone
rispetto ai laici non solo in atteggiamento di servizio ma di accoglienza grata
perché si è convinti di non aver solo qualcosa da dare, ma anche molto da
ricevere. Ci si sforza di escludere ogni forma di superiorità in una
collaborazione che rinuncia, quando necessario, al diritto di proprietà sulle
iniziative e ai posti direttivi.
Lo stesso carisma
spirituale e apostolico è considerato dono alla Chiesa di cui la Congregazione
che lo incarna è responsabile ma non proprietaria, e dunque si riconosce che
anche dei laici possano farlo proprio nel loro stato di vita. Ne prende atto Ripartire sa Cristo: «Oggi si riscopre
sempre più il fatto che i carismi dei fondatori e delle fondatrici, essendo
stati suscitati dallo Spirito per il bene di tutti, devono essere di nuovo
ricollocati al centro stesso della Chiesa, aperti alla comunione e alla
partecipazione di tutti i membri del popolo di Dio» (n. 31).
Solo insieme si può
dar vita ad una comunità che trasmetta la cultura evangelica, e assuma la
corresponsabilità nella gestione delle opere. Lentamente viene acquisito il
concetto di “Famiglia” che si fonda sul riconoscimento che il carisma del
fondatore trova incarnazione non solo nella consacrazione religiosa, ma anche
in altri modi di vivere la vita cristiana e questo crea legami profondi tra
tutti coloro che sentono animata la propria vita dallo stesso carisma.
Si ripensa
addirittura il proprio carisma originario. Possiamo leggere come esempio tipico
quando scrive il superiore generale dei Fatebenefratelli: «Sono convinto che
san Giovanni di Dio, oggi, non creerebbe nuovi ospedali, né si metterebbe a
dirigerli, ma dedicherebbe il suo impegno a formare uomini, a creare nel
laicato menti e cuori in grado di assicurare alle nostre opere quel clima professionale,
umano e gestionale che spesso fa difetto. Lo ripeto: noi non diventiamo frati,
priori, provinciali, generali per essere dei managers, bensì per testimoniare,
per orientare, per formare i nostri collaboratori alla missione di assistere in
modo integrale il malato, il bisognoso[…].
Il grande compito che ci attende nel prossimo futuro è proprio questo: essere,
all’interno delle nostre opere, guida morale, cioè coscienza vigile e, se
necessario, critica, affinché i nostri collaboratori si alleino a noi nel
servizio al malato. È una scelta decisiva non più rimandabile, che ci costerà
notevole fatica, forse anche la perdita di prestigio in qualche caso, ma permetterà
alle nostre opere di funzionare meglio anche sotto il profilo gestionale
[…]. I laici posseggono un’unica e indivisa
“identità”, in quanto insieme sono membri della Chiesa e membri della società.
Dalla loro peculiare condizione essi derivano coerentemente la loro
partecipazione alla missione salvifica della Chiesa; in quanto battezzati
possono e devono vivere la loro responsabilità apostolica non solo nelle realtà
temporali e terrene, ma anche in quelle propriamente ecclesiali»6.
Queste tre tappe del
cammino di comunione e mutuo coinvolgimento non sono sempre così lineari.
Spesso convivono l’una nell’altra.
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