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| P. Fabio Ciardi, OMI La vita consacrata “scuola di comunione”… IntraText CT - Lettura del testo |
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1. La necessità di “manodopera” Con gli anni ‘70 negli Istituti inizia la diminuzione delle forze effettive a causa del calo delle vocazioni, delle uscite, dell’invecchiamento. Contemporaneamente aumentata la complessità gestionale delle opere, e di conseguenza un accresciuto carico di lavoro. È particolarmente evidente negli Istituti che svolgono opere sociali, assistenziali, ospedaliere, educative. L’inserimento dei laici avviene nei posti ritenuti “secondari”, lasciati “vacanti” da religiosi e religiose. La presenza sempre più consistente di laici nelle opere non è sentita come una realtà positiva in se stessa ma come un “male minore”, indispensabile per assicurare la sopravvivenza dell’Istituto. Sono inseriti nelle opere più per necessità che per convinzione; li si considera “aiutanti”, “collaboratori”, “impiegati”, “dipendenti”. Non intervengono nelle decisioni fondamentali e non viene loro riconosciuta una funzione specifica d’ordine ecclesiologico o carismatico. L’inserimento progressivo dei laici, che gradatamente costituiscono la maggioranza degli operatori, trasforma le gestioni familiari delle opere in aziende, in cui i religiosi e le religiose divenuti i datori di lavoro. Non sono infrequenti le contrapposizioni sindacali, anche perché la comunità religiosa, abituata a conduzioni familiari, non è attenta al rispetto di elementi contrattuali tipici della gestione di una azienda.
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